Fessi

La sfilata a Novara di quei quattro fessi no pass travestiti da deportati nazisti è il famoso passo avanti sul ciglio del baratro. Che ci spinge a farci la domanda cruciale? Esiste un limite all’ignoranza gretta e colpevole? Probabilmente una risposta non c’è, quindi al contempo c’è: nell’assenza di un confine e di una sua descrizione ci si deve rassegnare a una serie infinita di ripetizioni più o meno evolute.

Da tempo noi giornalisti ci interroghiamo su quale sia la nostra responsabilità nella diffusione di queste indecenze senza scopo e ragione. Ci siamo spesso giustificati – io per primo – adducendo  l’imperscrutabile diritto di cronaca e rifacendoci al ruolo cardine dell’informazione, che è appunto quello di eliminare le sacche di ignoranza. Ma ciò aveva senso quando avevamo il pallino del mainstream in mano, cioè quando l’informazione era davvero un potere (e non soltanto in senso negativo). Oggi il quadro è radicalmente cambiato: Facebook è il più grande e pericoloso distributore di notizie del mondo, senza verifiche e senza responsabilità, dato che se venisse identificato come “azienda editoriale” sarebbe costretto a chiudere i battenti per impossibilità di controlli. Quindi il ruolo di sentinelle tocca alle vere aziende editoriali, in qualunque forma operino, perché un’informazione senza responsabilità non esiste.

Spiegare, spiegare, spiegare. Senza sconti, con la necessaria fermezza. Distinguendo le opinioni diverse dalle nostre da quelle, finte e baggiane, che inquinano il mondo in cui le opinioni vere nascono. I fessi di Novara sono un prodotto dell’algoritmo che come un virus ha modificato il dna del nostro sapere, ha azzerato le difese immunitarie della nostra buona creanza, e ha fatto troppe vittime collaterali.   

Vomito ergo sum

La professoressa invasata che aveva urlato ai poliziotti “dovete morire”, nonostante sia indagata e sia stata sospesa dall’insegnamento, torna in piazza nel presidio contro la manifestazione di Forza Nuova a Torino. Ufficialmente la sua è una missione contro i fascisti, anche se non si capisce perché se la prenda coi poliziotti che non difendono i fascisti, ma la legge. Ufficiosamente s’intuisce molto di più. La signora ha scelto la formula più attuale per uscire da un anonimato che, evidentemente, le va stretto. Poteva andare dalla De Filippi, ma in mancanza di un talento specifico ha scelto di esibirsi sull’asfalto: urlare pur di galleggiare, provocare per dimostrare la propria esistenza in vita, offendere per far finta di difendere.
C’è un’infinita lista di antifascisti, veri e silenziosi, che hanno pagato con la vita o con la mortificazione sociale, senza che le loro gesta siano mai state grottesche o triste oggetto di derisione. La ribellione, anzi la “ribellione” della professoressa Lavinia Flavia Cassaro è di un sensazionalismo talmente irritante da risultare indigesto persino ai nudi e puri della contestazione. Lei ce la sta mettendo tutta per diventare un simbolo, probabilmente perché al giorno d’oggi la scorciatoia per ottenere qualcosa di immeritato è inventarsi uno strapuntino di follia anti-creativa, cioè l’opposto della contestazione vera e il parente stretto della cretinocrazia. Dati i risultati mediocri come professionisti, ci si reinventa sabbia negli ingranaggi del sistema: e guai a dire che dicendo e facendo cazzate non si fa l’Italia e manco la sua caricatura. La professoressa che cerca disperatamente un ruolo da protagonista senza che nessuno abbia mai scritto la storia in cui esibirsi, darà soddisfazioni al suo pubblico: conquistata la scena, sogna il peggio per lei – un licenziamento, una condanna – perché quando gli orizzonti sono ristretti, anche una posa sguaiata dà le sue emozioni. In mancanza di altro.
Vomito ergo sum.

