La strategia del trampolino

trampolinoC’è un filo che unisce il leader della lega Nord Matteo Salvini con Luisa La Colla, consigliere comunale pd di Palermo. Non è ovviamente l’appartenenza politica, né la condivisione di un ideale. È quella che chiameremo la strategia del trampolino.
Funziona così. Agguantato un drammatico fatto di peso internazionale, lo si usa per prendere slancio saltando sempre più in alto in modo da centrare, grazie ad esso, l’obiettivo dei cazzi propri. Più praticamente, si cavalca un evento immenso per dar volume a particolarismi.
Così, fatte le dovute proporzioni, Salvini ha usato le stragi di Bruxelles per ribadire le sue minuscole tesi anti-immigrati, mentre La Colla si è ricollegata al terribile incidente stradale in Spagna per imbastire una campagna sul presunto superlavoro degli autisti dell’Amat.
Eccola quindi, la strategia del trampolino. Richiede coraggio, tanto coraggio, e una buona dose di equilibrismo logico. Rincorsa sulla notizia, molleggio sul suo impiego, e tuffo nell’ambito dei propri limitati interessi.
L’effetto non è scontato. Nel nostro caso, ad esempio, Salvini fa piangere mentre La Colla fa scassare dalle risate.

Tema: il mio papà

il mio papàIl mio papà ha ottant’anni e ha più energie di me.
Il mio papà è oncologo ma non è un talebano del salutismo. Il suo motto è: non si può vivere da malati per morire sani.
Il mio papà voleva un altro futuro lavorativo per me, ma poi ha capito che era inutile insistere. La rassegnazione a volte è una virtù.
Il mio papà non è stato immune da errori e mi ha insegnato che quando si sbaglia, la retromarcia non è obbligatoria, si può anche scartare di lato e accelerare.
Il mio papà, quando inventarono i telefonini, la prima cosa che faceva la mattina era telefonarmi, in qualunque parte del mondo mi trovassi.
Il mio papà mi chiama ancora “Gigetto”, non ho mai capito perché.
Il mio papà è una buona forchetta perché sa mangiare (anche grazie a mia madre che sa cucinare): pochissima carne, chili di pasta, pesce e verdure. È un monumento vivente alla dieta mediterranea.
Il mio papà adora il Negroni, soprattutto quello che gli preparo io.
Il mio papà ha “l’invadenza affettiva”, una cosa per la quale lui può piombare a casa mia all’alba senza essere invitato e senza preavviso: per scatenarla basta la sensazione che io possa non stare benissimo.
Il mio papà è un grande viaggiatore, e non solo fisicamente. Legge molto, legge sempre.
Il mio papà è tecnologico: col suo iPad nuovo (il primo ha deciso che era un modello troppo vecchio e l’ha dato a mia madre) legge due quotidiani al giorno, inserti compresi, scrive a mezzo mondo anche se il mezzo mondo non se ne accorge e raccoglie spunti per viaggi e ricette di cucina.
Il mio papà si chiama Giuseppe, come il più celebre dei papà. Ma a me degli altri papà non mi interessa perché il mio è il più forte del mondo.

Auguri papà.

L’importante è finire

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And the winner is… Disco Inferno

disco inferno

L’altra sera mi è capitato di fare una cosa che non facevo da secoli. Ballare. L’occasione è stata utile non solo per far ridere gli astanti con le mie movenze da tecno-bradipo, ma per riportare alla memoria vecchie musiche (ma non musiche vecchie).
Per ragioni anagrafiche sono molto legato alla discomusic, al soul e al funky. Però la mia personale top ten di brani dance è quanto di più popular ci possa essere.

