Il revisionismo degli anni Settanta

Il pensiero mi tormenta da qualche tempo. Il mese scorso, quando si è acceso il dibattito sul blog del bandito Vallanzasca, il pensiero si è sublimato nella seguente considerazione: in Italia c’è una sorta di revisionismo dei crimini commessi negli anni Settanta. Questa necessità di correggere ricostruzioni e tesi correnti, quindi dominanti, non risponde – credo – a esigenze politiche. Non è un colpo di spugna sulla storia, ma una sbianchettatura con conseguente riscrittura. E’ qualcosa di peggio rispetto all’oblio, è un’operazione sottile di falsificazione in cui il male non era alla fine troppo male e il bene era così così. Se ci pensate, la considerazione di cui godono molti ex brigatisti ed ex terroristi neri (dentro e, purtroppo, fuori dalle celle) è un segnale chiaro. Se l’assassino di allora era anche uno che masticava una ideologia, oggi lo si guarda più come intellettuale dissidente che come pregiudicato. Non voglio fare nomi, per un semplice motivo: se anche dovessi, in quest’ambito, portare un paio di esempi (ce li ho qui, sulla punta delle dita), mi sentirei in dovere di scrivere almeno il triplo delle righe sulle loro vittime. E siccome delle vittime – per un crudele gioco di informazione e di audience – si sa sempre meno rispetto ai carnefici, ammetto di non essere preparato a sufficienza.
Un omicidio degli anni Settanta alla luce di molti nostri contemporanei ha tinte meno cupe di un delitto di oggi. I proiettili alla testa di un sindacalista o al cuore di professore universitario hanno un effetto meno devastante se esplosi negli anni di piombo. Il nero del lutto delle vedove colpisce solo se lo si guarda sulla tv a colori, eppure sempre nero è.
Mi piacerebbe se qualcuno mi dicesse che sbaglio, che la mia è una sensazione fallace. Ne sarei felice, perché potrei tornare a godermi il ricordo di un’epoca che, artisticamente, ho adorato.

  

Leave a Reply