Una città allo specchio

Una ragazza travolta da un’auto e uccisa. L’investitore, senza attenuanti, si dà alla fuga. Può una città riconoscersi tragicamente in una scena così? Ne scrivo qui.

Prevedere il futuro? Un gioco da ragazzi

In sette anni Milano-Italia dovrà presentarsi puntuale, ben vestita, preparata e, soprattutto, ancora in vita. La città-Paese dovrà tradurre promesse in gesti di governo. Si dovrà riuscire nell’impresa di evitare che gli appalti finiscano in un’aula di giustizia. Ci vorranno più braccia che tasche. Si dovranno celebrare intelligenze e genialità più che amicizie e consociativismi.
La metropoli-nazione ridisegnata potrà godere della Luce Universale se i suoi cittadini-compatrioti si riconosceranno ancora in essa. E se verrà confutata quell’italica e becera teoria secondo la quale tutte le buone occasioni sono state inventate per essere sprecate.

Scrissi così su questo blog il primo aprile del 2008, quando Milano si aggiudicò l’Expo. I timori miei, anzi nostri, erano più che fondati: non occorreva esibirsi in vaticini, ma semplicemente non mostrarsi ciechi. Oggi sappiamo com’è andata e soprattutto abbiamo la certezza che in Italia quando si parla di appalti e fondi pubblici prevedere il futuro è un gioco da ragazzi.

Antiracket e insopportabili scorciatoie

PalazzoloUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La storia può essere raccontata così: un imprenditore denuncia la corruzione, rinuncia a una via illegale per un rinnovo di contratto e purtroppo vede andare in fumo quel contratto. Oppure così: un imprenditore fa il suo dovere di onesto cittadino, denuncia il corrotto e subisce le regole che riguardano tutti gli onesti cittadini. La vicenda del pasticciere Santi Palazzolo, che rischia di perdere lo stand all’aeroporto Falcone e Borsellino (…), si presta senza dubbio a una doppia lettura, ma ci fornisce lo spunto per una campagna di liberazione dalla retorica di una pseudo-cultura premiale cieca e socialmente ingiusta. Il ricorso alla corsia preferenziale per chi, coraggiosamente, si oppone al ricatto pone il problema di un corto-circuito logico che nel caso di Palazzolo può essere riassunto in una domanda: il vantaggio che si sarebbe potuto ottenere pagando una tangente, cioè compiendo un reato, dovrebbe essere comunque garantito gratuitamente a chi accetta di collaborare con le forze dell’ordine? Se sì, ci si porrebbe in una situazione in cui le regole risentirebbero pesantemente del contesto e in cui non sarebbe più la legge a guidare un appalto, ma il sentimento. Se no, si alimenterebbe il sempreverde sospetto che pagare la mazzetta sia più conveniente che mandare in galera il mazzettaro. Si potrebbe però scorgere una terza via: diamo a Palazzolo quel che è di Palazzolo, celebriamo il suo senso della giustizia nelle sedi istituzionali, ma salviamolo dalle sirene di una corrente di pensiero endemica: lo scorciatoismo.

Il padrino da frigorifero

u mafiuso santa luciaA Ortigia ho trovato un negozietto di paccottiglia e souvenir – più paccottiglia che souvenir – che vende questi simpatici magneti. La santa tra “u mafiuso” e “il padrino” rende bene l’idea di una terra che, non sapendo più a chi votarsi, sceglie di esportare sotto forma di santino da frigidaire le proprie balzane indecisioni.

Campare di musica

Il fatto è che mentre la musica non è mai stata così redditizia per gli artisti di grande successo, quella che si è andata riducendo – com’è successo anche in altri campi – è la fascia intermedia di musicisti che un tempo riuscivano a guadagnarsi da vivere anche senza mai arrivare ai vertici delle classifiche. Non diventavano straricchi, ma tiravano avanti e godevano di una certa stabilità. In sostanza, si è ridotta la classe media: quella con carriere durature e case discografiche disposte a finanziare anche gli album non destinati a vendere milioni di copie. Quello che ci resta, oggi, è una specie di “tutto o niente”, per cui o scali le vette più alte o langui miseramente in basso.

Tracey Thorn spiega, al di là dei luoghi comuni, come cambia il mondo della musica.

La cultura dello scaricabarile

expo siciliaUn estratto dall’articolo su la Repubblica di oggi.

