Cose di insana passione musicale/2

Ancora Steely Dan, ancora quell’album, Aja, ancora il 1977. Questa è la title track: orecchio al finale.

  

Amori nel cassonetto

C’è questa foto, postata ieri da Daniele Cinà, che è la storia semplificata di un finale ignoto. È cioè la storia stessa prima ancora della sua conclusione. Non c’è bisogno di commentarla, né di fantasticare sulla quota di dolore e di disillusione che ci sta dietro.
Questa foto però mi dà lo spunto per ricordare che molti anni fa, diciamo decenni, anch’io feci una cosa del genere dopo che una mia fidanzata mi aveva lasciato per un biforcuto di due metri (che poi tradì per il figlio bonsai di un imprenditore affetto da gigantiasi economica: era una dallo spiccato senso pratico…). Buttai tutto, foto, lettere d’amore, fiori secchi con cui mi aveva infestato la stanza, persino un disco di Steve Wonder che mi piaceva un sacco ma che recava, impresso come un tatuaggio del male, una sua firma sgangherata, tipo con le stelline e i cuori. Sbagliai, eccezion fatta per i fiori pestilenziali (certo anche le stelline…). Perché credo che chiunque abbia condiviso con noi anche una minima parte del cammino, abbia diritto alla sua sopravvivenza in effige. Certo, non sul comodino né in salotto, ma magari nel buio di una cantina o nella tranquillità di un album sullo scaffale più alto dello sgabuzzino.
Quelle foto non ci servono più fisicamente perché non vanno guardate con nostalgia, anzi non vanno guardate e basta, né devono essere usate per rinnovare disprezzo, tipo rito voodoo. Ma devono continuare a esistere indipendentemente da noi poiché testimoniano, senza la necessità di essere consultate, che la felicità è un sentimento con grande potenza retroattiva. Ci dicono che eravamo belli anche quando ci sentivamo brutti, che era divertentissimo annoiarsi magari con le compagnie sbagliate, che quei vestiti orribili ci facevano fighi, che siamo così, nel bene e nel male, perché c’è stato un momento in cui di cosa saremmo diventati non ce ne fregava un tubo.
Insomma il cassonetto non allontana l’infelicità, né restituisce la felicità perduta. È un modo per chiudere una storia senza saper trovare un finale adeguato.

  

La rivoluzione della gentilezza

Prendo spunto da un episodio secondario per cercare di raccontare un fenomeno di primaria importanza. Nella consueta diretta Facebook del Giornale di Sicilia, Marco Romano che del GdS è vicedirettore fresco fresco, ha colto l’occasione per fare le condoglianze a Emanuele Lauria, cronista parlamentare di Repubblica Palermo (ovvero diretto concorrente del Gds), per un lutto familiare.
Non sono uno che ama il buonismo, come sapranno i miei dodici lettori, però sono uno sensibile ai venti che turbinano, che scompigliano capelli e idee. Detesto le smancerie, ma le amo se conducono in un luogo dove la smanceria si vaporizza. Ecco, in questo piccolo gesto del non-eroe Romano io ho visto un’ispirazione. Che dal mio punto di osservazione ha una presunzione di universalità.
Se tutti noi – battaglieri, incazzosi, tronfi di un tesserino, sudaticci perché effettivamente fatichiamo, cazzeggiatori, seriosi al limite del ridicolo, contestati e resistenti, pennivendoli e umiliati da gente che non sa cosa significa pennivendoli – imparassimo che la gentilezza è l’arma migliore contro la barbarie dell’ignoranza, non sposeremmo un ideale religioso (porgere l’altra guancia rimane sempre il miglior modo per assomigliare a qualcuno che non siamo stati e non saremo mai), ma almeno impareremmo a distinguere tra i barbari e tutti gli altri. In un momento in cui la storia la scrive chi non sa impugnare una penna, nel famoso mondo alla rovescia in cui si mangia di nascosto e si defeca tutti insieme allegramente, dare una pacca sulla spalla al concorrente atterrato da un lutto è un atto di grande rivoluzione culturale in una piccola trincea di resistenza.

  

A proposito di diPalermo che ha chiuso

 

Once upon a time.

