E che devo andare a rubare?

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

E che devo andare a rubare? La frase ricorre come un riflesso condizionato, un automatismo linguistico, sulla bocca di chi non ha un lavoro e se ne inventa uno illegale; tipo il posteggiatore abusivo che ha scritto l’altro giorno a Repubblica. E non solo. A ogni sommossa violenta di precari, a ogni rivolta con cassonetti bruciati, non appena qualcuno osa prospettare un minimo di rispetto delle regole, appare questo spettro: e che ce ne dobbiamo andare a rubare? Come se la società, composta per la maggior parte da persone che non delinquono, dovesse essere loro grata per la scelta che li ha portati a compiere un reato minore del furto. Siamo davanti a un sistema fondato su un antico ricatto sociale che ha generato nel tempo un’affascinante illusione: la legalità ha mille sfumature, quindi la legge si può rispettare molto, poco, pochissimo, secondo le esigenze di giornata. Ecco che il furto s’impone come punto di discrimine, tipo la tacca rossa dell’indicatore di livello del carburante: se si finisce in riserva vi si può ricorrere, nell’attesa che la sorte o chissà chi elargisca un pieno.(…)
È l’atavica distorsione del concetto di libero arbitrio che consente al minacciante di far passare come universalmente accettabile una scelta che è invece universalmente stupida e/o sbagliata. Memorandum: farsi giustizia con un’ingiustizia è una scorciatoia per la tragedia.

Bis

mani matrimonio
Poi rileggi un post di cinque anni fa e ci trovi qualcosa… qualcosa che ti accende una domanda: con una donna così, un matrimonio solo può bastare?
No.
E allora che fai?
Te la risposi.
Fatto.

Sopravvivere all’ennesima policy

cookie lawDa oggi anche questo sito si inchina ai dettami della cookie law, una norma fondamentale che affronta la vera emergenza italiana, anzi planetaria: i cookie. Un banner vi avvertirà che se lo chiudete, non leggendo le istruzioni che dovreste leggere, darete assenso a ciò che non avete letto: che si tratti di privacy o armi atomiche, è un dettaglio. L’importante in un mondo di finte priorità e di rigori schizofrenici è mettere in difficoltà chi non può nuocere, aromatizzare alla burocrazia persino l’aria che respiriamo. Si è messa in atto una pratica di cui non frega niente a nessuno, con la consueta ipocrisia di parole all’ammasso: siamo il Paese dei codici inestricabili, delle leggi indecifrabili, delle mille e mille avvertenze alle quali non ci si attiene, ma si sopravvive. Ci mancava solo la cookie law per diluire la nostra vita nell’ennesima serie di policy chilometriche che nessuno legge e tutti accettano per spirito di sopravvivenza.

Fusillo di scambio

fusilliNella pratica immor(t)ale del voto di scambio, resistono i pacchi di pasta. Ne scrivo qui.

Ciao, sono Gery e suono negli AC/DC

Angus Young AD/DCQuante ne ho cantate. E quante ne ho suonate. Nella mia adolescenza felice e rockettara, ma anche nell’età adulta sotto la doccia, per strada, ai fornelli, durante l’ennesimo allenamento per una mezza maratona, sono stato mille e mille volte Angus Young. Mi sono contorto davanti allo specchio, magari in mutande, mentre la radio sparava “You Shock Me All Night Long”. Ho artigliato l’aria mentre galoppavo verso Mondello con l’assolo di “Back In Black” negli auricolari fingendo di avere una Gibson, anzi la sua Gibson, tra le mani. Ho sognato di saltare come lui su quel palco di musica infuocata mentre sorseggiavo una birra in un bar qualunque. Ho acceso la mia folla immaginaria, e riscosso il delirio che mi spettava, con il riff di “TNT” mentre ero in coda alla Coop. Ne ho fatte di tutti i colori nel nome della mia rock band preferita. E ora che lo confesso mi sento meglio, come l’alcolista davanti ai suoi compagni di disintossicazione: ciao a tutti, sono Gery e sono il vero chitarrista degli AC/DC, solo che non ci crede nessuno, manco io.
Li ho ascoltati per una vita, spesso di nascosto (ce lo vedete il direttore della Comunicazione di un importante teatro lirico a stordirsi di hard rock?), talvolta in estrema solitudine (certa musica non si ascolta se non ad altissimo volume e non è facile trovare qualcuno che apprezzi), ma sempre con una devozione da nerd abbacinato davanti al disvelamento del segretissimo algoritmo di Google. Sabato scorso, grazie a un regalo di mia moglie, li ho potuti vedere dal vivo allo Stade de France di Parigi. Due ore di spettacolo inaudito. E non me ne frega niente se Angus ha passato la sessantina e veste ancora come trent’anni fa, se suo fratello Malcom si è dovuto ritirare a causa della demenza senile e ha dovuto lasciare la chitarra al nipote, se la musica è sempre quella e la macchina del concerto è praticamente costruita sui pilastri degli anni Settanta e Ottanta. Finalmente ho suonato con gli AC/DC, davanti a cinquantamila persone che credevano di essere lui, Angus. E che invece erano me.

