L’auto in cui morirono Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e in cui sopravvisse Giuseppe Costanza è adesso esposta a Palermo al Museo del Presente della Fondazione Falcone. Fino a qualche giorno fa era a Roma, alla scuola di formazione della polizia penitenziaria.
Non sono mai stato diffidente nei confronti dei simbolismi, a patto che ci tramandino significati che stanno nelle loro origini e non siano oggetto di spettacolarizzazione. La memoria è così: gode del perdurare dei significati originari, ma soffre per gli effettismi.
Nel 2017 con Salvo Palazzolo portammo al Teatro Massimo per le “Parole rubate”, la prima opera della trilogia sui misteri delle stragi del 1992, la borsa di Paolo Borsellino e il computer portatile di Giovanni Falcone. Li portammo sul palco perché erano elementi fondamentali del racconto che era stato costruito proprio su quei simboli. Insomma erano catalizzatori di riflessioni, alcune delle quali molto dolorose e, diciamolo, scomode.
L’operazione del Museo del Presente è diversa ed è perfettamente in linea con la strategia della Fondazione Falcone. L’auto è un totem di memoria in un contesto che proprio e solo nella memoria trova il suo core business. Quindi il simbolo fa il suo egregio lavoro. Tuttavia è il contesto che toglie qualcosa alla bellezza del verso.
Negli anni Maria Falcone è riuscita a innescare un’incredibile serie di polemiche che si sarebbero potute evitare con una minima apertura al vero senso di memoria condivisa. La sua predilezione per la classe politica dominante e una certa inclinazione per le verità elargite (da lei) sono riuscite nell’impossibile: far coalizzare i “dissidenti”, far allontanare altri protagonisti importanti di quell’epopea sanguinosa. Penso ad Alfredo Morvillo, ai figli di Paolo Borsellino,allo stessoGiuseppe Costanza. Alla fine Maria Falcone ha trasformato la commemorazione del 23 maggio in una corsa a ostacoli per cercare di schivare i fischi: difficile fare peggio.
In questo senso l’auto di Falcone a Palermo, che in un’evoluzione storica senza le forzature di cui sopra sarebbe stato un evento inattaccabile su ogni fronte, rischia di segnare un’ennesima frattura tra una Fondazione che guarda il mondo dall’alto, forte di un’indiscutibile copertura politica a prescindere dalla qualità delle sue iniziative, e il resto dell’umanità che quello stesso mondo lo sbircia ad altezza uomo qualunque e che si chiede, ad esempio, perché nel suo ultimo riposo terreno Giovanni Falcone sia stato separato dalla moglie Francesca Morvillo, pure magistrato, morta con lui. Ma il tema è troppo plebeo e di scarso effetto mediatico per meritare una risposta a favore di telecamera.


Sono d’accordo con te sulla gestione della fondazione Falcone che prima si chiamava anche Morvillo. La gestione della fondazione da parte della sorella è più che altro una società di spettacolo, ora dotata anche della macchina blindata della strage. Vorrei anche ricordare che per il 30 anniversario della morte di Falcone la sorella ha fatto rifare la cravatta Marinella che lui usava i cui guadagni sono andati alla fondazione. Io ho lavorato con Falcone dal 1978 sino al 2006, quando mi sono trasferita a Reggio Emilia avendo vinto il concorso come direttore amministrativo ed i rapporti con la sorella erano estremamente scarsi. Con l’altra sorella erano invece frequenti. Aver poi distaccato le due salme è veramente inqualificabile.