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Da Fickr, foto dell'autrice

di Cinzia Zerbini

“Buonasera, come sta?”
“Male signora, male”.
Era un po’ di tempo che non lo vedevo, il posteggiatore – gentiluomo. Quello  a cui, dopo una brutta avventura e un’accurata indagine di mercato,  affido la macchina.
“Sto male signora – prosegue – Mi ho lasciato con mia moglie”.
“Mi dispiace, è stato per l’aborto?”.
Il posteggiatore in questione aveva raccontato a me e a all’intero quartiere che la consorte, incurante del suo parere contrario, voleva “fare l’aborto” del secondogenito.
“Sì  – risponde – Ora vive dai suoi genitori. Io il 18 marzo sono tornato a casa e non ho trovato niente. Si era portato tutto: dalle fotografie ai vestiti del bambino. Ora ha messo in mezzo l’assistente sociale”.
“Perché?”.
“Perché ho fatto una sciocchezza: mi ho impiccato”.
Lo osservo con la curiosità di chi vede per la prima volta il viso di un suicida fallito.
“E chi l’ha salvata?” domando.
“Un mio amico. Io gli avevo mandato un messaggio dicendo di salutarmi tutti, compresa la mia sposa, e che la mia vita era finita. Così lui è arrivato a casa mia, ha spaccato il vetro di una finestra e mi ha preso. Se ritardava un attimo, morto mi trovava”.
Quando mi consegna le chiavi della macchina chiedo: “Il bambino, adesso lo vede?”.
“Lo vedo di nascosto all’assistente sociale”, mi dice sottovoce.
“E se sua moglie se ne accorge?”
“Mia moglie lo sa. E’ d’accordo con me”.
Non ci capisco nulla e vado. Mentre sento che un altro automobilista lo saluta: “Peppe, come stai?”
“Male. Mi ho lasciato con mia moglie e mi ho impiccato”.

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