In difesa dei più deboli

In difesa dei più deboli







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I proprietari della Rai senza maglietta e senza tessere

GiornaliRisme

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

L’altro giorno al comizio di Matteo Renzi a Palermo, tra i contestatori c’erano per la prima volta dei giornalisti, giornalisti della Rai. Protestavano per il piano di tagli annunciato dal premier che vuole contenere gli sprechi nell’azienda radiotelevisiva pubblica italiana. “La Rai siamo noi” c’era scritto sulle magliette dei contestatori e mai senso di appartenenza fu più opportuno: perché quando la situazione è difficile, la chiarezza è come l’acqua santa sulla fronte dell’indemoniato, brucia ma serve.
Chiarezza quindi. E’ vero, molti giornalisti della Rai (…) hanno fatto anni e anni di gavetta e si battono per un’informazione equilibrata e non equilibrista. E’ vero, quando un governo mette mano a ristrutturazioni di aziende c’è sempre il rischio che nella foga ci vadano di mezzo i poveri lavoratori.
(…)
Ma è anche vero che, proprio quando si parla di informazione, non si può raffigurare una realtà piatta, bidimensionale. Negli anni passati alla Rai siciliana ci fu una memorabile tornata di assunzioni di giornalisti. Si entrava per segnalazione politica e non era un segreto. C’erano le quote: tot al liberali, tot ai repubblicani, tot alla Dc, tot al Pds, eccetera. Il primo degli sprechi è quello che incide sulla credibilità: per anni l’unico tesserino che alcuni colleghi hanno portato in tasca non è stato quello professionale ma quello di partito, e ciò ha finito per danneggiare il prodotto. Un prodotto che ha un involucro immenso e probabilmente sovradimensionato. Un prodotto fatto in un’Isola che stringe la cinghia e che non ne può più di disparità. “La Rai siamo noi” è quindi un ottimo slogan. Perché la Rai è di tutti, anche di quelli che non hanno quella maglietta.

Forche, forconi e forchette

movimento forconi

Ho ascoltato/letto le rivendicazioni del cosiddetto movimento dei Forconi. Meno tasse, più aiuti alle imprese, più tutela dei lavoratori. Praticamente quello che chiede ogni cittadino onesto di questa nazione, se non è evasore o comunque un latitante.
Che ci si debba inventare un movimento, un embrione di partito o una culla rivoluzionaria per portare avanti istanze talmente legittime da risultare banali, è un segno dei tempi. Infatti, rincoglioniti da vent’anni di fiction berlusconiana, ci ritroviamo tutti un po’ smarriti quando un contadino, un camionista o una casalinga si mobilitano per ragioni elementari come un pasto da garantire ai figli ancor prima che ai coccodrilli di Montecitorio. Il problema, cari miei, è che ci siamo persi per strada, tra gli stipendi del Trota e le note spese di Lusi, tra le competenze della Minetti e il curriculum della Carfagna. Siamo stati colpevolmente distratti perché gli scandali, passata la fiammata, alla fine annoiano come l’ennesimo panorama descritto da Wilbur Smith.
Io non ho un’epidermica simpatia per i Forconi, non mi piacciono quelli che per combattere una battaglia di libertà per i cittadini rompono i coglioni innanzitutto ai cittadini. E riconosco che le loro ragioni sono giuste, ma hanno un problema di locomozione: pretendono di muoversi bloccando il movimento, in una sorta di ossimoro sociale.
Al netto delle emergenze e del blabla politico tipo l’incoronazione di Renzi, celebrata come se fosse un giubileo della Fortuna Collettiva, questo è forse quello che ci meritiamo per non aver mai indetto delle primarie del buonsenso, dell’onestà, della coerenza.

Schifo

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Quando il senso del ridicolo non ha più confini e il grottesco assoluto bussa alla porta del diritto di cronaca vuol dire che si è messi veramente male. Perché è difficile immaginare un’Italia rappresentata da deputati, come quelli del Pdl, che si muovono in massa per occupare un tribunale dello Stato in difesa del loro padrone. Siamo all’atto finale di una messinscena che sino a qualche giorno fa poteva anche farci sorridere, ma che adesso si disvela in tutta la sua pericolosità.
Lo scollamento tra realtà oggettiva e realtà politica tocca oggi un livello mai raggiunto prima. Al confronto, la famosa certificazione governativa secondo la quale Ruby era la nipote di Mubarak è una barzellettina da coda alle Poste. E ciò che indigna ancor di più è che i protagonisti sono sempre gli stessi gaglioffi: per costoro, che sono in Parlamento solo perché scelti e prescelti dal padrone, un deputato della Repubblica non deve tenere conto delle leggi e delle regole comuni, ma può muoversi e battersi in nome di un mondo virtuale nel quale tutto è possibile per pochi eletti e nulla è dovuto al resto dell’umanità.
Il sistema dei valori, inteso come patrimonio comune, può andare in putrefazione. A costoro interessa solo la freschezza delle menzogne (se ne sfornano ogni giorno di nuove) sulle quali il loro partito ha costruito il disastro italiano.
Occupare (anche pacificamente) un palazzo di giustizia, soprattutto se si è rappresentanti delle istituzioni, è una bestemmia nel tempio, un oltraggio alla democrazia. E’ un atto da ultras prezzolati che suscita vergogna. E schifo.