  

Il fascino pericoloso del viaggio nel tempo

Sono sempre stato affascinato (molto) dalla fantasia del viaggio nel tempo. Da sempre film, romanzi, serie tv, esperienze musicali che si muovono arditamente sull’asse passato-presente-futuro sono gocce di miele per la mia fame logica da orso. Mi attira la genialità polemica di “Ritorno al futuro” – avrò visto la trilogia una dozzina di volte -, mi incanta la semplicità di “22/11/63” del maestro Stephen King, frequento con piacere i primi episodi della serie tv “L’esercito delle 12 scimmie” – dopo aver adorato il film di Terry Gilliam – e in generale subisco un’attrazione patologica per un filone narrativo che risale alla fine dell’Ottocento, grazie all’opera di Herbert George Wells. Questo signore ebbe un’idea: inventarsi narrativamente per la prima volta un mezzo meccanico per viaggiare attraverso le epoche. Il signor Wells aveva anche un certo ardire nel descrivere le sensazioni del protagonista del suo romanzo principe che, ovviamente, si intitola “La macchina del tempo”. A costui fa dire:

Suppongo che il suicida mentre appoggia alla tempia la canna della pistola provi per ciò che succederà l’attimo seguente, quello che in quel momento provai io: un sentimento di curiosità.

E qui siamo a uno dei due elementi chiave della fascinazione: la curiosità. Direte voi: la curiosità è alla base di ogni desiderio, di ogni spunto vitale, di ogni passo avanti. Vero: ma avete mai pensato a un reverse logico? La curiosità come molla per indagare la fine sazia di un desiderio, per muoversi nelle sabbie mobili dell’insoddisfazione, per guidare il paradossale cammino verso il passato. La macchina del tempo sana gli opposti e addirittura li unisce, come nessun altro arnese, in un’unica linea retta.
E siamo al secondo elemento chiave: quello del conforto avventuroso. Un sistema aperto alla riparazione, anzi alla cancellazione dell’evento di frattura, è doppiamente affascinante. Perché è un paracadute e perché è un rompicapo. Il concetto del paracadute è semplice e non va spiegato. Per capire il peso del rompicapo nella fascinazione basti pensare al butterfly effect, cioè all’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono produrre immense modifiche a lungo termine. Concetto spiegato semplicemente da Alan Turing nel 1950:

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.

Fatta eccezione per la Time Machine di Apple, uno dei pacchi tecnologici più clamorosi degli ultimi cinquant’anni, che sia farfalla o DeLorean, che sia “Sliding Doors” o teoria del caos, la teoria del destino modificabile è come l’elisir di lunga vita: auspicabile, ma pericolosissima. Per quante volte si possa ripetere una scena, per quanti finali si possano riscrivere, per quanti errori fatali (fatali?) si possano cancellare, resta l’atroce domanda del diavolo tentatore Lord Henry Wotton a Dorian Gray:

Ora, ovunque andiate, voi incantate il mondo. Sarà sempre come oggi?

No. Ed è atrocemente giusto che sia così.

  

Cose di insana passione musicale

Sapete della mia sfrenata passione per Donald Fagen e per gli Steely Dan. È (anche) per questo e (anche) perché di musica ultimamente abbiamo parlato poco che mi permetto di iniziare una serie di suggerimenti d’ascolto su questi due geni della musica contemporanea (più Fagen di Becker, a mio modesto parere). Comincio con questa Home at Last (dall’album Aja): sentite quanto jazz, quanta eleganza… E, pensate un po’, siamo nel 1977.

 

  

Gli avvoltoi su Report (che sbaglia)

La sensazione è che non aspettavano altro. Tutti in fila ad attendere il passo falso di Report per ottenere due risultati in un sol colpo: mettere o rimettere le mani sulla Rai e soprattutto togliere di mezzo uno dei pochissimi programmi di inchiesta rimasti nel nostro Paese.
Il servizio sui vaccini era sbagliato, ok. Mancava di prospettiva, di aperture scientifiche: sarebbe bastato usare la testimonianza cruciale come spunto di approfondimento e dar voce alla Scienza con la esse maiuscola (ne abbiamo parlato diffusamente qui).
Ma epic fail a parte, restano i meriti storici di un programma difficile da realizzare e impossibile da cancellare. Report è il manuale di un giornalismo in estinzione, è la risposta argomentata ai bimbimikia di Facebook, è il totem contro il nauseabondo dilagare delle fake news. E un errore, seppur grave, non può oscurare la sua stella.
Il valzer della politica attorno al giornalismo è la parte più grottesca della vicenda. Movimenti che volevano abolire la Rai s’inventano paladini della televisione pubblica. Figuri più o meno loschi che sul complottismo (e su un certo negazionismo di maniera) hanno basato le loro fortune, cantano (e pure in modo stonato) vittoria. Partiti che predicavano un inconfessato perdonismo per i loro accoliti beccati con le mani nella marmellata si scoprono intransigenti sostenitori del castigo esemplare e della pena certa. Insomma un incrocio di cattive intenzioni e di infelici trasversalismi.
Ricordiamocelo: peggio di un’informazione sbagliata c’è solo una correzione sbagliata.