Quando nel settembre scorso venne firmata la convenzione tra la Regione siciliana ed Expo Milano 2015 per il cluster Bio-Mediterraneo i comunicati ufficiali celebrarono, in toni trionfalistici, il primato di un’istituzione pubblica italiana: nessuna regione sino ad allora si era cimentata alla guida di un settore dell’esposizione universale. Quando cinque giorni fa vennero diffuse le immagini dei padiglioni sporchi, allagati e disadorni tutto fu più chiaro. Esportiamo sciatteria, diffondiamo la cultura dello scaricabarile: a quale primato potremmo mai puntare se non a quello delle occasioni sprecate?
Il destino è spesso nelle parole. Cluster vuol dire gruppo, e dare agli amministratori siciliani un gruppo da coordinare equivale a titillare la loro naturale inclinazione a diluire le responsabilità: più si è, meno si è chiamati a rispondere. Infatti così è andata. Quando ci si è svegliati, il giorno dell’inaugurazione, con i locali allagati, le segnaletiche inesistenti, (…) è subito partita la caccia al colpevole in pieno stile siculo: la vera colpa è quella dell’altro. In realtà non servivano commissari, commissari di commissari, consulenti dei commissari di commissari, ma esseri umani che sapessero tenere gli occhi aperti. Che cosa hanno visto le truppe di dirigenti della Regione che per mesi sono state inviate a Milano con discreto dispendio di fondi pubblici? Come mai ci si è accorti solo adesso che la baracca veniva tirata su male? Per tempi, schieramento di forze e disponibilità economiche la missione siciliana all’Expo era una cosa difficilissima da far male. E invece – miracolo! – siamo riusciti a farla peggio.

Dare dell’idiota a chi lo è

Black bloc milano expoFoto ricordo dopo le devastazioni dei black bloc oggi a Milano.

Paradossi di Sicilia

viadotto-Scorciavacche-Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Paradossi di Sicilia. Nelle linee tracciate dal destino, mai che nelle nostre lande se ne scorga una retta, mai che la logica non sia costretta a mille e mille acrobazie. Il vecchio proverbio – cosa fatta capo ha – va rivisto: cosa fatta rompicapo ha. E la cronaca di questi giorni è gravida di esempi.
Prendete il caso dell’autostrada A19 interrotta. Dopo quasi tre settimane di disagi, i siciliani hanno avuto due sorprese. La prima: l’Anas (…) ha deciso di affrontare l’emergenza senza fretta, come se si dovesse sostituire una lampadina in galleria. La seconda: per avere un treno che collega Palermo a Catania in un tempo non biblico doveva incrinarsi un viadotto.
E che dire dei lavoratori “in nero” della Regione, 36 precari dell’assessorato al Territorio che si occupavano di valutazioni ambientali? Sembrava un tipico caso di precari sedotti e abbandonati, e invece ecco il colpo di teatro: si scopre che l’amministrazione pubblica gli ha dato la busta paga per un anno, ma non lo stipendio (figurarsi i contributi…), roba che avrebbe fatto venire i sensi di colpa pure a un gabellotto di Villalba. Ma non alla Regione che divide et impera con serena fermezza: quindi via quei precari, che tanto sono pochi e in termini elettorali non valgono nulla, e porte aperte ai Pip condannati per gravi reati che tornano tra le braccia dell’amministrazione dopo il consueto fuoco di paglia di intransigenza crocettiana.
Più che paradossi, nodi che diventano grovigli. Avete letto del caso di Pippo Fallica, redivivo dirigente di Forza Italia che per campare, in periodo di sfortuna politica, si è ritrovato a fare il portaborse del Pd all’Assemblea Regionale? Lui si dice spiazzato. Lui.

I bravi palermitani

imageIeri pomeriggio il Teatro Massimo di Palermo ha organizzato la diretta in video streaming dell’ultima replica di Le Toréador-Cavalleria Rusticana a piazza Magione. Era un’operazione ardita, portare la lirica nel cuore della città vecchia, in un quartiere che da qualunque parte lo guardi è simbolo di qualcosa (del degrado, della rinascita, della bellezza dura come il granito) era una scelta cruciale: poteva venire fuori una cosa bellissima così come poteva venire fuori un fallimento epocale.
È andata bene.
Centinaia di spettatori attenti, motivati, persino pazienti: quando per un problema col satellite c’è stato un black-out di pochi minuti, nessuno ha protestato e anzi il rapido ritorno delle immagini sullo schermo è stato salutato da un applauso. Giovani, anziani, turisti, gente del quartiere, tutti sdraiati sull’erba o appollaiati sulle sedie portate da casa hanno dato vita a un happening indimenticabile. Con una grazia e una delicatezza che non riconoscevo a questa città. Pensate, in tre ore di spettacolo non ho sentito squillare manco un telefonino. E ho detto tutto.
Bravi palermitani, veramente bravi.

