Amarcord

Parte come una discussione oziosa, arriva come un problema dei nostri tempi. Il tempo pazzo, il caldo d’inverno. I meteorologi, che pure sciorinano statistiche per non cadere in crisi d’astinenza, dicono che questo è l’inverno più incredibile da quando esistono rilevazioni attendibili. Nel mio piccolo, ricordo l’infanzia col cappotto e i maglioni a collo alto, la neve sulle montagne in questo periodo dell’anno, la pioggia che mi impediva di giocare a pallone per strada, le scarpe inzaccherate. Quando telefonava un parente da Milano, gli si chiedeva quasi gridando (effetto psicologico per annullare la distanza): che tempo fa da quelle parti?
Anche le pubblicità erano in linea con l’andamento meteorologico. Auto col “tigre nel motore” sgommanti in curve bagnate, amari serviti in biccheri scolpiti nel ghiaccio, famiglie raccolte intorno al camino. Oggi il miglior superalcolico è quello “servito nei peggiori bar di Cuba”, nelle stazioni di benzina si va per lasciarsi cullare (e addormentare) dal gestore, le famiglie pranzano all’aperto tutto l’anno.
La scomparsa delle mezze stagioni era solo un avvertimento. Le hanno rapite tutt’e quattro.
  

Ustica

Certe volte non arrivo subito al dunque. Ci metto del tempo, ore, giorni. Specialmente in questo periodo di febbre cavallina ho dei pensieri che restano incagliati in un angolo di cervello. Poi una lettura, una parola ascoltata, un semplice colpo di tosse e… vengono fuori.
Mi scuso quindi del ritardo col quale affronto, nelle consuete poche righe quotidiane, un argomento importante come la strage di Ustica. Sapete che la Cassazione ha chiuso definitivamente il procedimento penale senza colpevoli. Dobbiamo farcene una ragione, quel disastro aereo (81 morti di cui 13 bambini) non fu colpa di nessuno. Bomba o missile? Colpa dei francesi, degli italiani o degli americani? Zampino di servizi segreti e aiutino della P2? Macché, ricostruzioni da film! Quel DC9 era semplicemente stanco di volare anche se i suoi passeggeri non lo erano di vivere. I tracciati radar cancellati? E vabbé, ogni tanto bisogna pur fare un po’ di pulizia.
Ho seguito passo per passo questa vicenda per motivi personali e professionali. Non c’è mai stato un solo esponente politico capace di intestarsi una battaglia di verità. E non parliamo di risarcimenti. Ai parenti delle vittime e a quelli che tra noi si sono autoeletti amici-tifosi-sostenitori dei parenti delle vittime non interessa dei soldi. Di questa storia sappiamo praticamente tutto, com’è finita, com’è cominciata, conosciamo personaggi, comparse e registi. Ci vuole soltanto un parlamentare che trovi il coraggio di salire su un palco, con le carte in mano, per raccontarcela per filo e per segno.
  

L’erba del vicino

Di minuto in minuto le notizie che arrivano sulla strage di Erba danno un’idea sempre più incredibile di ciò che è accaduto. I vicini di casa hanno confessato. Quattro morti. Il bimbo sgozzato dalla donna. Gli altri massacrati dal marito.
Non credo che stavolta ci possano essere ammortizzatori mediatici. Vespa può ricostruire quanto vuole il delitto nel suo salotto. Qualche altro sanguinario dei canali televisivi specializzati scomoderà psichiatri ed esperti criminali. Io, e qualche altro con le scatole piene di questa dietrologia psico-catodica, vorremmo assistere a un programma fantasy sul tema “cosa fareste a questi schifosi assassini?”.
Solo questo ci interessa.
  

