Feticismi

The Dark side of the moon autografato da alan parsons

Una delle piccole gioie della vita. Accarezzare, grazie al mio amico Fabio, la copertina di The dark side of the moon (vinile) autografata da Alan Parsons e resistere all’impulso di rubarla.

Signorini, un cazzo

signorini chi marianna madia

Alfonso Signorini, che ha un cognome ingannevole, non va criticato per il suo uso pecoreccio del giornalismo squadrista in vecchio stile berlusconiano. No, va messo al bando per abuso di cattivo gusto, nel senso più ampio possibile: uno che ancora gioca col doppio senso del gelato nella bocca di una donna è un cretino a prova di calci in culo, un irredimibile mascalzone che si finge intellettuale per mascherare il suo disprezzo verso ogni opera intellettuale (cioé dell’intelletto). Un infiltrato dei cretini per distruggere ogni residua resistenza del popolo dei normodotati. E infatti, con le sue 350 mila e passa copie mensili vendute, Chi è un cavallo di Troia nella fortificazione sociale delle famiglie medie che resistono come possono nella giungla di uno Stato grottescamente crudele coi deboli, ma che talvolta (purtroppo) cedono al fascino del finto glamour dell’house organ di una cosca che si spaccia partito.
Non credo quindi che la sortita del finto signorino Signorini debba essere materia per l’ordine dei giornalisti, ma che sia il sentire comune a dover fare il suo dovere. Come quando da bambini c’era il compagno di giochi che dava fuoco ai cardellini in gabbia o che sputava a chiunque osasse contraddirlo. A suo modo voleva essere figo, a nostro modo si svelava come un promettente, pericoloso, disadattato.
Signorini va lasciato lì dov’è, da solo, col suo patetico giornale che non racconta, ma sputa. E da oggi, oltre ad azzerare il debito pubblico, prendiamoci carico di un nuovo impegno sociale: azzerare quelle 350 mila copie mensili.
E non venite a romperci le palle con la storia dei posti di lavoro. Se io lavoro per Chi e non mi ribello dinanzi certe porcate, sono correo del signorino. E pago di conseguenza. Amen.

Amico mio, mi spieghi?

C’è un mio amico che sta male e io vorrei aiutarlo, come si fa tra amici veri quando c’è bisogno di darsi una mano sul serio, non per cazzeggiare. Lui, come me, è lontano milioni di anni luce da quel sentimento discutibile che chiamo “egoismo del dolore”, che è una sorta di contrappasso per quella che invece mio padre chiama “invadenza affettiva”. Il primo giustifica inopinatamente la condivisione dei propri problemi perché così – da strano assioma – si diluiscono, la seconda è un passepartout sentimentale per ogni porta chiusa, causa disagi interiori.
Il mio amico non sente ragioni, non vuole contaminare col suo dolore il resto del mondo. E forse non ha torto, ma per un motivo molto diverso dal suo egoismo (che in realtà è una forma sublime di altruismo).
Forse restando un po’ da solo apprezzerà che quel che tra noi umani non si dice e , spesso, ha più valore di quel che si pronuncia reiteratamente. E si sorprenderà a rivalutare i propri pensieri senza la contaminazione dell’ordinario, quella forma di inquinamento strisciante che ci rende tutti un po’ uguali e quindi un po’ qualunque.
Quando uscirà da questa quarantena anarchica, il mio amico avrà una nuova bilancia con la quale pesare i rapporti umani: niente apparenze, dentro abbiamo cellule che lavorano tutte allo stesso modo, ma non abbiamo tutti le stesse cabine di regia. E la regia è importante quando si va in scena nel teatro della vita, caro amico mio. Perché siamo tutti bravi attori, basta avere il palcoscenico giusto e c’è chi se lo è meritato e chi no. Ma degli usurpatori di scena non si avverte la mancanza quando si astengono: questo fa la differenza tra quelli come te e gli altri.
Tu hai faticato per conquistare il tuo ruolo quindi prenditi una vacanza, ok, ma il posto resta occupato. E’ una questione di equità sociale, gli scemi non li possiamo debellare, ma nemmeno consentirgli di prendere il posto di chi è in ferie.
Per aiutarti, a distanza come mi hai imposto ora (non demordo, eh), ti dirò che il tuo momentaneo distacco dal mondo ti sta risparmiando il sacrificio delle piccole beghe. Lavoro, soldi, appuntamenti, scadenze: cazzate, come cazzate sono generalmente tutte quelle cose che ci tormentano quando non abbiamo nulla di meglio da fare che lasciarci tormentare dalle cazzate.
Perché tu lo sai che nella vita che hai vissuto sino a ieri, prima di questo esilio volontario, gli sguardi di ammirazione sono, al netto dell’invidia e della ruffianeria, direttamente collegati al ruolo momentaneo di chi li riscuote. Sai anche che il tormento non è dei più deboli, ma dei più sensibili. E che il mondo non è di chi taglia per primo il traguardo, ma di chi ha tracciato il percorso. Sai inoltre che non c’è rimorso senza colpa ma che le colpe si cancellano, i rimorsi no: e il momento del raccoglimento (che sia religioso o umanissimamente laico) può fare il miracolo, con una tabula rasa che ci rende nuovi e intonsi. Sai, amico mio, che i conti li chiediamo malvolentieri, ma che non sempre ingrassano l’oste: spesso migliorano la nostra vita, perché più leggeri si viaggia meglio. Sai che perdere qualche partita non significa essere retrocessi e che vincere non significa spadroneggiare. Chiudo qui perché se continuo così alla fine il mondo si capovolgerà, l’”egoismo del dolore” andrà a farsi benedire, la teoria dell’”invadenza affettiva” avrà la stessa attendibilità di quella sulle scie chimiche e il dolore, più che contaminare il mondo, contaminerà la prima serata del pacchetto Sky con la De Filippi e la D’Urso al posto di House of Cards (e questo non lo tollereremmo).
Amico mio, sai tutto questo e molto altro, ora più di ieri avvolto in questo cazzo di isolamento che ti arricchisce ma rompe un po’ le scatole di chi resta fuori, quindi concedimi una sola cruciale domanda: perché non mi apri il portone e spieghi qualcosa anche a me?

