Da Tratalias a Sant’Antioco.
Da Sant’Antioco a Carbonia.

Non sono mai stato uno che si sveglia presto. Da sempre il mio lavoro, anzi i miei lavori, hanno avuto un baricentro serale se non addirittura notturno. Amici, parenti e colleghi sanno che sono in grado di connettere solo dopo un certo orario. Così quando la mattina mi sveglio e accendo il telefono, solo dopo essermi iniettato la giusta dose di caffè, trovo messaggi che iniziano con “quando sei parlabile…”. In un giornale in cui ho lavorato avevo un direttore ultra mattiniero che si ostinava a voler interloquire con me di cose non urgenti a orari da panificatore. Ci ho messo vent’anni per fargli capire che se anche gli avessi risposto lampo e stampo avrei fatto più danni che altro. Non si arrivò mai a un accordo e sino all’ultimo giorno di lavoro, prima che io mollassi definitivamente quell’azienda, lui continuo imperterrito nelle sue pulsioni mattutine basate generalmente su temi fondamentali come il numero delle brevi per pagina: sette, non una di più, non una di meno; o la mancanza di una sua foto (era anche fotografo) nelle mie pagine. 

Fine di questo prologo.

La mia avversità verso ogni forma di azione non fisiologica prima di un orario consono (e non vi sfuggirà la valenza soggettiva di “consono”) ha un riverbero importante nella pianificazione delle tappe dei miei cammini. Ho sviluppato, per allenamento e genetica, una buona resistenza al caldo. La maggior parte dei camminatori (o dei pellegrini, categoria alla quale non appartengo per indegnità religiosa) parte sempre almeno un’ora prima di me. Ma nel calcolo strategico del disagio io ho sempre scelto il caldo rispetto alla levataccia.

Le ultime tappe di questo Cammino di Santa Barbara, che purtroppo volge alla conclusione, sono lunghe e assolate. Per questo, siccome non me l’ha ordinato il medico di immolarmi al dio delle insolazioni, sto dando un paio di piccoli ritocchi. Cinque chilometri qui, tre lì, e sono otto in meno (su oltre quaranta) grazie a un passaggio: che sia bus o caritatevole sardo poco importa. Però, slalomando tra le rare ombre di alberelli o addirittura cespugli, persino questi itinerari riescono a essere magici. L’avvicinamento all’isola di Sant’Antioco tramite i terrapieni delle saline vale molto di più della fatica di camminare tra sole e sale con un orizzonte che sembra non concretizzarsi mai in un approdo. E lì la fatica non ti pesa affatto.

È la dittatura del bello, che soffoca tutto ciò che non gli appartiene. Non ti distrae, ti rapisce. Non asciuga il sudore, idrata i pensieri. Non consola, droga. Un cammino dovrebbe essere consigliato da psicologi e preti come strumento di riconnessione: con se stessi, con un dio, con qualsiasi entità in grado di tenere a bada la tentazione di sentirci maratoneti di scorciatoie.

13 – continua

Tutte le puntate le trovatequi.

DiGery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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