M come mare, minchiate, Michelangelo

Da Güemes a Santa Cruz de Bezana.

La giornata dell’acqua ci voleva. Uno che viene da un’isola non può resistere all’attrazione del mare. Il Cammino del Nord ha questa particolarità, gioca di prestidigitazione con l’oceano Atlantico. Te lo nasconde all’inizio, costringendoti a scalare montagne, spaccandoti la schiena con pietraie e sentieri da giungla. Te lo svela il giorno dopo, ma è un miraggio perché poi ti spinge nuovamente all’interno giusto il tempo di avvertirne la mancanza, e poi te lo restituisce nelle sue declinazioni più diverse, quel benedetto mare: dalla forma più consumistica a quella più selvaggia, l’una accanto all’altra, senza soluzione di continuità. Il tratto che va da Pobeña a Santoña a Santa Cruz de Bezana è un alternarsi di spiagge popolari e distese infinite di sabbia deserte: tutto libero, tutto senza recinzioni. Attenzione però, anche il concetto di ressa va ridimensionato a queste longitudini: qui le spiagge sono ancora larghissime, puoi percorrere centinaia di metri sulla sabbia prima di raggiungere l’acqua, maree permettendo. Gli spazi sono molto ampi e anche ad agosto il livello di folla è paragonabile, estremizzando, a una Mondello di fine aprile.

Comunque, dicevo, oggi è stata la giornata dell’acqua. 

Da due giorni cercavo (e trovavo) deviazioni che mi consentissero di camminare vicino all’oceano, anzi sull’oceano: è un richiamo ancestrale che solo noi che veniamo dal mare possiamo capire. Come quando in pieno inverno sentiamo il bisogno di andare a controllare, inspiegabilmente, i nostri confini liquidi. Figuratevi che io, che vivo in città, pur di soddisfare questo bisogno, faccio la spesa a Mondello, vado in palestra a Mondello, sposto il baricentro della mia socialità a Mondello, a dicembre, con la tempesta, il freddo e la salsedine che mi mangiano le corna.

Insomma, guidato dallo stesso insano impulso, stamattina ho scelto di abbandonare la carretera che doveva portarmi all’imbarco per Santander. E ho rischiato. Perché camminare sulla sabbia, con lo zaino in spalla e le piante dei piedi già quasi al trecentesimo chilometro, è una scelta ai confini della minchiata. Sull’infinita spiaggia per Somo mi sono tolto scarpe e calze e con colpevole cautela ho guadagnato la risacca dell’oceano. Una fatica per le articolazioni, una gioia per lo spirito. Fresco sotto, caldo sopra. Fresco fuori, caldo dentro. Mille preoccupazioni: e se finisco con lo zaino ammollo (in alcuni momenti avevo l’acqua alle ginocchia)? E se la caviglia destra si licenzia? E come mi toglierò tutta ‘sta sabbia di dosso? Tutti scrupoli esilaranti per voi che state lì, ma vi assicuro che qui, durante un cammino di ottocento e passa chilometri, l’unica maniera per illudersi di prevenire i contrattempi è armarsi di scrupoli mai conosciuti prima.

In tutto questo, la morale del giorno mi si è impigliata tra i pensieri mentre traghettavo su una specie di peschereccio da Somo a Santander (ancora acqua, eh). Deriva da un mio antico mantra: le cazzate sono una cosa seria. Ci ho pensato a lungo perché è una frase di Neil Simon che ho scritto sulla prima pagina dell’agendina che ho sempre a portata di mano, durante il Cammino.

Dice: se non si rischiasse mai nella vita, Michelangelo avrebbe dipinto il pavimento della Cappella Sistina.

(11 – continua)     

Grazie, fuck you, au revoir

Da Pobeña a Islares.

Finalmente il ritorno della bellezza.Dopo i “panorami” di ieri, al confronto dei quali la zona industriale di Termini Imerese è patrimonio Unesco, ho riconquistato la vista dell’oceano. E l’ho fatto seguendo uno dei tratti più belli del Cammino del Nord, quello che ti regala i cinque chilometri incantati del Paseo Itsalur, una passeggiata a strapiombo sull’Atlantico (nella foto sopra) per la quale bisogna pagare dazio: una rampa di 119 scalini a freddo, come inizio di giornata.  

E qui va aperta una parentesi.
In un ambito in cui ogni giorno, bene che vada, si consumano muscoli e articolazioni per cinque-sei-sette ore, la vera moneta non è l’euro, ma il chilometro. Nello specifico, la posada in cui alloggio stasera è, come spesso accade, in una località sperduta. Per cena io posso scegliere: o rifugiarmi in un bar a poca distanza e trangugiare panini decrepiti e birra oppure mettere le gambe in spalla e camminare per due chilometri e mezzo verso una radura che si trasforma in piazza e accoglie tutte le anime di questa montagna vista mare (che stasera sono tutte qui e sono una folla di non più di cento persone). Questa indicazione me l’ha data il proprietario della posada, un anziano che si esprime a gesti e disegni: per indicarmi la via ha scarabocchiato su un foglietto qualcosa di amabilmente incomprensibile (infatti il reperto è già in archivio) e mi ha dato una pacca sulla spalla. Una via di mezzo tra un “buona fortuna” e un “non rompere i coglioni”.

