Più narrazioni, meno commemorazioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Se non ci fossero di mezzo una tragedia infinita e una ferita al cuore dell’Italia, quella delle stragi del 1992 sembrerebbe una storia scritta apposta per essere raccontata. Del resto con l’infinita serie di colpi di scena, con una galleria di personaggi dalla doppiezza cinematografica, col drammatico succedersi di speranze e delusioni, di dubbi e certezze, la solidità del plot sarebbe assicurata. Ma ovviamente una cosa è la realtà, un’altra la finzione. Ed è un bene che la linea di demarcazione sia netta, chiara, giacché è proprio nello stridere di emozioni contrastanti che il teatro produce i suoi frutti: il palcoscenico è il luogo dove queste emozioni convergono, si moltiplicano o si annullano, emergono o si inabissano. È il tempio della libertà, ideale per narrare di libertà che non ci sono (più). Ma è anche una culla dell’emozione dove la fonte di ispirazione meno romanzesca può lasciare spazio al dolore sordo, quello senza più lacrime, al tremendo senso di ingiustizia che viene fuori da ogni singola domanda di verità che non trova risposta.

Siamo abituati alle commemorazioni, tragicamente abituati. Per troppo tempo la cultura, alle nostre latitudini, si è impigrita proponendo scorciatoie anche nobili, ma pur sempre scorciatoie. Siamo un popolo che vive di consuetudini, che tende a navigare a favore di corrente. C’è voluto un  lungo lockdown per realizzare che quella per la cultura è l’abitudine più facile da perdere poiché in questo Paese la cultura è considerata una sorta di bene accessorio, una cosa in più, se resta spazio e tempo… In tal modo in un periodo complesso come questo è più facile disabituarsi: perché non c’è nulla di più fragile di un’abitudine che non ha intenzione di sopravvivere a se stessa.

Ecco perché servono più narrazioni che commemorazioni. Perché si può essere ricchi e forti, amati, temuti e potenti, ma senza qualcuno che ti racconta una storia si è semplicemente nudi. Il “c’era una volta” non è solo l’inizio di qualcosa, ma è soprattutto una finestra aperta sul mondo migliore che riscatta la pochezza di quello in cui ci siamo ritrovati a vivere. Forse quello della fantasia è l’unico posto in cui siamo davvero ciò che meritiamo di essere.

Se la convergenza astrale di questi tempi bui continuerà a incrociarsi con l’orgoglio strabico di chi ritiene che contro la criminalità più o meno organizzata servano solo operazioni di polizia, resteremo senza il cibo per la nostra immaginazione. E questo digiuno, credetemi, non si placa con succedanei, giacché la cultura è fatta di materia prima che non ha surrogati. C’è o non c’è. Non è un asparago che, se non lo trovi fresco, puoi sempre reperirlo tra i surgelati.

Negli anni scorsi con Salvo Palazzolo abbiamo scritto due opere-inchiesta per il Teatro Massimo di Palermo, “Le parole rubate” e “I traditori”, nelle quali abbiamo cercato di indagare tra i misteri delle stragi Falcone e Borsellino. Era un tentativo di imbastire un’indagine sul palcoscenico del teatro d’opera più grande di Italia che partiva da un presupposto: nel luogo dell’arte, cioè nel tempio in cui si celebra il primato della fantasia, si può trovare la libertà che serve per provare a evadere dalle prigioni delle versioni preconfezionate.
Era la nostra ricerca della verità. La verità del dubbio.
Ecco il punto. Quando il teatro entra in una dimensione da maneggiare con cura, dove finisce il recinto della cronaca e dove si apre il cancello della fantasia? 
Probabilmente la risposta sta nella domanda stessa: l’eterna celebrazione del dubbio può essere un modo per evitare di impantanarsi nel fango delle contraddizioni delle versioni ufficiali puntualmente derubricate a coincidenze. Coincidenze che – lo abbiamo imparato soprattutto per le inchieste sulla strage di via D’Amelio – non sono altre che menzogne scritte in anticipo.

Se il teatro, come si dice, è la zona franca della vita, forse lì sarà finalmente possibile ricominciare, rimediare, rinascere. E commemorare finalmente guardando al futuro.

