Scorciatoie ovvero sveltine

Qualche giorno fa avevo accennato alle scorciatoie mentali, rinviando la discussione a un altro momento. Che ora è arrivato.
Scrivo da Fidenza, tappa importante della Francigena, nella consueta serata post-sfacchinata: del resto la giornata è talmente piena di gioia, stupore e fatica che solo a sole calato si riescono a trovare il tempo e la lucidità (lucidità è parola improvvida con questo caldo e questi insetti) per fermarsi e narrare.

Stamattina, mentre scarpinavo sotto un sole ancora più forte di quello di ieri – con una distanza quasi doppia e al contempo con la metà degli alberi – per contrappasso mi è venuta in mente la storia delle scorciatoie. Perché, in partenza, avrei potuto ridurre notevolmente l’itinerario uscendo dalla Francigena e sorbendomi la strada statale, ma così avrei perso ogni riferimento con lo spirito di questa tappa: che è pianura e pietre, verde e arsura, deserto e immaginazione. La scorciatoia sarebbe stata agevole, come la versione di comodo che diamo sui social quando citiamo frasi di scrittori che perlopiù mai abbiamo letto, per ribadire il nostro andare controcorrente, il nostro essere fuori dal gregge, il nostro essere forti contro le avversità. Poi, altrettanto perlopiù, non abbiamo il coraggio di mollare la persona che ci avvelena la vita, viviamo come reclusi tra lavoro e dopolavoro che è un prolungamento del lavoro solo che non è retribuito, e l’unico dito che abbiamo alzato per opporci è quello sul telecomando di una tv di cui un’altra persona paga le rate.
Pensavo che di persone così ne conosco. Forse, azzardo, se dovessi fare qualche numero direi che sto attorno al 35- 40 per cento delle mie conoscenze (conoscenze, non amicizie). E realizzavo che quella contro la tentazione per la scorciatoia è l’unica resistenza che oggi, dopo anni di fallimenti, mi riesce discretamente bene. Non per mia virtù, ma perché anche la psiche sviluppa i suoi calli.

La scorciatoia mentale, la più pericolosa delle scorciatoie, non ha nemmeno uno dei vantaggi di quelle di altro stampo o genesi. Geograficamente la scorciatoia ha le sue ragioni: si risparmiano tempo e fatica, poi magari si rischia sull’itinerario (a questo proposito mettiamo un segnalibro per le prossime puntate, perché le alternative di Google Maps sono ogni tanto esilaranti se non drammatiche).
Ma che senso ha inventarsi uno sconto sul ragionamento?
Ok, devo stringere perché oggi la riflessione è stata lunga come la strada, e probabilmente ha risentito della temperatura.
Per esperienza so che il caldo estremo (come il freddo) misto alla fatica ha questo di buono. Ti insegna a diffidare della peggiore delle scorciatoie: quella che ti impone di trovare al più presto un nemico per dimostrare coerenza con te stesso, coi tuoi ideali.
È un peccato che ci si debba ridurre assetati e mezzi rincoglioniti per apprezzare il passo lungo, il nastro di sentiero che scorre, la solitudine dei tuoi passi, la responsabilità dei comportamenti, tutti: con ampio dispendio di metafore.

So di cosa parlo perché purtroppo non sono sempre nello stato di grazia del camminatore o dello sciatore solitario. La scorciatoia nella maggior parte dei casi è una sveltina. È l’alibi comodo per le inadeguatezze che non sappiamo a chi accollare, ma che sono solo nostre. Tutti lo sanno, nessuno ce lo dice: perché vige un sistema di reciprocità della minchiata col quale manco i complottisti di QAnon riescono a tenere il passo. È questa una delle emergenze del nostro ordinario, che ci crediate o no. E se non ci credete cazzi vostri, ma cercate di non farmelo sapere.
Bando alle chiacchiere, pensateci: quando non potete prendere sonno e avete la fortuna (!!!) di avere qualcuno accanto che vi racconta una storia, avreste mai il coraggio di chiedere una short version?
Ecco, funziona così.
Sempre.
Quando camminiamo sulla Francigena, quando ci spalmiamo sulla sabbia di una spiaggia tropicale, quando ricicliamo il pranzo dai parenti come evasione e la felicità col coniuge cornuto come vera realizzazione di un amore che abbiamo pestato sotto i piedi.
La dignità è fatica perché ammette gli errori. La scorciatoia è fatica inutile, perché gli errori si illude di cancellarli.
Dal senso della vita al senso del ridicolo il passo – soprattutto trattandosi di cammino – è breve.

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Le misure non contano

Le misure non contano. Almeno quando si tratta di distanze, sul resto ho idee non pubblicabili. Quando dovete percorrere un itinerario la prima cosa che fate è guardare la distanza. E istintivamente vi comportate di conseguenza: felici se è breve, preoccupati se è lungo. E qui sta l’errore!

