Da Arenas a Su Mannau.
Ancora sul concetto di salite e discese. Perché faticando e ammirando hai tempo di pensare, snocciolare concetti che normalmente non ti sfiorano nella vita in cui gli spostamenti dipendono da auto, semafori, parcheggi da trovare e ingorghi da schivare. Il concetto di velocità a piedi è importante. Perché influisce sui consumi di acqua, sulla resistenza fisica, sull’economia energetica applicata alla durata dell’intero cammino cioé quello che risulterà dalla somma di tutte le tappe. Uno istintivamente pensa che in salita procederà più lentamente che in discesa. Non è così. In un cammino su sentieri e sterrate, quindi non su asfalto, le discese chiedono più tempo. Ad esempio, su salite modeste io riesco a stare sui quattro chilometri all’ora (che diventano cinque, cinque e mezzo in pianura). Ma ci sono discese che affronto a tre e mezzo e in certi casi anche meno. Per questo quando su una guida leggo “da lì è tutta discesa” gioisco a metà.
Fine di questo prologo.
Il Cammino di Santa Barbara è uno straordinario percorso naturalistico e soprattutto storico-culturale. Il patrimonio nel quale ci si trova immersi dà la possibilità di attraversare la geologia della terra più antica d’Italia: si parte da rocce che si sono formate 500 milioni di anni fa. C’è l’archeologia con pozzi sacri, tombe dei giganti (meravigliose), domus de janas, nuraghi che rimandano alla presenza dell’uomo ottomila anni fa. C’è, incredibile, la storia delle miniere che inizia con lo sfruttamento dei minerali duemila anni prima di Cristo e che, passando per Cartagine, i romani, il conte Ugolino della Gherardesca, i Savoia, la Prima guerra mondiale, il fascismo e le innovazioni tecniche del secolo scorso, arriva sino ai giorni nostri in cui tutto ciò che era fatica e ingegno (più la prima anche se il secondo è degno di nota) è diventato monumento. La chiamano archeologia industriale, ma sarebbe meglio definirla vestigia di un’umanità, un’umanità determinante in modo disperato. Si cercavano e trovavano piombo e zinco, non si cercava ma si trovava la silicosi, la malattia che inesorabilmente bucava i polmoni dei minatori uccidendoli per mancanza d’aria. In miniera si lavorava in orizzontale nei corridoi che seguivano la vena del minerale. Poi c’erano i pozzi che erano collegamenti in verticale tra i vari livelli delle gallerie: servivano, oltre che per salire e scendere, per portare alla luce il minerale estratto e, non prioritariamente, per favorire il ricambio di aria. Immergersi in questi tunnel, molti dei quali sono visitabili, è un altro cammino. Nel passato, nell’inventiva e nell’abilità progettuale di uomini di altri tempi, soprattutto nella sofferenza che qui, per perfetta alchemia storico-sociale, diventa cultura della memoria. Senza luoghi comuni, senza commemorazioni. È tutto lì intorno a te ed è difficile rimanerne solo spettatori.
7 – continua
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