Tipo suocera

Sono alla penultima tappa della mia Francigena e mi godo la Lunigiana, un gioiello incastonato tra Toscana e Liguria. Soprattutto gioisco per la disponibilità dei suoi abitanti. Le tappe del Cammino qui sono abbastanza faticose perché si sale e si scende (ovviamente i miei approdi sono sempre nel punto più alto, manco a dirlo). Sullo sfondo ci sono le Apuane a ricordarti che in fatto di salite potrebbe sempre andare peggio, mentre intorno a te sfilano castagneti e viti e i sentieri sono spesso pieni di rovi (ho gambe e caviglie tigrate tipo fuseaux della Santanché di altri tempi). Alla fine della camminata – arrivo con la bava agli angoli della bocca in stile Arnaldo Forlani al processo Cusani – c’è però sempre una piacevole sorpresa. Il “sempre” è una mia relativizzazione poiché è bello cedere ogni tanto all’illusione che ciò che è per te possa essere felicemente per tutti: lo dico a quelli più pignoli (leggasi attenti) con il ditino alzato per via della mia crociata contro il sempre e il mai.  

È accaduto nelle due tappe di Filetto e Aulla. Nella prima, all’agriturismo Il Montale ho provato il relax di un biolago, una piccola distesa d’acqua dove tutto sembra finalmente stare al suo posto, e la gentilezza dei coniugi che gestiscono la struttura.

Nella seconda, all’agriturismo La Selva da dove scrivo adesso, sono reduce da una cena indimenticabile nel cuore della campagna: una persona ha cucinato solo per me e si è persino accollata la scocciatura di chiacchierare. Va detto che io sto zitto per tutta la giornata dato che cammino da solo e penso, e ascolto musica, e fingo di risolvere problemi, e scrivo sulla mia agenda (prezioso regalo di Vera Werber-Ahrens), e ripenso, e guardo dove metto i piedi, e faccio promesse che non manterrò, e rido da solo, e ogni tanto mi commuovo, e cerco di non passare per pazzo le pochissime volte che incrocio anima viva. Quindi, alla fine ma non sempre, quando trovo gente simpatica e interessante, parlo. Anzi peggio: faccio domande, tipo suocera.

Qui in Lunigiana sono in Toscana ma loro non sono toscani. Manco lo parlano il toscano. Sono mezzi liguri e mezzi emiliani, anche nella cucina. A conferma del fatto che la geografia è un confine che nulla ha a che fare con la cultura di un popolo: e noi siciliani ne sappiamo qualcosa.

Sono stato fortunato, a parte la parentesi di quel postaccio a Pontremoli (Podere Magaiana, prendete nota per scegliere dove non andare mai), perché ho incontrato talenti che mi hanno stupito: ieri ero in un posto in cui si coltiva lo zafferano e mi hanno raccontato dei fiori che si raccolgono all’alba e si aprono uno per uno per estrarre il prezioso pistillo (chiedo scusa se non sono preciso): la notte ho sognato di rotolarmi in un’orgia di risotto.

Oggi mi hanno spiegato la magia della cucina povera di un territorio ricco di materie prime: panigacci, testaroli, farina di castagne e focaccette. Stanotte se dovesse capitarmi di dover scegliere l’orgia nella quale immergermi opterei per qualcosa di davvero frizzante: Alka Effer?

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