Per capire una cosa spesso non bastano le spiegazioni sulle origini o sulle cause. Serve identificare ciò che non è.
La violenza fisica e psicologica sugli attivisti della Global Sumud Flotilla che provoca orgasmi nel ministro della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu, Itamar Ben-Gvir – l’uomo che qualche settimana fa festeggiava il suo compleanno davanti a una torta decorata con un cappio, simbolo della reintroduzione della pena di morte per i terroristi palestinesi (e solo per loro) – può essere spiegata solo con il sistema di negazioni che la circonda e la alimenta.

Non c’entra politica. La destra e la sinistra, in Israele come in Italia e nel resto del mondo civilizzato, sono argomenti che c’entrano come i cavoli a merenda (anche se i cavoli sono buonissimi). Ho lavorato con arabi e israeliani, con mancini e destrimani, con progressisti e conservatori e mai le divergenze politiche sono state utili a dirimere qualcosa. Magari ci si scazzava, ma mai si trovava una soluzione per risolvere un problema che non atteneva alle ragioni pratiche. Anzi, si arrivava a buoni risultati se si faceva il giro largo, lontano dai colori e dalle bandiere.

Non c’entra la Flotilla. I distinguo sull’utilità delle azioni di protesta (civili e nonviolente) sono proprio il terreno di coltura della violenza. È la logica del “sì però” per cui espressa una condanna per un gesto disumano, si fa strisciare nella discussione il dubbio che in fondo una minima giustificazione possa esserci. La Flotilla è un movimento che può piacere o no (a me piace), ma nessuno può mettere in dubbio il suo intento pacifico. Solo Ben-Gvir e i cialtroni come lui possono spacciare come aiuto al terrorismo, un’adunata di giovani, donne, vecchi che si muovono per solidarietà a popolazioni, come quella palestinese, devastate dalla violenza di uomini senza Dio.

Non c’entrano la geografia e la geopolitica. Il governo israeliano considera provocazioni inaccettabili quelle della Sumud Flotilla, ma ritiene pure di poter fissare a proprio arbitrio il livello di accettabilità di simile condotte, e di poterlo fare a prescindere dal quadro di norme in cui si inseriscono, e dalle miglia che separano le imbarcazioni dalla costa. Scrive oggi suRepubblicaMassimo Adinolfi: “È vero: il diritto internazionale è ormai ridotto a poverissima cosa, ma i Paesi che agiscono nello scacchiere globale appartengono a due categorie: ci sono quelli che si propongono di salvarne quel che resta e di provare a ricostruirne la trama, e quelli che invece non se ne fanno più alcuna cura”.

Non c’entrano i diritti umani. Se un Paese se ne frega, cosa possono fare tutti gli altri? Possono fare la sola cosa che c’entra in tutto questo: alzare la voce, mobilitarsi, sostenere le mobilitazioni, incrementarle, difenderle.

Non cadere nella trappola di giudicare Ben-Gvir come israeliano o come estremista di destra o come ebreo (trappola tesa dallo stesso ministro e da quelli come lui). Ma come uomo, farabutto, nemico della pace e degli israeliani stessi.  

DiGery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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