Su clochard, cultura, pianoforti e piagnonismo

Tiro fuori dal tritacarne dei social uno spunto di riflessione – a dire il vero non nuovo, ma sempre interessante – sul rapporto tra cronaca cruda e cultura, sulla Palermo ferita dall’immondizia e sulla città che invece sta cercando di rinascere con manifestazioni e spettacoli di prim’ordine.
L’altro giorno è morto un clochard e su Facebook si è scatenata una polemica sul fatto che se un uomo muore per strada, solo e disperato, quella della Capitale della cultura è solo una favola o una frottola, dipende dal grado di fantasia del polemista di turno. Mi sono ribellato a questa raffigurazione che ritengo ingiusta e piagnona. E l’ho fatto con l’esempio più banale che mi è venuto: il 23 dicembre scorso una clochard è morta a Pistoia, la capitale della Cultura 2017, e non risulta che alcun pistoiese si sia sognato di mettere in dubbio il prestigio della città.  L’acredine con la quale la mia argomentazione è stata respinta mi ha fatto riflettere. Quindi ne scrivo qui, a casa mia, per cristallizzare alcuni concetti, a futura memoria insomma. Segue »

  

Gli incappucciati del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Sino a qualche anno fa il dilemma del web era: nickname o nome e cognome? Cioè libertà di opinione senza i laccioli delle questioni anagrafiche (il valore di un commento prescinde da chi lo esprime) oppure certificazione blindata dell’autore (un commento senza maschera vale di più)?
Non si era ancora scatenata la pandemia delle fake news e la rivista statunitense The Atlantic s’interrogava sull’alchimia giusta per “far emergere i contenuti di valore isolando il rumore di fondo” ed evitare di cadere nel tranello secondo il quale i commenti anonimi sono scadenti mentre quelli firmati sono un surrogato dei versetti della bibbia. Era il 2011 e il sito del New York Times metteva in campo i cosiddetti trusted commenters, cioè “commentatori affidabili” che avevano licenza di dire la loro senza passare dalle forche caudine della moderazione.
Oggi le cose sono cambiate, come se fossero passati vent’anni. L’antica maldicenza, che aveva già trovato megafono nei blog, ha invaso intere lande di internet come una malapianta che accerchia e soffoca. Mentre lo sfogo del frustrato ha perso il volto del suo autore nel cammino senza pietà verso la gogna mediatica.
Benvenuti nell’èra degli incappucciati del web. Segue »

  

Travaglio, l’acido e il diritto di metafora

C’è questa battuta di Marco Travaglio sulla legislatura da sciogliere nell’acido che ha suscitato l’indignazione di molti, tra cui Lucia Annibali che con l’acido, quello vero e non quello metaforico di Travaglio, ci ha avuto purtroppo a che fare davvero.
Effettivamente il linguaggio è crudo e la memoria ci riporta, specie qui in Sicilia, a ricordi orribili legati all’orribile pratica della mafia e alle povere vittime, tra cui il piccolo Giuseppe Di Matteo.
Però, come si dice, c’è un però.
La permalosità del web legata alla necessità di dover per forza trovare un totem da abbattere, un argomento contundente, un sasso da lanciare nello stagno delle polemiche, crea delle distorsioni che vanno osservate con occhio sereno e senza ditino alzato (lo dico a me, innanzitutto). Ho detto che l’uscita di Travaglio è infelice, ma credo che esista ancora il diritto di metafora soprattutto nel giornalismo d’attacco (che può piacere o no, ma che deve continuare a esistere perché una vita senza sale e pepe non si augura a nessuno). Credo che serva un attimo di riflessione su questa nostra foga censoria, su quest’aggressività tanto social e poco real. Di questo passo non potremo più dire che “a questo governo vanno tagliate le gambe” senza suscitare le ire di un povero amputato. Non potremo più accusare un partito di “essere la stampella” di un altro per paura di offendere un povero cristo che ha bisogno di quei sostegni. O dovremo correggere la frase di Falcone sulla mafia cancro “che non prolifera per caso su un tessuto sano” affinché i pazienti oncologici non si sentano in alcun modo accomunati all’associazione criminale.
Ci sono contesti, ambiti e controindicazioni, lo sappiamo tutti perché siamo grandi e vaccinati.
Per questo – specialmente noi giornalisti, io per primo – dobbiamo cercare di andare oltre l’impeto commentizio e  provare a occuparci di cose un po’ più serie della frase di un Travaglio di questi.