Esperienza di camminatore insegna che il chilometraggio è solo uno dei parametri da considerare in un cammino. Gli altri, non meno importanti, sono il dislivello, la presenza di fonti di acqua o di punti di ristoro, e soprattutto la temperatura e le condizioni meteo.
Ad esempio, la tappa che mi ha portato ad Alseno, ridente località dell’Emilia, oggi era di soli 13 chilometri. Una bazzecola. Invece erano 13 chilometri con un sole a picco, senza una sola fonte, in mezzo a lande dalla terra spaccata, con tanto di borgo fantasma, e soprattutto con sei alberi, e relativa ombra, in tutto: cioè uno ogni 2,1666 chilometri col 6 periodico.
Ovviamente non è la prima volta che mi accade una cosa del genere, ma oggi è stata faticosa (e a suo modo unica) perché il mio approdo era un B&B nel nulla della landa emiliana. La casa che mi ospita è infatti a 3,5 chilometri dal centro principale ed è circondata da campi di pomodoro e pollai: a questo proposito mi sono reso conto che oggi ho mangiato almeno due chili di pomodoro, così strada facendo, e ho incrociato due galli che facevano la ronda fuori dal loro territorio, più permalosi dei cani da guardia.
Il B&B in questione è gestito da una madre e un figlio abbastanza giovani e abbastanza strani da farmi venire in mente Psyco. Sono stati estremamente gentili non appena mi hanno visto arrivare moribondo al cancello, mi hanno offerto acqua e pomodori (uno dei due chili). Ma il colpo di scena è arrivato più tardi, quando ho chiesto informazioni su un posto in cui poter cenare. Mi hanno dato due indirizzi, a tre chilometri e mezzo di distanza (al solito, 3,5 più 3,5 fanno 7 chilometri da mettere nelle gambe). Ebbene, solo arrivato in paese ho scoperto che questi ristoranti/pizzerie non esistono più da oltre due anni: finiti, chiusi, spariti.
Non vi nascondo che ci ho pensato prima di decidere se tornare a casa al Bates Motel o dormire su una panchina, nella serena disperazione di una cittadina deserta.
Comunque il problema del ritorno lo avevo messo nel conto oltre che per le ragioni di cui sopra, anche perché gran parte della distanza da coprire è su strada provinciale stretta e senza marciapiede.
Caratteristica di questa strada: non passa quasi mai nessuno, ma le poche auto che passano vanno a duecento all’ora. Che è quello strano fenomeno per cui quando devi giocare a chi ce l’ha più lungo fai il gradasso solo se sei senza concorrenti. Soprattutto al calar del sole. Ecco il secondo comma della mia paranoia sulla strada: il buio. Per questo ho deciso di cenare a orario altoatesino, tipo alle 18,30. Con la pizza che scendendo nel mio esofago si guardava intorno spaesata chiedendo se era lì per l’aperitivo o per sbaglio.
Infine nel nulla di questa landa dove manco il cellulare prende – la Vodafone, a turno dopo i casini di Dazn, dovrà spiegare perché in questa zona dell’Emilia, quindi in piena Italia mica allo Zen di Palermo dove peraltro i cellulari, almeno quelli, funzionano benissimo, la copertura è scarsissima – un refolo di 4… 3… 2G mi ha mostrato le immagini social delle vacanze intraprese dal popolo delle mie timeline.
E la cosa mi ha fatto sorridere perché ho imparato che l’indole delle persone, i loro gusti, persino la loro fantasia, si misurano da come trascorrono le vacanze. E, va detto, non c’è un modo giusto e uno sbagliato. C’è un ambito, c’è una esigenza, ci sono ragioni sociali e ragioni di buon gusto. Come la cultura, la cui fruizione ha mille sfaccettature, il viaggio delle vacanze rispecchia chi siamo e soprattutto cosa ci aspettiamo di diventare.
Detto questo, che minchia ci fate tutti a Pantelleria con l’etichetta “wild wild wild” nelle vostre storie social?

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Zanzare e onanisti

Se c’è una parola di cui negli ultimi due anni abbiamo abusato, quella parola è resilienza. Nelle strettoie del lockdown e nelle torture sociali della pandemia ci abbiamo messo dentro tutto quello che probabilmente non conoscevamo e che eravamo costretti a far finta di conoscere, ob torto collo. Solo che in realtà quella non era resilienza, ma semplice scelta obbligata. Perché mai un trauma e un periodo conseguentemente traumatico era mai stato così globale. Banalmente era così per tutti. Quindi la diluizione del mal comune abbatteva i pilastri dell’essenza di quella resilienza che in qualche modo richiama una sorta di eccezionalità nel saper resistere a ciò che è duro, difficile, arduo.
La conferma a questa tesi viene dalla semplice constatazione del dopo.
Chi resiste davvero si fortifica?
Ne usciremo migliori. Ricordate?
È andata com’è andata. E ne siamo usciti ben peggiori.
Quelle difficoltà non ci hanno insegnato un bel nulla. Probabilmente perché erano difficoltà spalmate su un pianeta che le trasformava istantaneamente in consuetudine.

