Nella foga azzeratrice che (ri)anima la Regione improvvisamente desiderosa di cancellare lo stigma cuffariano c’è un’ipocrisia di fondo, tanto antica quanto irritante. Da qualche giorno si è scatenata una caccia forsennata alle nomine democristiane nel sottogoverno, come se gli sviluppi dell’inchiesta che ha portato alla luce pressioni e favoritismi orchestrati da Salvatore Cuffaro evidenziassero un fenomeno di cui prima non si era a conoscenza. Cioè, tutti questi signori piazzati in assessorati, enti parco, consorzi universitari, ospedali, banche regionali e partecipate varie sino a un minuto fa erano scelte ideali, poi in un batter di ciglia sono diventati frutti avvelenati. Insomma la qualità di un funzionario, di un burocrate non si misura per titoli, per esperienza, ma per la sua sponsorizzazione. E non dipende dai risultati, ma dalla caducità della fede politica. Non a caso in queste ore c’è la corsa a cambiare casacca, anzi a bruciarla: meglio nudi che in abiti fuori moda.       

La nuova emergenza non è nuova. Riemerge per il suo immarcescibile spirito di galleggiamento (come qualcosa di poco nobile). Il principio della segnalazione politica, della nomina per grazia ricevuta e non per merito, va demolito non perché oggi scopriamo i cattivi che tramano contro la sacralità del tempio, ma perché è il terreno di coltura del malaffare, è il fallimento di ogni buona intenzione, è la piaga meglio predisposta alla cancrena. Un burocrate che ha i numeri e che porta risultati è un vantaggio per la società, che sia cuffariano o pastafariano (sempre di fedi parodistiche si tratta). Insomma ogni volta che ci prende la voglia di invocare una caccia alle streghe dovremmo ricordarci che, come diceva Voltaire, le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle.

Di Gery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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