Elogio di un programma che non mi piacque

Stasera tornano in tv Cochi e Renato. A 34 anni dall’esordio de “Il poeta e il contadino”, quella che un tempo era nota come la “coppia del Derby” si ripresenta al pubblico televisivo. Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto sono il simbolo di un umorismo nordico e nonsense che ho poco apprezzato. Ricordo che da piccolo preferivo Franco e Ciccio, forse per questioni campanilistiche, forse per una maggiore propensione alla risata grassa. Eppure la coppia padana ha saputo conservare, nel suo spopolare come nel suo rarefarsi, nel suo perdersi come nel suo ricostituirsi, un garbo e uno stile d’altri tempi. “Il poeta e il contadino” era, per come lo ricordo, uno spettacolo noiosissimo eppure civile, elegante. Battute e allusioni non ne mancavano, ma tutto era avvolto in una confezione di gran dignità. Era la tv di Bernabei quella, dove i centimetri delle Kessler spostavano milioni di telespettatori. Era una tv dove c’era chi, come Cochi e Renato, faceva cantare all’Italia intera: “E la vita, la vita… la vita l’è bela. Basta avere l’ombrela…”
Una grande illusione. Ma elegante.
  

Avete letto qualcosa?

In rete spunta un altro filmatino di Saddam morto stecchito ed è di nuovo indignazione generale. Ci mancherebbe! L’indignazione e la protesta però sono voci di civiltà e come tali non possono risentire di doppiopesismo. La civiltà, intesa come insieme di conquiste materiali e culturali dell’intero genere umano, è una sola, da qualunque parte la si guardi, pesi, calpesti. Allora ai nostri cori di sdegno per l’omicidio e il successivo oltraggio del dittatore aggiungiamo una voce definitiva per ciò che da tempo accade in Cina. Questo Paese ammazza nel nome dello Stato ogni anno più persone che il resto del mondo. Sono 86 i reati punibili con la pena di morte, tra cui la contraffazione, l’evasione fiscale e lo spaccio di denaro falso.
Avete letto qualcosa in merito?
Quello della Cina è l’unico primato dinanzi al quale il presidente Bush deve arretrare anche se negli Stati Uniti l’eliminazione fisica dei condannati è prevista in 38 stati. A proposito, il New Jersey lo scorso anno aveva introdotto una moratoria sulle esecuzioni che doveva restare in vigore fino al gennaio 2007, cioè praticamente oggi.
Avete letto qualcosa in merito?
  

I cadaveri dell’Ariston

Parlare male del Festival di Sanremo è come criticare la manifestazione di Miss Italia o come maledire il governo mentre il cielo si rabbuia di nuvole: un luogo comune, uno sfogo umano, una scemenza. Parlarne bene però è difficile, eh.
La rosa dei big riesumata da Baudo e i suoi commilitoni non deve suscitare scandalo: la canzone italiana – quella vera, quella che gli italiani ascoltano a casa, in auto, alla radio o che scaricano col pc – è sempre rimasta ben distante dal teatro Ariston. Tranne rare eccezioni, il palco di Sanremo è servito negli anni ai seguenti scopi:
1) Riesumare cadaveri per dimostrare che la decomposizione si può combattere con un po’ di cerone e qualche applauso telecomandato.
2) Confezionare megacompilation, trainate da uno-due brani al massimo, per battere il record delle copie piratate.
3) Portare alla vittoria sconosciuti e far sì che restino tali per l’eternità: un caso per tutti, i Jalisse.
4) Offrire la possibilità alle più crudeli major discografiche di sfogare i propri istinti: sacrifici di ugole, scambi di ostaggi tra musicisti, ricatti e riscatti.
5) Manipolare il mercato italiano con una tecnica di ipnosi collettiva: Al Bano, Nada, Gianni e Marcella Bella… ripetete con me… Al Bano, Nada, Gianni…
6) Far ingrossare il fegato agli appassionati di canzonette.

Insomma anche quest’anno avremo di che parlare male per qualche sera, sbuffando davanti alla tv e ricordando improbabili edizioni del Festival in cui “la musica era musica”. Perché Sanremo è Sanremo.
  

Influenza

Fiaccato da un’influenza feroce, assisto allo scorrere di alcune immagini alla tv. Quando ho la febbre mi piace tenere il televisore acceso. E’ una questione di incoscienza, già oltre i 37 gradi mi sento (più) rimbecillito. La programmazione mattutina è quella che meglio si attaglia al mio status di malato esagerato: rubriche di cucina, di salute, di sport, di animali, tutte imbastite con una tecnica che le rende praticamente identiche. Se uno si distrae e riprende il collegamento dopo dieci minuti, non si perde niente perché non c’è un briciolo di diversità. Ieri sono passato da Giurato a Magalli attraverso Licia Colò senza distinguere un programma dall’altro. Insomma, ho mandato il cervello in vacanza. Come dimostrano queste righe.
  