Frammenti di antimafia

frammenti di antimafia

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ogni volta che si lancia un allarme sull’antimafia divisa, si sbreccia il muro di contenimento della verità. Perché l’antimafia, come libero e spesso impalpabile esercito di anime schierate contro un nemico comune, unita non è mai stata (…). Lo scontro di questi giorni sul caso di Santi Palazzolo, il pasticciere che dopo aver denunciato un’estorsione rischia di perdere lo stand all’aeroporto Falcone Borsellino, ci spiega invece che quello dell’antimafia non è un problema di cocci, ma di collante, dato che manca un elemento guida. Se il Pd palermitano mette sotto tutela Palazzolo per difenderlo non dalle grinfie del malaffare ma dalla posizione di Leoluca Orlando, che alla fine invoca regole uguali per tutti, è segno che qualcosa non funziona. Se si arriva a tirare per la giacca il presidente della Repubblica per cercare di arrivare a una proroga contrattuale per Palazzolo, vuol dire che non sono più chiari i confini del dibattito. Si procede in ordine sparso, ognuno con la sua cordata, in una confusione di ruoli e di obiettivi sui quali svetta il rinnovo del Cda della Gesap. Perché, ricordiamolo, qui nello specifico non si sta parlando di lotta alle cosche, ma di interpretazioni di leggi e codici. Forse invece di chiamare in causa la memoria di Falcone e Borsellino, sarebbe stato meglio telefonare a un bravo avvocato.

Un’omelia da dimenticare

forza-nuova-omosessualDomenica scorsa ero in una chiesa di Palermo per assistere a una prima comunione, immancabile in questo periodo come le fragole e la prova costume. Davanti a una schiera di ragazzini e alle loro famiglie, il prete ha imbastito un’omelia su temi soft come: la famiglia è fatta di un uomo e una donna, il resto sono scempiaggini; in tal senso lo Stato vuole imporre leggi che la Chiesa non accetta ed è sacrosanto che non accetti mai; una famiglia di gay non ha niente a che vedere con la famiglia vera, quella del Santo Mulino Bianco. Una reprimenda che ricordava più una campagna di Forza Nuova (“l’Italia ha bisogno di figli, non di omosessuali”) che un discorso rivolto a chi si avvicina a un sacramento. Evidentemente questo prete considera la chiesa, intesa come edificio, come casa sua e scambia le comunicazioni ai fedeli con le cazzate a ruota libera che si possono sparare nel tinello, magari a pancia vuota al termine di una giornata pesante: il che ovviamente non rende automaticamente tollerabili tutte le idiozie che scappano tra le mura di casa, ma almeno le depotenzia nell’attesa che qualcuno (un coniuge, un ospite, un amico, un coinquilino) non attivi un salvifico contraddittorio (della serie ma che stai a di’?). Lì, in chiesa, tutto ciò era invece grossolanamente univoco, il prete parlava e i poveri astanti subivano. Nessuno si è preso la briga di alzare un ditino e cercare di rimettere il tempo in movimento, nemmeno io ne ho avuto la forza perché ci sono situazioni in cui lo scempio della verità è meglio lasciarlo passare più velocemente possibile, nella speranza che qualcuno sia distratto e resti indenne.
Ah, domenica era la giornata internazionale contro l’omofobia.