  

Cantala ancora Chrissie

La canzone di Natale che vi consiglio quest’anno è questa. La versione dei Pretenders di un brano degli anni ’40 merita un ascolto non distratto perché la voce al limite del calante di Chrissie Hynde è toccante e struggente. Insomma prendetevi ‘sti quattro minuti e mezzo e provate a non farvi venire i lucciconi…

  

Natale, istruzioni per la sopravvivenza

Il Natale ce l’ho nel sangue. Mi è sempre piaciuto per una serie di motivi che partono dai cazzi miei e arrivano all’influenza dei fattori cosmici sul riscaldamento globale. Quest’anno lo sento ancor di più, in modo quasi esasperato, perché richiama il senso di mancanza nei confronti di tutto ciò che è esteriormente Natale. E siccome il Natale, come si sa, è esasperazione dei sentimenti (superfelici i felici, supertristi i tristi, superimpegnati gli impegnati, superpoveri i poveri e così via), un festa libera dagli orpelli mi appare come un’occasione preziosa per farmi un esame di quel sangue in cui il Natale è sempre albergato come un globulo color Santa Klaus.
Il 2017 è stato un anno difficile per me, e per gran parte dell’universo mondo che mi sta a tiro. In questi casi il Natale, che è l’anticamera di quella festa di plexiglass e lustrini che è Capodanno, è catalizzatore di pensieri dal parto complesso. Nel senso che ci metti dodici mesi a metterli insieme e anche quando vengono fuori non sei certo della loro congruità.
Ho un albero minimal, che Spelacchio guarderebbe come se fosse ET. Cucinerò poco, ma di certo non mangerò altrettanto. Sono arrivato a completare la minima lista dei regali all’ultimo minuto, senza manco un appunto, io che sono un “appuntista” compulsivo. Invece della solita letterina a Babbo Natale che scrivo qui o sui giornali sin dal paleolitico, ho inanellato un elenco di cose che devo fare prima di invecchiare definitivamente su un pizzino appeso nella mia bacheca. Ho buttato tutti gli estratti conto e ho salvato tutte le lettere d’amore (cit). Ho preferito una provvisorietà feconda alla fallace sicurezza del definitivo-che-definitivo-non-è. Me ne sono fregato del giudizio perché, come si dice, più si giudica meno si ama. Ma al contempo amare senza giudizio è un lusso che pochi si posso concedere, e io purtroppo non sono tra quelli: e so’ cazzi! Ho cercato di mettere un freno ai miei pochi vizi, coltivando con cura quelli meno offensivi. Mi sono arreso all’età che avanza, però ho avuto il coraggio di confrontarmi, ed è stato un bel momento. Ho mollato le discussioni inutili che prima sarebbero state utilissimo appiglio per la mia titanica vis polemica e, cosa fondamentale, mi sono sorpreso a trovare la calma in situazioni da esplosione atomica. Ho ascoltato moltissima musica, sempre di più, usandola come anfetamina o morfina, a seconda dei casi. Non ho ripreso a fumare (e siamo quasi a nove anni). Ho apprezzato molto il combinato endorfine-psicologia, sport-introspezione assistita perché non si è mai certi quando si hanno certezze e per scardinare il tutto ci vogliono sudore e lacrime. Mi sono fatto criticare, a mani alzate, per quello che ho detto e fatto, ma dopo ho goduto nel criticare gli altri per quello che avevano capito.
Mi sono inchinato dinanzi al verbo di Moliére “abbiate pure cento belle qualità, la gente vi guarderà sempre dal lato più brutto” e quando mi sono incazzato gliel’ho mostrato davvero, il lato più brutto. Poi però ho chiesto scusa e ho giurato sul Manuale delle Giovani Marmotte che non lo avrei fatto più.
In fondo mi è andata bene anche quando mi è andata di merda. Ma non mi lamento: nulla accade per caso, mai. E ciò vale per le cause e per gli effetti, per le azioni e per le reazioni, per i peccati e per il perdono.
È il Natale della sopravvivenza – umanitaria, sociale, politica, condominiale – e una volta tanto accontentarsi è il modo più giusto per festeggiare.
Siate vivi dentro e fuori. Per la felicità c’è tempo e magari è il tempo stesso che ci è concesso l’occasione per festeggiare.
Auguri a tutti.

