Vodafone vola… lontano da me

vodafone-logoInciampai in un paio di imbonitori della Vodafone, gente che ti promette connessioni stellari a prezzi da favelas, esibendo una devozione quasi carnale pur di attirarti nel loro mondo di offerte “for you”, “for me”, “for everybody”, “relax”, “super family” giacché la normale famiglia non fa brand. Merito l’esame antidoping un giorno sì e un altro anche, se mi sono lasciato convincere ad accettare un’offerta combinata – una specie di gang bang di tariffe multiple e superdotate – tra mobile e fisso, adsl e ultra tecnologia.
La parola d’ordine è Fibra. Una cosa che al confronto Speedy Gonzales è un bradipo, l’ultimo ritrovato in tema di innovazione domestica: clicchi e sei tra gli eletti che possiedono il codice sorgente del mondo conosciuto (di quello sconosciuto non ce ne frega un cazzo perché non ha manco una presa per il modem).
Drogato da promesse, annientato dall’inusitato senso di inutilità che prende chiunque navighi a 13 mega sognando di volare a 30 (onanismo che però non rende ciechi), ho accettato. Tutto. Contratto mobile, iPhone 6 pure per quell’incolpevole di mia moglie (che ovviamente l’ha già scassato, come da contratto prematrimoniale), linea fissa, Fibra, diavolerie varie tipo usare il cellulare come cordless tra le mura domestiche. Tutto per una cifra che non rivelerò nemmeno sotto tortura, perché ci ho messo 52 anni a costruirmi una reputazione.
Poi una lunga attesa. Spasmodica. Quando arriverà la mia Vodafone Station? Avrò la fibra per meritare tale Fibra? Quando potrò smettere di navigare nel web e iniziare a volare? Sono un furbone o sono uno schizofrenico?
Ieri, insospettito dal ritardo, ho chiamato il numero verde che una gentile signorina (gentile all’atto della firma del contratto) aveva spacciato come dedicato a clienti speciali come me. Era un numero a risposta automatica per la tracciatura delle pratiche. Senza spiegazioni e senza possibilità di appello (ergo di contatto con essere umano) mi è stato detto che la mia pratica è stata bocciata.
Ci ho messo tre ore, con espedienti di cui mi vergogno, per avere una bozza di spiegazione.
La mia pratica era stata gettata nell’immondizia perché ce ne era un’altra, quasi simultanea, a mio nome. E chi le aveva aperte queste pratiche? La Vodafone, che aveva sbagliato la prima (questi non sono nemmeno in grado di copiare un codice fiscale) e ne aveva aperta autonomamente una seconda (perché trovato il pollo, non lo si deve lasciar scappare) senza eliminare quella sbagliata. Quindi, all’atto del supremo controllo, era stata rilevata la sussistenza di ben due istanze a nome del sottoscritto. Ed era stato sventato un pericolosissimo corto circuito. Un Palazzotto basta e avanza e poi dove lo mettiamo il ne bis in idem?
Ora è tutto finito. Navigo ancora coi miei modesti 13 mega e non ho la Fibra che mi farebbe decollare. Però almeno resto coi piedi per terra. Mentre Vodafone vola, vola… il più lontano possibile da me.
A mai più arrivederci.

Un buon motivo per mettere Gasparri alla porta

Gasparri tweetNon sarà per un’eventuale bega giudiziaria, poiché il garantismo impone prudenze che sono spesso digeribili come le pietre. Non sarà per incapacità tecnicamente manifesta, poiché ai parlamentari non viene richiesta alcuna perizia. Non sarà nemmeno per capriccio, poiché la democrazia non è un sentimento (pur suscitandone molti, drammaticamente diversi).
Potrebbe essere per Twitter, sì.
Se si cercasse un buon motivo, universalmente valido, per mettere alla porta il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri, lo si troverebbe nelle sue scorribande sul popolare social network. Il tweet su Greta e Vanessa in cui l’incauto politico mescola il peggio del ciarpame internettiano col meglio della sua lungimiranza politica, che com’è noto è pari alla sua purezza intellettuale, è un’occasione preziosa per le forze democratiche di questo Paese per depurarsi.
Sapevamo che per governare, come per svolgere molti lavori, occorre sporcarsi le mani. Ciò che non sapevamo, sino all’avvenuto decollo del Gasparri pensiero, è che a certuni il fango stimola, eccita, accende.  Però in Italia abbiamo bisogno di politica, non di mud wrestling.

