In caso di disgrazia (editoriale)

libri brutti

Ultimamente mi sono passati tra le mani diversi (troppi) libri brutti. Ogni volta che accade è un problema che riguarda la mia coscienza. Infatti da un lato mi annoio a leggere qualcosa che non mi piace, e in certi casi la noia sfocia in un nervosismo pericoloso, dall’altro cerco di andare avanti più che posso prima di cestinare il volume poiché, da buon parsimonioso, mi scoccia un po’ che i soldi spesi per l’acquisto dell’insulso romanzo vadano sprecati.
E qui entra in campo la coscienza: se l’autore è un esordiente o un giovane tendo a essere più clemente, cioè non butto subito, ma tento una resistenza notturna (tipo quando non ho sonno e mi serve qualcosa che mi stordisca); se invece si tratta di un veterano o peggio di un bestsellerista, mi accanisco quasi fisicamente sul libro, lo stropiccio, lo lancio contro il muro simulando davanti a mia moglie una caccia alla zanzara.
In generale però, in caso di libri brutti, sarei per la famosa teoria andreottiana secondo la quale, dato che la coscienza è come la camicia, il miglior modo di non sporcarla è non usarla. Ma è facile a dirsi…
Spero che voi siate più cattivi di me. Tolleranza zero contro i crimini editoriali.

Liotta continua

il bene che mi voglioPer volersi bene davvero bisogna sapersi volere bene. Probabilmente solo chi ha scarpinato per le vie impervie della vita senza mai temere di aver paura, sa come si fa. Perché volersi bene è un traguardo, il compimento di un percorso che non si misura in anni, ma in fatti. E i fatti si raccontano, si analizzano, ma certe volte si schivano, si arginano: è una questione di lucidità.
Eliana Liotta è una giornalista che di cose ne ha viste, dalla tv alla carta stampata, dalla radio al web, e non ha mai chiesto un passaggio: no, quei chilometri di fatti li ha percorsi sulle sue gambe, tutti.
Pur essendo ancora giovane, ha maturato un’esperienza da maratoneta della notizia: è stata cronista, redattrice, direttore (con tutti i gradi intermedi in cui si diluiscono certe burocrazie redazionali) sempre con la stessa passione; una poltrona per lei è solo un oggetto fisico su cui riposare il corpo mentre la mente gira, e non è il simbolo di niente.
E’ mamma e moglie e pianista e vulcano di idee e ispiratrice di una combriccola di amici che gestisce, lei e nessun altro, come un clan di intelligenze affascinanti e bizzarre.
Non è infallibile, lo sa e ne fa un punto di forza.
Insomma è l’unica persona che conosco ad avere tutti i titoli per raccontare come si distingue “l’armonia dal rumore di fondo nella cura di sé”. Lo fa adesso su un blog di Io donna, che si chiama Il bene che mi voglio. Perché da due giorni Eliana è blogger pure lei e tra un po’, come è prevedibile, ci seminerà tutti quanti.

Il grande fratello dei falsi invalidi

Falsi-invalidi

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

C’è un rischio a guardare e riguardare le immagini dei finti invalidi dell’Agrigentino smascherati dai carabinieri, e cioè che a un certo punto la capacità di creare il falso, superi la capacità di scoprirlo. Perché la semplicità della finzione risulta talmente naturale che uno arriva a non credere ai propri occhi. No, quel tipo che si presenta alla visita medica in barella, imbacuccato e che respira a stento non può essere lo stesso che qualche giorno prima passeggiava a passo spedito verso la sua auto, entrava dal lato passeggero e con un’acrobazia saltava al posto di guida. E quella signora tremante e sepolta di coperte sulla lettiga non può essere la stessa che scesa dall’ambulanza, e sganciate diverse banconote ad autista e infermiere, sale sui tacchi e va a fare la spesa trascinando senza fatica una sporta formato famiglia. Segue »