  

Più pacco che dono

L’articolo di ieri su Repubblica Palermo.

Era questo il periodo dei pacchi dono. Ve li ricordate? Quelle scatole piene di generi alimentari che non consumavate mai. E che riciclavate col portinaio o con la colf. C’era dentro lo zampone che alle nostre latitudini aveva un indice di gradimento simile alla bistecca di balena, oppure il torrone che faceva più proseliti, ma che generalmente, per via della scarsa qualità, difficilmente restituiva i molari dopo il primo morso. In generale dentro i pacchi dono c’erano alimenti che non credevate che esistessero: tipo il Toblerone che ancora oggi è come se vivesse di vita propria confinato nei duty free degli aeroporti. In un’azienda in cui lavoravo era in uso la pratica, credo tristemente diffusa, di discriminare per ruolo i dipendenti con pacchi dono di diverso valore: dalla “formula dirigente” con whisky e mandorle pralinate (che servivano da collaudo per i denti, prima della prova torrone) a quella “impiegato semplice” col vino in cartone e lenticchie centenarie (così chiamate perché per diventare commestibili dovevano essere lasciate in acqua tre mesi prima).
Oggi i pacchi dono sono sostituiti da buoni acquisto e lo zampone è diventata una libera scelta.

  

La nostra febbre del sabato sera

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Nella Palermo delle grandi comitive, la “Febbre del sabato sera” contribuì a dividere la città in mandamenti del divertimento. Era la fine degli anni ’70 e Salvo Licata ammoniva, con la cifra di schiettezza e cinismo che lo fecero gigante di scrittura e arte di sopravvivenza: “Statevi arrasso da queste contrade percorse da proiettili vaganti”. Si sparava eccome, eppure Palermo sembrava davvero una capitale dei giovani ante litteram, giacché i giovani c’erano e si vedevano per strada, nelle piazze, debordavano dai marciapiedi col loro armamentario di Vespini e maglioni lunghi. Ogni gruppo aveva il suo territorio, manco fossimo nel Bronx o nei vicoli di Montmartre dove un metro di distanza significava divergenze di coltello o di pennello. E ogni gruppo aveva il luogo di culto nel quale celebrare i riti di affiliazione, di congiungimento, di guerra. La discoteca.
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L’assessore che governa on demand

L’articolo di oggi su Repubblica.

