Unesco e rifiuti

Un estratto dall’articolo su la Repubblica di oggi.

Finalmente abbiamo un tesoro in più agli occhi del mondo, ora preoccupiamoci di mostrarlo in un contesto adeguato. Come una tela preziosa ingabbiata in una cornice scadente, l’itinerario arabo-normanno premiato dall’Unesco rischia di finire nel calderone dei grotteschi paradossi siciliani. Mettetevi nei panni di un turista che, attratto da tanta bellezza, atterra a Punta Raisi e si mette in viaggio verso Palermo. La prima cosa che vedrà (…) sarà la trincea di rifiuti che accompagna l’autostrada. Oppure pensate al viaggiatore che arriva da Catania e attraversa l’Isola lungo la sua arteria principale. Un’arteria occlusa da un trombo di cemento incerto. La lunga teoria di curve e manto sconnesso cui sarà costretto, dopo aver abbandonato l’autostrada a Tremonzelli, amplierà di certo l’orizzonte della sua conoscenza (vedrà asini, trattori e trazzere): sicuri che ce ne sarà grato?
Al momento l’unica maniera per aggirare l’imbarazzo di questi scenari è paracadutare i turisti su Palazzo Reale. Ma non ci si può affidare solo ai giochi di fantasia per riscrivere le storie sbilenche di un’Isola che non vive, ma vivacchia. Serve una politica intransigente che non guardi in faccia nessuno per arrivare in modo rapido alla soluzione di problemi cruciali. Una coscienza amministrativa che veda il rinvio come un fallimento. La consapevolezza che essere “patrimonio dell’umanità” non è solo un riconoscimento, ma soprattutto una responsabilità.
Svegliarsi con gli occhi del mondo addosso significa guardare al mondo con occhi diversi. Pensiamoci prima di lasciare un sacchetto di immondizia sul ciglio di una strada.

E vent’anni sembran pochi


Vent’anni possono essere un sorso o un’ubriacata, possono accendere ricordi o spegnere rimpianti, possono prenderti e portarti via o lasciarti sul ciglio di una strada polverosa, quando l’ultimo autobus è passato e non c’è nessuno a darti un passaggio a parte le tue scarpe. Vent’anni possono essere una fetta o una briciola di vita, dipende dalla fame che ti ritrovi.
L’importante è aver trovato con chi condividerli, anche se il tempo ha stempiato le teste e appesantito i passi. Ieri a Ustica abbiamo celebrato i vent’anni di un diving che si chiama Alta Marea e c’eravamo quasi tutti a raccontare la nostra minuscola parte di storia. Questo è il video che racconta vent’anni di galleggiamento tra vacanze (mai troppe) e cazzate (mai poche).

Il maratoneta della dichiarazione

Il governatore Rosario Crocetta, medaglia d’oro olimpica nella maratona dichiaratoria con e senza microfono, oggi ha emesso (o srotolato) un comunicato stampa di 4.958 battute, cioè di oltre 80 righe (se mai quel virgolettato dovesse essere pubblicato integralmente su un giornale). Perché di un unico, infinito, impietoso virgolettato si tratta: senza un rigo che non sia sfogo personale, persino in dialetto, minaccia, arringa rabbiosa. Tenete conto che pezzi di questa misura, fatta eccezione per il fondo domenicale di Scalfari su Repubblica, ormai non ne esistono quasi più. Ma non è questo l’aspetto più interessante dell’editto crocettiano.
Ciò che affascina è il concetto di crociata, il gettarsi lancia in resta contro chiunque osi mettere in dubbio che il migliore rimedio ai mali dell’umanità (siciliana e non) è quello che ha inventato lui. Quale? Quello che ha in serbo ma che non rivela per paura che gli freghino l’iniziativa. Crocetta è così: ha sempre qualcosa che vorrebbe dire ma che non può dire. E per non sbagliare dice e dice ancora, in un verboso riempitivo nel sotto vuoto spinto delle intenzioni.
Se promette e non mantiene, è colpa della promessa che si è lasciata corrompere da chissà chi. Se sbraca, è colpa del mondo che è troppo piccolo per lui. Se tutti lo abbandonano, è colpa del Padreterno che è stato parco nel distribuire il coraggio.
Il silenzio è d’oro e lui ha fatto voto di povertà.

A destra, eh

Richard Gere

Grillo, scanzati

Grillo tweetQuesta frase di Beppe Grillo, buttata lì di getto e magari figlia di una cultura dell’improvvisazione che può essere preziosa nell’arte ma che è di certo deleteria nella politica, è la dimostrazione di una verità inconfutabile. Va bene l’entusiasmo per i social, va bene la cultura della condivisione ora e subito, va bene la pulsione per il giudizio immediato, va bene persino l’illusione che senza filtro è meglio, va bene tutto ma per comunicare servono comunicatori. Cioè persone che hanno studiato come e quando si porgono le notizie, come si imbastisce una strategia di comunicazione, quanto pesano le parole (che hanno una valenza e non tutti lo sanno) e soprattutto come si evitano le figuracce quando la minchiata è in agguato. I giornalisti, nonostante quello che qualcuno vuol fare credere, servono (anche) a questo. A beccare Beppe Grillo mentre ha il dito sul tasto “invio” e a dirgli: scanzati e fai il tuo mestiere, che io faccio il mio.

