Cerco portatori di idee

La faccio breve. Devo scrivere una cosa nuova, teatrale.
Cerco giovani che abbiano idee di videografica, di narrazione digitale, idee insomma.
Non mi servono attori, storyteller, musicisti, videomaker. Quelli ce li ho.
Ripeto mi servono idee di narrazione digitale in ogni forma possibile.
Contattatemi in privato e siate brevi ed efficaci. Ve la giocate tutta in poche righe insomma.

A voi.

L’inverno forzato della cultura

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

In questo inverno forzato della cultura c’è un freddo al cuore che ci caccia in un antro buio. È una sensazione che riguarda tutti, artisti e spettatori, anziani e giovani, esperti di qualcosa e orecchianti della vita. Perché la chiusura al pubblico dei teatri, così come di tutti quei luoghi in cui la cultura è vissuta nella sua essenza più nobile che è la coscienza di sé e al contempo la relazione con gli altri, non è uno sbuffo burocratico, un mero capitolo di un decreto: è un atto politico che come un coltello lacera il tempo e i tempi nei quali un dio non ingiustificatamente severo ci ha dato mandato di vivere. Si è detto a lungo della sicurezza di questi luoghi rispetto all’aggressività del virus, si è detto del disastro economico che una chiusura reiterata provoca al settore e al suo indotto, si è detto del disagio di chi è privato del “cibo del bello”. E in questa interminabile sequela di momenti difficili in cui le stesse difficoltà scoloriscono giorno dopo giorno in uno sfondo sempre più incerto, sembrano mancare le parole per avvertire, per lanciare allarmi, per indurre alla ragione. Oltre a quello del già detto e del già sentito, c’è un rischio grave, di cui poco si dibatte, sul quale bisogna essere chiari al di là degli slogan dei partiti e della bulimia commentizia dei social: un popolo senza cultura è un popolo disarmato contro la politica cialtrona, contro le dittature, contro lo strapotere della criminalità. Nelle nostre vite gestite da algoritmi tanto spietati quanto imperscrutabili, il teatro resta la forma più sublime con cui riempire lo spazio che ci separa ma che non ci divide. Soprattutto alle nostre latitudini il luogo in cui si ritrova una comunità è importante giacché è nella natura di certi luoghi la capacità di condizionare le esistenze: non a caso viviamo in una terra in cui nascere in un quartiere anziché in un altro è già una sorta di marchio indelebile, di predisposizione sociale.

Ecco perché un teatro aperto è prezioso. Come un vaccino.

Falliti e contenti

C’è una pericolosa deriva, incrementata dalla cretinaggine liquida dei social, che tende a dare le colpe di un fallimento, un qualsiasi fallimento, al cosiddetto sistema. Una azienda licenzia, una squadra fallisce, un teatro chiude, un negozio abbassa le saracinesche, un sodalizio si scassa: difficile trovare una responsabilità precisa nelle analisi degli addetti ai lavori, figuriamoci tra gli astanti.

C’è quasi sempre un politico da additare, anzi la politica in generale perché dopo il maggiordomo il colpevole ideale è il ministro, o il sindaco o l’assessore di turno. C’è quasi sempre questa odiosa diluizione della colpa, anche quando è chiaro che un inetto a guida di un ente pubblico o di una fabbrica sempre minchiate combinerà.

Nella mia vita la maggior parte dei fallimenti (economici, politici e sociali) in cui mi sono imbattuto erano da addebitare esclusivamente a chi dirigeva quelle realtà. Se un’attività commerciale chiude è perché, al netto di rarissime eccezioni, non ha saputo rinnovarsi, non ha letto tra le righe del mercato, ha peccato di presunzione o di pigrizia (non so quale sia la colpa maggiore).

Invocare l’intervento divino, cioè pubblico, per sanare umanissime responsabilità anche gravi è oltraggioso per chi ce l’ha fatta stringendo la cinghia, costringendosi a scelte da batticuore, senza chiedere un centesimo che non fosse dovuto al registratore di cassa.

Il perdonismo imprenditoriale è una piaga dolorosa soprattutto al Sud, dove il piagnisteo è il primo ammortizzatore sociale universalmente riconosciuto.

Dovremo trovare il coraggio di dircelo tra di noi, almeno a denti stretti, che se un’attività finisce in naufragio mentre quella accanto continua a navigare, il primo responsabile è chi sta al timone. Che è stato scarso e amen.