Orfani

La prossima settimana c’è una data alla quale negli ultimi tre anni mi sono preparato con patologica dedizione professionale oltre che, com’è giusto, civile. Ma quella civile, che in qualche modo è collegata al mio mestiere di giornalista, è sempre stata una costante avendo vissuto per questione generazionale in prima fila la stagione delle stragi di mafia.
Come alcuni di voi sanno nel 2017 ho ideato per il Teatro Massimo un progetto di opera-inchiesta che segna una svolta nella serie infinita delle commemorazioni ufficiali di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, e degli uomini e donne delle loro scorte, vittime che meritano tutte un rispetto che non faccia disparità.

I loro nomi vanno fatti sempre.
A Capaci Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro (vi furono 23 feriti, fra i quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista Giuseppe Costanza). In via d’Amelio Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina (ci fu un sopravvissuto, l’agente Antonino Vullo).

Data la convergenza inaudita di casini mondiali, in questo anniversario del 23 maggio prossimo venturo c’è un elemento che spettina l’ortodossia antimafiosa. Mancheranno il bagno di folla (spesso orecchiante), le adunate vista telecamera e le sfilate di un potere che in gran parte è gobbo e strabico.

Parentesi sul potere: pensate che in questi 28 anni ci sia stato un solo momento in cui lo Stato abbia scelto di abbandonare la sua “ragion” e si sia deciso ad aprire archivi a liberare verità prigioniere di chissà quale indicibile compromesso? Risposta: mai. Chiusa parentesi.

Chi mi conosce e/o mi legge sa che il complottismo è la mia kryptonite. Eppure è opinione mia (e di Salvo Palazzolo, il collega col quale ho scritto gli spettacoli di cui vi sto parlando) che i diari di Falcone o l’agenda di Borsellino non siano custoditi in un covo di mafia. Perché, da quello che sappiamo, le stragi degli anni Novanta videro la mafia come elemento di tragica e determinante importanza operativa: ma è logico che ci fu una super-regia di cui oggi possiamo delineare l’operatività, senza tuttavia avere quella certezza che ci consentirebbe di voltare pagina. Come un libro, un codice, una nuova bibbia.
Tutto questo per dirvi che la prossima settimana (il 23 maggio alle ore 15) Rai Radio 3 dedicherà uno speciale, nella trasmissione Piazza Verdi, al “Le parole rubate” e a “I traditori”, trasmettendo per la prima volta il dittico in forma integrale. Ci saremo tutti: a parte me e Salvo, il sovrintendente del Teatro Massimo Francesco  Giambrone, gli autori delle musiche Marco Betta, Fabio Lannino, Diego Spitaleri, e Gigi Borruso l’attore che ha dato vita e forma ai nostri dubbi atroci.
Ma non finisce qui: il 23 e il 24 maggio la web tv del Teatro Massimo dedicherà un ricco speciale alle due opere proponendo, tra l’altro, l’indimenticabile interpretazione di Ennio Fantastichini quella sera del 23 maggio 2017 e il videomapping finale ideato dal regista Giorgio Barberio Corsetti (che resta una delle trovate più emozionanti alle quali ho assistito).
Ma io sono di parte e il mio compito è solo quello di avvisarvi.
L’importante per quanto mi riguarda è ricordare a me e a tutti quelli che hanno memoria, come feci tre anni fa su queste pagine alla vigilia della prima de “Le parole rubate”, un concetto semplice: ci vestiamo di parole senza accorgerci che senza non saremmo soltanto nudi, ma orfani. 

L’ultimo tribunale

L’articolo pubblicato sul Foglio.

Quando il 4 ottobre 1994 presso Corte d’Assise di Caltanissetta si aprì il primo processo per la strage Borsellino neanche la più pessimista delle Cassandre giudiziarie poteva prevedere il groviglio di procedimenti che ne sarebbero scaturiti per i decenni a seguire. Tra ordini e contrordini, rivelazioni e allucinazioni, gradi di giudizio e tormenti di pregiudizio, di processi sull’eccidio di via d’Amelio se ne sono contati, sino a oggi, dieci. Ma il dato è ovviamente provvisorio, come solo gli errori perduranti promettono di essere. Le ultime indagini sui presunti depistatori – poliziotti o magistrati che siano – arrivano talmente in ritardo da far sì che il sentimento prevalente dinanzi a questo accatastarsi di verità sia quello della delusione.     

Per questo, maneggiando la storia dei misteri delle stragi del ’92 abbiamo scelto di inventarci una sorta di tribunale di fantasia. E di raccontarla, quella storia, nel posto che secondo noi, meglio di altri, poteva contenerla con i suoi drammi, le sue deviazioni, i suoi risvolti grotteschi, le sue fiamme raggelanti. Abbiamo scelto un teatro, un teatro lirico, il più grande d’Italia: il Teatro Massimo di Palermo.