10) I was made for loving you – Kiss

9) I feel love – Donna Summer

8) High steppin’ hip dressin’ fella – Love Unlimited

7) Music and lights – Imagination

6) Billie Jean – Michael Jackson

5) Le freak – Chic

4) Ladies night – Kool and the gang

3) You should be dancing –Bee Gees

2) Boogie wonderland – Earth Wind & Fire

1) Disco Inferno – The Trammps

D’amore e d’accordo

chitarra

Settore fatti miei. Ho riallacciato i rapporti con un’amica, una cara amica, che non frequentavo da troppo tempo. Ci eravamo lasciati senza preavviso, da un giorno all’altro la nostra confidenza era scemata sino a ignorarci completamente: lei da una parte, io dall’altra. Succede.
Io pensavo spesso a lei. Del viceversa non so. Di certo per oltre vent’anni – ebbene sì, di questo si tratta – non c’era musica che non mi ricordasse lei, non c’era tramonto che non mi facesse avvertire una mancanza profonda. Toccarla. Accarezzarla.
Niente e nessuno poteva ripianare questa voragine emotiva.
Solo lei poteva sopperire a lei.
E così, per farla breve, ho ceduto al destino dei sensi. Armato di un innato senso di incompiutezza e non nascondendo la mia ansia di prestazione (il miglior modo di diluire le proprie debolezze è ostentarle, magari facendo finta in pubblico di prendersene gioco), mi sono riavvicinato a lei.
E finalmente, dopo ore, giorni, notti, pensieri, incubi, ripensamenti, delusioni, smarrimenti, inusitate euforie, illusioni, l’ho riavuta tra le mie braccia.
Mia, tutta e solo mia.
Il problema è stato pizzicare le corde giuste.
Al momento andiamo d’amore e d’accordo. Un nuovo inizio con la mia chitarra. Ma si sa, all’inizio tutto è più bello, persino la fine.

Pastelli

infanzia felice

Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice.

La frase rimbalza da un libro all’altro, da un autore all’altro. Io l’ho afferrata ne “I figli dei guardiani di elefanti” di Peter Høeg, ma lo scrittore danese si spoglia di ogni responsabilità sull’attribuzione e fa dire genericamente al suo personaggio di averla letta “in un libro in biblioteca”. Nulla di più.
Scavando nel web si trovano rimandi allo scrittore Tom Robbins e ancora allo psicologo Richard Bandler. Ma questa è solo circostanza, a noi interessa la sostanza. Che è questa: se si è fortunati c’è molto tempo per invecchiare, tanto quanto per rimanere giovani. Il confine tra le epoche della vita lo spostiamo ogni giorno, avanti e indietro, senza un andamento costante, senza una direzione fissa. Si può ringiovanire e invecchiare di colpo, basta cambiare colonna sonora, guardarsi più che guardare. L’idea di un’infanzia da continuare a colorare, come quegli album in bianco e nero che da bambini imbrattavamo coi pastelli, è l’unico argomento che abbiamo per combattere la noia della biologia che ci vuole ogni giorno più canuti, più curvi, più incazzati. Basta trovare il pastello giusto e ripulire la propria vita sporcandosi le mani di cera. E al limite scambiarselo, condividerlo. Essere giovani da soli che senso ha?

La dolcezza della Crusca

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Conoscete tutti la storia del giorno sull’aggettivo petaloso (se non la conoscete la trovate qua). A parte l’intelligenza di una maestra illuminata, a parte la sincera bellezza della vicenda di un bimbo che si inventa una parola, trovo quasi commovente la dolcezza della risposta da parte della redazione dell’Accademia della Crusca. Le parole comprensibili, legate da un fiocco di semplicità – perché a un bambino si parla così e in nessun altro modo – sono un raggio di sole nel buio di questa nostra lingua devastata da neologismi tecnologici, da sempre più invadenti pulsioni bimbominchiesche, dalla cultura degli emoticons. L’Accademia della Crusca ci dà insomma una lezione su come si gestisce il bene più prezioso che non è la parola, ma la curiosità.

 

Di ritorno da Berlino (e vi racconto…)

Il Jüdisches Museum di Berlino

Di ritorno da Berlino – tre giorni di full immersion nella storia e nell’umido continentale – la sensazione che mi resta è quella di una serena austerità. Lo dico subito: Berlino è una città che va visitata, una grande capitale europea e soprattutto un fondamentale crocevia storico. Se volete indagare le ragioni di una follia ideologica, se volete lasciarvi incantare dalla sovrapposizione tra presente e passato, se cercate un modello di civiltà moderna, Berlino è la vostra meta. Qui, anzi lì, i tedeschi hanno esposto il più moderno e plausibile concetto di pentimento collettivo che consiste non nel simbolismo piagnone di cui noi italiani siamo campioni mondiali, non nella pur umanissima ricerca di scorciatoie, ma nel sistematico e ultra-preciso resoconto storico di ciò che è stato e non sarà più.