Bene, anzi Benassai

Paride BenassaiHo visto uno spettacolo bello e popular, divertente e garbato. E’ un monologo di Paride Benassai (“Sale e pepe”, sino a 23 novembre all’Agricantus di Palermo) che prende la cucina come spunto per raccontare le cose della vita. E’ un’ora e passa di risate, spesso amare, che scorre veloce come quel lampo che si impadronisce del corpo dell’attore, di Benassai, quando salta, vibra, oscilla al ritmo di una lingua veloce e saettante. “Sale e pepe” non è uno spettacolo di cabaret, ma la prova di forza di un artista che sa di meritare più di quanto riscuota e che, al contempo, non si lascia condizionare dalla grandezza del palco o dal censo del pubblico.
Tra una fiaba sui problemi domiciliari dei “babbaluci” e la reinterpretazione dell’Ultima cena di Leonardo, tra vecchi osti più creduloni che ubriachi e miracoli domestici di un Cristo che fa l’idraulico, l’attore regala uno spaccato di Palermo, mai ingenuo, mai ripetitivo. E soprattutto ci racconta una città finalmente nuda nelle sue piccolezze, senza i soliti compiacimenti che ci impongono un modello tanto naif quanto noioso.
Quindi Benassai non è solo un cognome, ma un giudizio.

Per una bella serata

Ieri ho rivisto il monologo televisivo sul Vajont di Marco Paolini. Credo di conoscerne alcuni passaggi a memoria e non per caso.
L’orazione civile di Paolini è un pezzo di teatro che andrebbe proposto nelle scuole, col duplice scopo di mostrare come si racconta una tragedia in forma di spettacolo e come lo spettacolo può in qualche modo vendicare le vittime di una tragedia.
Se non avete mai visto il Vajont di Paolini, fareste bene a dedicare una serata libera a questo capolavoro. Se ne trova traccia su Youtube, ma è molto meglio il dvd edito da Einaudi (che contiene anche un libretto). Al limite, se proprio avete una connessione scadente e siete al verde, vi presto la mia copia.

Largo ai giovani, che non siano veline e tronisti

Posso sbagliare, ma nella rissa sfiorata tra Carla Fracci e il sindaco di Roma Gianni Alemanno c’è il paradigma dello scontro tra il vecchio e il decrepito.
Domanda: cosa c’è di peggio del vecchio che si spaccia per nuovo solo perché il vecchio torna di moda?
Risposta: il decrepito che ritiene di perpetrarsi all’infinito a dispetto della biologia e del buon senso.
Nello scontro tra la Fracci e Alemanno c’è una frase che mi insospettisce: “Contratto non rinnovato”.
Se mi permettete, di contratti e consulenze (rinnovati e non) nel mio piccolo me ne intendo. So che quando uno accetta di vivere in modo libero – un tempo si diceva “alla giornata” – l’unica certezza è che non ci sarà possibilità di appello quando le cose cambieranno e che sarà saggio darsi una mossa prima di apparire ridicoli. Però io non sono un pensionato, non sono un miliardario, non sono una celebrità e di conseguenza non godo dei flash dei fotografi ad ogni ruttino pubblico.
Dio sa (e non solo lui) quanto io sia diffidente nei confronti del potere brandito da amministratori di centrodestra, ma in questo caso tiro il freno a mano.
Tra una Fracci, brava, bravissima, indimenticabile, ma anche ricca e non-mi-spiego-come spocchiosa, e un’entità giovane, frizzante, non troppo conosciuta, ma coi titoli giusti per governare il corpo di ballo del teatro dell’Opera di Roma, scelgo la seconda. A patto che esista ovviamente.

P.S.
Su questo post grava l’inspiegabile irritazione che mi suscita il termine etoile, quasi come attimino.

Guarda che Luna

A Filippo Luna che sa muoversi con sensibilità e intelligenza fra differenti modalità di spettacoli, e che nel monologo “Le mille bolle blu” raggiunge una perfetta sintesi scenico-attorale di emozione e disincanto.

Così l’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro che ha deciso di premiare quest’anno Filippo Luna, per Le mille bolle blu.
Applausi.

L’oro e il piombo

Roberto Bolle danza nudo al teatro San Carlo di Napoli.

Vittorio Sgarbi si spoglia a Pomeriggio 5.

A ognuno il suo paloscenico.

Mille bolle (rosso)blu

LE MILLE BOLLE BLU 027

“Le mille bolle blu”, un delizioso spettacolo di cui abbiamo già parlato, è domani e dopodomani a Catania, per la rassegna “Gesti contemporanei” del Teatro Stabile della città etnea.  Agli amici catanesi consiglio vivamente di non perderlo.

Il capolavoro di Rizzo e Luna

L'attore Filippo Luna
L'attore Filippo Luna

Ho finalmente visto “Le mille bolle blu”, dopo averne tanto sentito parlare (anche da queste parti). Il monologo di Salvatore Rizzo è coinvolgente e commuove senza mai inciampare nei luoghi comuni. L’interpretazione di Filippo Luna è da altissima scuola di teatro.
Non voglio sbrodolare: sarei fuori misura nel trattare di un’opera profonda come il dolore dei giusti ed elegante come le vite sensibili. Dico soltanto che “Le mille bolle blu” è un viaggio in un luogo in cui il sussurro si fa urlo senza mai essere assordante e in cui, se ti volti a cercare da dove proviene quella voce, scopri di essere solo.
Un capolavoro.