Gli altri no

Il nuovo demonio italiano, ancora abbronzato nonostante il sole a scacchi, ci fa sapere che in carcere ha imparato a vivere. Fabrizio Corona, dipinto dai magistrati come il fotografo ricattatore dei vip, incarna in questo momento tutto il peggio – e quindi tutto ciò di cui ci piace sentir parlare – della vita italiana. Ovviamente si tratta di un ruolo eccessivo e ingiusto dettato da esigenze di cronaca: i mezzi di comunicazione hanno sempre necessità di creare nuovi fenomeni, che siano criminali, sportivi, sociali o culturali.
Corona però avrebbe un’occasione preziosa per cercar di far valere le sue ragioni (fragili?) e contemporaneamente mettere in mora (nessun doppio senso, giuro) il sistema mediatico che lo sta demolendo cellula per cellula: dovrebbe mostrarsi umano, spogliarsi di una vacua teatralità e non sognarsi nemmeno di travestirsi da maitre à penser. Invece dal penitenziario di Potenza fa sapere che le sue memorie diventeranno probabilmente un libro e dichiara che “il carcere è una prova che quasi quasi dovrebbero fare tutti”. Sul progetto editoriale non mi pronuncio: ci sono editori che pagherebbero soldoni per una pagina di astine vergata da un personaggio così in vista, al momento.
Sull’esperienza della detenzione ho qualcosa da aggiungere al verbo coroniano: il carcere è un esperienza che dovrebbero fare tutti i delinquenti, tutti quelli che se ne infischiano delle leggi, tutti quelli che lucrano alle spalle dei poveracci, tutti i violenti e gli imbroglioni soddisfatti.
Gli altri no.

  

Il caso Sircana ha rotto

Come tutte le fissazioni stagionali dei media, il caso Sircana ha rotto le scatole. Osservate la singolare parabola degli eventi: all’inizio della vicenda Vallettopoli nessuno parlava di queste foto compromettenti; poi un paio di cronisti del Giornale hanno percepito la puzza di una notiziaccia; contemporaneamente la notizia girava negli ambienti parlamentari e nei postriboli giornalistici; seguivano smentite politiche e dell’interessato; le foto non ci sono; cazzate, le foto ci sono; le foto ci sono ma non si pubblicano; Sircana dice che non gliene frega niente e che si possono pubblicare; le foto vengono pubblicate; i guru del giornalismo tranquillizzano che “in fondo non c’è nulla di scandaloso”; gli stessi guru riprendono a imbastire trasmissioni televisive e speciali giornalistici sull’argomento; la sfera privata non si tocca, dice il garante; nessun provvedimento disciplinare risulta intrapreso ad oggi; si ricomincia a parlare di queste foto dicendo che bisogna finirla; se ne parla perché non è finita.
Non entro nel merito degli scatti (in uno si vede l’auto del portavoce del governo Prodi accostata al marciapiede sul quale un transessuale espone la propria merce), ma mi preme dire una cosa sul metodo adottato dal paparazzo: pedinare una persona non c’entra nulla con la libertà di stampa.

  

Nulla di insipido

Ricevo una mail da Lorenzo Matassa. L’argomento è curioso, merita un post.