  

Alto Godimento

Uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia è legato a Gianni Boncompagni. È il 1971, ho otto anni, ho gli orecchioni e non sono andato a scuola. È quasi ora di pranzo, ma i miei non sono ancora rientrati a casa. Mia nonna si occupa in un’altra stanza di mio fratello che è ancora piccolo. Io mi chiudo nella mia cameretta con la radio Voxon di mio padre. Vorrei smontarla (la radio o forse anche la cameretta), a quell’età smontavo tutto, pezzo per pezzo senza arrivare a nulla che non fosse la vite primordiale. Ho gli attrezzi e una voglia matta di usarli. Deve essere stato in quel periodo che mi è cresciuta l’insana voglia di decostruire tutto quel che è ordinato, di scardinare insensatamente: che siano transistor, parole o pezzi di vita sarà il caso a stabilirlo.
Eppure prima di svitare (avevo anche un insensato martello, pronto per le occasioni di maggiore resistenza), accendo. E dalla radio escono due voci che mi catturano. Parlano di un esperimento mai provato prima: la radio dell’olfatto. Dicono: “Avvicinate il vostro naso all’altoparlante e annusate… cosa sentite?”. Io ovviamente mi lascio ammaliare, ci mancherebbe, sono sensibilissimo alle droghe logiche, alle sirene della stranezza. E annuso: sento odore di metallo… sento odore del dopobarba di mio padre. E penso che la radio Voxon non sia adatta a questo esperimento. Annuso di nuovo. Ma quelli parlano di rosmarino, di menta…
E io ho il naso inutilmente spalmato sulla Voxon.

Ci ho messo anni per metabolizzare questo ricordo.
Era Alto Gradimento e la panzana della radio dell’olfatto era una briciola dell’immenso bagaglio di scherzi e genialate che i due conduttori, Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, avevano inventato.
A questo ho pensato quando ho appreso della morte di Gianni Boncompagni. A quanto la radio e la tv che lui e Arbore hanno inventato ha condizionato la nostra esistenza.
Alto Gradimento è stata la base di una radio trasversale, fuori dagli schemi e irriverente. Per capirne il peso pensate che il programma radiofonico più ascoltato in Italia oggi è lo Zoo di 105, un versione infinitamente più volgare sboccata e piccola del capolavoro di Arbore e Boncompagni.
Poi il tempo ha diviso le strade dei due geni e anche dei miei gusti.
Sono sempre stato un arboriano convinto: più L’altra domenica (Arbore) e meno Discoring (Boncompagni).
Non ho mai visto una puntata di Non è la Rai, ma solo per motivi anagrafici. Si narra che l’intuizione di Boncompagni fu quella di aver inventato un programma che per immagini e palinsesto intercettava l’orario della pippa degli adolescenti appena rientrati dalla scuola (e chissà i perversi padri…). Però, d’altro canto, ritengo che Il mondo, Ragazzo triste e Tuca Tuca siano canzoni geniali, ognuna col suo carico di innovazione e irriverenza.
Ecco, in soldoni, perché la morte di Boncompagni ci riguarda. Perché riguarda tutti quelli come noi, assetati di musica, oltre i cinquanta, diffidenti nei confronti della tv ma pronti a farsi stregare dalla prima minchiata tecnologica. Combattuti tra la compulsione del nuovo a tutti i costi e la drammatica arrendevolezza con cui Arbore ha ricordato ieri il compagno di mille, incredibili avventure: “Ci siamo divertiti moltissimo e ora non ci divertiamo più”. Ma in fondo va capito: amara può essere la vecchiaia di chi ha avuto una vita dolce.