L’assessore regionale ai rifiuti Vincenzo Figuccia lancia un contest su Facebook: “Meglio Brescia o Vienna pulite attraverso impianti e nuove tecnologie o Catania e Palermo ‘ngrasciate con le discariche e la differenziata con numeri da prefisso telefonico? Aspetto idee e pareri di cittadini e di esperti in una logica di cittadinanza attiva, di condivisione e ampia partecipazione”. Bene, oggi la condivisione e l’ampia partecipazione sono sempre ben accette, il populismo un po’ meno soprattutto in un settore, come quello dei rifiuti, che da sempre ha scatenato gli appetiti delle organizzazioni criminali. Il problema delle scelte strategiche on demand è che non sono né scelte né strategiche per un semplice motivo, manca il metodo di valutazione: come pensa di vagliare “idee e pareri”, l’assessore Vincenzo Figuccia? Per numero di “mi piace”? Per alzata di mano? Per efficacia di foto profilo? O magari per originalità dei commenti: si va dall’esempio svizzero a quello tedesco, dagli altiforni ai tavoli comunali, dal “bravo!” al “continua così!”. Continua così, come? Aspettiamo idee e pareri di lettori ed esperti.

  

Undici anni, stiamo insieme

Undici anni. Cazzo, undici anni è un ragazzino che va in prima media, è la durata del ciclo solare, è la condanna in primo grado a Francantonio Genovese per lo scandalo sulla Formazione professionale in Sicilia, è il numero della missione Apollo che portò il primo uomo sulla Luna,  è il tempo che ci separa dall’ultima coppa del mondo di calcio vinta dalla nostra nazionale e dalla morte di Piergiorgio Welby, è il nome della giovane protagonista di Stranger Things, è il punteggio con cui il vecchio Totocalcio ci faceva mangiare le mani e il Totip invece godere così così, è l’età in cui scoprii il Super8, è il numero dei cornuti.
Ed è l’età di questo blog.
Undici anni fa. Lavoro, domicili, sentimenti, prospettive, musica, amicizie. Un cataclisma entusiasmante di passioni, delusioni, rivincite. Comunque un inanellarsi di elementi di stupore spesso estremo. Negli altri anniversari, su queste pagine, ho parlato di voi, della pattuglia inscalfibile di lettori, delle notizie che ci avevano affascinato, dei mood nei quali eravamo incappati. Stavolta c’è un contesto molto più invadente al quale dare spazio.
Il mondo è cambiato nel modo più complicato possibile, cioè nei microcosmi delle piccole cose. Un esempio per tutti sintonizzato su queste frequenze: prima si commentava nel blog, cioè nel luogo dello spunto, della notizia, oggi si commenta altrove, sui social, cioè nel luogo del riverbero, una agorà che usurpa contenuti non suoi e che declina ogni responsabilità rispetto ai contenuti tutti suoi.
Il tema della post verità ha aperto una nuova fase della mia vita professionale: da quando esiste questo blog ho cambiato lavoro almeno quattro volte, sempre con gioiosa fatica e con le mie sole forze. Oggi la vera soddisfazione arriva dalle università che mi chiamano a raccontare quel che ho appreso in questo lungo e periglioso cammino, dalla libertà con cui posso scrivere concedendomi il beneficio del dubbio, dall’orgogliosa insoddisfazione di aver scelto di guadagnare meno di chi mi ha preceduto e dal malcelato orgoglio di aver raggiunto risultati che i miei predecessori si sognano. Lo scrivo con presunzione perché ognuno a casa sua può mettere i piedi sul tavolino quando, alla sera, è giunto il momento di un rilassato bilancio. E nessuno può recensire le sue gambe stanche.
Perché questo è il mio blog e ho la concessione di suonarmela e di cantarmela: è inebriante quando qualcuno mi incontra e mi dice “ti leggo sempre” e io ringrazio sempre con la stessa frase, “Questo è il vero premio, il Signore te lo paga”. E giù benedizioni laiche che solitamente si traducono in aperitivo pagato. È accaduto sino a ieri con una persona sconosciuta, giuro.
Undici anni sono una vita e il giro di boa di una vita: oltre 3.600 post sono poco meno di un post al giorno, festivi e cazzi miei compresi. Converrete che è un dato che merita se non rispetto, almeno compassione.
Sorvolo su questo 2017 che se ne sta andando, un anno orribile per il sottoscritto, e guardo al futuro quando anche questo formato, con ogni probabilità, dovrà cambiare. I giornali poveri di idee e l’aggressività degli haters impongono mutazioni genetiche che non mi spaventano. Uno degli elementi che più mi inorgoglisce è la crescita esponenziale dei miei detrattori: quest’anno la magistratura penale ha condannato in sede definitiva un mio diffamatore con sentenza destinata a essere una pietra miliare nell’era delle fake news. Ciò vuol dire che vale ancora la pena di grattare la ruggine delle verità di comodo e di disarcionare gli improvvisati di un mestiere che al giorno d’oggi, purtroppo,  è fatto più di nostalgia che di illuminazioni.
Insomma in un clima da sopravvissuti vi dico grazie e una volta tanto vi chiedo di restare vigili.
Stiamo insieme che fuori fa freddo.