Luci a San Siro

paolo dybala

Stasera vedendo Milan-Palermo ho ripensato a una partita di quattro anni fa, solo che allora vincemmo in casa (e io ero fuori casa).

A futura memoria

Stefano Cucchi

Chi
Uccide
Con
Complici
Ha
Immunità

Dare dell’idiota a chi lo è

boschi

Riservato a chi odia perdere tempo

time

Odio perdere tempo. E’ un sentimento, questo dell’irritazione crescente per il tempo sprecato, che è venuto fuori soprattutto negli ultimi anni. Probabilmente perché intorno ai cinquanta inizia un conto alla rovescia e allora si guarda alle cose con più attenzione.
Ho imparato che la perdita di tempo è sempre in agguato e non ha nulla a che fare con l’ozio, che invece è un modo affascinante di usare il tempo senza agguantarlo. E soprattutto mi sono accorto che è un nemico dai mille travestimenti.

Eccone qualcuno.

Una cena con cibo scadente: meglio un panino e una birra, e tempo in più per un’altra birra…

Una partita di calcio noiosa: meglio un libro.

Un libro noioso: meglio una partita di calcio noiosa.

La ramanzina di un capo che non stimate: e lì l’antidoto si chiama incoscienza.

La ricerca spasmodica del consenso: nell’inutile attesa di un applauso i minuti possono pesare quanto ore, mesi, anni…

Svegliarsi presto la mattina se siete di malumore: senza l’oro in bocca, il mattino rischia di esporre altri orifizi meno interessanti.

Andare a letto presto se siete di buonumore: il sonno è una perdita di tempo quando si ha voglia di fare altro.

Cercare di riparare qualcosa che si è rotto per la seconda volta: in certi casi il bricolage è una pericolosa forma di onanismo.

Una lite coniugale quando non evolve verso la separazione definitiva: tanto inutile quanto nociva.

Un programma di Maria De Filippi: uno qualsiasi.

Un dubbio su True Detective, anzi due

true-detective-poster-16x9-1A bocce ferme e condividendo gran parte delle lodi a una serie come True Detective, è giusto che vi metta al corrente di un paio di perplessità sulla bella serie tv di Nic Pizzolatto. Senza nulla togliere a chi ancora non ha visto le ultime puntate (l’on demand consente ormai notevoli dilazioni di godimento televisivo), tutta l’architettura del finale si regge su due elementi fisici dell’assassino che convincono poco: le grandi cicatrici sul volto e le orecchie verdi evidenziate in un disegno che lo raffigurerebbe.
In generale la ricerca di una persona con quell’evidenza di cicatrici non è impossibile, quindi come elemento cinematografico mi pare deboluccio. Come può passare inosservato alla popolazione un tizio con una faccia devastata? Questo tipo di escamotage narrativo non regge neanche per un’ora, figuriamoci per otto episodi. Ma la vera debolezza è nell’indizio “orecchie verdi”. E qui parlo a chi ha visto tutta la serie: avete mai visto un imbianchino che si sporca le orecchie (tutt’e due) di vernice? Capisco le mani, la faccia, ma le orecchie… E’ come cercare di incastrare un cuoco assassino per l’impronta lasciata nel purè.
Insomma, True Detective è un bell’esempio di serie tv recitata, di grande prova attoriale (come si diceva una volta): Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono due giganti. Sulla sceneggiatura tuttavia ho qualche riserva.
Comunque ne riparleremo al termine della seconda stagione.

