Per una volta mettiamo da parte i dubbi, le diffidenze persino l’atavico (e spesso giustificato) pessimismo che, come divise, indossiamo ogni mattina che Dio manda in terra, e ringraziamo una bambina di otto anni. È lei, Alessia La Rosa, che ci ha fatto riconciliare con un mondo immondo – e mai allitterazione fu più spontanea – e che ha reso possibile l’impossibile: scardinare i nostri sentimenti, rimescolarli, spremerne le gocce migliori, come lacrime sincere.

Alessia aveva unapassione indomita per il calcio, per il suo Palermo. E, come saprete, era malata di cancro. Tutti conoscevano il suo destino, tutti se ne sono fottuti di quel destino e l’hanno incoronata principessa di un regno fatato e perciò bellissimo. Perché le fiabe sono così, eternano il momento, calpestano le regole crudeli della biologia, ci fanno sentire veramente, almeno per una volta, tutti uguali.

Così quando se n’è andata, nel più tragico dei finali annunciati, si è concretizzato il miracolo: ognuno, a modo suo, ha cercato di fare meglio il suo mestiere di essere umano. I genitori si sono trovati sommersi dall’amore di chi lo aveva promesso. Dai tifosi della sua squadra alla presidenza del Palermo (ammirevoli), dalle altre curve di altre società calcistiche ai giocatori che non le hanno mai risparmiato attenzioni. E poi il maestro di danza, il parrucchiere, i medici…

Se c’è un momento in cui la sovraesposizione mediatica e la condivisione social non hanno controindicazioni, quel momento è questo. Perché è bello e persino giusto che chiunque usufruisca del diritto di stringere quel corpicino iconicamente e tragicamente esile. Quindi sì, parliamo di lei, perpetuiamo la sua forza giovane, ricordiamo il suo sorriso, postiamo foto per giorni, mesi, anni. Magari non chiamiamola più guerriera, che di guerrieri abbiamo tragici esempi in questi tempi, ma è un dettaglio che nel segno delle prime intenzioni di questo post va tenuto in secondo piano.

Alessia, una bambina coraggiosamente bambina, ha commosso tutti noi. È impossibile – lo dico per me e sono certo che lo sia anche per voi – parlarne senza che gli occhi luccichino. E sta in questo il suo miracolo: nell’averci sintonizzati tutti con un sentimento comune, che non ha colori, pregiudizi, censo.

Se istituissero una giornata dell’amore che va oltre le baggianate del 14 febbraio, dovrebbero intitolarla a lei. Alessia: che resterà sempre una bambina anche quando noi saremo decrepiti; che ci ricorderà la forza dirompente di un sorriso; che renderà speciali anche righe banali come queste.  

DiGery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

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