Fantozzi e la scienza


Uno studio del professor Wayne Hochwarter dell’università della Florida ha accertato che, in un ufficio qualunque, è l’arroganza del capo la causa principale della fuga dei dipendenti vessati. Non so chi abbia finanziato questa bizzarra ricerca, ma ho qualche idea per le prossime inchieste. Come mai il netturbino pigro lascia le strade sporche? Perché le persone brutte, malate e povere sono in prevalenza più tristi di quelle ricche, belle e sane? Chi sono i genitori di Qui Quo Qua? E’ nata prima la frittata o il brodo di gallina?
Chiunque lavori in un’azienda che non sia quella del professor Hochwarter conosce i difetti che nella maggior parte dei casi affliggono chi ricopre un ruolo di comando. Nella mia esperienza non basterebbe un’enciclopedia multimediale per contenere la tabella introduttiva all’argomento. Dare un rigore scientifico all’arroganza del potente (spesso improvvisato tale) corrisponde a includere Fantozzi nel collegio dei docenti di un’università. Fossi Paolo Villaggio querelerei.

  

Porte in faccia

L’Italia si fa avanti all’Onu per una moratoria planetaria della pena di morte. Ogni mollica nella bottega del fornaio dei diritti umani fa pagnotta. Pannella fa l’ennesimo sciopero della fame e della sete: ha il mio sostegno ma sono convinto che se facesse anche lo sciopero del fumo la protesta avrebbe più effetto.
Il rischio alle Nazioni Unite è, come molti sanno, che si arrivi ai fallimenti degli anni passati. L’esperienza dovrebbe farci da maestra. Cosa è accaduto le volte scorse? Che la proposta contro le esecuzioni in cui l’Italia era in prima fila è passata nel dimenticatoio oppure è stata bocciata. Attenzione, qui non si sta parlando di un trattato commerciale o di un’indicazione strategica, qui si parla di pena di morte, lo strumento più coercitivo che uno Stato (sovrano o di cartapesta) può adoperare. Colossi mondiali come Stati Uniti, Cina e Russia restano sordi a qualunque appello. Noi ci cimentiamo nel ruggito del coniglio per poi imbastire una politica estera e una politica economica che non tengono conto delle porte in faccia che ci siamo beccati ad ogni seduta del Consiglio di sicurezza. Come insegnavano i nostri nonni, ci vorrebbe un po’ di sana cocciutaggine: se io ti chiedo qualcosa di importante e tu mi mandi a fare in culo, quando tu avrai bisogno io mi comporterò di conseguenza.
Difendiamo l’ingenuità dei nostri ragionamenti perché i furbastri devono ordire i piani per arrivare, gli ingenui sono già oltre. Ma purtroppo non lo sanno.
  

Giallo a Las Vegas

Con l’energia cinetica di una notizia fondamentale si schianta sul mondo dell’informazione il resoconto della notte di capodanno di Britney Spears a Las Vegas. Il nodo che divide l’opinione pubblica è il seguente: quando l’hanno trovata dormiente sul divano di un night, la cantante era ubriaca o semplicemente stanca?
E’ un giallo.
La principessina della pop music (e che music!) raccoglie ormai gran parte dei suoi consensi tra gli erotomani di internet che la considerano un simbolo sessuale irresistibile. Del resto la fama non è immeritata: la Spears divide le sue notti brave con un’altra artista impegnata, Paris Hilton, e molto spesso preferisce non indossare le mutande sotto la minigonna, per la gioia (anche solitaria) dei paparazzi. La Spears (assieme alla sopracitata Paris Hilton, di cui dovremo occuparci presto perché il personaggio merita) è la più cliccata al mondo grazie all’impegno profuso nei night, in estenuanti notti di slinguazzate omo\bisex e fughe in Rolls Roice.
Se a Las Vegas era ubriaca si è trattato di un infortunio sul lavoro.
  

