Dare dell’idiota a chi lo è (special edition)

A occhio e croce al bigottismo di Adinolfi manca solo una Glock, una buona scorta di proiettili e un centro commerciale in cui trastullarsi guardando il mondo col sereno ottimismo di chi non è circondato da persone, ma da bersagli.

  

Dare dell’idiota a chi lo è

Ne ho visti di papà tornare a casa e uscire coi figli a cercare Pokemon… Copia di pok

  

Tutto meraviglioso

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini con Zoff, Causio e Bearzot sul DC9 militare che li sta riportando da Madrid a Roma. Sul tavolo la coppa del Mundial, 12 luglio 1982.

E lo so che 34 anni fa vincevamo un Mondiale, anzi il Mondiale. So anche che molti di voi non c’erano e se c’erano dormivano (o poppavano). So che eravamo forti e affamati di vita. Tutti, giocatori e semplici tifosi. So che allora il calcio era una metafora della vita e non un suo surrogato. E che il mondo girava sempre a fatica, ma senza ansia di prestazione. So che coltivavamo il desiderio di lasciare un’impronta, e che la navigazione anonima era sinonimo di pirateria, quindi di qualcosa di sbagliato. Il migliore strumento di geolocalizzazione era il citofono: una risposta dava una certezza con la minima approssimazione umanamente immaginabile. So che ci si contava prima di armarsi ed eventualmente partire.
Nel 1982 eravamo campioni del mondo. Unici.
Nel 2016 siamo un campione del mondo. Qualunque.
Ma forse siamo solo invecchiati e tutto in fondo è meraviglioso, a nostra insaputa.

  

Just the two of us

Ingredienti per rendere divertente una serata monotona.
Un iPod o un qualunque lettore digitale di musica: oddio, va bene anche il walkman se ne tenete un cimelio funzionante.
Un paio di scarpe comode.
Un luogo da esplorare: vanno bene anche un lungomare o un quartiere della vostra città, oppure una zona che conoscete benissimo (e capirete perché).
Una persona amata (con conseguente altro paio di scarpe comode).

Procedimento.
Inserite due paia di auricolari nel lettore. Non usate due iPod diversi perché il bello sta nell’ascoltare la stessa musica, contemporaneamente. Scegliete la playlist giusta e cominciate a camminare. Lasciatevi trasportare dalla musica, ballate se volete, chiudetevi al mondo e apritevi alla vostra visione del mondo. Scoprirete che anche una strada che credevate di conoscere bene – quella che fate per andare al lavoro o fare la spesa – può essere meravigliosa. Vi accorgerete che col beat giusto il tempo si ferma. Consumerete chilometri senza accorgervene e, tornati a casa, vi sentirete più leggeri. Andrete a nanna con la felice, e rara, consapevolezza che i veri chili di troppo non stanno nel girovita, ma nella testa.

  

Dare dell’idiota a chi lo è

Gay pedofili

  

Attenzione, gioire con cautela

Fino a quando non capiremo che il vero nemico da combattere in modo globale è l’intolleranza come risultato della somma di incultura e pregiudizio, perderemo il nostro tempo. Meglio abbassare la testa, piegarsi aspettando che la piena passi. Ma non è trattenendo il fiato o confidando nel fato che si può andare avanti in un’epoca di connessioni ultraveloci e di reazioni sociali ultralente. Dalla strage in Florida alle nuove ondate reazionarie che, dalla politica alla cultura, cercano di imporre un ordine, anzi un “ordine” che esiste solo nelle fissazioni di menti farneticanti, è evidente una chiave di lettura univoca: la resistenza al nuovo, l’opposizione verso il differente sono le micce di chissà quanti ordigni pronti a esplodere dentro e fuori i nostri esercizi di metafora.
Il fanatico dell’Isis si differenzia dall’accoltellatore di prostitute albanesi (tanto per andare un po’ indietro nel tempo e dimostrare che la storia non è una perdita di tempo) solo per l’arma utilizzata: lo schema mentale è lo stesso. E poi c’è l’odio indiscriminato per i giovani, l’invidia per l’innocenza delle fantasie, per la gioia altrui. Tutto questo è intolleranza e non riguarda solo ciò che non ci riguarda: terre lontane, continenti imperscrutabili, civiltà altre.
No, riguarda tutti noi. A cominciare dal condomino dello stesso pianerottolo, dal vicino di poltrona al teatro, dal passeggero di fronte a noi sul bus.
Sorridere e mostrarsi felici è l’offesa più grave per chi vive nell’incultura e nel pregiudizio. Verrebbe da dire: attenzione, gioire con cautela.