L’opera-inchiesta scritta insieme con Salvo Palazzolo – s’intitola “I traditori” ed è recitata da Gigi Borruso, con le musiche di Marco Betta, Fabio Lannino, Diego Spitaleri e la regia di Alberto Cavallotti – è un’indagine sul palcoscenico che parte da un presupposto: nel luogo dell’arte, cioè nel tempio in cui si celebra il primato della fantasia, si può trovare la libertà che serve per provare a evadere dalle prigioni delle versioni preconfezionate. Spesso la verità del dubbio è più utile della certezza di uno slogan. E i dubbi nelle indagini sulle stragi di Capaci e di via D’Amelio non mancano. A cominciare da ciò che accade nell’immediatezza degli eccidi.

Passano poche ore dall’attentato in cui è morto Paolo Borsellino con gli agenti della scorta, e l’agenzia Ansa batte un take in cui c’è scritto che “fonti della polizia di Stato” sanno che l’autobomba è una Fiat di piccole dimensioni: “Una 600, o una Panda, o una 126”. Solo che ancora il blocco motore della macchina imbottita con novanta chili di tritolo non è stato recuperato (il ritrovamento avverrà l’indomani). E soprattutto ci vorrà un esperto della Fiat, fatto arrivare apposta dallo stabilimento di Termini Imerese, per capire che quell’ammasso di ferraglie appartiene proprio a una Fiat 126.  

I dubbi e le certezze. I primi ci accompagnano da ventisette anni, le seconde sono subito brandite da chi, come l’allora capo della Squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, sa troppo e non si capisce perché. Come fa la polizia di La Barbera ad avere identificato in anticipo il tipo di auto usato per la strage quando l’unica traccia che resta di quel veicolo è un blocco motore che non è stato ancora recuperato?   

La Fiat 126 è importante nella nostra ricostruzione poiché è su di essa che poggia gran parte dell’impalcatura del depistaggio grazie al sistema dei falsi pentiti. Poco meno di un mese dopo la strage di via D’Amelio, una nota riservata dei servizi segreti riferisce alla direzione del Sisde che “la Polizia avrebbe acquisito significativi elementi informativi per l’identificazione degli autori del furto dell’auto, nonché del luogo in cui la stessa sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato”.

Ancora lo stridere di dubbi e certezze.  Se i falsi pentiti Salvatore Candura ed Enzo Scarantino ancora non sono stati arruolati, come fanno la polizia e il Sisde a sapere dove è stata rubata la 126? E soprattutto com’è possibile che Candura e Scarantino siano a conoscenza del fatto che la macchina è stata prelevata dalle parti di via Oreto a Palermo, circostanza vera, se loro in realtà non c’entrano nulla con la strage?

Tenete conto che i dettagli che smaschereranno l’impostura del depistaggio, li svelerà il vero autore del furto della macchina, Gaspare Spatuzza. Ma lo farà solo quindici anni dopo l’attentato, nel 2008. Fino ad allora il circo dei veggenti metterà in scena, indisturbato, quello che i giudici di Caltanissetta hanno definito uno dei più gravi depistaggi della storia italiana. Ufficialmente, almeno sino alle latitudini giudiziarie a noi note, nessun magistrato tra quelli che hanno gestito le prime dichiarazioni di Candura e Scarantino (con l’eccezione di Ilda Boccassini), ha mai avuto sentore di imbroglio. La macchina della menzogna ha visto girare i suoi ingranaggi senza che mai qualcuno muovesse un dito. Oggi, ventisette anni dopo il boato, sappiamo che Scarantino, finto pentito inaffidabile per indole, per storia criminale, per physique du rôle, sta accusando del suo vergognoso indottrinamento solo un gruppuscolo di poliziotti a processo, come se i magistrati a quei tempi non ci fossero o stessero tutti a bocca aperta a tracannarsi l’intruglio allucinogeno preparato da La Barbera (che è morto da tempo e che quindi incarna l’essenza del colpevole perfetto). Fatto salvo il rito ecumenico dei rimbalzi di competenze giudiziarie che passa la palla da Palermo a Caltanissetta, a Catania, a Messina – in un gioco di fratelli coltelli dove scarseggiano i parenti e abbondano le armi da taglio – e che adesso con una sorpresona attesa ventisette anni vede indagati per calunnia due dei fulgidi pm di allora, Anna Maria Palma e Carmelo Petralia.