Ambidestri

Il discorso del presidente Napolitano sembra aver riscosso consensi unanimi. Eppure mi è sembrato un discorso di sinistra (la lotta alle diseguaglianze, lo scandalo dei salari bassi, il richiamo pressoché esplicito alla classe operaia). Un dubbio: o con l’ anno nuovo la nostra politica sta diventando civile o qualcuno ha sbagliato canale.
Buon anno a tutti!
  

Fatevi un’idea

In epoca di grandi tensioni e drammi internazionali può far sorridere la notizia che sarebbe stato svelato il mistero di quanto guadagna il controverso proprietario dell’Ikea: una barca di soldi! A più di sessant’anni dalla sua nascita l’azienda non ha mai comunicato il dato degli utili, non essendo tenuta a farlo (non è quotata in borsa e ha obbligo solo di fornire il dato del fatturato). Tra smentite ufficiali e rimbalzi di agenzia, resta l’evidenza di una realtà economica costruita su basi solide, con puro spirito imprenditoriale e pionieristico senso degli affari. Il catalogo dell’Ikea, riferiscono gli appassionati di record, è il solo libro che ha superato la bibbia per numero di copie stampate. Pur essendo diffusa in mezzo mondo, l’azienda è molto cauta nell’avventurarsi in nuove esperienze. C’è molto lavoro, grande inventiva e un’affascinante difesa del proprio ruolo dietro a questo successo. Se le multinazionali o le totalizzanti imprese della new economy ispirano una dose crescente di diffidenza, questi miracoli del faidate (inteso anche come business) rinfocolano la fiducia in quelle idee che, secondo alcuni (milioni e milioni di clienti), non saranno mai oscurate dal fatto che hanno procurato un sacco di soldi a chi le ha avute. Anche se c’è chi la pensa molto diversamente. Fatevi un’idea.
  

L’errore

E adesso abbiamo un nuovo martire di cui non si sentiva la mancanza.
  

Col cappio al collo

Come qualche illustre commentatore osserva sui giornali di oggi, la condanna a morte di Saddam ha fatto sì che l’Italia si ritrovi unita in un coro a difesa della vita del dittatore. Il sentimento di unità nazionale è effettivamente molto raro da riscontrare se non in certe vecchie canzoni patriottiche o in qualche volume impolverato: non ci trovo nulla di strano, viviamo così distanti l’uno dall’altro che solo temi forti o appassionanti possono far sì che da cocci gli italiani tornino a farsi vaso.
Ho già affrontato la questione dei dittatori e del sano odio che suscitano in me. Il concetto di sacralità della vita è strettamente legato a quello di giustizia. Se odio qualcuno che ha fatto del male, voglio che costui paghi fino all’ultimo giorno di permanenza su questo mondo. E dal momento che Saddam ha molto da espiare ritengo che la vera giustizia, feroce e implacabile, debba pesare sul suo groppone per anni, più a lungo possibile. Non sarà un cappio al collo a chiudere la partita: più che al patibolo, il rais iracheno si avvia al martirio. Ed è una sorte che non merita. Giusto sarebbe togliergli quest’ultimo palcoscenico, condannarlo ad un’anonima e sicura prigionia, curarlo e trattarlo da ergastolano. Eradicarlo dai simboli di cui si è appropriato e restituirlo alla nuda terra senza altro diritto che quello di sopravvivere alla sua stessa caduta.
  

Ecomafia

Devo scrivere un racconto che ha a che fare con le corse clandestine di cavalli. Mi sto documentando, chiedo in giro, cerco su internet. La sensazione che ne ricavo è che nonostante le decine di blitz delle forze dell’ordine, in Sicilia come nel resto d’Italia, ci sia un fenomeno sommerso e a tenuta stagna. Insomma è più facile raccogliere notizie sull’ultimo, misterioso, pentito di mafia che sulle organizzazioni criminali dedite allo sfruttamento degli animali. Le ecomafie in Italia sono, per quello che leggo, un’emergenza. Di anti-ecomafia invece si parla pochissimo, purtroppo. Non per carenza di coraggiosi militanti quanto per una mera questione di rilevanza politica. La lotta alle ecomafie non è mai andata di moda, non ha ispirato carriere né è mai stata strumento elettorale. In quanto pura lotta al crimine è destinata alle brevi in cronaca. Se così non è, sarò felice di essere smentito.