  

Le cazzate sono una cosa seria

Torno su un tema che ho affrontato sinteticamente su Facebook qualche giorno fa perché l’argomento mi piace e mi sta anche a cuore. Dovrebbe interessare tutti dato che l’errore è patrimonio comune dell’umanità. Quindi dinanzi a una tale, eterna (Adamo, la mela e tutti i casini conseguenti) diffusione, l’unica certezza è quella sull’errore più grave: quello di non saper sbagliare da soli.
Senza gli errori non esisterebbero il progresso, la scienza, le arti. Chi ci avrebbe messo Dante nei suoi gironi? Quale teoria avrebbe confutato Copernico? Perché mai Agatha Christie avrebbe dovuto far ammazzare Ratchett/Cassetti nel suo memorabile Assassinio sull’Orient Espress? E via discorrendo, divertitevi a trovare un solo libro, un solo film che non abbia l’errore come protagonista.
Diceva Gianni Rodari: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa”. E usava un ottimismo surreale perché in realtà la prima reazione della vittima dell’errore non è certo l’ammirato stupore, ma l’incazzatura con quel che ne consegue.
Personalmente sono un professionista dello sbaglio – ci scrissi su una storia che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare – e so che certa compulsività nel premere il tasto errato mi proviene dal mio unico e inseparabile compagno di avventure, il DOC. Per questo ho imparato, anzi sto ancora imparando a sbagliare meglio. Perché, come ripeto sempre ai miei amici, le cazzate sono una cosa seria e come tale richiedono attenzione. Il tasso di noia o quello di divertimento che viene fuori dagli errori dipende esclusivamente dalle intenzioni. Più l’errore è pianificato minore rischia di essere l’inconfessabile vantaggio dello spasso per chi lo commette. Più è breve, istantaneo, più godrà del sospiro della leggerezza calviniana. Più è grave, maggiore è l’importanza della lezione ma anche la pena da scontare.
Insomma l’errore è vita e morte, è buio e arte, può profumare di lenzuola fresche ma anche puzzare di merda. Come nella matematica non sono i numeri l’essenza della scienza ma la loro relazione, così nell’infinito campo degli errori non sono gli sbagli stessi la misura del tutto, ma le loro conseguenze. Lo stesso errore spostato due centimetri più in là diventa un’altra cosa.
Ecco perché, secondo me, bisogna disperatamente cercare di saper sbagliare da soli. Perché c’è un handicap e c’è un vantaggio: non avrai nessuno su cui scaricare la colpa, ma non ti sorprenderai la mattina dopo a guardarti allo specchio quando, lavati faccia e denti, dovrai metterti al lavoro per crescere.