Lo stato delle cose

da direttore a fondatore

Il miracolo di Francesco

Francesco Foresta funeraliHo visto ex nemici che piangevano insieme. Ho abbracciato persone che per anni avevo tenuto a distanza con la canna. Ho guardato negli occhi uomini che sino a ieri avrei azzannato, e invece li ho stretti a me come se si trattasse di vecchi amici.
E’ il miracolo di Francesco Foresta che da morto ha voluto attorno a sé, dettando istruzioni ben precise, un circo di gioia, e dando vita a una sorta di fiera campionaria dei valori: ognuno col suo, ben in mostra. C’eravamo davvero tutti a villa Filippina, in una giornata inutilmente luminosa. Bianchi e neri (e non per il colore della pelle), alti e bassi (e non per la statura), ricchi e poveri (e non quelli della brunetta), vittime ed esecutori materiali (e l’arma era perlopiù la penna).
Ho incontrato gente che non vedevo e non volevo vedere da anni e mi sono commosso nell’incrociare le mie mani con le loro, nel sorprendermi felice di essere lì in quella compagnia inusitata. Ci siamo detti cose bellissime e folli, inventandoci un’amicizia che non c’è mai stata e che invece serpeggiava tra i rovi di una vita bastarda. Ci siamo rivolti un sorriso dopo anni di denti stretti. Non abbiamo perso tempo a chiederci scusa, ci siamo ringraziati a vicenda per esserci, per esercitarci nel ricordo di quel che ci eravamo persi. Per parlare di Francesco.
Mai vista tanta energia positiva e tanta consonanza tra sconosciuti, in un funerale. Anzi mai vista e basta. Il fatto che sia debba passare attraverso la strettoia di una immensa mancanza, del buio della morte, per imbattersi in una serie così ricca di sorprese è la conferma del carisma di Francesco: stratega sino alla fine e oltre, direttore dall’alto, anzi dall’altissimo, inventore di feeling, bravo a far tutto anche quando non faceva niente. Un gran seminatore di fiducia.

Il tramonto di Mondello

Golfo_di_Mondello_visto_dalla_piazza_della_SirenettaUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Mondello, inverno 2015. Prima scena: lì dove la vocazione turistica inciampa, l’azzardo sovrasta. Un tempo c’era la Sirenetta, sala trattenimenti, oggi c’è il canto delle sirene del Punto Snai, sala scommesse: il locale e il panorama sono gli stessi, cambiano solo gli orizzonti dei clienti.
Valdesi è l’antipasto di Mondello, l’anticipo sempre più sostanzioso di un’offerta sempre più debole. Qui infatti si è spostato il baricentro economico dell’intera borgata, specialmente fuori dalla stagione turistica. Nel triangolo tra la libreria Sellerio, il bar Scimone e il fruttivendolo Pizzichellino, i residenti invernali fanno gruppo, s’inventano una parvenza di comunità. A poche decine di metri, la sala scommesse racconta invece altre storie con altri protagonisti che vengono dalla città e che non pesano nulla nell’economia del borgo: arrivano, parcheggiano senza problemi, scommettono, e tanti saluti. Segue »

La suocera nell’immondizia: è vero scandalo?

Rap suoceraUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Buttate un sacchetto di immondizia per terra e quasi nessuno si indignerà pubblicamente. Provate a mettere un po’ di pacchiana ironia su un manifesto pubblicitario e succederà il finimondo.
Perché Palermo ha un callo per tutto, fuorché per la cartellonistica. L’ultimo caso è quello della campagna pubblicitaria della Rap in cui si raffigura una specie di suocera legata a un rifiuto ingombrante da smaltire. Il mondo della politica cittadina si è scatenato: “Messaggio inquietante”, ha tuonato la consigliera del Pd Antonella Monastra, scegliendo lo stesso aggettivo che aveva usato per le minacce al pm Di Matteo; “Mai vista una campagna pubblicitaria più pericolosa di questa”, ha ammonito il capogruppo Idv al Comune Filippo Occhipinti.
Ma come è possibile che la vecchia cara suocera, da sempre primo ingrediente di barzellette (…) e luoghi comuni, sia diventata all’improvviso simbolo del decadimento dei costumi? La risposta breve è: colpa di una pubblicità che non è affatto sessista, ma semplicemente brutta. La risposta extended version parte invece da lontano. Dal 1973 e dalla bizzarra crociata di un pretore palermitano, Vincenzo Salmeri, che s’indignò per gli hot pants della Jesus, anzi a voler esser precisi per il contenuto di quei jeans, e decise di far oscurare i manifesti. E arriva sino ai giorni nostri quando si scatena un movimento di “puristi dell’arte” a difesa della Cattedrale di Palermo inguainata dai teloni pubblicitari non per abuso ma per necessità, dato che i soldi degli sponsor servono al restauro. Insomma manifesti come pietre dello scandalo, cartelloni come macigni sul ventre del sentire comune. Ciò che è affisso colpisce, il resto scorre e passa via. Vuoi vedere che il famigerato collante sociale non è altro che semplice colla?