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Fabio che suona e che ci lascia di stucco

Fabio Aguglia con Pino Daniele

Fabio Aguglia con Pino Daniele (grazie a Mario Caminita)

Fabio era un dj, anzi come si diceva allora un disc jockey. Era anche un batterista. Era anche un bravo ragazzo, timido ed educato. Con lui giocavamo a fare la radio, a fare i musicisti, a fare gli artisti insomma. Lui lo era effettivamente, io no.
Un ricordo su tutti. Estate 1981, organizzammo una specie di Woodstock all’Addaura: piazzammo qualche asse di legno abusiva sugli scogli, chiedemmo la luce a un generoso signore che aveva la casa sul mare (il mitico dottore Vitello, il pediatra più paziente del mondo, ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta) e portammo gli strumenti. Alle 17 di un rovente giorno di luglio attaccammo a suonare e non finimmo finché non fu buio. Fu il concerto della mia vita. E di quella di Fabio, al quale spettava un momento di assolo con la batteria. Ma lui aveva un problema: era esile di corporatura. Durante le prove invernali avevamo constatato che l’assolo lo sfiancava a tal punto che l’esibizione si concludeva sempre non nel momento stabilito, ma quando lui perdeva le bacchette. Le mollava proprio, le energie lo abbandonavano all’improvviso, quindi noi imparammo a tarare il nostro arrangiamento su quel preciso momento: quando Fabio mollava le bacchette.
Quel giorno di Woodstock casareccia però non andò così. Fabio resse l’assolo e anzi lo prolungò per un tempo inusitato. Le bacchette rimasero salde nelle sue mani e fu un’apoteosi. Ho qualche foto in cantina di quei momenti, ma non so se ho voglia di andare a vedere. Preferisco dire a memoria. Fabio ha una canottiera bianca, come se dovesse esibire il fisico. Noi siamo intorno a lui che sembra un gigante dietro quella batteria inchiodata alle assi grazie al martello che ci ha prestato il famoso dottore Vitello. Lui picchia e picchia sulle pelli, si prende gli applausi del suo momento. E ride di una felicità che è sorpresa, per lui, per noi.
Questo è il mio ricordo di Fabio Aguglia, il gigante più esile che abbia mai conosciuto, che oggi suona da qualche parte, in una Woodstock tutta sua, in riva al mare delle anime buone, timide ed educate.
Tanti auguri Fabiofa, occhio al blues col riff in si.

Quello che penso di Garko

Einstein e la relatività (questione di compagnie)

insieme

Nel giorno in cui si celebra la scoperta delle onde gravitazionali ho solo un modo, da ignorante cosmico, per celebrare in queste pagine la grandezza di Albert Einstein che queste cose aveva capito prima degli altri, con un secolo di anticipo. Riportare una sua allegra spiegazione della teoria della relatività, che da sola vale non un nobel, non una presenza solida nella storia, ma addirittura la santità (l’allegra spiegazione, non la teoria).
Questa:

Quando un uomo siede vicino ad una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.

Senza Maurice White

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Senza Maurice White non avrei ballato coi miei amici tutti i sabato pomeriggio in una malfamata discoteca dietro casa, credendo di essere allo Studio 54 di New York.

Senza Maurice White non avrei finto di essere malato per non andare a scuola la mattina in cui, per una strana convergenza astrale, in tv davano un concerto degli EWF.

Senza Maurice White non avrei consumato la puntina Shure del giradischi sino a renderla inutilizzabile.

Senza Maurice White non avrei cantato a squarciagola durante i viaggi di istruzione.

Senza Maurice White nelle orecchie, le mie gambe si sarebbero rifiutate di correre per chilometri e chilometri.

Senza Maurice White molti panorami sarebbero stati meno belli.

Senza Maurice White non avrei conosciuto la più bella canzone del mondo, che è That’s the way of the world.

Senza Maurice White non avrei cantato in coda al supermercato.

Senza Maurice White certe serate al Malaluna sarebbero state noiose.

Senza Maurice White molti innamoramenti adolescenziali sarebbero stati meno innamoramenti e meno adolescenziali.

Senza Maurice White non avrei potuto rimpiangere così facilmente la musica degli anni settanta.

Senza Maurice White non avrei avuto un conforto per i momenti di tristezza.

Senza Maurice White non avrei avuto un ritmo per celebrare il buon umore.

