Che cool!

E’ davvero Palermo la città più cool d’Italia? Secondo un articolo di Panorama della scorsa estate sì. Secondo il sindaco Diego Cammarata ovviamente sì. Secondo la campagna pubblicitaria che riporta il giudizio del settimanale su cartelloni intestati “Città di Palermo” sììì!!!
Guardate bene l’etichetta di questo post: “Dubbi”.
Cool vuol dire che l’aria è irrespirabile e che l’inquinamento è da record italiano?
O che il fatto di aver ospitato la grande contromanifestazione polista dell’Udc dà un certo appeal? E’ cool la parola “rapina” che sul Giornale di Sicilia di ieri (cronaca di Palermo) era ripetuta tre volte nei titoli delle prime due pagine e non per un refuso? Oppure è cool che il padre di un poliziotto assassinato 17 anni fa aspetti ancora di sapere chi è il colpevole e che, in assenza di risposte, dichiari pubblicamente che chiederà notizie alla mafia?
E’ più cool un pub stracolmo o una libreria deserta? Una scuola materna senza riscaldamento o una pista ciclabile spaccaossa?
E’ cool per il sindaco di una città cool essere (e rimanere) in fondo alla classifica nazionale di gradimento stilata dal Sole24 Ore?
Nulla di personale. Solo che vivendo in una città a mia insaputa cool vorrei sapere come vestirmi domani per andare a fare la spesa.
  

Il ladro di emozioni

Una delle figure più irritanti che incontro nella mia mezza età è il ladro di emozioni. Costui è un pericoloso manipolatore di realtà (plurale) che persegue fini strategicamente definiti: rubarvi un momento di felicità, togliervi l’esclusivo godimento di un frutto appena colto, spegnere ogni scintilla di entusiasmo. E’ un sordo che parla benissimo solo di sé, un bandito senza bottino perché ciò che porta via non ha alcun valore per lui.
Il ladro di emozioni si materializza quando siete appena tornati da un viaggio (per voi) fantastico e vi interrompe mentre siete alla prima descrizione tirando fuori dal cilindro un suo ricordo presunto col quale offusca il panorama che avete appena tentato di raccontare. Non c’è posto migliore, ambientazione più fiabesca di quelle che lui vi impone, rubandovi una scena che invece vi è dovuta.
Sempre in tema di esempi, il ladro di emozioni è pronto a sventagliare un suo scritto nel preciso istante in cui voi avete accennato al vostro. E se cercate di spiegargli che siete contenti perché il vostro tema\resoconto aziendale\manoscritto\libro ha passato il vaglio che aspettavate con ansia, lui metterà in campo tutta la sua pervicacia per parlarvi della sorte minuscola di quel foglietto che regge tra le mani, fosse anche la lista della spesa.
Ma non è solo nei momenti di felicità che il ladro di emozioni salta fuori dalla sua ombra patetica. Se avete un problema, se al vostro orizzonte si avvicina una nube di depressione, ci sarà sempre lui a ricordarvi che neanche in quest’ambito potete avere un primato, non fin quando lui avrà diritto di esistere e di soffrire (più di ogni altro essere vivente e non). Perché il malefico ha sempre un guaio peggiore del vostro e sa, prima di voi stessi, cosa volete (in modo improvvido) raccontargli: lui c’è passato ed è oltre la soglia del dolore, non c’è storia che regga al suo cospetto, anzi non c’è storia.
E’ sempre avanti rispetto a voi, col suo non-bottino. Si nutre della sua pochezza che non arriva neanche al rango di invidia.
E’ un ladro che in fondo depreda se stesso.
  

Consigli per gli acquisti

Come ogni anno…
Questa frase mi ricorda la prima cazziata professionale che mi beccai, allora giovanissimo giornalista, dal mio maestro Salvo Licata. “Perché mai uno si dovrebbe leggere un articolo che comincia così?”.
Ovviamente aveva ragione. E non sono i venti e passa anni trascorsi a rafforzare il convincimento, quanto la spossatezza che inducono certi (molti) riti.
Come ogni anno – che la buonanima di Salvo mi perdoni – è arrivato il tempo dei regali. E si aprono le danze.
L’idea originaria era quella, da televendita post-biscionata, di darvi qualche dritta. Ma, sapete com’è, le intenzioni sono i primi mattoni a franare quando l’imbarazzo si fa edificio.
Proviamo quindi a inventarci un giro di opinioni su cosa non fare, cosa non regalare, cosa evitare di piazzare sotto l’albero.
E’ utile schematizzare.
Regali dovuti. Genitori dispersi, zii d’America in zona testamento, amanti, capicosca, politici corrotti. Mi terrei alla larga da tutto ciò che è stato più o meno larvatamente richiesto, pur mantenendo inalterato il valore pecuniario (per questioni di incolumità personale in certe occasioni). Se una tangente deve essere pagata, tanto vale farlo col proprio gusto. Almeno resta un segno di distinzione, a parte la firma sul blocchetto d’assegni. Esempio: invece della cassetta di bottiglie numerate, un biglietto aereo di sola andata in classe extralusso per un’isola dove (vi hanno riferito fonti attendibili) è ammesso il cannibalismo.
Regali così così. La categoria più difficile perché il range è talmente ampio da correre il rischio di mancare un gol a porta vuota. Coinvolti colleghi, pseudoamici, gente frequentata per circostanza, conoscenti pervicaci nella loro permanenza in tale categoria. Un limbo. Mi asterrei dal regalare tutto ciò che non comporta una reazione del tipo: “Ma vedi questo, che personaggio!”. Vietati libri alla moda, penne, cd, ceste di cibo. Esempio: a un fedifrago orgoglioso regalerei “Luci nella notte” di Simenon.
Regali veri. Amori consistenti e persistenti dislocati in tutta la scala generazionale (mogli, figli, madri, sorelle, fratelli, ecc). Scanserei tutto ciò che non ha almeno un refolo di attinenza col campo seminato insieme. Regalare un maglione è facile, accompagnarlo con un biglietto che indica la situazione in cui potrà essere indossato è utile. La mia compagna mi racconta di regali gastronomici, fatti con le sue sante manine: mi sembra un esempio calzante. Una torta e un messaggio. Una teglia di biscotti e qualche parola.
Parole coi fatti. Il regalo più bello.
  