Certo se non ci fosse di mezzo una ferita al cuore dell’Italia, quella delle stragi del ’92 sembrerebbe una storia scritta apposta per essere raccontata. Del resto con i colpi di scena al momento giusto, con una galleria di personaggi dalla doppiezza cinematografica, con il succedersi serrato dei nodi della trama, la solidità del plot è assicurata.

Poche ore dopo la morte di Giovanni Falcone, due magistrati della procura di Caltanissetta entrano nella sua stanza al ministero della Giustizia, mettono i sigilli e fanno ciò che nessuno si aspetterebbe: lasciano lì i due computer all’interno dei quali ci sono tutti gli appunti del collega appena assassinato. Manco li degnano di uno sguardo. Ma non basta. Una settimana dopo, gli stessi magistrati tornano in via Arenula e dissequestrano tutto: (o)missione compiuta. Anzi stavolta l’effetto della loro disattenzione è ben più grave, dal momento che lasciano i pc incustoditi, alla mercé di tutti.

Stesso modus operandi a Palermo, dove a casa del magistrato in via Notarbartolo un computer portatile viene ignorato con pervicacia quantomeno sospetta.

Nella nostra messinscena siamo entrati nelle cartelle telematiche di Falcone e abbiamo constatato ciò che purtroppo era annunciato: qualcuno è entrato in quei file già il primo giugno del 1992 ed è tornato nei giorni seguenti, facendo quel che voleva. Tanto i computer non erano più sotto sequestro. Oggi sappiamo che da quei pc sono spariti i diari di Falcone.

Da un colpo di scena all’altro.

Per l’agenda rossa di Paolo Borsellino, un totem dei misteri italiani, la forma d’arte più adeguata sarebbe il balletto. Un balletto tragico magari con uno sfondo di seta tempesta rosso sangue. Perché le figure note e meno note che si aggirano attorno alla borsa che contiene l’agenda sembrano muoversi tutte sotto le direttive di un coreografo: del resto l’inganno è anche arte di movenze. Quel pomeriggio del 19 luglio 1992 poliziotti, carabinieri e funzionari dei servizi segreti mettono le mani sulla borsa, tirandola fuori dalla blindata in fiamme nella quale l’aveva riposta il magistrato, aprendola e rimettendola nel posto da cui l’avevano presa: cioè l’auto in fiamme.

Nella concitazione di quei momenti – lo scenario di via D’Amelio dopo l’esplosione è un inferno di lamiere, carne, fuoco, – due, tre, quattro persone, ognuna col suo distintivo, prendono la borsa dalla blindata che brucia, la aprono, rovistano, e chiamano in causa l’ex magistrato Ayala che era sul luogo: lui smentisce di avere mai avuto un ruolo in questo mistero inanellando però troppe versioni diverse, almeno secondo Fiammetta Borsellino.

Quanti danzatori oscuri nel cratere di Palermo.

La finzione teatrale per raccontare gli infingimenti dietro i quali la verità gioca a nascondino. Tra i mille rivoli in cui questa storia si disperde, un espediente narrativo che può essere utile nella sua trasversalità è quello del cambio di soggettiva. Perché non provarci? Sinora avevamo raccontato la storia da un punto di vista classico: i buoni e le vittime da un lato, gli assassini di Costa nostra dall’altra. Poi abbiamo deciso di cambiare inquadratura, scegliendo di guardare le cose con gli occhi dei mafiosi. Ecco cosa ha detto Gioacchino La Barbera, già componente della task force criminale che si è  occupata di preparare la bomba da piazzare sotto l’autostrada di Capaci poi diventato collaboratore di giustizia: “Mentre stavamo mettendo da parte l’esplosivo per l’attentato a Falcone, in una villetta di Capaci, notai una persona che non avevo mai visto, un estraneo. Questo tale arrivò con Antonino Troia, il capomafia di Capaci, parlò pure con Raffaele Ganci, il capomafia della Noce. Evidentemente lo conoscevano. Rimase in tutto dieci minuti, un quarto d’ora. Avevamo spostato l’esplosivo sul telone steso sotto la veranda. Non l’ho più vista quella persona. Penso che l’individuo non fosse di Cosa nostra perché poi non lo vidi più”.

