Da Oliva de Plasencia a Aldeanueva del Camino
Da Aldeanueva del Camino a Béjar
Alberi, una parvenza di ombra, un clima non proprio amichevole ma almeno non ostile. Il passaggio da Estremadura a Castiglia y Leòn è netto. E non so quanta componente psicologica ci sia nelle mie considerazioni dopo quasi 400 chilometri aridi e pietrosi. Persino la quota conquistata – e conquistata non è una parola scelta per caso – si manifesta come una sorta di benedizione per via del clima. Sono a Béjar, che si trova a mille metri sul livello del mare, ma non si accontenta. La scalata è tosta e dura una giornata. Comincia di prima mattina, coi primi passi, a distanza. Sali, sali, e ci sono i primi alberi. Sali sali, e c’è l’antica strada romana che ti regala l’emozione di camminare su pietre messe lì duemila anni fa. Sono molto sensibile alla sensazione di muovermi non solo dentro la storia – la Via de la Plata è una vera immersione totale – ma sulla storia. Mi guardo intorno e gioco a immaginare cosa c’era a quei tempi. È più di un passatempo per ingannare la fatica, è un modo per valorizzare il fattore aggiunto di un viaggio a piedi: la contestualizzazione continua. Essere dove vuoi essere con la cura di esserci senza fretta, senza approssimazione. Un’antica pietra romana (la chiamo così per semplificare) va tastata con calma perché tramanda, parla a chi la vuole ascoltare.
Eppure Béjar non si accontenta.
E qui va aperta una breve parentesi. Il giorno prima mi ero svegliato con un allarmante dolore alla schiena che, strada facendo, si era fatto sempre più forte. Ero in un posto dove la farmacia più vicina era a distanza siderale. Notte complicata, un po’ di Voltaren crema e sonno immobile in posizione cadavere nella bara, della serie lo ricordiamo così. L’indomani il dolore era comunque sopportabile e quindi si va.
Dopo 17 chilometri, finalmente una farmacia. Discussione con la dottoressa che non mi vuole dare niente senza ricetta. Alla fine compromesso: pasticca miracolosa ma a stomaco pieno. Fine dell’emergenza e della parentesi.
Arrivato a destinazione scopro che la stanza da me prenotata non è pronta: devo attendere due ore. Chiamo il numero scritto sul portone. L’agenzia che lo gestisce è un’azienda internazionale con tutte le opzioni snervanti (prema 1 se vuole modificare una prenotazione, 2 se è mancino, 3 se si è svegliato male, eccetera… manca solo 0 se si è rotto il cazzo) Alla fine mi risponde una gentile signora che parla in italiano. Mi dice “le mando un link”, penso a un codice. No, è una chiave criptata che attraverso un sistema che collega il mio telefono a chissà quale server dell’ultramondo mi consente di entrare cliccando su un telecomando virtuale: insomma manco l’ascensore posso usare senza il cellulare. Prendo possesso dell’antro, faccio il bucato, mi scrosto sotto la doccia e dormo per due ore sempre stile salma.
Ora sono in un pub, cento metri e mezz’ora di cammino a valle, dove servono una birra che adoro, la 1906, che mi ricorda altre avventure.
Per diversificare l’alimentazione generalmente composta di uova e patate scelgo una pizza. Surgelata senza vergogna. E d’istinto scrivo al mio amico Santino che fa le pizze con cui per decenni ho nutrito panza e cuore.
Un cammino serve anche a questo: a rinsaldare, a sussurarci che la mancanza è una sana droga dei sentimenti migliori, quelli che a torto riteniamo ordinari.
14 – continua
Le altre puntate le trovate qui. Inoltre segnalo un podcast, intitolato Lento Pede, per tutti quelli che sono interessati all’esperienza di un cammino.


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