Il preambolo – troppo lungo, ma non mi va di accorciarlo – mi serve per agganciarmi all’esperienza di questo agosto 2022: Via Francigena, Italia, uno zaino, un cristiano, una giovinezza perduta, una tappa al giorno, una scoperta continua, un futuro da trattare con rispetto.
La resilienza che sto collaudando, in questo momento, ha a che fare con un tavolo sgangherato in un paese che si chiama Roveleto e che, così a botto, vi pare un refuso.
Invece in questo viaggio a tappe in un’Italia senza vetrina, sto imparando che noi siamo i narrati e i narratori e che aspettando il giorno in cui qualcuno dovrà prendere carta e penna in mano per scrivere, nessuno narrerà. E questo non va bene in questo paese distratto, più onanista che autoreferenziale.
Comunque, dopo una giornata di cammino non troppo impegnativo (19 chilometri in pianura sono poco più di una passeggiata in questo frangente), stasera mi nutro di una pizza stracotta – io la preferisco poco cotta ma vabbè – e più di me si nutrono le zanzare che se ne fottono di Vape, Autan e altri rimedi la cui efficacia rimanda alle sanzioni europee contro Putin: molta réclame, nessun effetto visibile.
Ecco, il vero paradigma sul quale tarare un modello eterno di resilienza non è un virus, ma un insetto. Un minuscolo essere vivente che tu vorresti estinto ma che gli scienziati proteggono come totem della biodiversità, o come cazzo si chiama. Il Coronavirus ci ha insegnato che siamo fragili, la zanzara che siamo abnegati.
Domanda. Perché mai dovremmo stare in una terrazza o su un balcone vista qualcosa a scegliere tra lo spolpamento a carne viva e l’intossicazione da Zampirone?
Risposta. Per allenare il più nascosto e complicato dei nostri muscoli: quello della resilienza (io da maschio so dove si trova ma non lo dico per decenza, le femmine ci pensino loro…).

In questa Francigena la zanzara è l’apostrofo rosso (sangue) tra le parole “mi gratto”. Dite che l’apostrofo non ci va manco spingendo a spalla?  Vabbè ne avanzate uno, o più di uno, come bonus per tutte le volte che scrivete po’ con l’accento, facendovi prendere in ostaggio dal T9.
Resilienza dalle minchiate, oh yeah.     

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Non c’è problema

Ho scritto un messaggio a un caro amico e collega, uno che lavora attivamente nei giornali, mica come me che approfitto dello spazio che mi concedono: “Bisognerebbe farsi l’Italia a piedi, fuori dai grandi circuiti (turistici, economici, politici) e raccontarne le storie. Molto istruttivo…”.
Perché da questa Francigena personalizzata ciò che sto traendo ha a che fare con le vicende umane, più che altrove, in altri viaggi in giro per il mondo.
Il merito è innanzitutto del mezzo sul quale viaggio: le mie gambe. Muoversi a piedi, più che farlo in bicicletta (per citare il parente stretto della camminata), ha un effetto di moltiplicazione delle sensazioni. Una specie di catalizzatore di emozioni. Ti muovi lentamente, con il tuo zaino sulle spalle, aspetti e pregusti, soffri e godi, sudi e ringrazi. Non esiste, a mio parere, esperienza così totalizzante come un lungo viaggio a piedi, senza sherpa e passaggi abusivi, senza scorciatoie fisiche e soprattutto mentali (un concetto sul quale torneremo prossimamente).

In questi giorni le uniche persone che ho incontrato sulla Francigena erano fuori dalla Francigena: il percorso dei camminatori è praticamente deserto, perché di questa parte del cammino non gliene frega niente a nessuno, col caldo, le zanzare e la maggior parte dei centri vitali chiusi per ferie.
Anima di giornalista impone: laddove non va nessuno, tu ci devi essere.
Questa è la teoria.
La pratica è che mi piaceva riprendere da dove mi ero fermato lo scorso anno (con un piccolo sconto di sacrificio nelle lande impossibili del Vercellese).
E il mio passo continuato diventa esperienza umana col contadino di Gambolò (andatevelo a cercare questo posto) che ha un piccolo B&B e che si offre di farti parcheggiare la macchina per il tempo necessario al tuo cammino, nel mio caso 15 giorni, senza chiederti nulla in cambio: “Ho spazio lì, se non le secca”. Ed è magia constatare che il riposo di una Toyota Hybrid sarà accanto a un trattore alto due metri e passa: la pacificazione del progresso con la tradizione, di ciò che arriva con ciò che consente che arrivi. Senza trattori non saremmo nulla, ricordiamocelo noi stolti cittadini freschi di manicure.