Anche Gaspare Spatuzza, il mafioso che 16 anni dopo l’autobomba di via d’Amelio ha raccontato i misteri della strage Borsellino, ha fornito spunti interessanti. Il 18 luglio 1992 sta guidando la Fiat 126 (quella delle preveggenze di La Barbera e sodali) che dovrà essere imbottita di tritolo. “Non so dove dobbiamo andare. Io guido l’auto che mi avevano fatto rubare, la notte fra l’8 e il 9 luglio. Seguo Fifetto Cannella che fa da staffetta”. A un certo punto arriva in un garage dove si deve preparare l’autobomba. “All’interno vedo due uomini, uno è Renzino Tinnirello, della famiglia di Corso dei Mille, che mi viene incontro. L’altro è una persona sulla cinquantina, che io non conosco, perché non l’avevo mai visto. Intanto, arriva anche Ciccio Tagliavia, di Brancaccio, che in quel momento è latitante”. Un altro uomo misterioso sul luogo cruciale in cui si prepara il “botto” e per giunta in presenza di un latitante. “Non era un uomo d’onore, non era un mafioso, non l’avevo mai visto prima”, assicura Spatuzza, che ha dalla sua l’attendibilità di chi ha svelato l’impostura del falso pentito Scarantino.

I dubbi e le certezze. Le domande sulla reale identità di queste sagome misteriose fanno parte di un copione che sembra scritto anche per altri delitti eccellenti, precedenti alle stragi Falcone e Borsellino: Dalla Chiesa e i suoi diari scomparsi, i documenti trafugati a Peppino Impastato, il commissario Cassarà e la sua l’agenda rossa (un’altra agenda rossa!) che si volatilizza, gli appunti sottratti all’agente Agostino dopo che era stato massacrato assieme alla moglie sposata da un mese e incinta da due. La certezza è che c’è stato un metodo del delitto a Palermo.

All’antimafia non sono mai mancati i palcoscenici e anzi, in decenni che poi si sono rivelati cruciali per la credibilità di alcuni suoi protagonisti, si è assistito a una moltiplicazione di essi. Dal corteo alla tv, dallo slogan per strada all’articolo sul giornale militante, dal volontariato alla carriera, il treno movimentista della santa guerra (a parole) contro i boss si è lanciato a tutta velocità contro un obiettivo che si è rivelato sbagliato: dovevano essere i mafiosi, invece è stata una generazione sociale. Anche negli effetti è andata peggio del previsto: poteva essere binario morto, invece è stato deragliamento.

Forse è il destino delle storie storte, generare cantori sbilenchi. Forse c’è una luce piccola e seminascosta nell’abbagliante ribalta dell’eterno protagonismo istituzionale: i temi e i dipinti dei ragazzini che hanno visto “I traditori” con la scuola e che scrivono al teatro – sì al teatro –  come si fa a un familiare, “grazie, ora ne sappiamo di più”. Forse da qui si potrebbe immaginare il nuovo incipit di un’antimafia che è stata frutto da addentare dimenticandosi di dover essere seme.     

Il “tribunale del teatro” con la sua indagine sul palcoscenico non è argine né corrente. Non si sostituisce a nessuno né agisce per delega di alcuno. Brandisce l’unica certezza che si scorge, come terra emersa, da un mare di domande senza risposta. La verità del dubbio.

Proiettili, cipria e ceneri

C’è un piccolo miracolo che si compie non appena qualcuno si decide a raccontare una storia, per mestiere, per indole, per desiderio impellente, per vocazione, per missione. In un istante quella persona diventa tante persone e tante cose: diventa, per dirla con Patrick Modiano, un sonnambulo, un chiaroveggente, un visionario, un sismografo. Per questo è importante narrare: sui libri, sui giornali, nei teatri, per strada, in tv, a letto, nelle scuole, alla radio o dovunque ci sia spazio per un pensiero senza guinzaglio.

Ci pensavo in queste ore di sentimenti personali contrapposti: da un lato la gioia per uno spettacolo teatrale riuscito (che sudata!), dall’altro la tristezza per la scomparsa di un maestro del giornalismo come Vittorio Zucconi. Nel mezzo la salamoia di delusione e rabbia per le recenti polemiche su un’antimafia tutta riflettori e selfie che ha imbrattato una memoria che doveva restare immacolata.

Il furto delle parole è un delitto, contro la storia e contro la sua emanazione più pratica che è la memoria. Ogni volta che un racconto viene sottratto ai suoi legittimi destinatari, si forma una crepa nel grande muro che ci tiene al riparo dalla barbarie, quello della verità.

