Da Arbus a Gonnosfanadiga.
Da Gonnosfanadiga a Villacidro.
Sin qui sono stato graziato dal tempo meteorologico. Non fa troppo caldo e c’è spesso un venticello che spettina le idee: trattasi di brezza da Nord-Ovest, come testimonia il bollettino che ogni mattina, per ogni cammino, il mio amico Francesco elabora per me. Ed è bellissimo quando ti si insinua un pensiero contingente – tipo “ce la farò a superare i quasi trecento scalini di Gonnosfanadiga?” o “mi basteranno tre litri d’acqua? o “come sarà il letto di stasera?” – e ci pensa quell’inattesa corrente fresca a scacciarlo via. Un cammino ha questo di particolare, opera un livellamento anarchico delle usuali contingenze e le rende in qualche modo tutte assimilabili a mera questione di “sopravvivenza” (le virgolette servono per togliere drammaticità alla parola). A proposito di caldo, qui in Sardegna ho sperimentato un singolare metodo di raffreddamento. Quando capita di trovare l’imbocco chiuso di una antica miniera, mi ci piazzo davanti e mi godo il flusso fresco che viene dalle viscere. Una sensazione incredibile: provare per godere.
Ora per un paio di giorni mi immergerò in una zona in cui praticamente non c’è nulla che assomigli a un paese. Domani e dopodomani alloggerò in posadas gestite dalla Fondazione del Cammino di Santa Barbara, tra le montagne: figuratevi che il pasto lo portano loro (li ho già torturati con le mie fisime alimentari): pane, formaggio, e speriamo qualche birra.
C’è un’avvertenza per i tafani che pare banchettino senza ritegno da quelle parti. Confido nello spray repellente che ho acquistato nell’unica farmacia aperta di sabato a Villacidro (ovviamente non proprio sotto casa) e nella mia acidità caratteriale che magari, come unico utile effetto collaterale, potrebbe contagiare il mio sangue. Ci sono difetti che la vita ci porge come occasioni, vuoi che tra i miei mille non ce ne sia uno finalmente utile?
5 – continua
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