  

In difesa delle parole (e di noi drogati di parole)

Non c’entra Nanni Moretti, ma piuttosto Rudyard Kipling che giudicava le parole come la più potente droga usata dall’uomo.
Io sono sempre stato un drogato in tal senso. E come ogni drogato sono stato piagato dalla sostanza stupefacente e dai suoi effetti collaterali.
Ho sempre combattuto contro il famoso detto siciliano secondo il quale “la migliore parola è quella che non si dice” e, non certo solo per mestiere, di parole ne impastate davvero tante. Tutte scritte. Perché quelle scritte sono le più preziose: e non c’entra il ragionieristico scripta manent, ma la differenza che passa tra un castello di sabbia esposto all’onda insidiosa e un frangiflutti solido che l’onda la respinge.
Sin da bambino quando dovevo usare parole importanti, che erano soprattutto quelle della felicità o della rabbia (nel mezzo c’è una landa di tiepidezza poco interessante per un adolescente non ancora lobotomizzato dai cellulari), io scrivevo. A mia madre soprattutto, per felice consolazione o rabbiosa contrapposizione. Ma scrivevo anche usando altre parole, quelle della musica ad esempio. O della cinematografia con la mia cinepresa super8. Se dovevo manifestare interesse per qualcosa o per qualcuno, l’ultima cose che mi veniva in mente era quella di farlo a voce.
Ricordo la mia prima dichiarazione d’amore. Non avevo nulla su cui o per scrivere, ero un adolescente timido, pieno di capelli e di complessi: dissi alla ragazzina che pendeva dalle mie labbra, “per quella cosa va bene”. Il riferimento era al tam tam della comitiva che mi riferiva che la tipa era inopinatamente cotta di me.
Una frana insomma.
Da allora imparai a girare sempre armato di attrezzi che avrebbero potuto fissare su un supporto le parole che servivano. Coltellini con cui incidere (vergogna!), pennarelli con cui imbrattare (vergognissima!), penne con cui marchiare un tovagliolino, un sottobicchiere, una cartina di sigaretta, una banconota, registratori a nastro su cui fissare diari di viaggio (quante cassette Basf ho in cantina!). Sino a oggi quando tutto è più semplice e poco eccitante tra smartphone e computer, ma va bene lo stesso.
Mi è capitato ogni tanto di trovarmi a corto di parole, ma è accaduto sempre quando ero a corto di penne, computer, carta. E purtroppo avevo qualche colpa tremenda da espiare. Forse è un meccanismo di induzione o più semplicemente è una forma di nevrosi (l’ennesima).
La parola per quelli della mia stessa congrega è come la sigaretta (solo che dalla sigaretta ci si può separare): non c’è mai occasione per farne a meno. Sei allegro? Scrivi. Sei triste? Scrivi. Sei solo? Scrivi. Sei in compagnia? Scrivi. Ami? Scrivi. Odi? Scrivi.
Quando a una coppia di cari amici, tanti anni fa, è nata una figlia, la prima cosa che ho fatto non è stato mandare i fiori, ma scrivere una lettera. Non a loro, alla nascitura.
Quando ho rotto sodalizi o ne inaugurato di nuovi c’è sempre stato un foglio (più o meno digitale) a sancire la solennità del momento.
Quando è stato il tempo del matrimonio o del funerale, non sono riuscito a pronunciare nulla, ma mi sono chiuso nel mio studio a scrivere forsennatamente. Ed è tutto ancora lì, per fortuna. A testimonianza che le parole non sono parole e basta – e chi lo dice è incolto o in malafede – ma sono sublimazione di fatti. Come la spremuta di un frutto che resta e nutre, mentre il frutto esausto si butta subito.
La parola è la migliore intenzione nella sua forma più ingenua, quindi meno corruttibile. Quella del sogno che si avvera o dell’incubo che si può sconfiggere.
Altro che diamante, una parola è per sempre.
Nel bene e nel male.

