Senza alibi, una volta tanto

Da Islares a Santoña.
Da Santoña a Güemes.

Strapiombi. Ho sempre avuto un’attrazione per gli strapiombi. Una sorta di vertigine alla rovescia, il vuoto che mi incuriosisce anziché spaventarmi. Nulla a che vedere con una forma di attrazione patologica: di deviazioni psicologiche ne ho ben altre e, ritengo, molto più divertenti.

Questa è una passione che origina dall’infanzia, dall’arrampicata sugli alberi di cui ho già parlato qui, e che ieri ha trovato degno coronamento in un sentiero impervio tra Liendo e Laredo. Poche centinaia di metri scoperti, cioè senza nessun tipo di protezione, ma con un panorama mozzafiato (ho postato qualche filmato sui social). Ci sono costoni di roccia che finiscono sull’oceano Atlantico e laddove sono percorribili – sempre con grande attenzione – regalano emozioni indelebili. Parola di ex arrampicatore.

Anche stamattina il Cammino ha fatto la sua parte nel titillare questa mia attrazione: la partenza da Santoña sul colle del Brusco è uno dei tratti più ripidi che abbia mai percorso, ma la vista sulla spiaggia di Berria, dove ieri ho fatto il bagno, è qualcosa che ripasserò inverno dopo inverno, magari in un noioso mercoledì pomeriggio, inutilmente buio e piovoso (la foto sopra non rende, ma serve per capire). 

Questo per dire che il Cammino apre molti cassetti: alcuni li credevamo chiusi, di altri non conoscevamo manco l’esistenza. Quando ti ricapita di stare solo coi tuoi pensieri, in scenari inauditi, sotto effetto di endorfine per gran parte della giornata? E quando ti ricapita di non avere alibi e poter finalmente affrontare, senza rotture di coglioni, le discussioni più complicate, quelle con te stesso?

L’effetto straniante di questa esperienza, visto come sconvolgimento della percezione abituale della realtà, è ogni giorno più evidente. E non è una cosa facile da spiegare: uno pensa alla vacanza, alla distrazione, al chi se ne frega… No, qui la cosa è molto diversa perché sai che alla fine questo effetto non svanirà col ritorno alle solite cose. Sai che ti darà una tridimensionalità non usuale: parlatene con chi ha fatto ciò che sto facendo io e capirete perché molti di loro si buttano nel Cammino più volte. E non è fanatismo, ma il suo esatto opposto: tolleranza coltivata in modo estensivo, latifondismo delle idee.

Comunque è inutile recensire l’aria, o la si respira o niente. Quindi o vi mettete in marcia oppure accettate la posizione di retroguardia, che è quella di chi guarda gli altri che fanno, di chi accetta una verità ottriata.

Più si va verso Santiago – e siamo ancora distanti – più cresce l’empatia con gli abitanti del luogo. Soprattutto gli anziani, soprattutto nei piccoli centri. A Guriezo un signore sulla settantina mi ha incrociato e mi ha augurato il buen camino di rito. Poi, non contento mi ha agganciato con la mano – una mano fresca e pulita come quella di una persona che prima di uscire da casa si è lavata e profumata con la colonia – e mi ha chiesto da dove venivo. Gliel’ho detto e lui ha cominciato a raccontarmi la storia di un viaggio che lui aveva fatto molti anni fa in Italia, in pullman, da Genova a Roma a Palermo: lì sul ciglio di un sentiero, alle nove di mattina, lui con la sua camicia fresca e il suo sguardo pulito (perché le mani e lo sguardo sono collegati, sappiatelo), e io con la mia maglietta ancora umida di lavaggio e la mia faccia da boxeur senza pugni. Mentre raccontava, nel suo spagnolo fragrante, mi sono incagliato in una ipotesi canagliesca che riguardava il suo viaggio in Italia: l’ho visto su una specie di carro bestiame gommato, tra bancarelle di paccottiglia, ristoranti-truffa, gruppi vacanze al limite del criminale… Poi, però, all’angolo del suo occhio sinistro è apparso un luccichio. Quella memoria gli aveva risvegliato qualcosa. La memoria è un cane fedele a un padrone che non sei tu. La sua stretta si è fatta più forte fino a quando non ha pronunciato una parola che non ho capito ma che temo fosse un nome proprio di persona. Non ho avuto il coraggio di chiedere, di sottilizzare.