Noi, neri a metà

Pino daniele mortoPer una generazione di cinquantenni, Pino Daniele è stata la scoperta della poesia della musica. Perché noi quindici-sedicenni degli anni Settanta siamo stati davvero fortunati. Avevamo la discomusic per ballare, musica vera suonata da esseri viventi mica dalle macchine. Avevamo il rock per suturare le ferite della giovinezza. Avevamo Dalla e De Gregori (alcuni anche Baglioni, ma non io) per cantare in coro nel nostro primo concerto da stadio. E avevamo lui. Pino Daniele era il suono della pioggia sulla terra calda e la misteriosa alchimia dell’inglesismo di cui non capivi un cazzo ma c’entrava eccome nella tua vita acerba e felice. Era il virtuosismo di una band che ci faceva sognare di essere lui, loro. Erano i mille playback che facevamo davanti allo specchio di casa quando alla radio passava una sua canzone. Era l’immortalità della poesia.
Senza Pino Daniele la musica della nostra generazione va definitivamente in archivio. Oggi l’artista che ci aveva riempito il cuore con un’opera che evocava tutto fuorché la pienezza, “Nero a metà”, ci lascia affamati. E purtroppo chi ama non è sentimentalmente onnivoro.

Di figlio in padre

imageUn paio di settimane fa, Francesco Foresta mi confidò di aver trovato il giornalista a cui affidare Live Sicilia. “Vediamo se indovini chi è”, mi sfidò col suo sguardo furbetto. Io che sino a quel momento non sapevo niente di tutta la vicenda, trovai improvvisamente una sola certezza. E dissi subito: “Peppino”. Lui sorrise quasi orgoglioso di me: “Giusto”, sussurrò.
Nel passaggio di consegne tra Francesco e Giuseppe Sottile ci sarebbe tutta una vita da raccontare, anzi due. Perché, come spiega Francesco nell’editoriale di oggi, le loro vicende professionali sono talmente intense da rappresentare importanti capitoli del giornalismo degli ultimi decenni. Perché il mestiere e l’indole, nel loro caso, si fondono per creare cronisti che vivono come scrivono, che pensano come raccontano, che amano e odiano allo stesso identico modo con la penna e col cuore.
Di figlio in padre, quest’eredità che sale controcorrente dà finalmente un lieto fine intermedio in una storia di sofferenza. La forza di Francesco, pur piegato dalla malattia, offre a Peppino un’occasione unica per un maestro: ritrovare l’allievo e aiutarlo incondizionatamente.
“Pensiamo un titolo”, disse Francesco riprendendo una consuetudine che per vent’anni ci aveva visti fianco a fianco a imbastire prime pagine, a inventare nuovi modi di raccontare la cronaca, a leggere e correggere, a scrivere e riscrivere.  Lui alla tastiera e io a passeggiargli intorno. Lui calmo e io frenetico. Sempre così.
Alla fine il migliore era il suo. Sempre così.

Buon anno, pupetto. Auguri Peppino.