“Si fa presto a parlare di sale…
Ma sapete quante incredibili varietà nasconde la parola?
C’è il sale di Murray River, tenero color albicocca.
C’è il sale dell’Isola di Molokay, nero come la pece.
C’è il cristallo di Alea, prezioso per il Sushi.
C’è quello di Cervia che si sgranocchia con il cioccolato di Grenada e che rende il dolce più amarostico.
C’è il sale chiamato Diamante del Cashmere, raro salgemma tratto in alta quota himalayana.
C’è il grigio di Guérande, detto caviale del mare, perché contenendo ottanta minerali in un solo granello, trasforma ogni opera culinaria in qualcosa di raro ed insuperabilmente gustoso.
C’è il British di Maldon, che ha scaglie sottilissime a forma di piramide, preferito dalla Regina d’Inghilterra.
C’è quello hawaiano, fiocchi impalpabili di arancio intenso ricordano l’aroma degli atolli battuti dal vento.
C’è il Salty Cup che con peperone, cetriolo e popodorino frullati crea il cocktail famoso in tutto il mondo.
C’è il sale dell’Isola di Agoni, vicino Okinawa, reso celebre dal racconto di Koshin Odo, filtrato dall’acqua attraverso quindicimila rami di bambù durante la luna piena.
C’è il sale Rio Formosa dell’Algarve, setacciato grano dopo grano a mani nude.
C’è il Maras peruviano, raggranellato sulle Ande a 3.000 metri d’altitudine.
Ma se si va ancora più in alto si troverà il Mirror della Bolivia, raccolto a circa 3.700 metri (attenzione, usatelo con accortezza perché ha effetti molto simili alla pianta che, in quelle altitudini, crea l’ebbrezza psicotropa…)
C’è il Fleur de Sel Chardonnay della California che viene affumicato con la legna delle botti del vino.
Ma se essiccato con il legno d’olmo rosso diventa un altro sale che volgarmente è chiamato Pacific Salt.
Il Viking Salt è, invece, essiccato con il pino norvegese.
C’è il Mothya, che non vi dirò da dove viene…
Vi auguro che la vostra vita non sia mai insipida.”
Mi associo.
  

I simboli che servono

C’è un mormorio che cresce dopo la liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo. In sostanza, passata la paura, c’è chi esprime il seguente dubbio: perché per lui si è scesi in piazza, si sono raccolte firme, si è andati alla mobilitazione generale e per altri connazionali in analoghi guai ciò non è accaduto?
E’ un’ antica questione, quella delle vittime di serie A e di serie B. E non credo che sia un fenomeno prettamente italiano. C’entrano la visibilità dei personaggi, il loro essere (anche inconsapevolmente) simboli, la platea di cui la politica necessita, le eterne ingiustizie della vita.
Non c’è assolutamente da lamentarsi se nel nome di un reporter rapito dai talebani, che non sono proprio la Banda Bassotti, si muove una gigantesca macchina di solidarietà. A tutti piacerebbe che lo stesso impegno e la medesima sensibilità comune fossero manifesti per ogni italiano in grave difficoltà (leggasi rapimento, detenzione illegittima, cruenta impossibilità di rimpatrio e via dicendo), ma sarebbe come certificare che tutti gli uomini pesano socialmente alla stessa maniera. Il che, come sappiamo, non è vero. E’ naturale eleggere simboli in un mondo che ha bisogno di simboli per riconoscersi. E’ l’unico modo che ci resta per riempire le piazze nel segno di qualcosa di sensato e utile.

  

Divieti minuscoli

Due provvedimenti di divieto in Italia catalizzano polemiche in questi giorni. L’Agenzia per le Comunicazioni (non so perché ma già il nome dell’ente mi fa rabbrividire) ha vietato il porno in tv anche nelle ore notturne. L’Autorità Garante per la Privacy (oggi maiuscoli per tutti) ha vietato la diffusione di notizie non essenziali sulla vita sessuale. In teoria sarebbe difficile tirare fuori dal cilindro una critica all’essenza dei provvedimenti che tendono a rinforzare alcune norme già esistenti. Ma l’inghippo tipicamente italico si vede subito. In entrambi i casi infatti si rimanda a non meglio identificati poteri discrezionali. Traducendo: c’è un divieto ma c’è anche chi per autorità può farlo cadere in particolari occasioni. Nel Paese degli occhiali con le lenti di mortadella e dei burini che se la toccano con la pinzetta il pericolo di un’ondata censoria o, ancor peggio, corrotta cresce al livello massimo. Non siamo popolazioni da provvedimenti flessibili, innanzitutto per le classi politiche che abbiamo espresso: siamo scolaretti furbi che quando la maestra va in bagno si annegano di razzetti e palline di carta. Non ci servono Agenzie e Garanti Maiuscoli, ma solo sani divieti minuscoli e uguali per tutti.
  

