Storia di Filippo, morto prima di Facebook

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Filippo era un riassunto di varie perfezioni. Era bello, era colto, era furbo, era affettuoso, era divertente, era altruista. E aveva il più ironico senso del tragico che abbia mai conosciuto. La sua storia l’ho sempre avuta dentro, ma chissà perché non l’ho mai raccontata. È vero, a Filippo ho dedicato un libro, ma la sua storia è rimasta nella mia memoria e in quella di chi lo ha conosciuto e lo ha amato. Come la mia amica Manuela che l’altro giorno ha postato una sua foto su Facebook. Ed è proprio grazie a quell’immagine che mi è venuto in mente ciò che mi era passato di mente: la storia di Filippo è rimasta di pochi perché lui se n’è andato troppo presto, in una notte di febbraio nel 1994, quando ancora gli unici social network erano i telefoni di casa e i citofoni.
Allora ve la racconto, questa storia. Mettetevi comodi.
Filippo Carollo era un mio compagno di classe al liceo, per quattro anni è stato seduto nel banco davanti al mio, per quattro anni ha fatto i compiti a casa per me, per quattro anni mi ha suggerito le soluzioni dei problemi di matematica (era un genio in matematica), per quattro anni mi ha passato le versioni di latino e greco, per quattro anni ha tradotto le canzoni dei Beatles e degli Earth Wind & Fire per me, per quattro anni è stata la spalla sulla quale appoggiare le mie incertezze scolastiche e non solo.
Era uno che passava i compiti in classe, ma siccome era furbo e non voleva essere sgamato, li passava aggiungendo una quota ragionevole di errori in modo che si evitasse l’effetto fotocopia. Una volta esagerò in prudenza e mi fece rimediare un tre in matematica, appunto: non mi arrabbiai solo perché avevo piena contezza del mio stato di minorità dato che non sapevo (non so ancora) fare una divisione.
Filippo era il mio mito. Anche per come si muoveva con le ragazzine. Solo in un campo ero più bravo di lui: l’italiano scritto. Non che lui non sapesse scrivere, ma nei temi era molto… matematico: soggetto, predicato e complemento, sette assicurato. Io, con i miei traccheggi da neo-sofista implume, facevo di meglio. Ma era tutto fumo, l’arrosto stava sempre dalle sue parti.
Amava l’America, si credeva un cowboy metropolitano, fumava Camel ed era un asso a basket. Villeggiava a Casteldaccia e ogni pomeriggio d’estate trascorso con lui era una riserva strategica di risate. Persino quando ci fregarono le Vespe nel garage di casa sua, non rinunciò all’appuntamento con due ragazzine (una doveva essere per me, ma sbavava ovviamente per lui) e tirò fuori due biciclette: “Forza, andiamo che si fa tardi”.
Quello della scuola fu il suo periodo d’oro. Finito il liceo, lui, gonzaghino dolcemente snob e cazzeggiatore professionista, cominciò a perdere smalto. Si tumulò all’università, con ottimo profitto of course, e si arenò su un comodo posto in banca. Ci allontanammo, o meglio si allontanò probabilmente perché non voleva mostrarsi in un tramonto forzato. Fece un matrimonio sbagliato che lo spense in pochi anni. Una volta mi invitò a casa sua dove sua moglie (ancora non ex) teneva i divani del salone coperti dai lenzuoli per paura che si impolverassero. Senza bisogno di chiedere, capii che anche la sua visione matematica della vita lo aveva abbandonato se un’addizione di vite aveva dato quel risultato.
Ma Filippo non si arrese. Rimessa in carreggiata la vita sentimentale, finalmente con la sottrazione giusta, riallacciò i rapporti con i suoi ex compagni di classe che erano anche i suoi amici. Io a quei tempi veleggiavo verso impervi lidi professionali e sportivi, insomma ero distratto da giornali, da montagne da scalare e da altre amenità, e il mio tempo libero era votato a recuperare le ore di sonno necessarie per poterne perdere sempre di più. Lui incontrò Andrea Biondo, uno spassosissimo compagno di cui vi racconterò un’altra volta, che lo guidò per le strade di una innocua perdizione: femmine, viaggi senza preavviso, cene, notte insonni, frigo sempre pieno di birra.
Ricominciò con lo sport: calcetto.
Ricominciò a farsi vivo: calcetto? No grazie, gli sport di palla non mi competono.
Ricominciò a ridere, anzi a sghignazzare con la sua caratteristica risata acuta e coinvolgente.
Quella notte di febbraio del 1994, tutto questo mi raccontò. Del suo ricominciare e del suo voler ricominciare con chi diceva lui. Bevemmo insieme, c’era anche Andrea e ridemmo di un micidiale incrocio di fidanzate nel quale si erano trovati imbrigliati loro due, così diversi eppure così perfetti in un cocktail di pulsioni sideralmente opposte. Eravamo fuori Palermo, al matrimonio del nostro amico Dario, anche lui compagno di classe, anche lui compagno di mille avventure. Alla fine prendemmo insieme la strada di ritorno, su due auto diverse. Lui e Andrea andavano avanti. Sino all’ingresso in autostrada, quando ci fermammo per fare pipì. “Ci vediamo a casa mia?” chiese Andrea. “Il frigo è pieno”. Ma era tardissimo e l’ultima frase che Filippo mi disse fu: “Troppo sonno Ge’”. Ge’ , me lo ricordo. Ge’.
Mai mi aveva chiamato con l’abbreviazione di un nome che è già un’abbreviazione, forse perché aveva davvero troppo sonno. O chissà.
“Vabbè ci sentiamo domani”. Sgommai davanti a loro.
Non li vidi mai più.
Andarono fuori strada verso Santa Ninfa e si spensero dentro la macchina, lontano dagli occhi di tutti noi. Dai miei soprattutto, che li avevo visti per ultimo. Non mi perdonai mai – e non me la perdonerò – quell’accelerata verso casa, verso il letto che mi avrebbe coccolato ingiustamente mentre Filippo e Andrea sparivano inghiottiti dal buio di un’alba giovane come loro. Seppi della tragedia dal notiziario di Tgs, l’indomani a pranzo, mentre pensavo di chiamare Filippo per andare al cinema nel pomeriggio. Era domenica. Non c’era Facebook. Faceva freddo, più dentro che fuori. La storia finì lì, nella memoria di chi è rimasto. E forse è meglio così. Probabilmente contro la retorica degli addii vale la stessa regola di quando ti fregano la Vespa prima di un appuntamento con la ragazzina.
“Forza, andiamo che si fa tardi”.

  

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