Il silenzio che salva la città

imageUn estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Una delle argomentazioni chiave usate dal manipolo di deputati regionali e dipendenti dell’Ars che si oppone all’abolizione del parcheggio davanti a Palazzo Reale è: “Perché ci devono causare tutto ‘sto disagio? Tanto la piazza resterebbe vuota”.
Il vuoto è quindi usato come concetto che si oppone all’utile. In quest’accezione, una piazza piena di auto è meglio di una piazza deserta e addirittura silenziosa.
Sorvolando sulla constatazione (evidentemente non troppo immediata per certi inquilini di Palazzo dei Normanni) che a parte le macchine, al mondo esistono anche i pedoni, è interessante provare ad adattare in salsa palermitana quella retorica che José Saramago sublimò nella celebre frase: “Forse solo il silenzio esiste davvero”. Segue »

Lost, l’isola che non c’è

Un bel video del Gruppo Misto per i dieci anni di Lost.

Questa è la vera rivoluzione

papa

Linkedin mi propone…

linkedin

Linkedin mi ha appena proposto le seguenti offerte di lavoro.

1)    Consulente alle vendite per un’azienda di arredo bagno. Tenendo conto che la mia frequentazione col bagno è ordinaria, come quella di un qualunque cassintegrato o un qualunque premio Nobel.

2)    Consulente di una società “con vocazione” di internet marketing che richiede “un ottimo standing”. Tenendo conto che è più probabile che capisca di vocazioni (ho fatto le scuole dai gesuiti) che di standing.

3)    Consulente in un corso di formazione per consulenti didattici a Bari. Tenendo conto che non capisco niente di didattica e non sono mai stato in Puglia.

4)    Consulente di vendita per un’azienda di cosmetici a Parma. Tenendo conto che io e la cosmetica siamo vicini come Berlusconi e San Francesco e che a Parma ci sono stato una volta per abbuffarmi di prosciutto e parmigiano (e, giuro, senza un filo di trucco).

Dare dell’idiota a chi lo è

foto facebook

Piccoli omicidi tra scrittori

Repubblica su palermo criminaleOggi Repubblica Palermo dedica una pagina alla nota raccolta di racconti di cui vi accennai qualche giorno fa.

Se la croce diventa un trend topic

Biagio conte con la croce a palermoUn estratto  dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Una croce per le strade di Palermo. Una croce portata a spalla da un uomo fisicamente provato. Un simbolo antico in una città in cui l’antico è spesso considerato irrimediabilmente vecchio. Biagio Conte quel simbolo l’ha riportato di moda, l’ha trascinato non già nell’afrore di una strada sporca e assolata, ma nei trend topics del nostro vivere distratto.
Che lo si consideri grande comunicatore o mediocre narciso o umile servo di Dio, questo missionario laico è riuscito a far affiorare le contraddizioni di una Palermo bifronte che lo ama eppure lo deride, che lo accudisce eppure gli volta le spalle, che lo prende a modello eppure lo critica. Merito della croce che lo ha ingigantito mentre ricurvo imbastiva una fila di piccoli passi che lo portavano da un eremo all’altro, un simulacro che qualcuno ha letto come motivo d’ispirazione per un travestimento da Cristo, e altri invece hanno guardato con semplice curiosità poiché non capita tutti i giorni di vederne una vera, grande, di legno e chiodi in un mondo di lamiera e cemento. Segue »

Apericena?

ApericenaPerché dite apericena? Se è aperitivo seguito da cena è una normale consecutio di piacevolezze, come da manuale. Se è solo un aperitivo in cui si mangia un po’ di più è un aperitivo rinforzato. Se è una cena in cui si beve parecchio è semplicemente una cena per sbevazzatori.
Apericena è quindi un termine inutile che indica qualcosa di inesistente. E quando si parla di cibo, l’inconsistenza va evitata come la peste.