  

Duran Duran, trent’anni dopo

Duran_duran_ticket_palermo_italiaL’articolo pubblicato ieri su Repubblica.

Chissà quanti dei quattromila e passa spettatori che stasera assisteranno al concerto dei Duran Duran a Taormina era allo stadio comunale di Palermo, quella sera di fine maggio del 1987 quando Simon e compagni infiammarono i cuori di trentamila spettatori. Perché solo chi c’era allora può tracciare, un po’ per gioco e un po’ no, una linea ideale che unisce quegli anni con questi. E magari scoprire che le cose non sono andate come ci aspettavamo. Segue »

  

Ti sei pulito le scarpe?

runner scarpe sporcheA casa mia si sviluppano due linee di pensiero: quella della terra e quella dell’acqua. Io corro, mia moglie nuota. Io macino chilometri nella speranza di smaltire qualche chilo dovuto ad aperitivi e gioie della tavola, lei divora vasche con una silhouette che farebbe invidia a una modella. Ma la passione per lo sport, che entrambi abbiamo coltivato da sempre anche quando eravamo due puntini distanti in attesa che il tratto di penna del Maestro Destino ci unisse, detta una sua graduatoria dei diritti che non è uguale per entrambi. Insomma, casa mia è un buco nero della democrazia dei trotterellisti da mezza maratona, un odioso esempio di discriminazione dell’affanno compulsivo. Roba da sessione straordinaria del Tribunale dei diritti dell’uomo (preferibilmente in scarpe da tennis).
Se lei va a nuotare, va a nuotare e basta.
Se io vado a correre, c’è ontologicamente qualcosa di più importante da fare prima. Sempre. Mica esiste solo la corsa e basta.

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Parola di Guido (il post più bello)

Per indole e per mestiere ho i muscoli del cinismo ben allenati. Leggo, digerisco, smaltisco parole (non sempre in quest’ordine) e, soprattutto su Facebook, lascio che sia il mio cuore bonsai a giudicare cosa salvare e cosa no.
Stilo anche una personalissima classifica delle cose peggiori, ma qui ve la risparmio. Perché è del meglio che voglio parlarvi, anzi è il meglio che voglio farvi leggere.
Il post più toccante e delicato che mi sia capitato di leggere negli ultimi mesi è di un ragazzo che ho visto nascere (lui non si ricorda nemmeno chi sono, ma è così che funziona quando si invecchia: la memoria scava nelle menti più decrepite e mette in salvo quelle più giovani).
E’ un fratello che scrive di una sorella che non c’è più, e lo fa con una delicatezza che fa evaporare anche le lacrime. Che sono la cosa più inutile quando ci si vuole concentrare, perché annebbiano quel che deve essere ben visibile: un pensiero, un’occasione, una mancanza.
Per una volta copio e incollo da Facebook. 

di Guido Morello

Il tempo di lettura è di circa due minuti, si tratta di una di quelle storie che potrebbe strappare qualche lacrimuccia, ma oso dire che si tratta di una storia a lieto fine.
“Forse posso fare un riassunto di quello che mi è successo negli ultimi cinque anni, tra i più turbolenti ma anche formativi della mia vita.
La mia vita era per lo più un susseguirsi di serate in discoteca e piccoli quesiti esistenziali le cui risposte mi interessavano relativamente.
Erano riflessioni per verificare che la mia vita non fosse legata soltanto alla ricerca del divertimento.
Il futuro si presentava tranquillo, come il mare all’alba di una bella giornata d’estate. Nulla lasciava presagire che il tempo sarebbe presto cambiato. Segue »

  

Mi si nota di più se mi faccio i cazzi miei?