Benzina

Ho perso il conto di quanto costa un litro di benzina in Italia. So soltanto che ogni volta che vado a fare il pieno è un salasso. E non so con chi prendermela.
Da un lato un dossier elaborato dai tecnici del sottosegretario Alfiero Grandi ha sostenuto che nel settore della distribuzione dei carburanti manca la concorrenza; che i prezzi della benzina e del gasolio sono inspiegabilmente più alti a confronto con la media europea; che il peso del fisco non è per nulla superiore rispetto ad altri Paesi simili al nostro come la Francia e la Germania. Insomma colpa delle compagnie petrolifere.
Dall’altro il Codacons ha diffuso cifre interessanti sul fronte delle tasse. Ecco, nello specifico, cosa paghiamo per ogni litro di benzina.

  • 1,90 lire per la guerra di Abissinia del 1935;
  • 14 lire per la crisi di Suez del 1956;
  • 10 lire per il disastro del Vajont del 1963;
  • 10 lire per l’alluvione di Firenze del 1966;
  • 10 lire per il terremoto del Belice del 1968;
  • 99 lire per il terremoto del Friuli del 1976;
  • 75 lire per il terremoto dell’Irpinia del 1980;
  • 205 lire per la missione in Libano del 1983;
  • 22 lire per la missione in Bosnia del 1996;
  • 2,15 centesimi di euro nel 2001 per il ripristino delle 50 lire tolte dal governo precedente che servivano a calmierare il prezzo del carburante;
  • 1,6 centesimi di euro nel 2004 per il contratto degli autoferrotranvieri;
  • 0,5 centesimi di euro nel 2005 per acquisto autobus ecologici.

Con chi prendermela? Un’idea però mi è venuta…

  

Qualcosa di leggero

Un tema leggero, quello delle storielle che girano nel web. Sono sempre stato un gran divoratore di stupidaggini, lo dico senza vergogna. Però sono sempre pronto a dire che non ci credo, che certe cose lasciano il tempo che trovano, che se la fonte non è controllabile la notizia vacilla, che sono tutte minchiate…
Insomma sono un curioso fifone!
Piuttosto, che ne pensate di queste “leggi realmente in vigore”? Molti di voi ne avranno sentito parlare, io ho aggiunto soltanto i titoli.
Buona domenica
In Scozia (nella contea di York) è perfettamente legale colpire uno scozzese con una freccia, tranne la domenica.
Provetta d’onore
In Paraguay chiunque abbia la necessità di sfidare a duello un suo rivale può farlo: in questo paese la “singolar tenzone” è pratica corrente. Ma la facoltà è concessa solo se si è donatori di sangue.
Il minimo garantito
In Giordania una coppia di sposi deve concedersi un rapporto sessuale almeno una volta ogni quattro mesi.
Bella porcona!
In Libano gli uomini possono per legge avere rapporti sessuali con animali, purché si tratti di femmine. Avere rapporti sessuali con un animale maschio è un reato punibile con la morte.
L’antiappannante è di Stato
Nel Bahrein, la legge consente a un medico di sesso maschile di fare una visita ginecologica a una donna, ma non di guardare direttamente i suoi genitali. Può soltanto vederli riflessi in uno specchio.
Sotto il mattone
Ai musulmani è proibito guardare i genitali di un cadavere, e questo vale anche per gli impresari di pompe funebri; gli organi sessuali dei defunti devono sempre restare coperti da un mattone o un pezzo di legno per tutto il tempo.
Meglio la cecità?
In Indonesia la masturbazione viene punita col taglio della testa.
Un duro lavoro
A Guam ci sono uomini il cui lavoro a tempo pieno consiste nel girare per le campagne e deflorare giovani vergini che pagano per il privilegio di stare con un uomo per la prima volta. Il motivo: la legge dell’isola stabilisce a chiare lettere che una donna vergine non può sposarsi.
Odiose disparità
A Hong Kong una moglie tradita può uccidere il marito adultero, la legge glielo consente; ma può farlo solo a mani nude. Mentre può uccidere come più le aggrada l’amante del marito.
Il boom degli acquari
A Liverpool la legge ammette commesse in topless, ma solo nei negozi di pesci tropicali.
Mamma, vado bene così?
A Cali, in Colombia, una donna può avere rapporti sessuali soltanto col marito e la prima volta che ciò accade nella stanza deve essere presente anche la madre di lei.
In separata sede
A Santa Cruz, in Bolivia, un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna e con la figlia di lei contemporaneamente.
  