Una città allo specchio

Una ragazza travolta da un’auto e uccisa. L’investitore, senza attenuanti, si dà alla fuga. Può una città riconoscersi tragicamente in una scena così? Ne scrivo qui.

Prevedere il futuro? Un gioco da ragazzi

In sette anni Milano-Italia dovrà presentarsi puntuale, ben vestita, preparata e, soprattutto, ancora in vita. La città-Paese dovrà tradurre promesse in gesti di governo. Si dovrà riuscire nell’impresa di evitare che gli appalti finiscano in un’aula di giustizia. Ci vorranno più braccia che tasche. Si dovranno celebrare intelligenze e genialità più che amicizie e consociativismi.
La metropoli-nazione ridisegnata potrà godere della Luce Universale se i suoi cittadini-compatrioti si riconosceranno ancora in essa. E se verrà confutata quell’italica e becera teoria secondo la quale tutte le buone occasioni sono state inventate per essere sprecate.

Scrissi così su questo blog il primo aprile del 2008, quando Milano si aggiudicò l’Expo. I timori miei, anzi nostri, erano più che fondati: non occorreva esibirsi in vaticini, ma semplicemente non mostrarsi ciechi. Oggi sappiamo com’è andata e soprattutto abbiamo la certezza che in Italia quando si parla di appalti e fondi pubblici prevedere il futuro è un gioco da ragazzi.

Antiracket e insopportabili scorciatoie

PalazzoloUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La storia può essere raccontata così: un imprenditore denuncia la corruzione, rinuncia a una via illegale per un rinnovo di contratto e purtroppo vede andare in fumo quel contratto. Oppure così: un imprenditore fa il suo dovere di onesto cittadino, denuncia il corrotto e subisce le regole che riguardano tutti gli onesti cittadini. La vicenda del pasticciere Santi Palazzolo, che rischia di perdere lo stand all’aeroporto Falcone e Borsellino (…), si presta senza dubbio a una doppia lettura, ma ci fornisce lo spunto per una campagna di liberazione dalla retorica di una pseudo-cultura premiale cieca e socialmente ingiusta. Il ricorso alla corsia preferenziale per chi, coraggiosamente, si oppone al ricatto pone il problema di un corto-circuito logico che nel caso di Palazzolo può essere riassunto in una domanda: il vantaggio che si sarebbe potuto ottenere pagando una tangente, cioè compiendo un reato, dovrebbe essere comunque garantito gratuitamente a chi accetta di collaborare con le forze dell’ordine? Se sì, ci si porrebbe in una situazione in cui le regole risentirebbero pesantemente del contesto e in cui non sarebbe più la legge a guidare un appalto, ma il sentimento. Se no, si alimenterebbe il sempreverde sospetto che pagare la mazzetta sia più conveniente che mandare in galera il mazzettaro. Si potrebbe però scorgere una terza via: diamo a Palazzolo quel che è di Palazzolo, celebriamo il suo senso della giustizia nelle sedi istituzionali, ma salviamolo dalle sirene di una corrente di pensiero endemica: lo scorciatoismo.

Il padrino da frigorifero

u mafiuso santa luciaA Ortigia ho trovato un negozietto di paccottiglia e souvenir – più paccottiglia che souvenir – che vende questi simpatici magneti. La santa tra “u mafiuso” e “il padrino” rende bene l’idea di una terra che, non sapendo più a chi votarsi, sceglie di esportare sotto forma di santino da frigidaire le proprie balzane indecisioni.

Campare di musica

Il fatto è che mentre la musica non è mai stata così redditizia per gli artisti di grande successo, quella che si è andata riducendo – com’è successo anche in altri campi – è la fascia intermedia di musicisti che un tempo riuscivano a guadagnarsi da vivere anche senza mai arrivare ai vertici delle classifiche. Non diventavano straricchi, ma tiravano avanti e godevano di una certa stabilità. In sostanza, si è ridotta la classe media: quella con carriere durature e case discografiche disposte a finanziare anche gli album non destinati a vendere milioni di copie. Quello che ci resta, oggi, è una specie di “tutto o niente”, per cui o scali le vette più alte o langui miseramente in basso.