  

Fake news a 5 stelle

Il legame tra Movimento 5 Stelle e fake news è sempre più netto. Laddove c’erano dubbi e distinguo, ora s’intravede qualche cattiva certezza. La spina nel fianco dei grillini fabbricatori di bufale è sempre Buzzfeed. Come ricorderete – ne ho scritto qui e sul Foglio – già lo scorso anno il sito americano aveva bollato il movimento grillino come “leader nel diffondere notizie false” grazie all’utilizzo spregiudicato di siti della galassia di Casaleggio e Associati come La Fucina, La Cosa e Tze Tze. Nella sua replica sconclusionata, Beppe Grillo aveva negato che questi siti fossero riconducibili al Movimento 5 Stelle, circostanza smentita su vari fronti. Nel loro “Supernova”, un atto d’accusa preciso e feroce al sistema grillino, Nicola Biondo, ex capo dell’ufficio comunicazione del Movimento 5 Stelle alla Camera, e Marco Canestrari, ex informatico presso la Casaleggio Associati, parlano diffusamente di come l’aggregatore Tze Tze riprendeva notizie sensazionalistiche usate per fare click baiting, di come per lungo tempo sulla barra destra del blog di Grillo ci sia stata una colonna di articoli da Tze Tze e dei video della Cosa, di come dai profili social di Grillo siano stati spesso ripresi i contenuti de La Fucina. “Tutti prodotti editoriali della Casaleggio Associati – scrivono Biondo e Canestrari – che generano introiti attraverso le pubblicità. Tutti prodotti editoriali che diffondono, tra le altre cose, fake news”. La replica di Grillo non solo è carta straccia, ma contiene un elemento che per ironia della sorte gli si ritorcerà contro un anno dopo. Dice Grillo, nel tentativo di smontare le accuse americane: invece di scrivere fesserie pensate a fare un articolo sulla libertà di stampa bla bla bla… e cita come sempre a sproposito la famosa classifica di Reporter senza Frontiere. Ma l’anno seguente Reporter senza Frontiere chi indica come pericolo per la libertà di stampa in Italia?
Il Movimento 5 Stelle.
That’s incredible!
Andando ai giorni nostri sempre Buzzfeed ha scoperto che dietro la pagina Facebook #Virus5Stelle che ha diffuso l’ignobile fake news sulla Boldrini e la Boschi ai funerali di Riina c’è un tale Adriano Valente. Un signor nessuno, direte voi. Un signor nessuno che gestisce anche pagine tipo: Politici mafiosi, Beppe Grillo for President, M5S News e Governo M5S 2017. Un signor nessuno che soprattutto viene taggato in un post dal candidato premier Luigi Di Maio. E non viene taggato a casaccio, dato che è inserito in una pattuglia di 39 nomi scelti su oltre un milione di persone che seguono la pagina.
Se tenete conto che pure nel profilo di Mario De Luise, il primo scoperto a diffondere la famosa foto falsa, si inneggiava al M5S, siamo in prossimità di una convergenza del molteplice. Quindi o c’è un complotto di finti seguaci del Movimento che s’immolano come kamikaze nelle contrade della post verità per far strage di credibilità proprio dentro il santuario del grillismo, oppure siamo davanti alla più grande e pericolosa macchina di disinformazione della moderna storia d’Italia.

  

L’odiatore di ieri e l’hater di oggi

L’articolo di domenica scorsa su Repubblica Palermo.