Storia di Mauro, che ha battuto il cancro

mauro maniscalco
Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Questa non è una favola, ma come una favola ha una sua morale, semplice, netta: per conoscere davvero il male, bisogna averlo combattuto.
Il protagonista della storia, Mauro Maniscalco, 41 anni istruttore subacqueo di Palermo, il fisico da combattente ce l’ha, nonostante un perfido linfoma linfoblastico ad alto grado di malignità abbia tentato di piegarlo e nonostante tre estenuanti cicli di chemioterapia gli abbiano divorato per mesi e mesi tutte le energie.
Oggi Mauro è appena rientrato da Ustica, dove per sei mesi ha solcato il suo mare con Nanù, la barca del diving Alta Marea di cui è proprietario. Ma due anni e mezzo fa era in un letto dell’ospedale Cervello a fissare la bocca del medico che pronunciava la parola che avrebbe cambiato la sua esistenza: leucemia.
Sino a quel momento la vita di Mauro, di sua moglie e dei due bambini, era trascorsa coi ritmi di chi vive inseguendo una sola stagione, l’estate, quando si lavora mattina e sera perché d’inverno il mare ti chiede di lasciarlo in pace.
E invece arriva l’intruso, un male liquido e diffuso che avvelena il corpo, si intrufola in tutti i gangli affettivi e sconquassa i sistemi di sopravvivenza dell’universo di quattro persone.
Leucemia, cioè cancro, cioè tumore. (…)
Mauro Maniscalco adotta subito la linea dell’attacco diretto all’intruso. Lo chiama col suo nome, lo scrive persino sul suo profilo Twitter: “Diver, biker, swimmer, runner… fighting cancer”.
Ha fretta. Spinge per cominciare al più presto il percorso di cura. Quando inizia la chemioterapia non lo sconvolgono i capelli che cadono a ciuffi otturando lo scarico della doccia, il fisico che si gonfia, le ferite che si aprono in bocca, la spossatezza che gli rende pesanti i passi e persino il respirare, i lineamenti che gli danno il volto di uno sconosciuto. No, a lui interessa il tempo perché il cancro gli sta rubando ore, giorni, mesi preziosi per fare tutto quello che prima gli sembrava normale e che adesso è diventato drammaticamente importante.
La stagione estiva è compromessa. Come un contadino al quale è stato bruciato il raccolto, Mauro guarda da lontano quel mare che gli sembra inutilmente bello. Scruta e scalpita, ostenta sicurezza e probabilmente piange di nascosto (nessuno lo sa, nessuno lo ha visto).
“Cerchiamo sempre l’infinito, ma troviamo soltanto le cose”: maledetto Novalis, qui l’infinito è davanti e dentro di me – pensa – sono le cose, le mie cose che non trovo più.
Dai medici è sempre puntuale, coi parenti – quando la chemio glielo consente – è sempre sorridente. Quando qualcuno si mostra troppo preoccupato per lui, sfodera la classica battuta: “E che sono malato?”.
Un giorno un amico gli annuncia di aver girato una somma sul suo conto in banca: gliel’ha regalata un cliente del diving che ha chiesto di rimanere anonimo. Perché il cancro attacca anche le tasche, e questo è uno dei motivi per cui Mauro deve fare in fretta. E’ il paziente più impaziente che ci sia, ammettono i medici.
L’orribile intruso intanto non ha nessuna intenzione di sloggiare e i medici dopo tre feroci cicli di chemioterapia decidono di intervenire radicalmente: trapianto del midollo osseo. Il donatore c’è, suo fratello Giuseppe. Si procede.
Poco prima di iniziare la tremenda escalation di bombardamenti che azzererà il vecchio sistema immunitario per fare largo al nuovo, Mauro si fa scattare una foto che finisce sul web e diventa un inno virale alla vita: sorridente, fa il gesto dell’ombrello, al tumore, alla malasorte, a chi vorrebbe tenerlo lontano dal suo mare.
Il trapianto riesce.
Oggi, due anni e mezzo dopo, Mauro ha ripreso la forma perduta e si concede il lusso di preparare una mezza maratona.

Non sottovalutate i sentimenti

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Oggi ascoltavo alla radio questa canzone e mi è venuto in mente un mio caro amico d’infanzia. Che come per magia, mi ha chiamato poche ore dopo.
Oggi parlavo di un Natale lontano trascorso con un altro amico su una montagna impervia. Come per magia, anche lui mi ha chiamato.
Più invecchio e più mi rendo conto che il corretto esercizio della memoria non consiste nel rimpiangere ma nel ravvivare. Più si diventa grandi più si dà peso alle cose piccole. Ecco, se dovessi farmi e farvi un augurio per il tempo che verrà, penserei a un puzzle: mille tasselli minuscoli per mille minuscole soddisfazioni. Il resto – le grandi conquiste, l’olio nel complesso ingranaggio dell’ambizione – non conta niente, ma proprio niente.
Non distraetevi mai dalla minima gestione dei sentimenti, solo lì troverete la vostra colonna sonora. Non sottovalutate l’oblio e la comodità dell’utilitarismo, evitateli come la peste.
Ora siccome sto parlando come un Papa, mettendo a dura prova il mio senso del ridicolo, chiudo qui. Però poi non dite che non vi avevo avvertiti. Andate a caccia di sorrisi e mettetene sempre uno da parte come antidoto: perché lo sapete, l’infelicità è contagiosa.