A Gropello Cairoli mi trovo in un posto splendido, Villa Cantoni, gestito da una coppia di curiosi, la migliore categoria di persone che esista. Quando capiscono chi sono e cosa ci faccio (lì e altrove) improvvisano un aperitivo per liberare la loro voglia di raccontare. Il posto in cui siamo trasuda storia. Casa natale del filosofo Carlo Cantoni e crocevia di antiche passioni risorgimentali, l’edificio, circondato da un giardino maestoso, meriterebbe un museo. Se ci fosse stata mia madre, avrebbe prenotato per i prossimi sei mesi. Ma si tratta di una cattedrale nel deserto, infatti Gropello Cairoli pur essendo inserito nel circuito della Via Francigena, non ha altro da offrire in questo periodo. Manco un ristorante, a parte un postaccio di affabili volenterosi dove puoi scegliere se mangiarti un panino sulla strada a favore di scappamento, all’interno con 35 gradi, o in una specie di cortile disastrato tra contenitori dell’immondizia e zanzare col bidoncino.

Chiusa la parentesi del misfatto di Pavia dove, come vi ho raccontato, un tale pretende di spacciare una stamberga per un appartamento in cui (soprav)vivere ad agosto, c’è la storia più emblematica di quelle raccolte finora.
Sono a Castel San Giovanni, Hotel Rizzi. Il percorso per arrivare qui è quasi tutto su asfalto, per fortuna la tappa è breve: appena 13 chilometri. L’hotel è distante dal centro abitato, in una landa semideserta: del resto se volevo trovare una accoglienza unz unz, andavo a Riccione.
Arrivo in tarda mattinata, come spesso accade, provato. L’hotel è deserto. Alla reception un ragazzo dissimula la pietà. Prendo possesso della stanza e sommessamente chiedo come fare a mangiare qualcosa. Il centro abitato è a due chilometri abbondanti: il che significa quattro chilometri a pranzo e quattro chilometri a cena. Otto chilometri in più per uno che viaggia a piedi (a 59 anni) sono un pessimo investimento sulle gambe che devono reggere sino alla fine.
Il ragazzo mi guarda e mi dice, con un fare che non so come reputo meravigliosamente meridionale: “Non c’è problema”.
Il tempo di farmi una doccia e c’è pronta un’insalata ricca come raramente ho visto. Fatta con le sue sante manine, che il dio dei receptionist lo abbia in gloria.
Più tardi incontro il proprietario dell’hotel, un tipo affabile e pacato, che mi spiega: “Solitamente in questo periodo chiudiamo il ristorante, ma siccome quest’anno ho alcuni dipendenti di una ditta che continua a lavorare nelle vicinanze, non mi è sembrato giusto piantarli in asso”.
Cucina on demand.
Nella grande sala ristorante (nella foto), che comunque mantiene tutti i tavoli apparecchiati (“sennò sembra triste”), siamo in otto a cenare stasera, cinque – i dipendenti di cui sopra – sono immigrati.
In cucina c’è il cuoco. In sala ci sono il titolare e la sua figlioletta che servono ai tavoli con una cura commovente.   
La cena è ottima. E, capite bene, non solo per il cibo.

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Libido social a picco

In un Cammino ci sono tappe faticose per la distanza e tappe faticose per il panorama. Gran parte della Francigena che scorre nella pianura Padana si barcamena tra questi due ambiti. Perché risaie e canali fluviali sono belli, ma il sole di agosto sta lì ad aspettarti passo dopo passo, chilometro dopo chilometro. E quando i chilometri sono venti, trenta e passa ti devi inventare qualcosa.
Da buon doc che fa bene i compiti io arrivo allenato: non solo per i muscoli, ma soprattutto per le temperature e lo stato mentale. Almeno quattro mesi prima di un cammino, in quanto ex maratoneta, comincio a mettere nelle gambe chilometri e clima, situazioni mentali e bagaglio sulle spalle. Come un maniaco mi alleno con uno zaino di almeno quattro chili (quello reale sarà intorno agli 11 chili) e soprattutto coi pensieri giusti. Perché la strategia vincente è tutta nei pensieri.
È una teoria che mi è capitato di illustrare più volte in dibattiti e interviste sul tema e che, per non annoiarvi, riassumo così: una missione in solitaria ha il vantaggio imperdibile che ti consente di indossare un pensiero ogni mattina, senza che nessuno ti possa imporre/consigliare di cambiare mood. Insomma, finalmente ti dedichi a una cosa tua, solo tua con la ragionevole certezza che se qualcuno ti romperà i coglioni sarà solo colpa tua.