Bracciate a vuoto

A proposito di libri brutti, segnalo “Il nuotatore” di Joakim Zander (Bompiani), scritto male e tradotto peggio.

 

Avvistatori di verità cercansi (e Bradlee è morto)

ben bradlee

La morte di Benjamin Bradlee, mitico direttore del Washington Post ai tempi dello scoop del Watergate, offre uno spunto di riflessione molto attuale, al di là della monumentale professionalità del giornalista scomparso.
Il coraggio di inseguire la verità, anzi le verità (Bradlee le indicava giustamente al plurale per mettere in guardia dalla verità singolare, quella rivelata) non è garantito da nessun contratto di lavoro. Molti giornali italiani, non tutti ovviamente, sono stati guidati negli ultimi trent’anni da professionisti del compromesso, slalomisti delle responsabilità, maestri di sopravvivenza in una giungla di codardie. Nel mio minuscolo ne ho conosciuto qualcuno e anche per questo ho scelto di cambiare strada, non perché fossi più coraggioso, ma perché le piccolezze del cerchiobottismo mi annoiano. I migliori professionisti che ho incontrato in questo mestiere sono quelli che la libertà ancor prima di pretenderla, l’hanno data: solo chi è libero, infatti, può assumersi la responsabilità di raccontare. E di divertirsi di conseguenza. Il resto – mestieranti improvvisati, cloni tecnologici di scribacchini, reucci del signorsì o semplici ignoranti dalle parentele giuste – sono comparse in un film che non sarà mai proiettato.
Bradlee insegnò che si poteva essere amici dei potenti e combatterli comunque, poiché non è mai il ruolo politico che si giudica ma il modo di interpretarlo. In un’Italia in cui la lotta al potere è diventata senza quartiere e senza ragioni – il potere in sé non è pernicioso, come non lo è il denaro pulito – un giornalismo illuminato, attento alle responsabilità singole (anche di chi le recensisce) sarebbe fonte di speranza.
Invece vige la regola dell’ammasso: spalare, mettere in pagina e non domandare. Restano in auge direttori che non conoscono la differenza tra un computer e una linotype (perché non sanno nulla né del primo né della seconda), che pensano ancora di dover istruire il lettore, che tra la parola ascoltata e quella riferita scelgono quella più comoda, che dormono serenamente mentre il giornale non è ancora andato in stampa, che non conoscono il nome dei loro cronisti, che non sanno chiedere aiuto a chi ne sa più di loro.
E allora come si inseguono le verità se non si ha nemmeno la voglia di avvistarle?

Ciaooo

surgelatiLa promozione sensazionale è che, alla fine, uno paga solo ciò che acquista.

Visto su Facebook.

Portate un caffè all’amico

Lilli_Carati morta

Appena ho saputo che Lilli Carati era morta ho inviato un sms a un amico. Nel frattempo un altro amico mi cercava al telefono di casa, ma io ero impegnato a scrivere una mail a un altro amico e a rispondere all’sms di un altro amico ancora.
Lilli Carati, pace all’anima sua, per un ristretto gruppo di attuali cinquantenni, ex giovani degli anni ’80, è un catalizzatore di ricordi. Anzi per noi di un ricordo preciso.
Cinema Embassy, sala A, (come mi ricorda il caro Totò) dicembre ’88. In fuga da una dura giornata di lavoro al giornale, io e un manipolo di scapestrati colleghi decidiamo di concederci un eccesso che a quei tempi era molto in voga. Niente droghe, né alcol, né abusi alimentari. Pizza, birra e gran casino al cinema a luci rosse. Lo facevamo un paio di volte al mese. La gita al cinema hard core – di solito guidata da un altro mio amico, Ciccio, che conosceva personalmente persino le maschere e il bigliettaio – era un classico della serata da mal di pancia. Mal di pancia dalle risate, si intende.
In quella sera di dicembre dell’88 eravamo una decina. Ultimo spettacolo, tutto esaurito ad eccezione di qualche posto in prima e seconda fila. Il film era l’esordio di Lilli Carati nel mondo dell’hard. Titolo: “Una moglie particolarmente infedele”. Trama: una moglie particolarmente infedele fa la moglie particolarmente infedele.
Prendemmo posto in una sala in cui non si assisteva a una proiezione, ma si faceva il tifo come all’ippodromo: dai, forza, veloce! Appena c’era un accenno di dialogo tra gli attori, la platea rumoreggiava: “E che siamo venuti qui per sentirvi parlare?”.
A un certo punto, mentre la Carati, sempre pace all’anima sua, offriva una prospettiva di sé ostentatamente inedita rispetto alla sua filmografia, dalla fila dietro la nostra (la terza) crebbe un rumore. Forte e sempre più forte. Era un tale che, stremato dal lavoro o molto più probabilmente dal “dopolavoro” da cinefilo, si era addormentato e russava come un disperato.
Sul grande schermo passarono scene più trash che hard, un porno becero ed esilarante accese mille battute che avremmo ripetuto per anni. L’audio al minimo e l’aria irrespirabile di mille sigarette rendeva l’atmosfera lunare. Lilli passava da un amplesso all’altro senza sorridere, un lavoro come un altro, forse più faticoso di un altro, o magari noioso. Che ne sapevamo noi che ridevamo felici, felici di una gioventù analogica, vera, di relazione?
Lilli Carati, pace all’anima sua, era una moglie particolarmente infedele nella nostra serata particolarmente esilarante. Anche perché sul finire del film, quando un tripudio di amplessi disegnò sullo schermo geometrie per quei tempi ardite, il tale che russava si risvegliò con un grugnito da surround, drizzandosi sulla poltrona come Linda Blair ne “L’esorcista”.
Dal fondo della sala, una voce: “E portate un caffè all’amico!”.