Facebook e il fattore prociutto

ProsciuttoFacebook non è un gioco, è una crudele macchina della verità. Con la scusa del cazzeggio, della celebrazione quasi onanistica dell’inezia, della collezione di amicizie, del voyeurismo camuffato da curiosità, del collegamento perenne e del gusto un po’ sordido di conoscere i fatti degli altri, il social network assolve una funzione cruciale nel sistema di relazione tra individui dotati di connessione internet: ci mostra per ciò che effettivamente siamo.
Altro che realtà virtuale, che mondi paralleli: è su Facebook che si scopre ciò che per una vita, sciaguratamente analogica, abbiamo cercato di nascondere.
Metti, ad esempio, l’ignoranza. Prima dell’avvento di smartphone e di tablet, se scrivevamo prociutto sulla lista della spesa, nessuno ci avrebbe riso dietro. Oggi invece è tutta un’altra storia. Sul prociutto ci costruiamo un bel post adeguatamente ricco di svarioni e magari ci mettiamo pure la foto della nostra faccia mentre addentiamo il panino col salume in questione, in modo da associare definitivamente una cazzata al suo autore.
Non domi, pensiamo di dover dire la nostra su tutto giacché il prociutto è solo uno spuntino dinanzi allo scibile umano da social network. Dalla crisi siriana a quella sentimentale di nostra sorella, dalla squadra del cuore a quella di governo, dalla celebrazione dei sentimenti a quella del cattivo gusto, e poi vendette, invidie, necrologi, felicitazioni, notizie, abbordaggi, desideri, frustrazioni, aneliti e maledizioni: si scrive di tutto orgogliosi di sapere nulla, bastano un polpastrello e un barlume di idea.
L’altro giorno ho letto un tale, che conosco da millenni e di cui ho sempre apprezzato la sobria (ed epica) incultura, che citava Proust (scritto in modo corretto grazie al salvifico copia e incolla) e non provava nemmeno vergogna a umiliarsi così. In altri tempi, il tale in questione avrebbe infatti usato Proust come spunto di valorizzazione delle proprie origini umili. Tipo: “Io le cose le vedo dal punto di vista dell’uomo della strada. Non è che sono Prust o come minchia si chiama…”. E invece eccolo lì a insidiare telematicamente una tipa dal profilo scollacciato con argomenti di terza mano che al confronto l’abbordaggio alla fermata del bus è roba da galateo.
Siamo passati dall’epoca in cui non scriveva nessuno a quella in cui si è nessuno se non si scrive. O si finge di scrivere. C’è uno che per dare il buongiorno alla sua timeline, copia e incolla il buongiorno del giorno precedente, refusi inclusi. Risultato: un elenco interminabile di strafalcioni che rivela dell’autore molto più di quanto lui stesso vorrebbe. L’altro giorno l’ho incontrato per strada e l’ho visto sotto una luce diversa. Non lo immaginavo capace di tanta banalità.

Palermo senza Biagio Conte

Biagio ConteUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Dei palermitani ha detto: “Hanno il difetto di attendere che i problemi si risolvano da soli”. E per lui, severo e impetuoso come un vento che sveglia e rinvigorisce, l’accidia non è solo uno dei vizi capitali, ma un mostro da combattere.
Di Palermo e delle sue istituzioni ha scritto di sentirsi deluso dopo essere stato lasciato solo “da Regione e Comune”. Poi ha preso la via dell’esilio non senza aver chiesto ai suoi collaboratori di resistere fin quando possibile, manco fossero al fronte.
Uno così dovrebbe essere guardato con distacco nella città della diffidenza, tenuto a distanza con la canna in quanto rompiscatole autoproclamatosi laico in missione per conto di Dio. E invece Palermo si fida di lui, di Biagio Conte, anima (linda) e corpo (malandato) di un centro di accoglienza come mai se ne erano visti in Sicilia. Segue »

La vignetta dell’anno

Obama privacy

Vista qui.

Sorprese di Engadina

Giuseppe Milici e Francesco Buzzurro non li avevo mai ascoltati insieme. L’occasione me l’ha data un bel festival in Svizzera, Engadina Classica, organizzato da Oscar Gulia con Giusi Groppuso. Ora, a parte il link familiare dato che Giusi è mia cognata, devo dire a voce alta che questa manifestazione mi ha dato una gioia immensa: provate a coniugare musica di altissima qualità, cibo raffinato e paesaggi da sogno e poi mi dite. E soprattutto ascoltate Milici e Buzzurro in questa rielaborazione del “Caruso” di Dalla (registrazione amatoriale ma non rubata, eh). Artisti di cui andare fieri. E magari da inseguire in giro per il mondo.