C’è una inusitata ragionevolezza nei manifesti apparsi a Palermo in cui ci si augura che i boss scarcerati siano stati rieducati dal carcere. La mano anonima che li ha vergati e affissi stempera comunque l’auspicio con un ammonimento: “Tuttavia se proverete a chiedere il pizzo noi vi denunceremo e voi tornerete in carcere”.
Nel momento in cui la mafia torna a soffocare la città con azioni eclatanti, ogni risveglio di mobilitazione civica va salutato con ottimismo, anche quando c’è poco o nulla da festeggiare.
La società civile ha da tempo tirato i remi in barca, vaporizzata nella vacuità delle mobilitazioni via social. Il senso di rassegnazione, complice un’epoca in cui l’unità di misura della ragionevolezza è tarata sui rutti di Trump, non lascia spazio a illusioni: sembra inutile battersi per sconfiggere un nemico (che sia uomo, pensiero storto o cosa) quando la noia è la tua migliore amica.
Il problema è l’appiattimento delle emozioni, la piallatura dei sentimenti. Persino ciò che ci feriva in modo doloroso o, al contrario, che ci dava gioia evidente non titilla più la voglia di reagire. È come se in questo mondo liquido (e Bauman non c’entra niente) il principio dei vasi comunicanti tendesse a pareggiare sempre le situazioni più diverse. Non siamo diventati più resistenti, ma più insensibili.
Il risultato è che reagiamo meno, assorbiamo di più, intossicandoci delle risposte che non diamo, delle porte che non sbattiamo, degli applausi che non facciamo.
Ecco perché un manifesto, seppur ingenuo, è una buona notizia.

