Facciamo un gioco e proviamo a far finta di provare nostalgia per il periodo in cui i blog venivano riempiti spensieratamente di cose molto personali, tipo il vino che bevevamo, le ricette di cucina, i progetti di viaggio, i decaloghi su ciò che ci piaceva o su ciò che ci irritava, il rapporto con Babbo Natale e quello con l’ultimo disco di un cantante che ci aveva deluso.
Scrivevamo e leggevamo tutti insieme, nel senso che l’autore del post faceva il primo passo, poi gli altri li facevano chi leggeva e commentava. Direte voi: vabbè questo accade oggi coi social. No no. Sui blog nessuno poteva deragliare per diversi fattori: il commentatore aveva chiara la sensazione di entrare in casa altrui e generalmente si toglieva le scarpe; c’era il muro della moderazione dei commenti; non si era soggetti al reclutamento dell’algoritmo, chi stava lì ci stava perché aveva scelto di starci e non perché aveva abboccato a un amo sulla sua timeline; si analizzava il post prima di commentarlo.
Sui social invece sappiamo come va.
Non era tutto rose e fiori. Nel mio piccolo ho avuto a che fare con brutti ceffi. Uno in particolare tentò un paio di manovre di disturbo e mi diffamò su Wikipedia, dandomi per morto in circostanze losche. Finì condannato definitivamente in uno dei primi processi in Italia legati al fenomeno delle fake news.
Però tutto sommato esisteva, nei blog, un rapporto causa-effetto per via del fattore comunità e altre questioni tecniche come le tracce molto più facilmente ricostruibili. Soprattutto, al tempo, c’era una tendenza positiva: si leggeva di più e si argomentava di conseguenza.
Nella mia esperienza, ravanando tra i ricordi di questi diciannove anni, ci sono state discussioni molto accese, alcune delle quali culminate nella rottura di amicizie. Ma ci sono stati anche nuovi sodalizi: persone conosciute dal vivo proprio in seguito a dibattiti nati online, occasioni di lavoro che senza il blog non avrei avuto possibilità di cogliere. Di molti di quei frutti godo tuttora e capita spesso che mi faccia un aperitivo con lettori curiosi e motivati (il più recente un paio di giorni fa).
E siamo all’esito del gioco.
Nostalgia? No, rassegnazione. Per l’anestesia sociale che ci circonda. Per il seppellimento non dico della curiosità, ma addirittura del desiderio di incuriosirsi.
Sono aumentati a dismisura gli “utenti del web” (definizione anacronistica e non esaustiva) e l’incremento dà proprio la misura della diluizione di lettori genuini, cioè quelli che cercano idee da sposare o da combattere, con la voglia di crescere.
I blog oggi sono per pochi, e lo scrivo senza interesse personale giacché sono uno di quelli che davvero non si può lamentare. Come i giornali. Con una differenza fondamentale: i blog sono stati accoltellati dai social, i giornali si sono tagliati le vene da soli.