I libri che muoiono

Prendo spunto da un articolo di Francesco Merlo su la Repubblica di oggi per parlare di libri. Anzi di librerie. Come il giornalista fa notare, nelle librerie i volumi migliori non si trovano più e non resta che cercarli su internet.
Per la mia esperienza posso dire che la situazione è molto più grave di quella raccontata da Merlo. Se si escludono i megastore, i giganti del settore che trattano solo merce collaudata, glamour, pubblicizzata, impilata in solidi catafalchi cartonati che riproducono l’autore di grido a grandezza naturale, restano i librai quelli veri. La differenza è la stessa che passa tra un hard discount e una salumeria. Una cosa è comprare il prosciutto già imbustato, un’altra è assaggiarlo, sceglierlo, vederlo affettare.
Solo che ormai anche le librerie per così dire normali hanno perso genuinità.
Vetrine monotematiche, tutto lo spazio alle novità, qualche titolo immortale sugli scaffali, il resto via. I libri sono memoria e non scadono come le mozzarelle. Ci si dimentica che il tempo dà valore ai volumi che meritano di essere letti. E non c’è legge di mercato che giustifichi il macero di un’opera: fin quando ci sarà anche un solo lettore che cerca, quel titolo avrà diritto di rimanere in vita. L’argomento è ovviamente molto complesso. Da un lato i librai hanno problemi di spazio e spesso restituiscono al mittente casse di libri ancora intonse, dall’altro gli editori pubblicano troppo e male. I lettori stanno nel mezzo e acquistano in prevalenza ciò contro cui vanno a sbattere. Ecco perché il catafalco cartonato deve essere solido.

  

Marameo!

C’è un vantaggio a leggere storie e notizie online: non si consuma carta. E la carta, soprattutto quella patinata delle belle rivistone di moda che si pagano al chilo, si ricava dalle foreste. E’ di ieri un appello di Greenpeace, cui volentieri mi associo, per salvare dalla distruzione le foreste primarie della Finlandia. Stora Enso a qualcuno può ricordare il cognome e nome (con refuso) di un emigrato meridionale; in realtà è un colosso mondiale della carta. Questa holding finnico-svedese risulta essere la principale acquirente di fibre di legno dall’agenzia statale Metsähallitus, che sta distruggendo le preziose foreste affidatele. Con il legno proveniente da queste foreste, Stora Enso produce carta per riviste stampate in tutto il mondo, Italia inclusa, e risme da fotocopie. Pochi giorni fa 240 scienziati finlandesi hanno chiesto di fermare il taglio nelle foreste naturali del Paese. Secondo voi li hanno ascoltati o gli hanno fatto marameo?
Ecco, ci siamo capiti.
Se qualcuno vuole restituire il marameo alla multinazionale e\o alla agenzia statale di cui sopra clicchi sui rispettivi ipertesti e segua la strada verso un “about us”, lì troverà qualche email con cui sfogarsi.
Ps. Mi sembrava inopportuno affibiare a questo post l’etichetta “erbaccia”, trattandosi di un argomento “vegetale”. Ho deviato verso le “certezze” che derivano dalla vostra sensibilità.
  