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Non è roba dell’ultima ora. Sulla necessità di commemorare la strage di Capaci, sulla necessità di fare altro in un giorno di memoria, sulla necessità di evitare il blabla, sulla necessità di non raccontare dove eravamo mentre il tritolo dilaniava corpi e speranze, sulla necessità di trovare altre necessità per il 23 maggio si dibatte sin dal 24 maggio dell’anno precedente.

Una volta, un tale teorizzò da qualche parte il divieto di esibizione della memoria in occasioni come queste per non inquinare lo scenario di guerra. Era un’opinione talmente strampalata, perché confondeva memoria con ricordo, dolore con pregiudizio, lucciole con lanterne, che mi rimase impressa. Comunque il destino fu puntuale con questo propalatore a sproposito dato che lo cancellò dalla cache sociale e culturale in un contrappasso tutto sommato non ingiusto.

Oggi per quel che ho visto – e qualcosa l’ho vista – l’unica febbre che andrebbe misurata (e tenuta sotto controllo) in questi frangenti è quella del protagonismo di rimbalzo. Cioè il protagonismo dei non protagonisti. C’è questa strana tendenza, che partita dagli anziani contagia sempre più i giovani, a mostrarsi contro o disinteressati per salvaguardare, almeno nelle intenzioni, il valore di ciò che non si vuol seguire. Cioè, io vado al mare invece che sotto l’albero Falcone perché lì, in via Notarbartolo, c’è gente che in realtà pensa ad altro piuttosto che ai morti di mafia. Che è un bel cortocircuito logico: faccio altro per protestare contro quelli che presumo facciano altro. Un tempo si diceva “ci sono con lo spirito e non con il corpo”, oggi è “non ci sono perché non ci voglio essere, ma non si pensi che non mi interessa perché mi interessa più degli altri e per questo non ci sono, perché non ci voglio essere…” e via loop. Che è un passo avanti rispetto al “mi si nota di più se non vengo?” di Ecce Bombo. È: “Mi si nota di più se mi faccio i cazzi miei e lo dico?”.

  

Il giornalismo più bello del mondo

New-Yorker

Questo avviene al termine di un meticolosissimo lavoro di revisione e correzione che dura settimane e che coinvolge almeno l’autore, l’editor, i fact checker, un avvocato, uno o due copy editor, uno o due rilettori che verificano la fedeltà delle modifiche e una serie di correttori di bozze che rileggono l’articolo a vari stadi della lavorazione.

Su Internazionale si racconta con involontaria crudeltà (rivolta a noi giornalisti italiani) la produzione di un articolo al New Yorker. Produzione, come si fa con un vero manufatto di pregio: con tanto di sforzo di ideazione, manualità, rifinitura e controllo di qualità. Mentre i giornali italiani sono impegnati in una strenua rincorsa di quella innovazione che hanno colpevolmente ignorato per qualche decennio credendo nell’immortalità della carta, il “giornale più bello del mondo” imbastito al 38° piano del One World Trade Center con vista su Manhattan, si preoccupa con cura maniacale del più antico dei requisiti della buona informazione: la correttezza delle informazioni.
Mi disse una volta la direttrice di un noto newsmagazine italiano: “Io non mi incazzo se siamo imprecisi sull’avviso di garanzia a un Dell’Utri di questi, mi incazzo se sbagliamo il nome del liceo che frequentava”. Ironia della sorte il giornale che dirigeva, lo scorso anno, ha preso uno dei granchi più clamorosi (e pericolosi) della nostra storia recente.