L’incompetenza al potere

rosario crocetta
La sconfitta del Pd, soprattutto in Sicilia, è la dimostrazione che l’incompetenza al potere genera solo comparse e tiene lontani i protagonisti. Il partito di governo, della Regione e della nazione, si mostra come un’orchestra di improvvisatori. Ogni tanto, con una botta di culo, si azzecca una nota, si imbastisce un’armonia, ma generalmente si stecca perché la politica vera – come la musica – non è roba per poveri superbi.
Il Centrodestra brinda alla rinascita ma, si sa, pensare in grande quando le molliche si spacciano per pagnotte è un buon modo per mascherare l’agonia.
Ora, piuttosto, è il Movimento 5 stelle a dover dimostrare che dalla protesta colorata, suggestiva e un po’ qualunquista, si può partire per fare buona amministrazione. Che non significa necessariamente rincoglionirsi con le litanie del web, ma piuttosto scegliere di rappresentare, armarsi di coraggio e osare. Un sindaco grillino io lo vorrei cazzuto e indipendente, anche dai suoi guru, anche da quel magma non recensibile che è la gggente. Servono persone oneste che diano un’impronta personale alla tutela dell’interesse pubblico. In Sicilia i ragazzi del M5S hanno lavorato sodo, tenendosi lontani dagli svarioni dei compagni di cordata del governo nazionale. Ora serve che ascoltino, ma che al momento delle decisioni siano concentrati sull’obiettivo, non sull’audience e sul folklore del “non ci sto” di default.

Dare dell’idiota a chi lo è

“Sui social legioni di imbecilli”

Uberto Eco su internet e social network.

E che devo andare a rubare?

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

E che devo andare a rubare? La frase ricorre come un riflesso condizionato, un automatismo linguistico, sulla bocca di chi non ha un lavoro e se ne inventa uno illegale; tipo il posteggiatore abusivo che ha scritto l’altro giorno a Repubblica. E non solo. A ogni sommossa violenta di precari, a ogni rivolta con cassonetti bruciati, non appena qualcuno osa prospettare un minimo di rispetto delle regole, appare questo spettro: e che ce ne dobbiamo andare a rubare? Come se la società, composta per la maggior parte da persone che non delinquono, dovesse essere loro grata per la scelta che li ha portati a compiere un reato minore del furto. Siamo davanti a un sistema fondato su un antico ricatto sociale che ha generato nel tempo un’affascinante illusione: la legalità ha mille sfumature, quindi la legge si può rispettare molto, poco, pochissimo, secondo le esigenze di giornata. Ecco che il furto s’impone come punto di discrimine, tipo la tacca rossa dell’indicatore di livello del carburante: se si finisce in riserva vi si può ricorrere, nell’attesa che la sorte o chissà chi elargisca un pieno.(…)
È l’atavica distorsione del concetto di libero arbitrio che consente al minacciante di far passare come universalmente accettabile una scelta che è invece universalmente stupida e/o sbagliata. Memorandum: farsi giustizia con un’ingiustizia è una scorciatoia per la tragedia.

Bis

mani matrimonio
Poi rileggi un post di cinque anni fa e ci trovi qualcosa… qualcosa che ti accende una domanda: con una donna così, un matrimonio solo può bastare?
No.
E allora che fai?
Te la risposi.
Fatto.

Sopravvivere all’ennesima policy

cookie lawDa oggi anche questo sito si inchina ai dettami della cookie law, una norma fondamentale che affronta la vera emergenza italiana, anzi planetaria: i cookie. Un banner vi avvertirà che se lo chiudete, non leggendo le istruzioni che dovreste leggere, darete assenso a ciò che non avete letto: che si tratti di privacy o armi atomiche, è un dettaglio. L’importante in un mondo di finte priorità e di rigori schizofrenici è mettere in difficoltà chi non può nuocere, aromatizzare alla burocrazia persino l’aria che respiriamo. Si è messa in atto una pratica di cui non frega niente a nessuno, con la consueta ipocrisia di parole all’ammasso: siamo il Paese dei codici inestricabili, delle leggi indecifrabili, delle mille e mille avvertenze alle quali non ci si attiene, ma si sopravvive. Ci mancava solo la cookie law per diluire la nostra vita nell’ennesima serie di policy chilometriche che nessuno legge e tutti accettano per spirito di sopravvivenza.

Fusillo di scambio

fusilliNella pratica immor(t)ale del voto di scambio, resistono i pacchi di pasta. Ne scrivo qui.

