Non prendetela come un’autopromozione, non vi devo vendere niente. È una minima storia che mi riguarda e che, al contempo, può dirci qualcosa dei tempi che cambiano.
Quando nel lontano 2006 inaugurai il mio blog (gerypalazzotto.it) i giornali avevano ancora un importante monopolio dell’informazione, sebbene i venti di crisi iniziassero a soffiare con forza sulle aziende editoriali. Era un piccolo blog sulla piattaforma blogspot e lo aggiornavo nottetempo quando finivo il mio lavoro in redazione. A poco a poco, in un divenire lento e quasi impercettibile, le cose cambiavano, e non solo dalle mie parti. Non me ne accorsi subito, come tutti. Ma drizzai le antenne, come non tutti. Le cose stavano cambiando e c’erano due modi per affrontare la situazione: trovare una strada nuova o rimanere su quella vecchia. Tutt’e due le soluzioni presentavano rischi. C’è una splendida frase di Neil Simon che dovrebbe guidarci in questi casi: “Se non si rischiasse mai nella vita, Michelangelo avrebbe dipinto il pavimento della Cappella Sistina”.
Scelsi la strada nuova non perché fossi votato all’eroismo, ma perché ritenevo esaurito un percorso professionale. Fu un salto nel buio. Da un giorno all’altro mi ritrovai senza uno stipendio e con un conto in banca tendente al rosso. Ero poco più che quarantenne, venivo da un periodo personale complicato, ma avevo riconquistato la capacità di saper sbagliare da solo. Fui fortunato. Nel giro di pochissimo tempo cominciai a lavorare come consulente editoriale e come ghostwriter. Capii che ce la potevo fare senza il posto fisso, intuii l’importanza di quello che allora si chiamava telelavoro, il progenitore del moderno smart working. Viaggiai molto e scrissi altrettanto, a distanza: spesso con collegamenti precari, “a carbone” rispetto a quelli di oggi.
In tutto questo trovai un alleato prezioso: il blog. Con gli anni, grazie a quelle pagine web, cambiai lavoro molte volte. Così arrivarono nuovi stimoli, tutti legati all’innovazione, che culminarono nell’esperienza meravigliosa coi teatri. Ma, come sappiamo, il futuro non prevede intermezzi e quando abbiamo l’illusione che ci sia una pausa all’orizzonte è in quel momento che dobbiamo rimboccarci le maniche e sgobbare di più.
Andò bene anche quando gli immancabili sgambetti fecero il loro lavoro.
Oggi, diciannove anni dopo quel primo ingenuo post (non esistevano i social) il blog non è più un simbolo di resistenza contro lo scetticismo di chi guarda il nuovo come un potenziale nemico, ma un motore fondamentale di tutto ciò che mi fa campare dignitosamente. Un post dà il la a un articolo per un giornale classico, un podcast figlia un libro, un longform sfocia in uno spettacolo teatrale, la voce umana anima le letture telematiche e così via.
C’è un’altra frase, meno famosa ma cruciale, che ricordo e che mi è capitato di riprendere qui e altrove. La pronunciò negli anni ’90 un caporedattore del giornale in cui lavoravo: “Propongo di non scrivere la parola ‘internet’ sui giornali perché è una cosa che entro tre mesi finisce”. Ecco, riassume un vizio sempiterno e pericoloso, ieri come oggi: sminuire tutto ciò che ci è estraneo, ridurlo non all’inconsistenza ma alla inesistenza. Nella politica, nell’informazione, nella cultura e nella vita ordinaria.


L’aneddoto finale dice molte cose. Comunque non sapevo che Crozza fosse stato caporedattore nel tuo ex giornale
Io non sono piu’ giovanissimo ma anch’io ormai ho capito che con l’INTERNETTE si possono fare tante cose.
Il mio bis-bis-nipote dice che ci puoi pure prenotare i viaggi, pero’ io non mi fido perche’ a quanto pare appena tiri fuori la carta di credito i pirati informatici ti leggono i numeri attraverso lo schermo e poi vanno in banca al posto tuo e ti tolgono i soldi.
Cosi’ quando voglio fare una gita mi rivolgo alla mia agenzia fidata CAPUOZZO VIAGGI che e’ proprio sotto casa mia e ti fa tutto in modo sicuro anche se paghi dieci volte tanto “per le commissioni”.