La tappa di oggi era tra quelle da me più temute, perché ho scelto di fare una deviazione fuori dalla via ufficiale – la Francigena ha tappe impensabili dal punto di vista dell’ospitalità, con un grave sospetto di combine commerciale – e perché questo colpo di testa, lo sapevo, lo avrei pagato a caro prezzo: strada assolata, asfaltata, in certi tratti non proprio tranquilla.
Quindi il pensiero da indossare era fondamentale: scudo, ombrello, alibi.
La fortuna – e i consigli possono essere forme di fortuna – mi ha portato a “Quattro dopo mezzanotte” di Stephen King che, incredibilmente, non avevo ancora letto. Un librone di 800 pagine che per un camminatore con uno zaino per casa è un impegno non da poco. Va detto che da decenni King è il compagno eletto delle mie missioni in solitaria, dalle Alpi alle isole del Mediterraneo, da Capo Nord all’estremo ovest dell’Europa.

Stamattina il primo racconto del tomo di cui sopra mi ha dato lo spunto per il pensiero giusto. Che può essere scomodo sennò che gusto c’è a risolverlo? Le brodaglie si gustano comodamente. Quando la situazione è cazzuta ci vuole cibo giusto per la mente.
Perversioni a parte, che sono ovviamente fuori quota in questa trattazione, l’idea instillata dal Sommo nel suo primo racconto “I langolieri” è affascinante per chi fa qualcosa di non necessariamente allineato: e se ci fosse un interruttore del mondo che conosciamo? La possibilità che ci sia una fine della realtà e che il suo confine sia una non-realtà è cibo sopraffino per le teste indipendenti, cioè per quelle che non si impantanano nelle (legittime) questioni legate a chi resta, a chi deve essere campato, ad affetti più o meno sopportati.
Il camminatore solitario può avere in tal senso una marcia in più. Perché se anche il mondo finisse in quel momento non avrebbe altro che il suo zaino da stringere e difendere. Il resto si vede, e se non si vede vuol dire che non c’è.

Proprio stasera alcune persone mi hanno scritto chiedendomi consigli su questo genere di missioni. Ho risposto a tutte quante con lo stesso ammonimento: stabilisci cosa vuoi, non cosa cerchi. Camminare a lungo per fuggire non è, secondo me, un buon rimedio. Perché quando ti fermi, poi, i tuoi pensieri, o quelli che ti inseguono, ti raggiungono. Camminare per se stessi, con libertà assoluta di cambiare le proprie prospettive è altra cosa, eccitante e comunque formativa.

Ora chiudo. Con la consapevolezza che se si parla di libri, l’audience cala vertiginosamente.
Esempio. Stasera ho messo sui miei social una foto del libro che stavo leggendo a cena al ristorante (anziché stare attaccato allo smartphone come il 99,9 per cento degli astanti). Ebbene: è in assoluto il post meno letto nella minima storia delle mie condivisioni virtuali.
Come diceva quel tale: compagni, contiamoci.

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Eravamo io, un iraniano, un egiziano e una pizza

I Cammini sono fatti di passi. Alcuni anche falsi. Tutti i Cammini hanno una quota di imprevisto che va considerata ontologica e che non è scindibile dalla parte poetica e da quella prettamente fisica (i Cammini sono faticosi, devono esserlo altrimenti diventano passeggiate ai giardinetti).
In questo blog vi ho raccontato molti imprevisti: dalle strade sbagliate in piena montagna e senza copertura telefonica all’albergatore che si inghiotte la tua prenotazione lasciandoti all’addiaccio, stanco, sudato e incazzato (immaginate il conseguente mix micidiale di attributi rotanti).
Più prosaicamente, magari a favore di citazione, i successi sono impastati anche con la sabbia dell’insuccesso, che può avere varie graduazioni, ma qui non ci impelaghiamo in distinzioni sterili tipicamente social e altrettanto tipicamente stupide.
Un’avvertenza.
Scrivo queste righe da una pizzeria alla periferia di Pavia. Uno dei pochi locali aperti in questo periodo nella zona in cui mi trovo. Quando uno in estate cammina, e cammina a lungo, la sera non può farsi altri chilometri per sfamarsi dal momento che i piedi e le gambe sono già belli e andati: ma questo è l’ABC. Il vero disastro è girare con sandali (i piedi devono stare sempre nudi durante il riposo) e pantaloncini in luoghi frequentati da persone “normali”: non è proprio il passepartout per un ristorante stellato.

Insomma sono in una pizzeria dove il proprietario è un iraniano, con un egiziano che lo aiuta e un non meglio identificato locale che sovrintende alle paturnie del proprietario-pizzaiolo-manager. Dettaglio non troppo dettaglio, parlano tutti pavese. Nel senso che hanno un’integrazione attiva che certi malacarne improvvisati proprietari-pizzaioli-manager delle mie parti se la sognano. Quindi chapeau prima ancora di assaggiare.
Ho chiesto asilo in questo locale non solo per la pizza, ma anche per stare un po’ a scrivere, per i fatti miei.
Loro hanno sorriso.
Io ho chiesto cosa c’era da bere, of course.
Loro hanno tirato fuori il loro pezzo migliore, una Peroni ghiacciata (Fantozzi docet). Mi hanno fatto accomodare in uno dei sette tavoli vuoti del locale (questa è una pizzeria da asporto che non aspira ad altro) e mi hanno sparato un ventilatore in faccia: il fresco condizionato qui sarebbe un’offesa al buon nome del locale.