Le due facce di Miccoli

fabrizio miccoliUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Poteva essere il re di Palermo, invece ha scelto di essere un suddito del regno sghembo di Cosa Nostra. Poteva incamminarsi sereno nel viale del tramonto sportivo, invece si è buttato nel precipizio della fuga per disonore. Poteva essere Fabrizio Miccoli, il bomber che faceva sognare, invece è diventato Fabrizio Miccoli, il gradasso che andava in giro insieme col figlio di un boss latitante e che con lui oltraggiava la memoria di “quel fango di Falcone”. Nel 2010 mentre i giornali locali incensavano lo sportivo per aver rinunciato a un ingaggio stellare col Birmingham pur di rimanere a Palermo, l’altro Miccoli – quello che i calci non li dava al pallone ma alla buona creanza – intesseva, secondo i magistrati, una ragnatela di contatti con criminali e figli di criminali per mettere a segno un’estorsione travestita da favore personale. Sono passati cinque anni e quella vicenda è sfociata in un’inchiesta che ha portato i suoi amici in carcere e lui nuovamente alla ribalta delle cronache (giudiziarie, non sportive). Così l’ombra di Miccoli è tornata a lambire la nostra memoria: e più che ai gol, (…) il pensiero è andato alle lacrime di una conferenza stampa del 2013, all’addio con disonore. A quando il Miccoli bifronte venne messo a nudo come eroe debole, più straziato dalla vergogna di essere stato scoperto che dal rimorso di aver fatto scempio della correttezza. Magra consolazione: uno dei pregi della cronaca è che ogni tanto ci ricorda di chi dobbiamo dimenticarci.

Che noia annoiarsi gratis

FannulloniUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Brutta cosa la sudditanza verso “la politica romana”, specialmente quando si “calpestano diritti acquisiti e principi costituzionali”. E poco importa se i diritti acquisiti sono leggendari privilegi e se Roma viene additata come usurpatrice solo perché ci invita a metterci in linea con le regole che vigono dallo Stretto in su. Niente da fare, i dipendenti regionali siciliani sono speciali, il loro lavoro è più prezioso di quello dei colleghi statali quindi è giusto che siano pagati di più e che vadano in pensione prima. Chi osa metterlo in dubbio dovrà sopportare per punizione il peso di un’assenza collettiva. E siccome un incosciente assessore qualche dubbio lo ha sollevato, il prossimo 29 aprile si abbatterà sulla Sicilia il castigo dello sciopero generale dei ventimila dipendenti regionali.
Impossibile una stima preventiva dei disagi, ma la legge dei numeri ci conforta dal momento che, secondo un celebre studio di Confartigianato, in Sicilia un regionale su tre è di troppo quindi è in perenne sciopero pur senza scioperare. Probabili disservizi a musei e aree archeologiche, (…) ma anche qui è previsto un ammortizzamento dei fastidi: già quando alla Regione sono tutti al lavoro, i musei non li tengono aperti (vedi l’ultima Pasquetta), probabilmente proprio per abituarci alla legge della sottrazione (fare qualcosa non è sempre meglio del non fare niente). Di certo il 29 aprile prossimo sarà un giorno difficile per molti di loro che rimarranno a casa: essere costretti ad annoiarsi gratis è, quella sì, un’odiosa violazione di un diritto acquisito.

Se l’ignavia inquina più del traffico

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Nell’eterna attesa di sapere se è nato prima l’uovo o la gallina, ci si può trastullare con un dubbio più estemporaneo ma non meno cruciale: a Palermo nasce prima l’isola pedonale o la Zona a traffico limitato? In realtà a dar retta al Consiglio comunale potrebbe non nascere un bel nulla, dato che con un groviglio di provvedimenti finora si è riusciti nell’impossibile: bloccare i progetti di pedonalizzazione a favore di scelte che garantiscano più “vivibilità e qualità”. (…) E un’argomentazione critica del capogruppo di Forza Italia, Giulio Tantillo, svela involontariamente il cuore del problema: “Pedonalizzare come ha fatto l’assessore Catania è solo un’operazione di immagine”. Come se l’immagine non contasse nulla in una città devastata innanzitutto dalla disattenzione dei suoi stessi cittadini. Come se essere mandati a quel paese dall’Unesco perché non riusciamo a liberare un maledetto tratto di strada dalle auto non ci coprisse di ridicolo, tutti (Tantillo compreso). Come se la lobby estemporanea degli automobilisti palermitani non potesse essere zittita con provvedimenti chiari e perentori. Come se le beghe politiche dell’assemblea di Sala delle Lapidi non dovessero ispirare, quelle sì, un florilegio di divieti: divieto di perder tempo, divieto di rappresentare l’interesse di pochissimi, divieto di non decidere. Ricordiamocelo: l’ignavia diffusa inquina più di mille scappamenti.