Il Pd e il vecchio che avanza

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Se l’avessero fatto i vecchi lupastri del centrodestra si sarebbe scatenato un putiferio: sui cattivi costumi, sui privilegi della casta, sul pelo e sul vizio e via luogocomuneggiando. Invece il reindirizzamento automatico dei dirigenti del Pd negli organici regionali, svelato martedì scorso da Repubblica, non ha suscitato nemmeno un sussurro in quel coro di coscienze civili sempre pronto a cantarle al Palazzo e ai suoi inquilini.
Queste righe sono quindi una sorta di alert, una via di mezzo tra il trillo di una sveglia e il bip bip di un sistema antitaccheggio, un modo per dire ai diretti interessati che tirare fuori il manuale Cencelli è consentito, ma non è la mossa più lungimirante che si potesse immaginare.
(…)
È incredibile che un segretario giovane e motivato come Fausto Raciti non sia riuscito a cogliere il vuoto di credibilità che si celava davanti ai suoi passi.
Come si può pensare che il salvataggio di una pattuglia di uomini di partito grazie a una corsia preferenziale che porta dritto agli uffici di gabinetto del Crocetta-ter, non influisca sull’immagine pubblica di una componente politica che sta cercando, almeno ufficialmente, di rinnovare il Paese? Quanto pesano le competenze specifiche di ciascuno di questi ripescati se, nel nome di una poltrona da occupare, ognuno può fare tutto, anche ciò che non ha mai fatto?
E a destare più di un dubbio non è tanto questo clima da quartierino, dove la piccola folla ai tavoli è sempre la stessa e dove gli estranei sono semplici intrusi, quanto la presunzione di innocenza politica. L’obiezione ricorrente in questi casi è: che dovevamo fare, lasciare i compagni in mezzo a una strada?
Risposta, meno ricorrente: no, però bastava allargare lo sguardo a tutta la strada.
Perché è singolare questa storia degli staff assessoriali imbottiti di dirigenti di partito, ex dipendenti di partito, cassintegrati di partito. Mai che ci scappino un disoccupato senza tessera, un consulente senza casacca.
Nella Regione dell’eterno ripescaggio, dove nessuno è realmente fuori dai giochi finché la vita biologica non ha la meglio su quella politica, la vera salvezza è vivere con l’idea che si debba essere salvati per contratto.
La differenza di trattamento tra chi sta dentro il quartierino e chi è fuori, si traduce in una sperequazione della speranza: un cassintegrato dem è più maneggevole, ingombra meno, non sporca perché il suo travaglio non passa dalla piazza, ma transita direttamente da una scrivania all’altra.
E tutto ciò non è illegale. Ma intollerabilmente vecchio.

Benigni, alla faccia dei maligni

Roberto Benigni i Dieci ComandamentiA me non interessa quanto lo pagano, Roberto Benigni. A me interessa godere di prodotti di qualità, e la qualità costa. Pensate quante porcherie ci siamo dovuti sorbire, nel segno di una Rai che si spaccia per popolare (cioè aperta a tutti-proprio-tutti) e invece è solo scadente. Pensate ai mesi estivi ingrassati di repliche e programmi farlocchi, come se esistesse uno sconto stagionale sul canone. Pensate alla necessità ormai quasi impellente di ricorrere ad abbonamenti alternativi (e salati) pur di vedere qualcosa di vagamente interessante nelle pigre serate di inverno.
Ecco, pensate a tutto questo e maledite quel dio che di comandamenti ne ha fatti soltanto dieci. Venti ce ne volevano, venti!
Almeno avremmo avuto un’intera settimana televisiva come dio comanda.

