Da Domusnovas a Villamassargia.
Da Villamassargia a Nuxis.
Lele, chef e primo motore immobile del ristorante “Letizia” di Nuxis, mi fa assaggiare il suo vino. Ha una base di carignano più altre uve di vitigni secolari che fanno bene il loro mestiere di portatori di gusto e di storia. Il suo vino, anarchico e armonicamente selvatico, è l’immagine perfetta di questa landa sarda. E lo capisci più che bevendo camminando, tastando rovi e polvere, ammirando reperti di storia, archeologia ed epopea mineraria. Ti muovi per chilometri nel nulla, che non è vuoto ma integrità e rigore della natura, e quando trovi un paese o una parvenza di esso capisci che c’è un’armonia da svelare: come in un gioco della Settimana Enigmistica.
Senza quel magico senso di assenza – la rete telefonica, una strada senza pietre, persino un sentiero in qualche modo rassicurante – non si disvelerebbe la fortissima presenza identitaria di centri che, pur contando poche anime, si mostrano socialmente completi e realizzati. Esattamente l’opposto delle nostre città che si sbattono per ostentare tutte le declinazioni della coesione – tra sicurezza e comfort, servizi e sistema di attrattive – e che hanno mancato il bersaglio ancor prima di prendere la mira: è inutile sbandierare dove vuoi arrivare se non sai dove sei.
Oggi e domani mi fermo qui, a Nuxis. È l’unica pausa che mi sono preso in questo Cammino di Santa Barbara: per gusto e, non lo nascondo, per recuperare le forze.
Ieri a Villamassargia avevo celebrato il ritorno alla connessione digitale con un’improvvisa contingenza di lavoro felicemente archiviata grazie allo stato di grazia regalatomi dalle endorfine e, non secondariamente, al wi-fi del B&B nel quale alloggiavo. In fondo tutto ci sembra piacevole, o meno disturbante, quando il nostro sistema di sopportazione è stato resettato e magari tarato di nuovo.
Domani farò il turista. Mi sveglierò a orari consoni per un giornalista cresciuto (e invecchiato) coi giornali classici, quelli che si facevano di notte. Girerò senza i dieci chili imposti dallo zaino, senza le scarpe che sono la condanna di un camminatore (se riesco faccio l’infradito day con sprezzo della dignità), con un paio di mete immancabili di cui vi dirò, comunque senza mappe. Nell’ angolo più recondito dei miei desideri strambi, sarebbe bellissimo perdersi in uno spazio confinato racchiuso nella natura sconfinata. Ma so che anche volendo il mio gps naturale mi riporterebbe alla base. In modo anarchico e selvatico. Come il vino di Lele.
9 – continua
Tutte le puntate le trovatequi.


Confido che se ti perdi, per caso o per volontà inconfessa, prima o poi tornerai al vino di Lele.