Da Carcaboso a Oliva de Plasencia
Oggi ho iniziato a camminare salutato dalle cicogne che, molto ben tollerate quasi accudite, qui fanno nidi anche sulle chiese. Ho proseguito attraverso un impervio sentiero che mi serviva per scavalcare una collina. Poi ho cominciato a superare cancelli (si aprono con facilità e ovviamente c’è l’obbligo di chiuderli). I cancelli vogliono dire una cosa sola: ci sono animali liberi in zona. Quindi attenzione. Mi è capitato spesso in questa Via de la Plata, pochissimo negli altri cammini.
Arrivato a un bivio senza alcuna segnalazione ho fatto la mia scelta, influenzato dal fatto che nell’altra strada (strada…) c’erano una ventina tra mucche e vitelli che non mi ispiravano troppo. Mi sono ritrovato in una prateria con un centinaio di altri bovini, due mandriani appollaiati su una staccionata e soprattutto un cane che a distanza mi pareva grande. Il cane, appena mi ha visto, è partito di corsa verso di me. Momento cruciale: il cane che ti punta può essere un problema. Ho fatto un segnale accompagnato da un fischio ai mandriani, che mi hanno pressoché ignorato: uno ha mosso una mano, almeno così mi è sembrato, per dirmi qualcosa tipo futtitinne. Il cane nel frattempo si avvicinava: mi ero sbagliato, non era grande, era enorme. Non ho fatto in tempo a mollare lo zaino che lui era già addosso a me, con lingua sguainata. Sono caduto e solo allora ho avuto la certezza che voleva giocare. Era una specie di Bracco con ascendente Alano, non meno di 50 di chili. Abbiamo cominciato a rotolare, io con tutto lo zaino e lui con tutta la sua foga divertita, sotto gli sguardi e le risate dei mandriani. Non mi mollava più e io ci avevo preso pure gusto: adoro gli animali, tutti, figuratevi che manco li mangio. Per i cani ho una vecchia, discreta, passione (ho avuto due pastori tedeschi) ma coltivo sempre la giusta prudenza. Mai eccedere soprattutto quando sei nel loro territorio: comportati da ospite composto e ben educato.
Tre anni fa, lungo la via Francigena, mi capitò una cosa incredibile. Entrato nella tenuta nella quale si trovava la stanza che avevo prenotato, un branco di nove cani mi venne incontro abbaiando minacciosamente. Mi preparai ad ammaliarne uno, quello che mi pareva il capo, mettendomi a terra e mostrandomi pronto al gioco, sorridente e lento. Andò bene e anche lì ci furono abbondanti slinguazzamenti con carezze per tutti e maglietta strappata per la foga. La signora che con calma mi venne ad accogliere disse una frase che lì per lì non pesai bene: “Sono dieci monelli, uno è pure sordo”. Dieci. Io ne avevo contati nove.
La notte rientrando dalla cena rifeci la stessa strada forte del fatto che col branco avevamo fatto conoscenza. Dal buio spuntò un cane ringhiante. Era quello sordo che poche ore prima non c’era. Feci in modo da attirare l’attenzione degli altri nove per convincerlo che anche se avevamo saltato le presentazioni la colpa non era mia. La moral suasion ebbe successo.
Stamattina col gigante addosso non ero troppo composto.
Sentivo i mandriani gridare: “Roma!”
Ed io di rimando: “No, Palermo!”
“Roma è il nome del cane”
“Ah, ok. Come faccio a spiegargli che il gioco dovrebbe finire?”
“Rimettiti in piedi che lui capisce, sennò continua fino a stasera”.
Mi sono alzato e mi sono accorto che nella foga con le unghie mi aveva fatto due buchi sul braccio e, lo avrei scoperto dopo, un altro nella coscia.
Roma ha capito che il gioco era finito, ma non ha smesso di leccarmi.
“Hai sbagliato strada”, mi hanno detto quei due sempre inopinatamente divertiti, senza mai abbandonare la staccionata. “Devi tornare indietro al bivio e prendere l’altro sentiero”. Cazzo, quello intasato dai bovini.
L’idea di muovermi a distanza ravvicinata tra mucche e vitelli liberi non mi affascinava. Poi mi è venuta un’idea. Mi serviva una scorta qualificata.
Carezza, occhiolino. “Roma, vamos!”. E lui mi ha seguito scodinzolando come un cagnolino, probabilmente non ha ancora contezza della sua taglia, io ne sono la testimonianza diretta.
Mi ha accompagnato per quasi un chilometro. Poi, arrivati al cancello, ci siamo salutati. Una bella leccata sugli occhiali e grazie di tutto, Roma.
P.S.
La restante parte del percorso è filata via senza intoppi a parte una mosca che – giuro – ha deciso di trovare rifugio nella mia bocca mentre ansimavo su una salita.
13 – continua
Le altre puntate le trovate qui. Inoltre segnalo un podcast, intitolato Lento Pede, per tutti quelli che sono interessati all’esperienza di un cammino.


Bellissima esperienza… I cani sanno di chi ci si può fidare.
Buona continuazione, caro amico.
Torna presto
Grazie, Massimo caro.
[…] sono poco curati, i paesi spesso sperduti (meravigliosamente), gli animali ti circondano (anche qualche cane), le fonti d’acqua inesistenti. Si cammina in autosufficienza, con chili di scorte sulle spalle. […]