Insomma, decrittato il post-it di Hammurabi, arrivato sul posto e “pagato” i 2,5 chilometri in più che con quelli del ritorno fanno cinque, ho messo mano all’altro portafoglio, quello della lingua. Nel Cammino quelli come me parlano un nuovo esperanto, un tragico incrocio tra inglese, francese, spagnolo e ovviamente italiano. È una vera forma di credito/debito giacché è alla base di ogni scambio sociale, economico, umano. Tra Paesi Baschi e Cantabria l’idioma trasmigra nella gestualità, un po’ come da noi, e il popolo dei pellegrini comincia a ingrossarsi (al momento si cammina ancora in perfetta solitudine, ma temo di essere stato fortunato). C’è il magico incrocio delle lingue, che detto così pare una cosa da film porno, ma che in realtà è qualcosa di molto più complicato e che determina la nascita di una nuova lingua ufficiale: quella della sopravvivenza.

Chiedi “quanto costa” in francese perché le tue vacanze sulle nevi della Savoia ti hanno abituato a slogare il portafoglio. Spieghi da dove vieni in inglese perché “where you came from?” era la frase-salvezza nelle tue prime vacanze da adolescente nel buco nero della vita di relazione. Ordini da mangiare in spagnolo perché “jamon y queso” è più facile da sillabare di “prosciutto e formaggio”. E dici “grazie”, “fuck you”,  “au revoir”,  “bocadillo” nello stesso discorso (capita, eh!) perché le parole hanno un suono e non c’è nazionalità che possa toglierglielo. Musica, null’altro che musica.

Alla fine tu capisci che c’è un mondo anarchico e reale che resiste alle miserie istituzionali dei piccoli duci che vorrebbero costruire la storia in mutande e cellulare da Milano Marittina, e lo fa con l’unica arma che Dio o un dio gli ha dato: viaggiare, ovvero conoscere gli altri, ovvero imparare dalle diversità, ovvero aprirsi anziché chiudersi.

Rideteci pure.
Ma per sicurezza segnatevelo.

(9 – continua)

Pizza vista nulla

Da Bilbao a Pobeña.

Sono in un postaccio alla periferia di Muskiz, che già Muskiz di suo è un paese arroccato tra raffinerie e asfalto, figuratevi un luogo alla sua periferia. Bevo Estrella Galicia e in un sottofondo che tende all’invadenza c’è una compilation di neomelodici ispanici (che di certo non fanno lezioni di legalità in Spagna, ci metto la mano sul fuoco). Le due ragazze del bar sono gocce di miele in una tana di orsi, non parlano altra lingua che non sia la loro, tipo se dici beer oppure table (the beer is on the table, altro che the book…) loro ti guardano e ridono con una giovinezza alla quale si perdona tutto, pure la presa per il culo.

Sto celebrando la degna conclusione di una giornata da trenta chilometri di asfalto, tra zone industriali e cittadine appena apprezzabili. Questo tratto che mi riconduce all’oceano è forse il più brutto dell’intero Cammino del Nord, ma lo sapevo.

In questo viaggio sto perfezionando una tecnica (per me) molto complessa: sviluppare tolleranza. Sto migliorando, ma non ne sono apertamente orgoglioso. L’opposto che mi riguardava non era l’intolleranza, parola orribile dalle implicazioni indecenti soprattutto alla luce di questi tempi infami, ma qualcosa che ha a che fare con la diffidenza. Sono sempre stato diffidente, nei confronti delle persone, del cibo, della religione. Al limite del negazionismo per fondamentali argomenti tipo le acciughe nella pizza o il midollo nel risotto.

Quindi il gioco è il seguente: data una situazione fisicamente complessa con asperità sociali di vario livello, uno se ne può uscire senza scappare? Oggi la risposta è: si – può – fare (cit)!

Nei postacci in cui sono stato negli ultimi giorni – un paio rimarranno memorabili – sono riuscito a trovare sempre un elemento d’appeal, secondo una vecchia regola di giornalismo. Che dice: critica pure in modo atroce il ristorante, ma occhio ai gabinetti, se sono accettabili scrivi ‘ si mangia di merda, ma i cessi sono ottimi’. In tal modo si evita, anche platealmente, la trappola del pregiudizio. E il pregiudizio te lo metti in sacchetta quando, sono le 21, e hai accanto un giovane che potrebbe essere tuo figlio e fa cena/aperitivo con aranciata e patatine fritte. Aranciata e patatine! Che dalle mie parti gli danno un metadone di nero d’avola e tenerumi.

Per dire, in alcuni di questi piccoli centri baschi si mangia maluccio però, non sai come, c’è sempre un buon gin (da Bombay a salire) col quale concludere una cena al limite del commestibile. Ti danno delle polpette di prosciutto grasse e oleose, ma in compenso fanno insalate sublimi (sanno usare molto bene i peperoni e le cipolle) che da sole valgono il conto. Ti nutrono a panini, ma mantengono uno standard ufficiale di qualità che è quasi una bandiera. Hanno cittadine anche mediocri, ma il wi-fi pubblico è una bomba.

Insomma sfidano quella che tu chiami tolleranza e che il resto del mondo chiama, sottovoce, capriccio.  Stasera sfidando tutte le leggi a me note, ho chiesto una pizza margherita con salame piccante. Il loro salame è il chorizo ed è carnazza per me. Ho mangiato con gli occhi chiusi  e mi è piaciuto come un peccato mortale amnistiato.

Il Cammino è anche questo.

(8 – continua)