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Photo by Abhishek Navlakha

E ora dove la mettiamo questa nuova, ennesima,inchiestasu mafia e politica? Possiamo includerla nel calderone di porcherie che ribolle nei palazzi del potere. Possiamo aggiungerla alla lista dei pericolosi favoritismi che ammorbano le nostre vite ordinarie perennemente in lista d’attesa per qualcosa che ci è dovuto ma che non arriva senza la manina amica. Possiamo inquadrarla nelle mosse ardite di una classe politica che ha unasuascacchiera e, soprattutto,sueregole. Oppure possiamo sparigliare le carte e guardare un po’ più lontano dagli uffici in cui i boss si baciano coi funzionari, in cui la fedina penale è un orpello fastidioso.

Provo a scrivere una parola che dà quasi fastidio, per via dell’uso abusivo che se ne è fatto nelle nostre lande. La parola è: cultura.

La cultura della legalità, per come la conosciamo, è uno slogan nel nome del quale troppe volte si sono sprecati fiato, tempo e soldi. Un pot-pourri di lezioncine a studenti distratti, di carriere antimafia, di spettacoli dentro e fuori dai teatri, di sofismi, di contributi a pioggia, di finzioni e fazioni.
Il vero problema sono i modelli.

È come se si dovesse fabbricare un motore. Si possono usare le più moderne tecnologie di assemblaggio, si possono reclutare i migliori ingegneri, ma se i pezzi non sono stati forgiati in forme precise, non funzionerà niente.

I nostri ingranaggi sociali sono bloccati perché non sono stati costruiti bene. E non serve lubrificarli o rimuoverli, serve cambiarli radicalmente. Rimettere mano al tornio e costruirli ex novo.

Sino a quando i nostri giovani si rifaranno a modelli sbagliati, che siano a scuola, nel quartiere o sul web, non avremo mai un motore che gira come deve girare. A questo serve la conoscenza: a diffidare delle scorciatoie, a capire che il silenzio non è neutrale, a imparare che meritare significa innanzitutto adoperarsi per ottenere qualcosa.

Per questo è pericolosa una cultura egemone, collegata spesso a ingranaggi che dovrebbero essere rottamati.

La vera emergenza, con questi chiari di luna, non è l’indipendenza della magistratura, ma quella della cultura.      

DiGery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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