Da Nebida a Masua.
Da Masua a Buggerru.
Una volta, alcuni cammini fa, michiedevochi si era fregato le discese. E ragionavo sul paradosso del camminatore per cui tra salite e discese c’è un calcolo complicato che non torna mai: sono misteriosamente più le prime delle seconde. Ancora oggi sono faticosamente affascinato dalla domanda: dove diavolo vanno a finire le discese che mancano?
Me ne uscii con una considerazione che controfirmo ancora oggi:
Che poi si fa presto a dire discesa. In realtà chi mastica un po’ di montagna e di corsa in altura sa che le discese ripide sono più faticose delle corrispondenti salite. Ed è anche una bella metafora, se volete. Spendiamo una vita evitando la fatica che ritroviamo proprio laddove non credevamo di incontrare.
Nelle prime tappe di questo Cammino di Santa Barbara l’oziosa questione si arricchisce di un dettaglio non da poco. Le partenze sono sempre in salita e, siccome, non ci sono punti di rifornimento d’acqua durante il percorso (o se ci sono si trovano abbastanza distanti) ti devi muovere sin dall’inizio col pieno d’acqua sulle spalle: ergo tre chili in più, che su uno zaino di dieci chili non sono proprio poca cosa. Il lato positivo è che lo sai sin dall’inizio quindi non hai sorprese. Quello negativo è che ti fai un mazzo così sin dal primo vagito di avventura.
Da Nebida a Masua sono poco più di tredici chilometri, una tappa breve se non fosse per le salite di cui sopra. Imperdibile una visita a Porto Flavia, una struttura che si sviluppa dentro la falesia di fronte al bellissimo scoglio di Pan di Zucchero, grazie alla quale i minerali provenienti dalle miniere della zona venivano scaricati da vagoni ferroviari, dentro la montagna, in nove immensi silos e poi smistati su nastri trasportatori che li conducevano direttamente alle navi attraccate proprio sotto la montagna. Una struttura progettata negli anni Venti del secolo scorso che ancora oggi stupisce per ingegnosità ed efficacia.
La tappa successiva, quella da Masua a Buggerru, è una delle più impegnative di questo Cammino. Ovviamente si sale (e si scende), ma è arrivati al mare che il fascino di un’esperienza unica ti presenta il conto. Si cammina a lungo su sabbia e rocce, soprattutto rocce. Non pietre o sassi: rocce. Roba che ti fa rimpiangere le pietraie (usuale incubo dei camminatori).
Incontri pure un paio di spiaggette con bagnanti che ti guardano come il cugino scemo: loro spalmati sulla sabbia e tu, sudato e vestito di tutto punto, imbullonato al tuo zaino come un martire imbarazzato nella scelta della causa per cui immolarsi.
Poi però arrivi a Buggerru e trovi una spiaggetta sulla quale ti spogli senza pensarci su, metti i piedi ammollo nell’acqua (ancora freddina) e il senso del martirio è improvvisamente chiaro. Come la bottiglia che ti ritrovi tra le mani che tu sorseggi come un elisir e che il resto del mondo, quello senza zaini imbullonati alle spalle, chiama sbrigativamente birra.
2 – continua