Natale di chi?

Dobbiamo farcene una ragione. Tra pochi giorni è Natale. La discussione potrebbe essere oziosa come l’estinzione delle mezze stagioni, la beatificazione dei giovani di una volta, ridateci la Dc, Baudo è sempre Baudo, il freddo secco non fa male quello umido sì. Ma stavolta c’è una variabile che, partita in sordina già da qualche anno, sta facendo sentire gli effetti con allarmante (per me) costanza. Il timore-rispetto per l’Islam.
Assumendo come punto fermo il convincimento che le religioni hanno il diritto di illuminare e, perché no?, condizionare i propri fedeli, non capisco perché debbano fare corto circuito ciascuna con le altre su questioni di risibile importanza. Leggiamo che a Londra si prospetta un Natale senza luci “per rispetto dell’Islam”, o che il presepe non tira più per reconditi motivi (religiosi?), o ancora che in molte scuole del Nord si rinuncia a muschio e pastorelli per non offendere la sensibilità degli alunni di altre religioni.
Personalmente sono convinto che siano ben altri i simboli, e soprattutto i comportamenti, che ledono la sensibilità degli islamici come dei seguaci di altre religioni. L’essere considerati diversi e difendibili innanzitutto. Una religione non è un handicap fisico, non necessita di traduzioni, non deve essere necessariamente universale. E’ l’ambito più personale che ci rimane. Se io prego guardando il mio pollice destro e chiamo il mio dio con un nome che può essere Gesù, Allah o Bahá’u’lláh, non devo essere tutelato da qualcuno, ma semplicemente rispettato. E se nel corso di una preghiera itinerante – può succedere di parlare col proprio dio mentre si è in giro, non c’è mica un orario di ricevimento – passo davanti al simbolo di un’altra religione, magari mi viene un’ispirazione in più.
Sogno un mondo in cui si preghi ognuno come cavolo vuole, con le parole che vengono, senza nulla da imparare a memoria e dove il catechismo sia come il raccordo anulare di Roma: incasinato sì, ma con molte vie d’uscita.
  

La caduta

La morte di Pinochet, seppure annunciata con lo stillicidio di bollettini medici e dichiarazioni di congiunti, sta innescando disordini e tensioni a Santiago. Non sono un esperto di politica estera, ma per riconoscere un dittatore non ci vuole una laurea. Basta seguire ciò che viene trasmesso dalle antenne del mondo, che non sono i tralicci e le parabole di una telecile o un canales cinques, ma i romanzi e le idee degli artisti.

Mi fido dell’odio per Pinochet instillatomi da Luis Sepulveda (leggete questo articolo se vi va) e vado a rileggermi un singolare libretto di Pedro Lemebel, intellettuale dissacrante, attivista del movimento gay cileno, icona di un linguaggio barocco eppure modernissimo e tagliente. Si chiama “Ho paura torero” e ve lo consiglio se volete imparare a odiare qualcuno che se lo merita. Con stile e civiltà.

  

Per cominciare

Ora per favore non mi chiedete “perché un blog?”. E’ già complicato trovare la giusta dose di solennità per celebrare un evento del genere senza cadere nel ridicolo: tutto vorrei affrontare fuorché la domanda di cui sopra.
Benvenuti nella mia stanzetta virtuale. Più avanti vi mostrerò quella vera dalla quale vi scrivo (bel panorama e buona compagnia di animali, non tutti domestici). Qui si parla di tutto, il menù della casa è vasto: scrittura, lettura, musica, sport (senza chiedermi tecnicismi), cronaca, tecnologia, politica, vita vissuta e occasioni sprecate. Per sapere chi sono basta leggere la biografia breve, l’altra è tratta da Wikipedia.
Vi lascio con un pensiero che mi frulla in testa. Oggi Prodi è stato contestato al Motorshow da un manipolo di destristi all’esplicito grido di “buffone, abbasso le tasse”. Molto da ridire sull’offesa, nulla sul resto: c’è bisogno di una pattuglia di scalmanati e di un consesso di alto livello culturale come quello del Motorshow per ribadire che le tasse non piacciono a nessuno? Prodi compreso.