La morte di Zucconi segna per un giornalista della mia generazione la fine dell’illusione più concreta, e cioè che la penna possa essere spada e scudo e che tutto sia meravigliosamente possibile finché lo si può raccontare senza una pistola alla nuca. La storia de “I traditori” mi dice che c’è ancora un Paese che nella sua sete di verità sceglie di abbeverarsi a una fonte scomoda da raggiungere anziché attaccarsi al primo rubinetto dei social. Le polemiche sulle commemorazioni del 23 maggio mi suggeriscono di smetterla con la prudenza quando ci si trova dinanzi agli altari dell’antimafia ottriata. Ed è – badate – anche qui una questione di narrazione. Il protagonismo ammazza persino la migliore delle intenzioni e forse è il caso di ripensare, laicamente senza fare sconti a nessuno, il sistema delle santissime celebrazioni dell’anniversario della strage Falcone. Perché siamo arrivati a un punto in cui la vanità è l’art director di manifestazioni in cui si evidenzia sempre più – grottesco – il divario tra vittime di serie A e vittime di serie B, tra carrieristi e portafascicoli, tra politicanti in cerca di uno strapuntino e ingenui portatori d’acqua. Chi racconta per mestiere deve tenere conto di tutta questa congerie di nefandezze prêt-à-porter, assumendosene le responsabilità.

Una cosa è la cipria, un’altra sono le ceneri.    

A caccia dei traditori

Se fosse qui con me, chiederei al diavolo come ha fatto a progettare un piano così sottile con una materia così grossolana: mafiosi, tritolo, terra, carne, sangue, lamiere. Come ha fatto a ingannarci sbattendoci in faccia gli indizi, anziché nasconderli. Come ha fatto a immobilizzare la giustizia per tutti questi anni inventando piste di indagine al limite del grottesco. Come ha fatto a rendere tutto ciò plausibile, senza che nessuno di quelli deputati al controllo si accorgesse di nulla.
E soprattutto gli chiederei una cosa.
Come ha fatto a dare fiducia ai traditori?

Due anni dopo “Le parole rubate” io e Salvo Palazzolo torniamo sul palcoscenico del Teatro Massimo di Palermo per indagare sui misteri delle stragi Falcone e Borsellino. Lo facciamo il 23 e il 24 maggio prossimi (ma il 24 è una data già chiusa, riservata esclusivamente alle scuole) con un’opera inchiesta che non fa sconti a nessuno: “I traditori”.

Poco o nulla vi anticiperò qui, perché è in teatro che scoprirete le inquietanti manovre, il rimando di scuse, il doppiogioco di alcuni uomini delle istituzioni che hanno portato al più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana. E constaterete con noi che la storia, così come ce l’hanno raccontata, è una storiella, un mazzo di coincidenze raccolte alla rinfusa e spacciate per verità ufficiale. Prove alla mano, cercheremo di rimettere a posto le tessere del puzzle. E lo faremo con la narrazione di Gigi Borruso, le musiche di Marco Betta, Fabio Lannino, Diego Spitaleri, la regia di Alberto Cavallotti, le suggestioni video di Antonio Di Giovanni e Davide Vallone, la documentazione fotografica di Franco Lannino.

Non è un caso che tutto ciò avvenga in uno scenario che ci toglie il fiato, il più grande Teatro d’opera d’Italia, un teatro che ha il coraggio di uscire dal comodo orticello del “già noto” per affrontare la scommessa dell’innovazione dei temi, dei linguaggi. Ricordo ciò che il sovrintendente Francesco Giambrone mi disse il 19 luglio scorso in via d’Amelio, dopo l’ennesima replica delle “Le parole rubate”: “Noi queste cose dobbiamo raccontarle con tutta la voce che troviamo, con tutti i mezzi che abbiamo. È una scommessa”. E la scommessa l’abbiamo accettata, tutti noi.

Quindi se volete ci vediamo il 23 maggio, alle 20,30 nella sala grande del Teatro Massimo di Palermo (sbrigatevi perché poi i posti finiscono). Vi promettiamo di dire tutta la verità, almeno quella a noi nota che, in gran parte, corrisponde a quella universalmente poco nota se non addirittura sconosciuta.

L’importante è che nessuno ci parli più di coincidenze.
Le coincidenze sono menzogne scritte in anticipo.