La Sicilia telegenica e piaciona dei talent

Lorenzo fragolaUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La Sicilia che spopola nei talent show ha davvero qualcosa di siciliano? Dopo la vittoria del catanese Lorenzo Fragola sul palco di “X Factor” la domanda è di stretta attualità e di ampio raggio poiché per arrivare a un barlume di risposta bisogna viaggiare nel tempo e fregarsene dei confini geografici.
Prima di Fragola, nei mesi scorsi abbiamo salutato fenomeni come suor Cristina Scuccia, di Comiso, vincitrice di “The Voice of Italy”, e Deborah Iurato, della vicina Ragusa, trionfatrice nella tredicesima dizione di “Amici”. Senza contare la saccense Clarissa Marchese, miss Italia in carica, che non canta né ha avuto la consacrazione del talent, ma che fa groove nel paradiso catodico di una Sicilia piaciona e telegenica. Segue »

La morte felice

Mango morto

Mango se n’è andato guardando il suo pubblico che lo guardava mentre moriva. La morte più felice, quella di un artista che lascia il palco della vita mentre è ancora – fisicamente – sul palco di un teatro, colpisce come un ossimoro biologico, come un azzardo del destino.
L’unica fortuna che ci viene incontro quando moriamo è probabilmente legata al nostro ultimo sguardo. C’è chi vede l’asfalto, chi la faccia stralunata di un medico, chi il ghigno di un killer, chi le lacrime di coloro che ci sopravvivono, c’è chi chiude gli occhi per non vedere e chi li sgrana per rubare l’ultimo filo di luce. Ma è sempre questione di fortuna.
Mango è uscito di scena tra gli applausi e non importa se erano disperati. Andarsene così, quando si percorre quella impervia strada obbligata che è la vita, è un modo per lasciare lo spartito sempre aperto, per far suonare all’infinito la canzone più bella.
Quand’ero giovane pensavo spesso alla morte, ma sempre quando non avevo nulla da fare: non accadeva mai, ad esempio, che ci pensassi mentre mi arrampicavo su una falesia o mentre correvo in moto. Probabilmente perché la felicità è l’antidoto migliore contro l’overdose di realtà. Oggi alla morte penso pochissimo, mi dà più fastidio l’idea di non saper/poter più fare certe cose, che realizzare l’implacabile avanzamento del countdown.
Si è davvero fortunati quando ci si trova al cospetto della morte senza che ci sia stato il tempo di fare le presentazioni. Ecco perché sono convinto che Mango se ne sia andato felice.

Migliori, otto anni dopo

imageL’altro giorno, parlando in un seminario dell’ordine dei giornalisti, raccontavo come il web non possa essere ignorato da chi fa questo mestiere. I nuovi linguaggi, le nuove tecnologie, i nuovi supporti sono determinanti per chi scrive, racconta, testimonia.
Immaginare un lavoro come il mio senza il web è come pedalare con ruote quadrate: si può fare, al limite, ma lo sforzo è inutile.
Mentre parlavo pensavo a questo blog, che in questi giorni compie otto anni. E pensavo a quanta vita è passata da quando scrissi il primo, incerto, post.
Se è vero che noi siamo quel che siamo stati, è anche vero che essere soddisfatti di ciò che si fa non vuol dire aver inanellato nel tempo una soddisfazione dopo l’altra. In queste pagine, che ogni tanto mi capita di sfogliare, c’è però il meglio del web, nel senso che c’è il lato migliore di quello che il web sa offrire in senso generico. C’è la voglia di condivisione, c’è quel pizzico di autoreferenzialità che aggiunge pepe alle discussioni, c’è la voglia di imparare, c’è l’incazzatura populista e c’è la risata grassa, c’è molto di noi e c’è poco di chi non ci interessa, c’è la certezza e c’è l’illusione, c’è la scelta sbagliata e c’è l’umana vendetta, c’è il perdono e c’è il cazzeggio. C’è soprattutto la curiosità.
Mi sono chiesto più volte come sarebbe stata la mia vita se in quella pigra domenica di otto anni fa non avessi smanettato su blogspot per dar vita a questo blog. E mi sono risposto puntualmente: peggiore. Non sto qui a spiegare il perché, anche se è intuibile dalle prime righe di questo post. Aggiungo solo che per cercare di essere migliori bisogna frequentare persone migliori e in tal senso non immaginate quanto, queste pagine mi abbiano aiutato.
Quindi, ancora una volta, grazie, grazie, grazie.