Ranucci, ovvero plurale

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Convinca o non convinca Report, piaccia o non piaccia Ranucci, la storia dell’estate che fa perno sul Lavitolagate è piena di buchi. E con tutta la passione per i misteri e per i guai altrui, che in tempo di vacanze fa sempre romanzo, è complicato cercare di restare neutrali in nome del garantismo o, se preferite, di una sempre auspicabile buona creanza.

Lo stesso protagonista Sigfrido Ranucci è un Giano bifronte che, come l’antica divinità romana, guarda avanti e indietro senza disdegnare una certa propensione per lo scarto laterale, per la via clandestina che sta a fianco.

Ranucci non ha mai una sola versione. È un plurale, come il suo cognome. Pubblica un libro che presenta come un autoritratto e che, quando scoppia il casino con le sue avventure sessuali dallo stesso narrate, trasforma in narrazione con parti romanzate. Crea un’immagine poco incline al perdono quando si tratta di errori altrui, o addirittura di odor di peccato, eppure diventa campione di autoindulgenza quando l’errore riguarda lui, ad esempio nell’inverosimile amicizia con Valter Lavitola.

È un guerriero del rigore cronistico eppure la tragica storia sentimentale con una tale Karoline, che nel suo libro arricchisce di dettagli personali, non trova al momento alcuna conferma tra i suoi stessi colleghi (quiun articolo abbastanza esaustivo).

Il Ranucci plurale non ha pace neanche quando si tratta di identificare i mandanti della sua esecuzione professionale e non. Da un lato la bomba d’amore di Lavitola, dall’altro il complotto della destra italiana o addirittura un piano mondiale per farlo fuori. Mondiale eh, perché nazionale sarebbe da sfigati.

Persino quando, messo alle strette, si discute di successione alla guida del programma lui, da re della democrazia, sfodera un’intolleranza inopinata per un cantore della verità (che si regge sulle idee e non sui suoi portatori): e parte la fathwa contro gli inviati. Mottola e Valesini che si erano resi disponibili, niet. Presutti e Piervincenzi, appena designati, “scelta mediocre”, “mortificano la professionalità” del programma.

Senza cadere nella trappola delle tifoserie, la sensazione (abbastanza triste per il giornalismo e per chi ci crede senza podi e palcoscenici su cui balzare) è che al netto di una smisurata concezione di sé, il principio cardine della filosofia ranucciana sia: la democrazia è bella fino a quando comando io.

Nonostante i meriti, nonostante la paura di ritorsioni, nonostante la tensione per un mestiere complicato, ci sono deragliamenti dell’ego, sbarellamenti di coerenza che non sono facilmente perdonabili per chi ha avuto merito e fortuna di trovarsi in un posto così importante e prezioso come la guida di Report. Non ho alcuna simpatia per questo governo che ha pericolose pulsioni liberticide e, peggio ancora, di ignoranza debordante. Ma va detto che il peggiore nemico di Ranucci è stato Ranucci stesso.
Su tutto è tristemente illuminante il paragone con Falcone e Borsellino: un’enormità logica e umana.
Se non altro perché i loro attentati erano veri.

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