  

La mafia che fa male alla tv

tv fa maleLa mafia nelle fiction fa male all’antimafia? Secondo me, no. La mafia nelle fiction fa male alle fiction se raccontata male. Io ad esempio non guardo “Gomorra” non perché mi appello a un barlume di etica, ma perché non mi piace. Non mi piace, in generale, la maniera italiana di narrare in tv: povertà di sceneggiature, ritmi imbarazzanti, scarsa credibilità dei personaggi.
C’è poi un aspetto particolarmente irritante per chi, come il sottoscritto, è un buon consumatore di fiction d’oltreoceano: l’ossessione del messaggio. Nei nostri prodotti televisivi c’è sempre la smania di consegnare al telespettatore un plico virtuale nel quale sta scritto in bella grafia l’intendimento degli autori. E, badate bene, non si tratta di un (sano) patto di verosimiglianza, ma di una giustificazione quasi sempre pelosa: ti sto raccontando tutto ciò perché tu sappia che questo è male, non ti fare venire in mente strane idee e magari domani ti metti a sparare a poliziotti e magistrati; perché noi siamo i buoni anche quando mitragliamo le saracinesche con le nostre armi caricate a salve; e ricordati che quello che vedi non è sangue vero, ma un liquido rosso speciale che non irrita, si smacchia in lavatrice e fa pure bene alla pelle.

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Sicilia, paradiso o inferno dei turisti?

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Su Repubblica Palermo qualche giorno fa.

Che si decidano, lassù in Europa. La Sicilia è il paradiso o l’inferno dei turisti? Le prossime vacanze conviene trascorrerle alle nostre latitudini o è meglio girare al largo (e trattandosi di isola andare al largo ha i suoi rischi soprattutto navigando verso Sud)? L’ultima notizia, cioè la più recente, è un’incoronazione di Ragusa e Cefalù: il Telegraph ha stilato una lista delle meraviglie italiane da scoprire, lontane dai tour consueti e, bontà sua, ha incluso le due cittadine siciliane. Facile sarebbe immaginare migliaia di turisti inglesi pronti a fare le valige se la memoria non inciampasse in un altro articolo di un altro giornale di quelle zone lì, il Daily Mail che, qualche settimana fa si è inventato nientemeno che una dichiarazione di guerra: quella della mafia contro gli immigrati che arrivano sulle nostre coste. Ha scritto il giornale in questione: le cosche stanno disperatamente cercando di mantenere la supremazia dopo l’arrivo di gang criminali con i barconi degli immigrati. E per sostenere la tesi, più traballante di un assessore crocettiano, ha citato il caso di Yusupha Susso, l’immigrato ferito a Palermo da un balordo che giocava a fare il boss di quartiere. Roba che se la mafia leggesse il Mail potrebbe sporgere querela.

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Luoghi terribili e indimenticabili

Sant'Erasmo

Qualche giorno fa ho accompagnato una persona in un breve tour di luoghi terribili e indimenticabili di Palermo. L’occasione non era ovviamente turistica, ma di lavoro. Oltre che dall’incantato stupore del mio ospite nell’accarezzare con lo sguardo bellezza e abbandono insieme, sono rimasto colpito dalle sensazioni provate da me stesso che quei luoghi li conoscevo abbastanza bene.
A Sant’Erasmo ho provato a immaginare il placido porticciolo così tipicamente maleodorante, nonostante una congerie di lavori di sistemazione, popolato dai killer di Cosa Nostra che lo usavano come luogo di scarico di cadaveri più o meno liquefatti. A pochi passi c’è infatti la “camera della morte” in cui i mafiosi torturavano, uccidevano e scioglievano nell’acido i nemici di turno. Oggi è tutto un panorama di ordinaria e persino bella desolazione: l’acqua oleosa, qualche pesce coraggioso, la cornice montuosa sullo sfondo.

