Dimmi chi erano i Focke Wulf

2014-03-25 12.27.28

Nuova testimonianza di pervicace esistenza di un antico manufatto cruciale per il tenutario di questo blog.

Grazie a Lucio Savagnone.

Bastava un aspirante ragioniere

Mettiamo che siete l’amministratore delegato di un grande gruppo editoriale che ha chiuso il 2013 con un bilancio in perdita di 218,5 milioni di euro e che ha attuato solo un quarto degli investimenti che erano stati promessi e programmati.
Mettiamo che avete fatto cassa svendendo testate del gruppo, cacciando via decine e decine di lavoratori e addirittura vendendo la sede storica del giornale più prestigioso d’Italia (tra i più importanti del mondo).
Mettiamo che per fare quel che avete fatto nell’intenzione molto remota di risanare, non serviva un super manager, ma bastava uno studente di ragioneria sufficientemente spregiudicato.
Mettiamo che nonostante tutto ciò, alla fine vi premino pure per il brillante lavoro svolto.
Mettiamo che se non siete l’amministratore di Rcs Mediagroup Pietro Scott Jovane, vi vergognate abbastanza.

Le nuove frontiere dell’arte di arrangiarsi

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Prima scena. All’aeroporto Falcone Borsellino, un ragazzotto avvicina per strada i passeggeri appena sbarcati. Espone i palmi delle mani come per rassicurare che non ha brutte intenzioni e, cercando di eliminare ogni inflessione dialettale, chiede: “Scusate, dovete andare a Palermo?”. Poi offre la sua alternativa: “Con sette euro a testa, quasi quanto il biglietto del pullman, vi porto a casa col mio taxi”. In realtà il taxi non è suo, ma dello zio che gli ha ceduto in affitto la licenza. E la partenza avviene solo quando si riesce formare un gruppo di cinque persone, anche se talvolta il ragazzotto riesce a stiparne sei nella sua auto. E i bagagli? “Nessun problema”, tranquillizza. “Sono un campione di Tetris”. Segue »

Dare dell’idiota a chi lo è

giovanni veronesi twitter

Dancing in the light

Un po’ ballerini, un po’ esperti di arti marziali, i giapponesi della troupe Enra fanno spettacoli in giro per il mondo che vale la pena di vedere. Io spero di incontrarli dal vivo, prima o poi.
Guardate quant’è raffinato questo progetto di arte musicale, luminosa, corporea di Nobuyuki Hanabusa. In fondo tutto parte da un’animazione proiettata su uno schermo… (come in questo caso)

Lost, i passeggeri non erano tutti morti sin dall’inizio

No, non è vero che i passeggeri del volo Oceanic 815, ovvero i mitici protagonisti di Lost, erano tutti morti sin dall’inizio. Le risposte cruciali sul controverso finale della celebre serie televisiva, di cui abbiamo già parlato, sono arrivate qualche giorno fa durante una reunion per il decennale del capolavoro di  Lost.  Due autori, Carlton Cuse e Damon Lindelof, hanno raccontato molti retroscena dell’opera e soprattutto hanno affrontato il nodo del finale e delle sue possibili interpretazioni. Ecco, grazie a Linkiesta, uno stralcio delle loro dichiarazioni (il filmato integrale dell’incontro, al quale hanno partecipato anche alcuni attori del cast, è invece qui).

 No, no… I passeggeri non erano morti fin dall’inizio.

 Lost è una serie su delle persone che stanno su un’isola in mezzo al nulla ma, metaforicamente, è anche una serie su delle persone che sono perse e che stanno cercando una redenzione, un significato e un senso alle loro vite. Più parlavamo del finale di Lost più ci rendevamo conto che doveva essere qualcosa di spirituale. Doveva parlare del viaggio di queste persone e del loro destino. Non era una singola idea, erano una serie di conversazioni che ci portavamo dietro. Io e Demon facevamo colazione nel mio ufficio ogni giorno e facevamo delle lunghe conversazioni sulla natura della serie, sul destino, su cosa significano tutte le nostre storie e su come siamo tutti qui ad aiutarci gli uni con gli altri nelle nostre vite. Volevamo che la serie riflettesse le cose in cui credevamo, i nostri desideri, le nostre speranze e i nostri sogni.

