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C’è un passaggio di una interessante intervista di Malcom Pagani a Paolo Conte, su d, nel quale l’artista difende il “suo” Novecento artistico, tra cinema e musica, e poi dice una frase a mio parere cruciale: “Lo so che il Novecento è stato anche il secolo strampalato e orribile della Shoah e di Hiroshima, ma sognando ho sempre pensato ad altro”. La riprende, attento come sempre, Michele Serra nella sua newsletter “Ok Boomer!” del Post: “Ecco: pensare ostinatamente ad altro. È l’altro che ci impedisce di disperare”.

È l’accostamento di queste due opinioni – quella di Conte e quella di Serra – che mi offre lo spunto di una riflessione che condivido con voi. Partendo da una domanda: riuscite ancora a pensare ad altro?
Anticipo la mia risposta e spero che molti di voi non siano d’accordo.
Ci riesco con sempre maggiore difficoltà.

L’orrore che ci sommerge, tra stragi di ragazzi in discoteca e stragi di bambini nei campi profughi, tra politiche della violenza sistematica e dissennate prove di muscolarità militare, sposta di continuo il baricentro delle nostre speranze e adattarsi è opera ardua. La tecnologia ci mette del suo a peggiorare le cose: l’empatia è diventata uno sgradevole difetto, il cosiddetto capitalismo della sorveglianza ha preso il sopravvento, l’incrocio delle opinioni anziché costruire una coscienza collettiva azzera persino il ragionamento più innocuo.

Tuttavia dobbiamo guardarci dal maledire il progresso tecnologico. Ha scritto Paulina Borsook, pioniera delle cronache della Silicon Valley e critica ante litteram del suo sistema: “Non direi mai che la tecnologia non ha fatto cose buone”. E ha difeso i progressi cibernetici dall’ideologia tossica che ci ammorba. “In fondo si tratta solo di strumenti” ha scritto. “Voglio dire, l’odontoiatria moderna è fantastica, ma il tuo dentista non prevede che lo adori”.

Ecco, forse sta in questo laicismo la chiave di tutto. Tra Conte e Borsook, tra il consolarsi nel pensare ad altro e il consolarsi nel non pensarci, va trovata una forza di contestualizzazione che, chissà, da qualche parte deve pur (r)esistere.

Solo che è difficile. È come fermarsi davanti allo scaffale del supermercato in cui non manca nulla, tranne la qualità.    

Di Gery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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