Insomma sono qui, con la mia Peroni e gli iraniano-egiziani sorridenti che si sbattono per tirare a campare. Una tranche de vie memorabile alla mia età. Perché io faccio il turista e loro stanno qui a trattarmi con riguardo non affettato. Io scrivo e loro stanno lì a sgobbare al caldo, che arriva anche al mio tavolo, ma grazie al ventilatore il fastidio diventa persino spunto di narrazione: siamo fatti di paragoni e troppo spesso sbagliamo a mettere a fuoco.
Sono finito qui perché ero stanco. E ora ci rimango perché, all’improvviso e senza alcuna giustificazione recensibile, sto bene. Al caldo nell’afa, con una birra che non berrei mai, in mezzo a un viavai di clienti che ordinano, aspettano impazienti e se ne vanno.

Perché sono finito qui?

La risposta sta nelle prime righe di questo post e la sublimo in una parola.
Imprevisto.
Una seconda parola, mi voglio rovinare.
Contrattempo (ma trattasi di sinonimo quindi non vale).
Avevo prenotato un appartamento in un posto che pareva figo. Si chiama Mood Villa Glori, tenetelo a mente quando volete scansare qualcosa. Un posto dall’altra parte della città, in centro.
Quando sono arrivato per prendere possesso della stanza, dopo venti e passa chilometri sotto il sole, non ho trovato nessuno. Ho cercato il numero di telefono nella prenotazione dell’agenzia e ho chiamato. La voce è stata sbrigativa: mi mandi foto della carta di identità e codice fiscale e le invio le istruzioni, si ricordi di lasciare 10 euro domani per la sanificazione (ma non avevo pagato un tutto incluso?).
Poi tutto accade via whatsapp.
Io eseguo e quello mi manda una schermata di istruzioni standard. E qui mi sarei dovuto insospettire: la schermata standard è piena di refusi e strafalcioni. Ma come, neanche ti dai la pena di scrivere qualcosa di personalizzato per uno che ti sta pagando (non poco) e per giunta mandi un jpeg che Marta Flavi al confronto è un Nobel per la Letteratura?
Niente, sono troppo stanco, sudato, sfatto.
Raggiungo la stanza e trovo una stamberga. In pieno centro, ma una stamberga. In fondo anche i portici delle Poste di Palermo sono in centro, ma dormirci sotto – se non sei un santo in terra come Biagio Conte – non ti fa certo sentire nel groove della città.
Seguono rapidi dettagli tecnici. Stanza angusta in cima a una scala angusta. Niente aria condizionata nell’estate più calda di sempre. Manco un campioncino riciclato di bagnoschiuma. Un solo interruttore per tutte le luci: che se tu vuoi leggere devi metterti a favore di plafoniera centrale e soprattutto alzarti, quando ti stai per addormentare, in modo che ti possa svegliare in tempo per recuperare il letto e non assopirti per terra.
Niente wi-fi, a parte una “saponetta” anteguerra messa lì per fare da comparsa. E soprattutto niente connessione ordinaria con il tuo telefono dal momento che alcune compagnie, tra cui la mia, lì sono in zona d’ombra: un dettaglio non indifferente se dialogate con un tale che non si manifesta di persona e che chatta solo via whatsapp. Della serie un muto dice a un sordo, ma il sordo ha già i soldi in tasca e di quello che il muto gli dice non gliene può fregare di meno.
Singhiozzo le mie proteste, non piangendo ma sperando nel refolo di connessione in questo angolo infausto di (in)civiltà, e faccio quel che alla fine mi riesce meglio. Mandare a fanculo, ahimè.
Imprecando mi trovo un’altra sistemazione con un corredo di problemi che a voi possono sembrare insignificanti e che io riassumo in poche parole: fatica, piedi doloranti, caldo asfissiante, voglia di doccia e letto.

E ora sono qui. Nel meraviglioso opposto del Mood Villa Glori.
Alla pizzeria Aselli.
Col ventilatore che mi allieta l’orecchio sinistro e la compagnia che, involontariamente, mi regala il sottosopra della mia mission.
Ascoltare, esplorare, isolare.
Tracciare un perimetro tra ciò che siamo e ciò che ci influenza a prescindere di ciò che siamo.
E chissà, scoprire l’imperdibile ispirazione di una Peroni ghiacciata.