Una delle teorie che gli spettatori si sono tirati dietro più a lungo era l’idea che Lost fosse una specie di purgatorio. Noi continuavamo a dire: ‘Non è un purgatorio. Tutte queste cose stanno davvero succedendo, queste persone sono davvero sull’isola, stanno vivendo queste cose. Non faremo come ne Il Sesto Senso’. Ma comunque gli spettatori percepivano Lost in quel modo. E anche noi. Sentivamo che la serie dovesse essere metatestuale in questo senso. Noi sceneggiatori abbiamo la tendenza a diventare molto pretenziosi quando siamo tra di noi e abbiamo iniziato a dire: ‘Ovviamente ci sono tutti questi misteri riguardo alla serie. Non sarebbe bellissimo se nell’episodio finale di Lost rispondessimo a delle domande che la serie non ha mai sollevato? Ad esempio — non so — quale è il significato della vita e cosa succede quando moriamo?’. Tutto questo succedeva tra la terza e la quarta stagione mentre stavamo iniziando a pensare al finale. Sapevamo che la stagione quattro sarebbe stata fatta coi flashforward (i salti in avanti), sapevamo che la stagione cinque sarebbe stata con l’isola che si spostava nello spazio e nel tempo, ma non sapevamo cosa avremmo fatto con la stagione sei. Avevamo finito i flashback e avevamo finito con i flashforward. Volevamo che la stagione fosse ambientata nel presente. Cosa fare? Abbiamo avuto l’idea di inserire una realtà alternativa basata sul fatto che Juliet fa esplodere la bomba e crea un mondo in cui il volo Oceanic 815 non è mai caduto sull’isola e che, in realtà, è una parabola sull’aldilà.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, un mistero lungo 20 anni

Vent’anni fa a Mogadiscio venivano uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ancora oggi non si sa esattamente da chi e perché. Qui trovate la bella inchiesta scritta da Vincenzo Vasile per Carlo Lucarelli andata in onda lo scorso anno. Documentarsi è bel modo di ricordare.

Salve a tutti i fan

tweet seriale

Il loro giorno più bello

 

sposi a Lazise

Venerdì scorso a Lazise, sul lago di Garda, si celebrava un matrimonio. Niente di che, a parte lo scenario. Manco conoscevamo gli sposi: noi eravamo lì in veste di turisti e, guarda caso, proprio quel giorno si svolgeva una degustazione del bianco di Custoza. Gli sposi giravano per il paese con fotografo da cerimonia al seguito, approfittavano di ogni strapuntino per salire e celebrare dall’alto un giorno particolare, solcavano la piccola folla di turisti interessata a tutto e tutti fuorché a loro.
Ci hanno colpiti.
Lei felice e indipendente rispetto al giudizio degli altri, un volto incorniciato da un diadema e passo leggero a dispetto della statura. Lui, infagottato in un abito stretto e lucido, un viso che raccontava più di quanto avrebbe mai voluto rivelare. Una coppia unica e irripetibile, senza metafore. Li abbiamo visti saltellare tra una strada e l’altra, salutare amici e sconosciuti con la stessa cordialità, cambiare instancabilmente posa, mano nella mano, nel nome di uno scatto degno della cerimonia perfetta. Poi li abbiamo avvicinati, abbiamo chiesto di poter fare una foto, e loro si sono messi a favore di obiettivo: davanti a noi, perfetti sconosciuti, intrusi in un ambito a loro ben conosciuto. Quando ci siamo congedati, loro ci hanno ringraziati. Come se gli avessimo fatto un favore. Felici e confusi. Extraterrestri catapultati sulla Terra. Indecifrabili attori di un amore che confonde, svia, inebria.