Senza Maurice White la chitarra tra le mani sarebbe stata più pesante.

Senza Maurice White la mia vita non avrebbe avuto una colonna sonora meravigliosa.

La rabbia della netturbina e il concime della civiltà

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Sabato sera, a passeggio con amici nell’isola pedonale di via Maqueda, a Palermo. Alcuni netturbini della Rap fumano e chiacchierano anziché lavorare. Nessun problema, magari saranno in pausa. Uno di loro però prende il pacchetto di sigarette vuoto e lo butta per terra, proprio mentre noi gli stiamo passando davanti. La mia amica Stefania lo interroga: “Ma che ha fatto?”. E quello: “Tanto poi pulisco io”. Intervengo e cerco di spiegare che non funziona proprio così e che intanto lui più che pulire – non l’abbiamo ancora visto al lavoro – sta sporcando. Provo anche a imbastire un discorso sul cattivo esempio, ma una sua collega, una ragazza che avrà vent’anni meno di lui, mi si para davanti chiedendomi conto e ragione delle proteste. “Che volete voi? Che dovete fare lo scoop?”, urla all’improvviso riconoscendo il volto televisivo della mia amica. “Amunì, chiamate la polizia!”, ci sfida.
Mentre il sangue mi gonfia le orecchie, si forma un capannello intorno a noi. L’arroganza ruvida di quella ragazza, per la quale la gioventù è un’aggravante, rischia di farmi perdere la pazienza. Vorrei spiegarle che uno spazzino ha una grande responsabilità nel mantenimento del decoro di una città, che il suo mestiere ha più valore di quello di centinaia di burocrati scaldatori di sedie professionisti, che quella strada oltre a essere il suo ufficio dovrebbe essere il suo orgoglio: la pulizia è un gradino della civiltà. Ma lei se ne strafotte e fuma, fuma una sigaretta dietro l’altra (con le cicche che ovviamente butta per terra) fino a quando, per uno strano allineamento astrale, passa una volante della polizia.
“Minchia, vero la polizia chiamarono”, sussurra la giovane. Valle a spiegare la coincidenza e soprattutto vai a trovare la voglia di spiegargliela…
Finisce con gli agenti che non sanno che pesci pigliare, con la tipa allontanata quasi a forza perché di minuto in minuto si sta scaldando sempre più come se gli avessimo sporcato la strada appena pulita, e finisce con un tappeto di cicche intorno a noi.
Riprendiamo la nostra passeggiata con una consapevolezza: se è vero che la civiltà di un’epoca diventa il concime della successiva, con questa figura di merda la nostra comunità si è portata avanti col lavoro.

Siamo morti, ma parliamo d’altro

imageCi sono due modi per affrontare la morte. Il migliore, e più difficile, è ovviamente quello che fa ricorso all’ironia. L’altro è quello, umanissimo, che ha a che fare con la paura e la disperazione. Negli ultimi tempi ho avuto occasione di constatare che, nei momenti più drammatici dell’esistenza, è comunque l’intelligenza vivida a fare la differenza. Due esempi di seguito, uno vicino, l’altro lontano: il mio amico Francesco Foresta che ha avuto pochi mesi di tempo per passare da una vita di progetti a una vita in scadenza, e tale Heather McManamy che, devastata da un cancro, ha scritto una bellissima lettera agli amici da leggere dopo la sua morte.
Sono due scritti istruttivi da consultare (non ho detto leggere) quando crediamo, io per primo, che tutti i fulmini del cielo siano sulla nostra testa e non ci rendiamo conto che, certe volte, per schivare un fulmine basta scansarsi.

Grazie a tutti, ora scappo perché c’è da lavorare.

Ho una notizia buona e una cattiva: la cattiva, sono morta.

Desperado

Qualche giorno fa, dopo la morte di Glenn Frey, il web si è ricordato di questa canzone degli Eagles, ruffiana e antica quanto basta per scuotere anche i cuori più impietriti della mia generazione. Ve la sottopongo con la traduzione italiana perché non vi sfuggirà che la strofa finale, anch’esse ruffiana quanto basta eccetera, ci ricorda due cose: 1) Che la musica ha tutte le risposte che cerchiamo; 2) Che abbiamo qualcosa di molto importante da fare “prima che sia troppo tardi”.