Tracey Thorn spiega, al di là dei luoghi comuni, come cambia il mondo della musica.

La cultura dello scaricabarile

expo siciliaUn estratto dall’articolo su la Repubblica di oggi.

Quando nel settembre scorso venne firmata la convenzione tra la Regione siciliana ed Expo Milano 2015 per il cluster Bio-Mediterraneo i comunicati ufficiali celebrarono, in toni trionfalistici, il primato di un’istituzione pubblica italiana: nessuna regione sino ad allora si era cimentata alla guida di un settore dell’esposizione universale. Quando cinque giorni fa vennero diffuse le immagini dei padiglioni sporchi, allagati e disadorni tutto fu più chiaro. Esportiamo sciatteria, diffondiamo la cultura dello scaricabarile: a quale primato potremmo mai puntare se non a quello delle occasioni sprecate?
Il destino è spesso nelle parole. Cluster vuol dire gruppo, e dare agli amministratori siciliani un gruppo da coordinare equivale a titillare la loro naturale inclinazione a diluire le responsabilità: più si è, meno si è chiamati a rispondere. Infatti così è andata. Quando ci si è svegliati, il giorno dell’inaugurazione, con i locali allagati, le segnaletiche inesistenti, (…) è subito partita la caccia al colpevole in pieno stile siculo: la vera colpa è quella dell’altro. In realtà non servivano commissari, commissari di commissari, consulenti dei commissari di commissari, ma esseri umani che sapessero tenere gli occhi aperti. Che cosa hanno visto le truppe di dirigenti della Regione che per mesi sono state inviate a Milano con discreto dispendio di fondi pubblici? Come mai ci si è accorti solo adesso che la baracca veniva tirata su male? Per tempi, schieramento di forze e disponibilità economiche la missione siciliana all’Expo era una cosa difficilissima da far male. E invece – miracolo! – siamo riusciti a farla peggio.

Dare dell’idiota a chi lo è

Black bloc milano expoFoto ricordo dopo le devastazioni dei black bloc oggi a Milano.

Paradossi di Sicilia

viadotto-Scorciavacche-Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Paradossi di Sicilia. Nelle linee tracciate dal destino, mai che nelle nostre lande se ne scorga una retta, mai che la logica non sia costretta a mille e mille acrobazie. Il vecchio proverbio – cosa fatta capo ha – va rivisto: cosa fatta rompicapo ha. E la cronaca di questi giorni è gravida di esempi.
Prendete il caso dell’autostrada A19 interrotta. Dopo quasi tre settimane di disagi, i siciliani hanno avuto due sorprese. La prima: l’Anas (…) ha deciso di affrontare l’emergenza senza fretta, come se si dovesse sostituire una lampadina in galleria. La seconda: per avere un treno che collega Palermo a Catania in un tempo non biblico doveva incrinarsi un viadotto.
E che dire dei lavoratori “in nero” della Regione, 36 precari dell’assessorato al Territorio che si occupavano di valutazioni ambientali? Sembrava un tipico caso di precari sedotti e abbandonati, e invece ecco il colpo di teatro: si scopre che l’amministrazione pubblica gli ha dato la busta paga per un anno, ma non lo stipendio (figurarsi i contributi…), roba che avrebbe fatto venire i sensi di colpa pure a un gabellotto di Villalba. Ma non alla Regione che divide et impera con serena fermezza: quindi via quei precari, che tanto sono pochi e in termini elettorali non valgono nulla, e porte aperte ai Pip condannati per gravi reati che tornano tra le braccia dell’amministrazione dopo il consueto fuoco di paglia di intransigenza crocettiana.
Più che paradossi, nodi che diventano grovigli. Avete letto del caso di Pippo Fallica, redivivo dirigente di Forza Italia che per campare, in periodo di sfortuna politica, si è ritrovato a fare il portaborse del Pd all’Assemblea Regionale? Lui si dice spiazzato. Lui.