Oggi sono troll, haters e complottisti. Ma sino a qualche tempo fa, quando l’indice di gradimento non era una pressione sul mouse e i sentimenti si esprimevano con la faccia e non con le faccine, erano tre categorie determinanti nello scacchiere sociale delle comitive di adolescenti: c’era il presuntuoso, c’era l’odiatore e c’era il disadattato.
Il presuntuoso era quello che durante il gioco del bastone si rifiutava di cedere il passo quando toccava a te ballare con la tipa carina, quello che se tu dicevi che il migliore calzone fritto si mangiava al bar Lido di Mondello rilanciava con la ravazzata della Romanella, quello che nel tardo pomeriggio invernale, quando tu te n’eri fregato di fare i compiti, arrivava dichiarando di essere preparatissimo per l’interrogazione dell’indomani facendoti precipitare nel buio della depressione.
L’odiatore era generalmente armato di bomboletta di vernice e di notte scriveva sui muri ciò che non aveva il coraggio di dire alla luce del sole. Era un solitario e non per scelta: vestiva male, si lavava poco e quasi godeva nel garantirsi la pena dell’isolamento. Se mai fosse stato accettato dal gruppo, avrebbe smesso di macinare frustrazioni, il che gli avrebbe procurato la noia di rendersi accettabile e di doversi uniformare alle regole del vivere civile (quindi senza vernice spray).
Il disadattato era invece quello che alla festa delle medie sedeva in disparte non per provare l’effetto Ecce Bombo (“mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”), ma perché riteneva che ci fosse una congiura dei primi banchi contro di lui: era arrivato in ritardo il primo giorno di scuola e aveva trovato posto nel banco a solo di fianco alla cattedra. Non era un asino, ma credeva agli asini (volanti). Era quello che del film “La febbre del sabato sera” ricordava tutto della bravata sul Ponte di Verrazzano e nulla della discoteca “2001 Odissey”.
Il presuntuoso, l’odiatore e il disadattato erano comunque categorie destinate a riscuotere sentimenti genuini: il primo al limite lo si poteva ammirare per forza di propulsione delle sue idee, al contrario del suo omologo attuale, il troll; l’odiatore per via della sua rozzezza non aveva – quasi ontologicamente – il seguito dell’hater; il disadattato non avrebbe mai potuto mettere in discussione la liceità dei vaccini.

  

Gli untori del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Questa è una storia di guasti moderni e di tecnologie avanzate che in sé ha poco o nulla di nuovo e di avanzato. Una storia di untori del web che agiscono con metodi medioevali, forti di un concetto tolemaico di democrazia e della sua verità decotta (o appena impastata) al centro di un universo che, pensate un po’, dovrebbe brillare di luce riflessa.
È una storia che inizia nel 1992 quando si diffonde per la prima volta il termine post-verità (dall’inglese post-truth) per stigmatizzare l’informazione distorta sulla Guerra del Golfo. Ventiquattro anni dopo, quando il web ne avrà ridisegnato i connotati, l’Oxford Dictionary lo eleggerà parola dell’anno. E l’Accademia della Crusca parlerà di una dimensione “oltre la verità”: “Oltre è il significato che qui sembra assumere il prefisso ‘post’ (invece del consueto ‘dopo’), si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza”. Segue »

  

Strane cose, buone cose

Ho divorato anche la seconda stagione di Stranger Things. E, pur scontando un affievolimento dell’effetto sorpresa (è il destino delle seconde volte, dal sesso alle conquiste sportive, dall’arte ai vizi), l’ho trovata magistrale nella scrittura e nella realizzazione. Matt e Ross Duffer hanno confezionato un prodotto di altissima qualità partendo da ingredienti semplici: mostri, fantascienza, bambini, favola. Ecco, il segreto di Stranger Things (1 e 2) sta nell’abilità degli autori a tenerti incollato dinanzi a eventi che, nella loro sostanza e senza il “condimento” del genio di chi regge le redini della storia, strapperebbero sbadigli al primo quarto d’ora. È come se a un certo punto non te ne fregasse niente (tranquilli, niente spoiler) di come sia nato tutto e di come andrà a finire, e dovessi solo soddisfare il tuo bisogno di restare con quei personaggi, quasi tutti bambini, quasi tutti bravissimi. Così, tanto per non interrompere un incubo che è dolce come un sogno, tanto è finzione manifesta con incantevoli mostri grotteschi e scenari che sembrano fumetti della Marvel.
Merito della scrittura, dicevamo, ma anche del cast, non a caso Stranger Things ha vinto lo “Screen Actors Guild Award 2017” per il miglior cast in una serie drammatica: la credibilità di un attore bambino si misura non sulla sua capacità di recitazione, ma su quella di saper rimanere bambino in un gioco da grandi.