  

Escher, la felicità dell’impossibile

“Coloro che tentano di raggiungere l’assurdo, otterranno l’impossibile”.
M. C. Escher

Io vado pazzo per Maurits Cornelis Escher, il famoso grafico e incisore olandese che ha scardinato le porte della logica per farne un giardino proibito di paradossi, di costruzioni impossibili, di prospettive che negano l’esistenza della tridimensionalità.
Stamattina, in un raptus di “assurdo/impossibile” (vedi citazione sopra), ho fatto il pieno alla mia vecchia auto, ho fatto tutti gli scongiuri possibili, dato che il mezzo è davvero mezzo e io avevo un’insana voglia di tornare a casa intero, e fatto una corsa a Catania per vedere questa splendida mostra. Quattro ore di auto, tra andata e ritorno, per un’ora di godimento.
Sapete che vi dico? Ne è valsa la pena.
Tornato a casa ho accarezzato il catalogo gentilmente regalatomi dalla curatrice e ho iniziato a sfogliarlo come si fa con un libro prezioso. Vi sarà chiaro che, inspiegabilmente, ho una perversa attrazione per le acrobazie prospettiche (e via con le metafore…) di Escher: potrei stare ore a guardare la sua Relatività, potrei perdermi nella famosissima Metamorphosis considerata il suo capolavoro (una sorta di Guernica senza rivoluzione, ma con un’intelligenza rivoluzionaria da brivido), o rimbambirmi davanti alla Galleria di stampe che il maestro non potè completare perché non riusciva a chiuderla graficamente e/o logicamente nella sua parte centrale (il completamento fu effettuato, postumo, a opera di due matematici nel 2003). Alla fine mi sono consolato con una Mano con sfera riflettente che ho adottato come screensaver dello smartphone, e con la felice consapevolezza di una scelta: da dieci anni ogni notte, prima di addormentarmi, do un’occhiata all’immagine che sta accanto al mio letto: Giorno e notte. Di Maurits Cornelis Escher, naturalmente.
Evidentemente non è un caso.

  

Libri, buone notizie

Buone notizie per il mondo dei libri. Secondo i dati dell’Associazione italiana degli editori c’è, per il secondo anno consecutivo, una crescita del mercato: più 2,3 per cento rispetto al 2015. Mentre cala un po’ il numero effettivo dei lettori (maschi e femmine) che comunque sono oltre 23 milioni, cresce la quota dei lettori ultrasessantenni e resta stabile quella dei “lettori forti” (almeno un libro al mese) che sono 3,2 milioni. Aumentano le vendite di ebook, ma parliamo di un mercato che sta nel 10 per cento.
Insomma, una volta tanto possiamo rimandare la nostra lamentela quotidiana.

  

Il felice diritto di essere tristi

Stamattina alla radio ho parlato di tristezza. Ed è finita, come era giusto, con grandi sorrisi. C’è il podcast e se avete tempo e voglia lo potete scaricare qui. Ora però mi piace mettere nero su bianco un paio di pensieri che magari non susciteranno risate ma, mi auguro, semplici pensieri fecondi.
Sono, siamo invecchiati con un pregiudizio: la tristezza è disdicevole, va bannata perché è indice di debolezza.
Com’è tal dei tali?
Bah, un tipo triste.
Che è uno scambio frequente e plausibile quando si parla di sconosciuti. Ma quando questo genere di emozione si infiltra nelle pareti delle nostre vite, e non per tragedie né per eventi luttuosi in genere, è lecito darle una dignità.
In generale non sono mai stato uno triste. Ho sempre detestato le persone che detestano la tristezza: pensate alla politica e ai grandi messaggi di ottimismo che tengono a contrapporre chi ostenta un entusiasmo (magari beota) a chi si abbandona a una perplessità realisticamente tristarella.
Ascolto molta musica, da sempre. E appartengo alla larga schiera di quelli ai quali la musica ha salvato la vita, più di una volta: del resto come pensavate che fossimo sopravvissuti agli anni Settanta?
Conosco molto bene l’assioma secondo il quale quando sei felice ti piace la musica, ma quando sei triste ti interessi dei testi. Eppure lo confesso: sono un triste improvvisato e impresentabile, e dei testi spesso non me ne frega niente.
Se ci pensate bene, quest’emozione è un cortocircuito di memoria e di attualità, è un quadratino della carta millimetrata di un’esistenza. C’è, ma si potrebbe ignorare. Non si misura per estensione, ma per gradi di mancanza. Come sappiamo un millimetro in meno spesso cambia le sorti di un chilometro.
Ecco perché la tristezza – e non la malinconia che come diceva Victor Hugo è “la gioia di sentirsi tristi”, e che quindi è un gol a porta vuota per chi ha una confidenza con le emozioni di un grado appena superiore a un Matteo Salvini – è un’occasione. Vera e determinante. Per guardarsi dentro senza l’ansia di dover fare ordine. Per marcare la differenza dai robot che si muovono con sicurezza sia nella luce che nel buio. Per ricominciare o per guardarsi dal farlo.
La tristezza è il più meraviglioso dei diritti. Te lo prendi da solo e nessuno te lo può negare.