I più belli


Quando alcuni scienziati si mettono d’impegno riescono a diventare compagni di strada di certi esponenti politici: dimostrano in modo eclatante la loro esistenza in vita, ma misterioso resta il senso del loro cammino.
Un gruppo di ricercatori polacchi ha individuato nella top model Naomi Campbell e nell’attore Christian Bale (Batman e The Prestige) la donna e l’uomo più belli del mondo. Che un manipolo di scienziati – polacchi eh, mica americani, italiani o di altri Paesi goderecci! – s’intesti una simile campagna è già una notizia che fa sorridere. Ma che tra i criteri di rigore scientifico ci siano – udite udite! – l’altezza, il peso e il girovita è una notizia da urlo: fermate le rotative!
Questi signori hanno scoperto, dopo lunghe indagini, che la Campbell ha, proprio come la donna perfetta, “gambe lunghe, cosce e polpacci più magri rispetto alle altre donne”. L’uomo che più si avvicina al fisico perfetto è il 32enne Bale: “E’ alto più di un metro e ottanta e ha le gambe della stessa lunghezza della parte superiore del corpo”.
Insomma roba da non crederci! Non è la prima volta che, in questo blog, mi trovo davanti a notizie di una simile caratura che riguardano tette e culi. Ma stavolta ho esaurito tutti i punti esclamativi.
  

Palermo sempre più cool

I simboli contano, soprattutto se si vive nella città più cool d’Italia. Quello che vedete sopra è un pregiato esempio di pubblica cartellonistica stradale a Palermo. Poco conta il dettaglio (un’intera borgata sconvolta da irrinunciabili lavori per la rete fognaria), molto conta invece la qualità del rimedio a un disagio. Se un disgraziato, da tre settimane a questa parte, vuole tornare a Palermo da Mondello si trova in un dedalo di budelli, controsensi, trincee e indicazioni su cartone scritte a mano con una grafia incerta. Eppure la cartellonistica è uno dei punti forti dell’amministrazione orchestrata dal sindaco Diego Cammarata. Basta guardarsi intorno ed è un fiorire dei famosi manifesti (vedi foto piccola) che celebrano la presunta svolta di questa città nei titoli di alcuni giornali. Probabilmente per avere una segnaletica stradale come si deve bisognerà aspettare che qualche quotidiano stampi a tutta pagina: “Per Palermo sempre dritto”.
  

La lettera di Giuseppe

Uno studente napoletano ha scritto una lettera ai giornali chiedendo perché sui media si parla di scuola soltanto quando c’è un atto delinquenziale di mezzo. YouTube e telefonini, secondo questo ragazzo che si chiama Giuseppe, non sono le due facce dell’universo giovanile, ma due elementi che spettacolarizzano la parte peggiore di una minoranza di giovani.
Ha ragione Giuseppe nel chiedere che le generalizzazioni vengano evitate, anche se in tal senso sono dubbioso dato che esse sono la linfa purulenta della nostra informazione.
Spero che abbia ragione anche nel rivendicare a nome di una generazione il giusto profitto per ciò che di buono la scuola produce: non ho i mezzi per giudicare, ma non posso nascondere un certo scetticismo. La scuola è fatta di studenti e molti di loro sono impigriti dalla comunicazione a distanza, ingrassati dall’ozio mentale e prigionieri della noia. Qualche decennio fa si comunicava guardandosi in faccia, la casa era nelle proteste delle mamme “un albergo”, e se proprio non c’era nulla da fare si sudava per strada dietro a un pallone. C’erano meno tv e più carta stampata sotto forma di libri, fumetti, figurine. I giocattoli non invecchiavano facilmente e anche da scassati servivano per essere smontati, analizzati, sezionati sul tappeto della nostra stanzetta. Si andava a scuola con un altro spirito.
La lettera di Giuseppe si conclude con un bellissimo verbo: sognare. E questo mi dà fiducia.
  

