Da Nuraxi Figus a Carloforte.
C’è un momento che aspetto e temo alla fine di ogni cammino. È quello del consuntivo. Il momento in cui ti rallegri con te stesso perché anche stavolta ce l’hai fatta: e con gli anni che passano – lo confesso – l’autostima non passerebbe l’antidoping giacché il mix di orgoglio ed endorfine è qualcosa di molto simile a una droga. Il momento in cui vuoi ringraziare: Valentina e i ragazzi dellaFondazione Cammino di Santa Barbarache mi hanno assistito e accudito; Iole carissima amica siculo-sarda che mi ha convinto a esplorare questo tratto di Sardegna; Francesco che mi ha guidato ogni giorno con le sue previsioni meteo; Giovanni che ha rivestito di storia le stanze spoglie della mia ignoranza; mia madre che ha messo la sordina alle sue preoccupazioni quando non aveva mie notizie. Il momento in cui metti in fila le cose che ti resteranno. Questo è il capitolo in cui mi consento qualche omissione dato che ci sono esperienze la cui efficacia è tutta in ciò che tieni dentro e raccontarle ne sminuirebbe il valore.
Insomma ho attraversato montagne, e non per metafora, ho guadato ruscelli, ho collezionato punture di zanzare e tafani, ho camminato su pietre e sabbia, ho esplorato vecchie miniere, ho dormito nel nulla, ho accarezzato pietre messe lì da uomini di oltre tremila anni fa, ho mangiato curlugiones come se non ci fosse un domani, ho goduto dell’assenza di campo del cellulare, mi sono perso e ho ritrovato la strada con fatica meritata (chi si perde ha comunque una colpa), ho cenato con una volpe, ho fatto aperitivo con due cani da pastore, ho indossato un pensiero diverso ogni mattina e me lo sono tenuto stretto sino alla sera. Ma soprattutto ho marciato nella storia e nella cultura di un’isola che non conoscevo.
Per rispondere ad alcune domande che mi sono state poste (anche privatamente) apro una parentesi tecnica. Il Cammino di Santa Barbara in versione integrale, circa 500 chilometri, è per camminatori esperti. È diverso da altri cammini, tipo quelli spagnoli: si va quasi sempre in autosufficienza (quindi carichi di acqua) e ha alcuni passaggi molto scoscesi seppur bellissimi. Il consiglio per chi non ha la adeguata preparazione è di programmare tre, quattro tappe (o anche più) e poi fermarsi magari per visitare luoghi fuori dal turismo di massa e dedicarsi alle delizie gastronomiche. Per l’attrezzatura ognuno ha le sue preferenze. Soprattutto per le scarpe: io detesto gli scarponcini – ma è una mia fissazione – e ho usato delle scarpe da trail una misura e mezzo più grande di cui non posso fare il nome (ai giornalisti è giustamente vietato fare pubblicità) ma che lo scorso anno avevo avuto il privilegio di provare in una versione di prova. Per lo zaino vige la nota regola del tre: tre magliette, tre mutande, tre paia di calze, per tutto il resto c’è un panetto di sapone di marsiglia.
Chiusa la parentesi tecnica.
La caratteristica che rende unico questo cammino è che la fatica ti ripaga sempre, più che in altre esperienze. Non sei mai solo anche quando sei solo perché è un continuo succedersi di storia e di storie: c’è sempre una pietra, una galleria, un anfratto, un esempio di archeologia industriale, un racconto imprevisto a ricordarti che non sei lì per caso. Una sorta di predestinazione turistica.
Certo, l’ideale per capire il mio trasporto sarebbe leggere queste righe con uno zaino di dieci chili sulle spalle: in fondo la complicità è anche un patto di follia e sacrificio in percentuali variabili.
Ma per quello, chissà, c’è tempo. Io ora nel mio terrazzino vista mare a Carloforte sono di nuovo uno di voi. E la foto di questo post è un modo di brindare alla salute di chi mi ha seguito con un affetto di cui non credo di essere degno. Non finisco di stupirmi di quanta curiosità sopravviva in questo mondo che nella curiosità vede un pericolosissimo nemico.
Anche per questo grazie di cuore.
15 – fine
Tutte le puntate le trovatequi.


Grazie di cuore mio caro Gery per queste letture quotidiane che danno ristoro anche se l’autore è stanco, ha i piedi doloranti e le gambe legnose. Gli occhi e il cuore del lettore si arricchiscono delle tue immagini che resteranno per un po’ in attesa di nuovi cammini. Poi come sai ho un legame speciale con la Sardegna e qualche tuo scorcio di coste di granito e di boschi fitti mi hanno ricordato le mie di passeggiate ed escursioni. Viva la Sardegna e i suoi abitanti da sempre combattenti per la libertà.
Grazie a te, Totò caro. La tua attenzione per i miei diari è un premio.
Meritato riposo… quando t’arricampi da queste parti? :)
Il tempo di trovare il sentiero giusto