Ciao, sono Gery e suono negli AC/DC

Angus Young AD/DCQuante ne ho cantate. E quante ne ho suonate. Nella mia adolescenza felice e rockettara, ma anche nell’età adulta sotto la doccia, per strada, ai fornelli, durante l’ennesimo allenamento per una mezza maratona, sono stato mille e mille volte Angus Young. Mi sono contorto davanti allo specchio, magari in mutande, mentre la radio sparava “You Shock Me All Night Long”. Ho artigliato l’aria mentre galoppavo verso Mondello con l’assolo di “Back In Black” negli auricolari fingendo di avere una Gibson, anzi la sua Gibson, tra le mani. Ho sognato di saltare come lui su quel palco di musica infuocata mentre sorseggiavo una birra in un bar qualunque. Ho acceso la mia folla immaginaria, e riscosso il delirio che mi spettava, con il riff di “TNT” mentre ero in coda alla Coop. Ne ho fatte di tutti i colori nel nome della mia rock band preferita. E ora che lo confesso mi sento meglio, come l’alcolista davanti ai suoi compagni di disintossicazione: ciao a tutti, sono Gery e sono il vero chitarrista degli AC/DC, solo che non ci crede nessuno, manco io.
Li ho ascoltati per una vita, spesso di nascosto (ce lo vedete il direttore della Comunicazione di un importante teatro lirico a stordirsi di hard rock?), talvolta in estrema solitudine (certa musica non si ascolta se non ad altissimo volume e non è facile trovare qualcuno che apprezzi), ma sempre con una devozione da nerd abbacinato davanti al disvelamento del segretissimo algoritmo di Google. Sabato scorso, grazie a un regalo di mia moglie, li ho potuti vedere dal vivo allo Stade de France di Parigi. Due ore di spettacolo inaudito. E non me ne frega niente se Angus ha passato la sessantina e veste ancora come trent’anni fa, se suo fratello Malcom si è dovuto ritirare a causa della demenza senile e ha dovuto lasciare la chitarra al nipote, se la musica è sempre quella e la macchina del concerto è praticamente costruita sui pilastri degli anni Settanta e Ottanta. Finalmente ho suonato con gli AC/DC, davanti a cinquantamila persone che credevano di essere lui, Angus. E che invece erano me.

Frammenti di antimafia

frammenti di antimafia

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ogni volta che si lancia un allarme sull’antimafia divisa, si sbreccia il muro di contenimento della verità. Perché l’antimafia, come libero e spesso impalpabile esercito di anime schierate contro un nemico comune, unita non è mai stata (…). Lo scontro di questi giorni sul caso di Santi Palazzolo, il pasticciere che dopo aver denunciato un’estorsione rischia di perdere lo stand all’aeroporto Falcone Borsellino, ci spiega invece che quello dell’antimafia non è un problema di cocci, ma di collante, dato che manca un elemento guida. Se il Pd palermitano mette sotto tutela Palazzolo per difenderlo non dalle grinfie del malaffare ma dalla posizione di Leoluca Orlando, che alla fine invoca regole uguali per tutti, è segno che qualcosa non funziona. Se si arriva a tirare per la giacca il presidente della Repubblica per cercare di arrivare a una proroga contrattuale per Palazzolo, vuol dire che non sono più chiari i confini del dibattito. Si procede in ordine sparso, ognuno con la sua cordata, in una confusione di ruoli e di obiettivi sui quali svetta il rinnovo del Cda della Gesap. Perché, ricordiamolo, qui nello specifico non si sta parlando di lotta alle cosche, ma di interpretazioni di leggi e codici. Forse invece di chiamare in causa la memoria di Falcone e Borsellino, sarebbe stato meglio telefonare a un bravo avvocato.

Un’omelia da dimenticare

forza-nuova-omosessualDomenica scorsa ero in una chiesa di Palermo per assistere a una prima comunione, immancabile in questo periodo come le fragole e la prova costume. Davanti a una schiera di ragazzini e alle loro famiglie, il prete ha imbastito un’omelia su temi soft come: la famiglia è fatta di un uomo e una donna, il resto sono scempiaggini; in tal senso lo Stato vuole imporre leggi che la Chiesa non accetta ed è sacrosanto che non accetti mai; una famiglia di gay non ha niente a che vedere con la famiglia vera, quella del Santo Mulino Bianco. Una reprimenda che ricordava più una campagna di Forza Nuova (“l’Italia ha bisogno di figli, non di omosessuali”) che un discorso rivolto a chi si avvicina a un sacramento. Evidentemente questo prete considera la chiesa, intesa come edificio, come casa sua e scambia le comunicazioni ai fedeli con le cazzate a ruota libera che si possono sparare nel tinello, magari a pancia vuota al termine di una giornata pesante: il che ovviamente non rende automaticamente tollerabili tutte le idiozie che scappano tra le mura di casa, ma almeno le depotenzia nell’attesa che qualcuno (un coniuge, un ospite, un amico, un coinquilino) non attivi un salvifico contraddittorio (della serie ma che stai a di’?). Lì, in chiesa, tutto ciò era invece grossolanamente univoco, il prete parlava e i poveri astanti subivano. Nessuno si è preso la briga di alzare un ditino e cercare di rimettere il tempo in movimento, nemmeno io ne ho avuto la forza perché ci sono situazioni in cui lo scempio della verità è meglio lasciarlo passare più velocemente possibile, nella speranza che qualcuno sia distratto e resti indenne.
Ah, domenica era la giornata internazionale contro l’omofobia.