Tutti noi, reduci della sala A dell’Embassy di Palermo, ridiamo ancora.

Le maschere dell’onorevole saltafosso

cambiovita

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Non è una questione di coerenza, ma di aria che tira. Nello Dipasquale, già sindaco di centrodestra a Ragusa, già deputato regionale per il Megafono e già un migliaio di altre cose, vuole entrare nella grande famiglia del Pd nonostante quel partito gli faccia schifo. Disse proprio così nel 2012 sgolandosi in una pubblica maledizione: “Il Pd fa schifo. È un pugno di pagliacci”. Ora ha chiesto la tessera ai democratici e tenuto conto della propensione all’autolesionismo della sinistra, probabilmente la otterrà presto.
La coerenza non c’entra (…): perché per quella ci vogliono idee da difendere e qui le idee se le porta il vento che soffia e soffia. Nello Dipasquale, che nella sua carriera partitica ha macinato chilometri di retromarce e inversioni a U, è sensibile alla meteorologia. Le uniche correnti che gli destano interesse non sono quelle politiche, ma quelle d’aria. Insomma un onorevole che non si piega, ma tutt’al più sventola. Nel suo universo parallelo – un mondo felice dove tutto è possibile se solo si ha una faccia di ricambio – quando il momento è difficile, non c’è mai un giunco paziente sotto la piena, ma una bella bandiera che gira mentre il vento le fischia intorno. Che sia ponente o supponente, che sia scirocco o tarocco, Dipasquale è forte di una concezione della politica che non prevede memoria, ma solo una fila di attimi fuggenti(…).
Resta il mistero dei suoi elettori, che non sono pochi. Come fa il retromarcista Dipasquale a convincerli di volta in volta che la strada buona è quella che non ha imboccato? Come riesce a non far deragliare, tra mille curve, queste vagonate di consensi?
Chissà. Forse la risposta è scritta nel vento che soffia e soffia.

Gasparri, Twitter e la nudità democratica

Uno dei (pochi) vantaggi dei social network è quello che chiamo nudità democratica. Preso un essere umano dotato di dita e tastiera, gli si dà la possibilità di dire la sua su ogni questione, di interagire con ogni altro suo simile e di farlo (o poterlo fare) in qualsiasi ora e contesto. E soprattutto senza filtro.
Questo meccanismo innesca una reazione a catena che è tanto più dirompente quanto il solco tra i colloquianti è ampio. Tipo: due lumpen che si scazzano tra di loro dà noia persino al più onanista del social fighting. Stesso effetto tra due calciatori (spesso omologabili ai lumpen per ricchezza di argomentazioni e finezza verbale). Ma se mettete un parlamentare, tipo il vicepresidente del Senato Gasparri, e la fan di un rapper tipo Fedez, il gioco è fatto.
Il social denuda democraticamente il potente che altrimenti resterebbe coperto da una coltre di addetti stampa, portavoce, consiglieri e consigliori. Niente filtro e cazzi suoi.
Chi è causa del suo tweet pianga se stesso.

No, non presentavo un nuovo modello di iPhone

Foto di Rosellina Garbo ©

Foto di Rosellina Garbo ©

Ieri ho avuto modo di apprezzare un’iniziativa dei Cantieri culturali della Zisa, i “Romanzi di Palermo”. In due reading una quarantina di scrittori hanno raccontato la città, non come la vorrebbero ma come l’hanno sognata, riassunta, odiata, ridisegnata. Per chi si è perso questa manifestazione, spero che gli organizzatori mettano online il materiale (c’erano un paio di telecamere), o che, meglio, decidano di replicare con nuovi racconti.
Comunque bravi: organizzatori e pubblico numeroso.