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Cazzi miei reloaded

Quando (ri)apro su queste pagine il settore cazzi miei è segno che cerco/trovo relax. Se un tempo la cronaca ossessionava solo i giornalisti e i lettori compulsivi dei giornali (benedetti!), oggi l’attualità è un divenire che spesso dribbla le notizie e investe tutta la nostra esistenza. Ecco, il mio relax è lontano dalla cronaca, per assioma. È generalmente fatica: che sia montagna o pianura, che sia neve o acqua, che sia polvere o fango, che siano ruote o quadricipiti, io per spegnere il cervello devo azionare le gambe.
Usualmente, in questo periodo, cammino.

Dopo la pausa forzata della pandemia e dopo il bell’assaggio di Francigena dello scorso anno, indimenticabile per vari motivi – la maggior parte dei quali afferiscono alla subdirectory dei cazzi miei, quella protetta da password – oggi torno sulla Francigena italiana in un tratto indefinito tra Mortara e Sarzana. Scrivo indefinito perché non ho ancora chiare le mie intenzioni: può darsi che decida di fare delle deviazioni, può darsi che decida di andare oltre. E poi c’è una caviglia destra che vorrebbe tradirmi tipo Calenda col Pd ma con effetti ben più seccanti (quanto sposta Calenda e quanto sposta la mia caviglia non è paragone da fare, eh). Insomma non è il Cammino del Nord con la sua sacrale successione di tappe e obiettivi, quasi una gara di sopravvivenza con se stessi.

Tornando alle motivazioni, che sono l’argomento di discussione preferito quando immancabilmente ti trovi a chiacchierare con estranei di queste insane passioni, non sono mai fuggito neanche quando c’era davvero qualcosa o qualcuno da cui scappare. Molte persone, soprattutto neofiti, che si mettono in cammino cercano di allontanarsi fisicamente da ciò che in fondo è dentro di loro. Io al contrario non ho mai cercato altrove cause e rimedi che stanno negli spazi angusti del mio cervello, del mio cuore o di qualche altro organo meno funzionale e più rompicoglioni: e non è un pregio, anzi.

Perché non dimentichiamo che la versione corrente di chi ha un problema è tutta nella legge delle tre A:
1 Affidarsi totalmente agli altri.
2 Abbracciare la religione del dolore ortodosso.
3 Aspettare che un rimedio arrivi dall’alto. Quindi sfruttare il principio dei vasi comunicanti applicati alla rottura di coglioni: dove la concentrazione è minore se ne può riversare…
Invece il sottoscritto paradossalmente quando ha problemi si chiude a casa e non ne esce fin quando non è presentabile.
Figuriamoci un viaggio.
In viaggio devo essere al cento per cento. Devo succhiare conoscenza da ogni cannuccia dell’ignoto. Devo resistere alla tentazione di essere il solito verboso portatore di noia, di cedere agli stessi vizi, di muovere gli stessi passi, di frantumare le stesse uova nel paniere.

Per questo mi rimetto in cammino anche quest’anno. Con qualche chilo e qualche pensiero in più (la pandemia ci ha segnati in tal senso). Con qualche anno in più, ma su quello non c’è alternativa, a meno che tu non viva in un romanzo di Stephen King. Con qualche responsabilità in più: devo scrivere un paio di cose di lavoro per me cruciali e l’endorfina è da sempre la mia droga preferita.
E con una sola speranza, che è quella di sempre: stupirmi e non perdermi in quelle controindicazioni dell’esperienza che il popolo senziente del pianeta chiama rimpianti e noi solisti della socialità chiamiamo, senza paura, errori.
Gli errori accadono. I viaggi si cercano.

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Francigena for dummies

Non è il Cammino di Santiago, né qualcosa di simile. La Via Francigena è un’altra cosa. Attraversa una diversità orografica più complessa, ma ha un’accoglienza meno curata. È meno affollata (anche se il mio Cammino del Nord è stato perfetto su questo punto ma, si sa, il Cammino del Nord è uno dei più selettivi tra i cammini verso Santiago), ma ha una segnaletica peggiore. È più costosa, ma si mangia infinitamente meglio.

Insomma quest’anno, per via di una combinazione di impegni e di un mood che mi spingeva a diversificare, ho fatto (anzi, sto facendo) un’esperienza sportiva divisa tra alpi occidentali e Dolomiti.
Qui vi dirò di un mini itinerario di otto giorni per quella che chiameremo Via Francigena for dummies: da Aosta a Vercelli, 150 chilometri abbordabili che possono essere un buon banco di prova per cammini più impegnativi, anche in coppia. Dicevo, bastano otto giorni, uno zaino che dovrebbe pesare al massimo il 10 per cento del vostro peso corporeo ma che quasi sempre, ineluttabilmente, si aggira sui dieci chili, e un paio di scarpe scelte con attenzione: io consiglio scarpe da running (tipo Asics Cumulus); non fate porcherie con scarponcini di cuoio alti o peggio ancora con sandali e calze (ne ho visti da paura e sgomento, dio degli alluci assistili!). Scarpe leggere sempre, in estate. E vaselina a tempesta, dappertutto, in ogni piega del vostro corpo, sbizzaritevi, tanto siete in missione per conto del dio dei passi perduti: che è il dio che ci allontana dai sentieri pericolosi e ci guida sulla via per casa, insomma il migliore dio che si possa immaginare.