Con la palla al piede

Ieri strillavano i giornali: l’Inter eliminata perde la testa. Il riferimento è alla partita col Valencia per la Champions e alla rissa finale.
Fin qui tutto male. Ma c’è di peggio. Con una dichiarazione surreale il presidente Moratti rasserena: “Non prenderemo provvedimenti contro i giocatori”. Malissimo.
Non mi interessano la dinamica della scazzottata, il rimpallo di accuse da asilo nido (“Ha iniziato lui!”, “No lui!”), la moviola e l’indagine della Uefa. Ho urgente bisogno che qualcuno ricordi a questi miliardari mutandati che sono pagati per dare il miglior spettacolo possibile. Con e senza palla tra i piedi. Dopo che gli stadi sono diventati quasi più a rischio delle caserme irakene ci vorrebbe un giudice vero (con toga e codice penale alla mano) per stangare i calciatori che violano le regole del vivere civile. Se prendo a pugni una persona in mezzo alla strada, nel migliore dei casi finisco in commissariato. Per i giocatori c’è un’altra giustizia, manco fossero coperti da immunità parlamentare. Quanto a Moratti non c’è che da attendere che rientri sul pianeta Terra.
  

Cuffaro e la coppola

Questa sinistra ce la sta mettendo tutta per mettermi in imbarazzo. L’ultima goccia nel vaso traboccante della mia pazienza è caduta ieri, quando su internet è stato diffuso uno spot del governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Nel filmato, realizzato dall’emittente agrigentina Teleacras, il presidente della Regione scherza con una coppola in testa sul rapporto conflittuale col governo Prodi. E s’inventa un’ingenua battuta su una dichiarazione di guerra agli Stati Uniti “così gli americani occupano la Sicilia e fanno loro tutto quello che ci manca”.
Apriti cielo!
Da sinistra pioggia di critiche su tutto: la coppola, il dialetto, la “chimera indipendentista del bandito Giuliano”.
Chi mi conosce e chi frequenta questo blog sa quanta credibilità politica attribuisca, in piena libertà, al centrodestra italiano. Ma stavolta – anche stavolta, porca miseria! – sono costretto a mettermi le mani in tasca per evitare di darmele in faccia.
Guardate il video e ditemi, per favore, come un’opposizione seria e soprattutto sensata può mai sollevare argomenti simili. La coppola è ormai un accessorio che la moda esporta nel mondo, ci sono marchi registrati, si fanno mostre e sfilate con le coppole. Il dialetto è, nel peggiore dei casi, il simbolo di un’appartenenza culturale. La chimera indipendentista del bandito Giuliano poi… Cari politici del centrosinistra, se proprio non siete in grado di tenere a freno la lingua, prendetevi un addetto stampa dotato di cervello che filtri le vostre corbellerie!
Cuffaro non è un santo, ha i suoi problemi politici e soprattutto giudiziari.
Chi lo attacca con questi argomenti ha altri problemi. Di mestiere e livello culturale.

  

Letto, approvato e sottoscritto

Il balzello dei costi aggiuntivi per le ricariche telefoniche dovrebbe essere spazzato via dal decreto Bersani. In realtà sembra che alcune compagnie telefoniche si siano mosse, aumma aumma, per far rientrare in cassa questi soldi tramite qualche trucco. Tra clausole di contratto in corpo 0,1 e vincoli cartacei che sembrano d’acciaio i signori delle telecomunicazioni si mostrano alquanto antipatici. Antipatici, proprio così. Questi profeti della telefonoconomy occupano, nella mia personalissima hit parade della repellenza, il secondo posto dopo gli assicuratori e precedono i responsabili di centri di assistenza e riparazione di roba elettronica. Se ci fate caso è tutta gente che manovra soldi e responsabilità non controllabili. C’è sempre un cavillo o qualcosa che non sappiamo tra noi e loro. Non arriva mai la benedetta occasione nella quale riusciamo ad avere ragione. Provate a chiedere conto del servizio che vi hanno erogato: tra risposte stizzite, dedali di call center o invisibili norme “lette approvate e sottoscritte” vi manderanno a fare in culo. E voi ci dovrete andare.