Ma chi cazzo siamo noi per esigere sempre spiegazioni? Ci è mai passato per la mente, in quest’èra di ultime parole usurpate, di furto aggravato della ragione, che se non capiamo qualcosa è solo colpa nostra, fottutamente nostra?

Quell’uomo mi ha lasciato andare solo dopo un lungo silenzio, e tra sconosciuti cinque secondi senza una parola, guardandosi in faccia, sono un’eternità che segna. Lui con la sua camicia fresca di prima mattina, e io con una faccia da boxeur in vacanza ora illuminata di un luccichio all’angolo di un occhio.
Che ho nascosto come un ladro, per liberarlo durante il mio Cammino.
Senza alibi, da solo.

(10 – continua)

Grazie, fuck you, au revoir

Da Pobeña a Islares.

Finalmente il ritorno della bellezza.Dopo i “panorami” di ieri, al confronto dei quali la zona industriale di Termini Imerese è patrimonio Unesco, ho riconquistato la vista dell’oceano. E l’ho fatto seguendo uno dei tratti più belli del Cammino del Nord, quello che ti regala i cinque chilometri incantati del Paseo Itsalur, una passeggiata a strapiombo sull’Atlantico (nella foto sopra) per la quale bisogna pagare dazio: una rampa di 119 scalini a freddo, come inizio di giornata.  

E qui va aperta una parentesi.
In un ambito in cui ogni giorno, bene che vada, si consumano muscoli e articolazioni per cinque-sei-sette ore, la vera moneta non è l’euro, ma il chilometro. Nello specifico, la posada in cui alloggio stasera è, come spesso accade, in una località sperduta. Per cena io posso scegliere: o rifugiarmi in un bar a poca distanza e trangugiare panini decrepiti e birra oppure mettere le gambe in spalla e camminare per due chilometri e mezzo verso una radura che si trasforma in piazza e accoglie tutte le anime di questa montagna vista mare (che stasera sono tutte qui e sono una folla di non più di cento persone). Questa indicazione me l’ha data il proprietario della posada, un anziano che si esprime a gesti e disegni: per indicarmi la via ha scarabocchiato su un foglietto qualcosa di amabilmente incomprensibile (infatti il reperto è già in archivio) e mi ha dato una pacca sulla spalla. Una via di mezzo tra un “buona fortuna” e un “non rompere i coglioni”.

Insomma, decrittato il post-it di Hammurabi, arrivato sul posto e “pagato” i 2,5 chilometri in più che con quelli del ritorno fanno cinque, ho messo mano all’altro portafoglio, quello della lingua. Nel Cammino quelli come me parlano un nuovo esperanto, un tragico incrocio tra inglese, francese, spagnolo e ovviamente italiano. È una vera forma di credito/debito giacché è alla base di ogni scambio sociale, economico, umano. Tra Paesi Baschi e Cantabria l’idioma trasmigra nella gestualità, un po’ come da noi, e il popolo dei pellegrini comincia a ingrossarsi (al momento si cammina ancora in perfetta solitudine, ma temo di essere stato fortunato). C’è il magico incrocio delle lingue, che detto così pare una cosa da film porno, ma che in realtà è qualcosa di molto più complicato e che determina la nascita di una nuova lingua ufficiale: quella della sopravvivenza.

Chiedi “quanto costa” in francese perché le tue vacanze sulle nevi della Savoia ti hanno abituato a slogare il portafoglio. Spieghi da dove vieni in inglese perché “where you came from?” era la frase-salvezza nelle tue prime vacanze da adolescente nel buco nero della vita di relazione. Ordini da mangiare in spagnolo perché “jamon y queso” è più facile da sillabare di “prosciutto e formaggio”. E dici “grazie”, “fuck you”,  “au revoir”,  “bocadillo” nello stesso discorso (capita, eh!) perché le parole hanno un suono e non c’è nazionalità che possa toglierglielo. Musica, null’altro che musica.

Alla fine tu capisci che c’è un mondo anarchico e reale che resiste alle miserie istituzionali dei piccoli duci che vorrebbero costruire la storia in mutande e cellulare da Milano Marittina, e lo fa con l’unica arma che Dio o un dio gli ha dato: viaggiare, ovvero conoscere gli altri, ovvero imparare dalle diversità, ovvero aprirsi anziché chiudersi.

Rideteci pure.
Ma per sicurezza segnatevelo.

(9 – continua)