Legittimo turbamento

Credevo di averle viste tutte, ma mi sbagliavo. L’arroganza del sistema berlusconiano, nella fattispecie incarnato nei legali del premier, ha raggiunto oggi una nuova vetta di non invidiabile primato.
L’abbandono dell’aula, nella quale si celebra l’appello del processo per i diritti tv, degli avvocati difensori dell’ex premier è infatti un atto di disprezzo nei confronti della legge e dei suoi rappresentanti. E poco c’è da discutere su codici e norme.
Il legittimo impedimento invocato per sospendere il processo durante la campagna elettorale è solo l’ennesimo, ridicolo, pretesto per diluire i tempi del giudizio nei confronti di un uomo che per troppo tempo si è sentito al di sopra di ogni giudizio.
A Berlusconi non gliel’ha imposto il medico di impegnarsi in una nuova campagna elettorale quindi non si capisce perché le sue pendenze legali debbano risentire di impegni non inderogabili.
Agli avvocati-dipendenti-compagni di partito-colleghi di parlamento del padrone si può solo dare un’indicazione semplice e terra terra: legittimo impedimento non significa che tutto si blocca se uno ha altro da fare.
E’ più chiaro così?

Viva i fischi

Secondo Gianni Morandi e il clan Celentano i fischi dell’Ariston al Molleggiato erano pilotati. Al di là degli indizi – poltrone vuote in platea dopo l’esibizione e protesta sinergica – colgo l’occasione per stigmatizzare l’intolleranza molto italiana nei confronti della protesta dello spettatore.
Da sempre resto un sostenitore della libertà di dissenso anche nei luoghi di culto dell’arte. Se uno spettacolo non piace, è facoltà di chi assiste manifestare la propria delusione. Altrimenti si diventa folla adorante, che ha altre garanzie e modalità di reclutamento. La politica ci ha abituati all’allergia del potere verso i fischi, e proprio per questo noi andiamo al cinema, al teatro, ai concerti. Per dimenticare la grettezza degli arroganti che stanno in alto senza alcuna virtù e che pretendono silenzio intorno.
Pilotati o no, i fischi a Celentano potevano essere meritati o meno. Ma comunque, e inderogabilmente, leciti.

Chi rompe i forconi

Ne ho già scritto qua, ma voglio ribadire.
Dai tassisti di Roma ai forconi di Palermo è in atto qualcosa che superficialmente potrebbe essere identificata come una prova di forza, ma che in realtà è una testimonianza di debolezza dello Stato.
Il momento difficile non autorizza nessuno a scatenare rivolte che hanno soltanto brutti effetti collaterali. Passare all’incasso di un diritto con un’arma in pugno equivale a calpestarlo, quel diritto. Anche perché coi sacrifici che si vedono all’orizzonte, qualcuno potrebbe decidere che il modo migliore di evitarli è di imporli agli altri. E questo è un ragionamento che porta dritti alla guerra civile.
Quindi tollerare istituzionalmente manifestazioni come quelle che stanno paralizzando la Sicilia è quantomeno un atto di imprudenza, al netto delle responsabilità personali.

Servizi inutili

C’è una domanda ricorrente – una delle tante – che mi viene in mente ogni volta che si verificano eventi di cronaca tanto drammatici quanto annunciati come gli incidenti del corteo degli indignati di Roma.
La domanda è: ma i nostri servizi segreti che caspita fanno?
La manifestazione era prevista e prevedibile, l’azione dei disturbatori anche, il ruolo dei criminali scontato. C’era un ambito più urgente e importante sul quale i nostri Servizi, nelle ultime settimane, avrebbero dovuto concentrarsi? Credo proprio di no. A meno che non si debba rendere commestibile l’idea che gli agenti segreti si debbano occupare solo di sistemi talmente massimi da esistere solo nei film di James Bond.
L’azione dei black-bloc, chiamiamoli così per praticità, era pianificata quindi disinnescabile, se solo un agente, un funzionario, un qualunque impiegato dei servizi segreti italiani si fosse occupato della vicenda.
Invece così non è accaduto. Questo è lo scandalo, non l’emergere dei soliti violenti. E’ inaudito che l’intelligence, stipendiata per pensare cogitare tramare, sia rimasta al balcone a guardare l’orribile devastazione perpetrata da un manipolo di delinquenti. Che non sono, come dice quel fesso di Emilio Fede, di sinistra. No, sono delinquenti qualunquisti, beceri, ignoranti.