Le tappe (ma sotto troverete uno schema).

Le guide consigliano una prima tappa unica da Aosta a Châtillon di quasi 28 chilometri. Dimenticatevela. È un massacro di salite e arsura, di muscoli e cervelli cotti (d’estate, of course). Dividetela in due, questa benedetta tappa.

Fate Aosta-Nus e vi ricoverate all’hotel Dujany, un due stelle molto ma molto spartano che però ha un vantaggio ineguagliabile (a Nus!): una piscina mooolto fresca che è una gioia per chi arriva da 15 chilometri di salite e arsura, polvere e sudore. Vi mettete ammollo così l’indomani sarete carichi per i restanti 13 chilometri per Châtillon che sono pieni di salite.

Châtillon- Verres è abbastanza dura, se c’è caldo.

A Verres una tappa culinaria è senz’altro Tanpi (dove fanno degli gnocchi rossi e una cacio e pepe notevoli).   

La tappa per Pont Saint Martin è invece facile, ma c’è un’occasione imperdibile: mettere Bard tra le mete preferite. Ci passate un po’ stanchi e sfatti. Ma raggiunto il vostro alloggio, quattro-cinque chilometri più avanti, fate di tutto per tornare per sera (a Pont Saint Martin non c’è un tubo). Noi abbiamo osato alla grande: biciclette, luci frontali e via pedalare, all’andata in salita con quel che ne consegue, al ritorno segno della croce e affidamento al doping di entusiasmo.

A Bard fate due cose, o tre: un aperitivo in un piccolo bar che ha i tavoli quasi a strapiombo sulla stradina del centro storico; una foto sul ponte al tramonto; e una cena (per questa dipende dai gusti e dalla voglia di spendere) scegliendo possibilmente un pinot nero.

La tappa per Ivrea è più lunga e ha una serie di saliscendi da mettere nel conto. A Ivrea, almeno nella nostra esperienza agostana, c’è una strana percezione della temperatura: nei B&B e nei ristoranti (anche in quelli più quotati) è difficile trovare aria condizionata, persino con 35 gradi. Forse fanno incetta di calore per l’inverno. Comunque qui c’è un bel ristorante da visitare, sperando che abbiano migliorato il servizio, per via di una strana sindrome del ferragosto di cui abbiamo già parlato.   

Da Ivrea  a Viverone è una lunga sgroppata ciottolosa che parte da un netto di 20 chilometri, ma a seconda di quale struttura avete scelto per il pernottamento può riservare scomode sorprese. Ad esempio chi scrive è finito un “pizzo di montagna”, ufficialmente vista lago ma in realtà tre chilometri più in su. Letteralmente più su. Per arrivare all’hotel ho dovuto aggiungere alla dotazione del 20 chilometri altri 3 mila metri: che fatti poi in discesa per rientrare nella via, il mattino dopo, fanno sei chilometri in più. Attenzione, come ho più volte ripetuto, la scelta degli alloggi, la loro collocazione geografica, ha una grande importanza perché tappa dopo tappa raggiungerli e recuperare la via del cammino costa decine di chilometri. Quindi occhio, quando scegliete a freddo, magari d’inverno al comodo delle vostre poltrone…

Le ultime due tappe per Santhià e per Vercelli sono chilometri nelle gambe e quasi null’altro. Man mano che si abbandonano le montagne – esattamente come avviene nel Cammino del Nord – gli scenari si appiattiscono e il paesaggio diventa sempre più simmetrico. Dopo le viti, le risaie. Dopo l’acqua scrosciante dei ru, gli antichi canali di irrigazione, il caldo asfissiante della pianura.

Però arrivare è realizzare, chiudere un cerchio.

Soprattutto è importante tener conto per tutto questo cammino viaggerete sulla strada per le Gallie degli antichi romani: vi emozionerete ad attraversare ponti di duemila anni, o a calpestare le pietre segnate dai carri e dalle ambizioni di popoli che vivevano sotto un’altra luce e che temevano altre ombre.

È un’esperienza che può preparare o disilludere, stimolare o intimorire. Dipende dal passo con cui si incomincia, e non solo in senso fisico.

Camminare, in fondo, è la più azzeccata metafora della vita: non importa tanto andare avanti, ma guardarsi intorno. E possibilmente gioire.

Aosta – Nus 15 km

Nus – Châtillon 14 km

Châtillon – Verres 19 km

Verres – Pont Saint Martin 15 km

Pont Saint Martin – Ivrea 22 km

Ivrea – Viverone 21 km

Viverone – Santhià 17 km

Santhià – Vercelli 27 km