Omicidio don Pino Puglisi

Qualche chilometro più avanti, a Brancaccio, ci siamo fermati davanti alla casa di don Pino Puglisi, dove il piccolo prete coraggioso fu ucciso il 15 settembre 1993 nel giorno del suo compleanno. Qui la bellezza è tutta nella memoria. Il luogo in cui don Pino se ne andò guardando serenamente in faccia i suoi assassini splende di una speranza imbarazzante che francamente commuove. Provate a passare da questa piazzetta brutta e isolata, piazza Anita Garibaldi, e fermatevi davanti all’orribile monumento messo su per onorare il sacrificio del prete: troverete qualcosa che vi prende, vi porta a quella notte calda e, per chi ci crede, vi mette davanti all’imperscrutabile segno divino (più imperscrutabile che divino, a dire il vero).

  

Addio al nostro alfabeto musicale

Prince morto

Ci si abitua alle assenze, non ci si abitua mai alle voragini. Perché un’assenza è metafisica, una voragine è fisica. Quella di Prince è una voragine per noi affamati di rock, per noi ex giovani sopravvissuti agli anni Settanta, per noi mediocri strimpellatori in cerca di un genio da imitare.
Prince era in grado di sconvolgere tutto l’universo musicale conosciuto. Toglieva eco ed effetti laddove una teoria di delay copriva le nefandezze di un cattivo esecutore, cambiava nome quando il suo era troppo famoso, riempiva di note il vuoto di mille esistenze che, come la sua, venivano dal nulla senza aspirare ad altro che non fosse poco più del nulla.
Ci ho pensato per qualche ora, come se dovessi elaborare un lutto personale. Ed effettivamente non di lutto personale si tratta, ma generazionale. Nell’epoca in cui una generazione ha perso pilastri come David Bowie, Maurice White e (per l’Italia) Pino Daniele, c’è poco da sperare: quando un artista passa dalle cronache alla storia è il momento di fermarsi e respirare. Come quando arrivi a cinquemila metri di altitudine e guardi quel che c’è sopra pensando a quel che hai sotto: null’altro da fare, solo tesaurizzare l’esperienza, che sia ossigeno, musica o nostalgia compressa non importa. Devi respirare e basta.
Respiro.
Ok.
Prince era l’alfabeto di chi aveva due orecchie collegate a un centro del desiderio. Poteva non piacere, perché certe sue performances erano davvero urenti. Ma non importava: a nessuno piace la consecutio temporum, ma tutti sanno a che serve. E Prince serviva. A sognare una pioggia viola senza chiedersi nulla sul colore pernicioso. A chiedersi quando le colombe piangono. A implorare un bacio come un’ossessione violenta.
Non so quanti vi racconteranno della vita spericolata del genio di Minneapolis, non immagino quanti saranno i link con la sua fama di simbolo (bi)sessuale, né mi interessano i dettagli di una morte misteriosa come la sua vita privata.
So soltanto che Prince l’ho inseguito per il mondo, che l’ho raggiunto con mia moglie (anche lei pazza di lui, inspiegabilmente per età e formazione) in un remoto bosco della Danimarca: e lì l’ho trovato meravigliosamente snob (non eseguì neanche uno dei suoi cavalli di battaglia). Che l’ho apprezzato anche per le sue trovate più commerciali (perché lo stile non è acqua).
Che mi mancherà come il caffè la mattina, quando hai gli occhi ancora chiusi e ti rifugi in una certezza antica, un riff in la maggiore, una frase nota in una bocca impastata, una voce amabilmente stridula, la chitarra che urla, buongiorno mondo ma che cazzo di buongiorno ti meriti se è sempre lo stesso mondo di merda? Buongiorno lo stesso. E buonanotte Prince Roger Nelson, un nome paradossalmente lungo per uno che a un certo punto ha scelto di far passare l’apocalisse sul suo stesso elemento anagrafico, con un’ambiguità ostentata come la maschera di Pulcinella.
Buonanotte all’uomo che rinnegò se stesso per darsi una libertà maggiore, quella di superare i confini di una popolarità che rischiava di omologarlo anziché esaltarlo.
Buonanotte al macho di un metro e cinquantotto centimetri, sul quale nessuno ha mai avuto il coraggio di ironizzare.
Buonanotte e vaffanculo, maledizione
Chi ci darà il risveglio domani?