  

Un pugno nello stomaco

Con coraggio Il Post ha scelto di pubblicare le foto atroci del bombardamento chimico in Siria. Per un semplice motivo: nell’era della post-verità o di quella che potremmo chiamare veritezza, cioè un surrogato di verità che soddisfa solo le nostre aspettative, è fondamentale riprendere in mano il pallino della realtà. A Khan Sheikhun c’è stato davvero un attacco chimico. E ci sono state decine e decine di morti, molti dei quali bambini. Nonostante il governo siriano abbia negato ogni responsabilità, molti testimoni sul campo – di agenzie attendibili come Getty Images e Associated Press (tra le più importanti del mondo)  – dicono che l’attacco è stato compiuto dal governo del presidente Bashar al Assad o dalla Russia, suo alleato di ferro.
Questa foto è un pugno nello stomaco. E mi faccio quasi ribrezzo nel pubblicarla. Però può servire a ristabilire una verità.

Ne parlo anche qui. Ascolta il podcast.

 

  

Fumare controvento e altri riti inutili

“Dio ama i poveri…”
“È per questo che ne ha fatti tanti”.

La citazione è tratta da “L’elenco telefonico di Atlantide” di Tullio Avoledo, un gran bel libro che lessi nel momento in cui mi parve un gran bel libro.
E il tema è proprio questo.
Noi non siamo solo quello che leggiamo (semicit.), ma siamo anche quando lo leggiamo. Nello specifico io non sono un bulimico della lettura, anzi. Uso la lettura, purtroppo, in modo opposto e contrario rispetto ad altro, al cibo ad esempio.
Se sono felice mangio meno e leggo di più. E viceversa. Questo per dire che per quanto riguarda i libri esiste uno scacchiere temporale relativo per ciascuno di noi. Che non segue cronologie legate all’età anagrafica ma piuttosto la luce dei nostri occhi, il taglio delle ombre di un’epoca.
Ci sono libri che potevate leggere sono in quel momento preciso, quando avevate un sabato sera inutilmente libero, tutto per voi, quando eravate padroni del mondo e invece vi sentivate poveri affittuari di un angolo di weekend. E ci sono libri che avete letto quando credevate di essere ispirati, quando per sfogliare un paio di pagine cercavate uno spazio nell’agenda, quando vi aspettavate di distillare da quelle parole un insegnamento determinante.
Credo poco all’ispirazione della lettura, per me quella vale solo per la scrittura. Credo piuttosto in un magico accordo che è anche un minimo elisir di lunga vita: leggere e/o scrivere è un punto che ha precise coordinate di luogo e di tempo.
Il libro che mi ha cambiato la vita lo lessi in un’appassionante missione sciistica, in cui il mio primo pensiero era portare le ossa sane a casa ogni sera. Ero concentrato in una personale impresa sportiva eppure quel libro, che pure era un saggio quindi mica un romanzone ruffiano, mi deconcentrava a tal punto da rimettermi in armonia col mondo. Era il tassello nel legno tenero di una maturità abbozzata, insospettabilmente solido.
Altri libri – non scrivo i titoli perché è il concetto generale che voglio rappresentare – mi hanno arricchito, mi sono rimasti dentro, mi hanno divertito o sconvolto perché le loro pagine erano scalini sui quali inerpicarsi in quel momento.
Ricordo a memoria incipit di romanzi non memorabili, ho dimenticato le trame di pietre miliari della letteratura. Ci sono narrazioni nelle quali mi sono immerso solo perché chi me le leggeva – sono stato un feticista della lettura ad alta voce – era una determinata persona e non un’altra.
Leggere e/o scrivere è un vizio. E come ogni vizio risente dei riti. C’è chi adora fumare controvento, io quando fumavo non accendevo mai una sigaretta se l’aria non era immobile. Un vizio che ha le sue controindicazioni: se non hai il  quando giusto magari ti ritrovi intossicato di parole inutili che possono essere più dannose del catrame nei polmoni.
Insomma di ogni libro che ho letto magari non ricordo il titolo, la trama, però ricordo quando l’ho letto. È un puzzle di sensazioni che si ricompone a ogni passo di memoria. Un atto che dà comunque ristoro perché quel che le anime semplici chiamano soddisfazione, gli altri chiamano consolazione.