L’onestà del giornale

Quello che un giornalista fa nasce dalle sue convinzioni e dai suoi principi. Per me, furono fissati dal direttore del Times che per la prima volta mi mandò all’estero nel 1976. A. M. Rosenthal. Abe chiedeva di “mantenere l’onestà del giornale”. Lo disse prima del mio primo incarico all’estero: l’apartheid in Sudafrica, un paese visto come un caso di evidente oppressione. Ma anche lì la necessità di mantenere l’onesta del giornale imponeva, disse Abe, che raccontassimo non solo la storia degli oppressi, ma anche quella di tutti gli altri principali protagonisti della grande tragedia sudafricana, compresi gli afrikaner he avevano fatto diventare il paese una fortezza del pregiudizio razziale. Quelle storie, disse, potrebbero sorprenderci e darci un senso più strutturato della verità.

Oggi su la Repubblica John F. Burns, nel ricordare Tiziano Terzani, ricorda a tutti noi il senso di un giornalismo antico e meraviglioso. Il giornale che ha una sua onestà, che ascolta tutti, oppressori e oppressi perché la verità è un puzzle e non una tesi blindata. Leggendo quelle righe e guardandoci intorno come sembrano piccoli e insignificanti i giornalucoli di casa nostra che sposano cause vincenti per comodità di pregiudizio…
Mi sono spesso imbattuto, purtroppo, in queste fosse comuni del buon senso: giornali che pontificano appoggiandosi sulle spalle del più forte e che non riescono a trovare l’indipendenza per narrare con dura franchezza, per sporcarsi le mani con la realtà. Sono i promulgatori di quelle che un tempo definii notizie a sentimento: che piacciono quindi vanno date (a differenza delle altre che invece vanno sepolte vive). Per fortuna il tempo, oltre a essere galantuomo, è anche discretamente crudele con chi spreca i tesori dell’esperienza e persevera nei propri errori.

Quando suonavamo

stratocaster

La mia prefazione al libro “Il ritorno dei favolosi Lucky Losers” di Fabio Casano (ed. Qanat).

Negli anni Ottanta a Palermo c’era una cittadella sotterranea della musica. Era un grande garage in via del Granatiere, un posto che poteva essere lugubre come un budello di cemento che scendeva per tre piani sotto il livello della strada e che invece era felicemente incasinato. Decine di box ospitavano band di varie perizie ed estrazioni: c’era il rock metallico di un gruppetto di adolescenti che avevano più brufoli che borchie e lo ska di un trio di indecisi che amavano il reggae ma non lo sapevano suonare; c’era la nostra fusion in bilico tra Frank Zappa e le Cozze e la samba di un tale che entrava e usciva dalla galera perché non era ancora stata stabilita (o inventata) la modica quantità. Segue »

Un fallito vale l’altro. A meno che non spari

Chissà quante ne leggerete su Claudio Giardiello, il criminale che ha sparato al palazzo di giustizia di Milano. Vittima dello Stato, vittima del sistema, vittima di qualunque cosa che non sia la sua follia distruttiva. C’è quest’incubo social-mediatico che si espande e invade tutti gli spazi residui del buonsenso, per cui tutti sanno tutto e più di tutti e c’è sempre una ragione che non vi dicono, un segreto che vi spalmano davanti al naso. Se l’ex sconosciuto Giardiello ha sparato un buon motivo ci deve pur essere: e su gli occhi al cielo che può darsi che piova e che il governo ammetta un furto…
Cazzate. Cazzate pericolose perché al mercato delle opinioni la libertà di spararla grossa è una profonda ferita nel corpo della ragione. C’è una folla di imbroglioni, di protestati, di falliti colpevoli del proprio fallimento, di truffatori, di pazzi violenti che non aspetta altro: dire la sua e trovare un corpo sul quale cucire addosso colpe a casaccio.
La verità è che questo Stato ingrato e vessatore non ha bisogno di vendicatori, ma di statisti. Che questa Repubblica delle banane non ha bisogno di qualunquisti, ma di gente che abbia il coraggio di un pensiero semplice. Quest’epoca di falsa condivisione non ha bisogno di privacy (parola di cui si abusa) ma di interessi diffusi. Insomma più che ostentare il diritto alla riservatezza facciamoci di più i cazzi degli altri, in modo da capire quel che ci è sfuggito, da tarare il nostro senso di scoramento quando accade l’imprevedibile.
Giardiello non è vittima dello Stato e chi lo dice è un pazzo, ma un criminale vigliacco che spara a gente disarmata approfittando di un inaccettabile bug nei sistemi di sicurezza. Non ci deve essere una raccolta di fondi da fare per lui, come hanno invece progettato quei dementi di Alba Dorata (gente che di dorato non ha più manco i molari e alla quale si può augurare più un tramonto che un’alba), ma una raccolta di idee per la comunità. Idee per sopravvivere all’onda anomala dell’insensatezza. Idee per scansare la tentazione della scorciatoia logica (il fallito fallisce per colpa dello Stato ergo è giusto che spari). Idee per censire le idee. Idee comunque.