(Queste impressioni sono state messe agli atti prima della degustazione)

Daimones

Il mio caro amico Massimo Marino ha scritto un gran libro (sopra il booktrailer). Si intitola Daimones ed è uno dei migliori romanzi di esordio che abbia letto. E’ una di quelle storie che mi piacerebbe tanto raccontarvi a grandi linee, tanto per farvi capire qual è l’appeal narrativo del libro, ma delle quali è bene non dire nulla.Insomma, leggere per credere.

Daimones lo trovate in vendita qui.

Amore for dummies

“Io non voglio qualcuno che mi ripeta in continuazione che ci sarà sempre e non mi lascerà o tradirà mai. Mi basta qualcuno che ogni volta che mi mandi a fanculo venga sempre a riprendermi.”

Charles Bukowski

Grazie ad Alessio Ribaudo, via Instagram.

Elogio della qualità

C’è stato un momento nella mia vita in cui ho scelto di dedicarmi alla qualità. Ed è stato abbastanza di recente. Dal lavoro alle amicizie, dai sentimenti al tempo libero, dal cazzeggio alle personali elucubrazioni, ho lavorato molto di forbici e cesello, ho snellito, coltivato, rinunciato e rimodulato.
Il concetto di vita di qualità è molto importante in un momento come quello che stiamo vivendo. Perché la crisi, le continue difficoltà e l’insoddisfazione tendono ad abbassare la soglia di attenzione: ci si accontenta troppo, si sceglie per necessità e non per il gusto di ottenere il meglio, si inseguono più i rimorsi che le idee. Invece è proprio la qualità l’unico antidoto contro il logorio della politica moderna, il rifugio dai bombardamenti di qualunquismo che hanno fatto piccola una società che era grande.
Mi spiego, non è che con i miei amici, parlo di filosofia orientale all’ora dell’aperitivo. No, però mi diverto a scambiare feedback, magari a inanellare stupidaggini ma con un certo impegno perché, come si dice, le cazzate sono una cosa seria. Il segreto è racchiuso in una parola sola: rispetto.
Se la qualità fosse una montagna da scalare, il rispetto sarebbe la corda fondamentale per l’ascensione.
In generale, il problema è quello di fare continuamente scelte senza caricarle di aspettative come se si trattasse di passaggi cruciali. Basta essere fedeli ai propri interessi, qualunque essi siano, e non tradirli mai. Se vi piace parlare di fumetti e vi propongono di andare a cena con qualcuno che i fumetti li odia, magari troverete più piacevole restare a casa. Se un pensiero storto vi disturba, potrete sempre farvi una birra e alzare la musica. Se c’è un’alternativa – e c’è quasi sempre – c’è una soluzione. E se c’è una soluzione la qualità è garantita.

Che banda

Roma goes to Hollywood

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Poche parole su “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, dato che non dirle sarebbe omissione e dirne molte sarebbe sbrodolamento in ritardo.
Il soggetto è discreto, ma è la sceneggiatura a essere eccezionale. Servillo si muove con consueta leggiadria nei ruoli più pesanti: riluce nel buio senza abbagliare, ed è un ulteriore segno di grandezza.
I movimenti della macchina da presa scandiscono bene il trascorrere delle emozioni, tra salotti affollati e atmosfere decadenti. E il modello romano che ne viene fuori è piacevolmente irritante, verosimile come la folla di mantenuti che riempie la nostra politica.
Ecco, se una cosa mi è rimasta di tutto il film, è il piacere di assistere a un’opera confezionata con grande cura dei dettagli. Il che nel panorama del cinema italiano, denso di idee senza confezione e di confezioni vuote di idee, è davvero incredibile.
Specchio dei tempi: il simbolo dell’Italia, della città eterna, della genialità mediterranea, è un film tipicamente hollywoodiano.

Il primo selfie

Robert

Qui si dice chi, dove e come. Il quando ve lo dico io: ottobre 1839.

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