Nell’allarmante normalità dell’epidemia di distrazione collettiva che dai social trae linfa ma nei social non si esaurisce, il caso del post in cui si intima a Meta di non usare i nostri dati personali è emblematico e pericolosamente simbolico.

Si tratta di una bufala che va avanti da anni e che si arricchisce di dettagli di contagio in contagio: non è il caso di insistere sulla sua evidente vacuità logica. Il dato che impressiona è legato al fatto che chi ci casca non è il neofita del web o l’incolto spammatore di scemenze. No, ci cadono persone che riterresti insospettabili, come si diceva un tempo “gente che ha studiato”. Il pensiero prevalente, quando si fa notare la grottesca natura del messaggio e del suo obiettivo, è sempre lo stesso: io per sicurezza lo spammo, tanto non mi costa niente.

E invece costa.

Costa al briciolo di coscienza critica che ci è rimasta, coi suoi sani dubbi, con le diffidenze, con la capacità di riflettere sulle cose semplici (basterebbe solo dedicare un paio di secondi all’assurdità di un post copiato e incollato che non vale niente sia come dichiarazione di intenti che come mezzo legale).
E non è manco pigrizia giacché per pigrizia semmai ci si tira indietro e non ci si fa avanti con tesi ridicole.

È il disastro dell’attenzione minima, la Caporetto della ragion veduta (che non è ragione ed è tutt’altro che veduta).
Non ci si interroga più neanche sulle cose elementari, cioè quelle che rischiano di farci sommergere dalle pernacchie. Figuriamoci i temi complessi.

La soglia di attenzione è sepolta sotto le macerie dello scrolling compulsivo. Non importa se è vero, se è plausibile, ma se è rapido ed evanescente.  

Triste è l’epoca in cui il cervello non vuole pensieri.    

DiGery Palazzotto

Uno che scrive. Sei-sette vite vissute sempre sbagliando da solo. Sportivo nonostante tutto.

1 commento su “Il cervello non vuole pensieri”
  1. Però a me hanno detto che è Mark Zuckerberg in persona che legge che tu non dai il tuo permesso e se lo segna su un taccuino per non dimenticarselo…

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