  

Il giudice e il suo boia (che non sono io, ma il suo vizio)

Stamattina ho postato sul mio profilo Facebook la foto e il testo che vedete sopra. Si tratta di un’immagine presa dal profilo del giudice finito nell’inchiesta sul giro di cocaina a Palermo: per lui c’è stato, prima il trasferimento al settore Civile (come se si trattasse di un luogo di ricreazione) poi l’avvio di un procedimento disciplinare.
Le truppe cammellate degli amici del giudice sono andate alla carica, com’era prevedibile, del sottoscritto con argomenti risibili e anche un po’ sgangherati: diffamazione (ma di che?), sciacallaggio (per ottenere cosa? Un buono aperitivo?), benaltrismo (ci sono altre cose più importanti di cui occuparsi: il prezzo delle cartine?), mi faccio pubblicità (con una causa così ovvia?).
Ora, premesso che ontologicamente c’è sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi quando uno si occupa dell’amico tuo, c’è un tema ben più importante da affrontare, secondo me.
Ed è il tema che dovrebbe affrontare il CSM.
Questo signore, nei confronti del quale non ho nulla di personale, ma verso il quale – per il rispetto che ho della magistratura – devo mettere in campo tutta la mia intransigenza professionale, oltre ad aver tenuto un comportamento quantomeno incauto nella gestione dei suoi vizi (chiama “compare” il suo spacciatore, tira fuori il tesserino professionale quando gli agenti lo sorprendono e altre amenità), non mostra di avere piena contezza del suo importantissimo ruolo. E la foto postata pubblicamente sul suo profilo Facebook – chiunque la poteva vedere, non ho rubato nulla – mentre fuma con il cartello del divieto ben in vista alle sue spalle, è un elemento di valutazione. Lo è per colpa sua, perché è riuscito a rendere rilevante qualcosa che per chiunque altro sarebbe una fesseria.
A mio parere questa foto che lo mostra mentre fa una cosa sanzionata dalla legge è un tassello che purtroppo va inserito nella sua naturale collocazione quando si tratta di decidere se un professionista del suo livello ha un atteggiamento corretto o meno.
Non ci sono chiacchiere su temi così importanti. Non ci si affida al blabla dei social per stabilire dove sta il diritto. Il mio ruolo professionale è, è stato e sempre sarà, quello di segnalare. Senza pregiudizi.
Al magistrato dico: buona fortuna. Ai suoi amici: stategli vicino.

 

  

Se vostro figlio torna a casa pestato

Il padre che pubblica le foto del figlio minorenne pestato da delinquenti minorenni innesca polemiche lunghe come la teoria di dubbi sulla reale utilità di quel gesto.
Da un lato l’esigenza di dare una scossa, di rispondere a choc con choc, dall’altro evidenti limiti di privacy e di esigenze di tutela dei minori.
Bene, questa è la parte che conosciamo tutti.
Ora prendiamoci però la piccola libertà di riflettere su un altro aspetto.
Il mondo, come lo conoscevamo sino a dieci anni fa, non c’è più. Tutti, ripeto tutti, siamo stati catturati dall’orbita di questa nuova giostra che travolge e stravolge: il privato è pretesto per rendere più appetibile il pubblico (e viceversa), la condivisione è la forma di intrattenimento più gettonata, lo smartphone è l’unico oggetto del desiderio che non teme il logorio della vita moderna, il sistema di relazioni è fondato su una rigida scelta di campo – meglio quel gestore di telefonia o quell’altro?
È chiaro che, nonostante le umane resistenze di chi è cresciuto nel mondo analogico, non si può cercare di svuotare il mare col secchiello. Quindi è inutile lanciarsi in crociate che sottendono giustizie sociali di altre ere geologiche.
Un minorenne che vive nei social, tra i social, per i social non può che trovare lì il suo destino o, se preferite, la sua nemesi (il discorso vale anche per i maggiorenni, ma in questo momento la riflessione è legata ai ragazzini). Per questo non riesco a non immedesimarmi nel padre di quel ragazzino che torna a casa pestato e umiliato, e che racconta tutto all’unica autorità che dio, o madre natura, gli ha messo di fronte: un papà attonito. Un papà che ha il dovere di fare tutto quello che può per il suo bambino. Ecco, se quest’uomo ha ritenuto di fare un passo ardito nel mondo che è più di suo figlio che suo, vuol dire che ha capito che il coraggio è una forma d’inquietudine: ognuno ha la sua. Ci si nasce e chi non ce l’ha non la troverà online.