Per quanto tempo è per sempre?

insiemeCome i lettori più affezionati (nonché pazienti) sanno, sono affascinato dallo scorrere del tempo. I maligni dicono ossessionato, ma va bene così. Diciamo che sono particolarmente attento al divenire e alle tappe del cambiamento. Da un lato mi piace che le cose cambino, dall’altro mi fa incazzare che cambino senza chiedere permesso.
A questo penso in questi giorni, in prossimità sempre più cruciale di vari eventi personali (compleanni, ricorrenze affettive, dieci anni di questo blog, eccetera). E ci penso cercando di darmi una regola, un minimo manuale interiore che mi tenga lontano dal trappolone della nostalgia del cinquantenne ex capellone, ex atleta, ex rockettaro, ex giovane insomma.
Probabilmente rimarrò prigioniero di una logica costruita ad hoc, come un abito sartoriale che inguaina e non nasconde, oppure chissà mi scoprirò piacevolmente ingenuo a coltivare nuove speranze, perché le speranze vanno curate come piante delicate, salvo dimenticarsi che con qualunque cosa le nutriate, vanno per i fatti loro (tipo la vite americana che mi regalò mia madre per il balcone e che sparava i suoi tralci in tutte le direzioni tranne che sul balcone stesso). Di certo starò attento a festeggiare il festeggiabile poiché non c’è mai un motivo per non brindare a una sopravvivenza. Che sia di una cosa o di una persona poco importa, sono per le torte di non compleanno e per quel genio di Lewis Carroll che fa chiedere ad Alice “per quanto tempo è per sempre?” e che fa rispondere il Bianconiglio “a volte, solo un secondo”.

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Referendum, sì o no? L’unica certezza è l’epic fail

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Della serie dilettanti allo sbaraglio. La lettera inviata da Matteo Renzi e dai Comitati per il Sì agli italiani all’estero per il prossimo referendum contiene un errore nel link del sito ufficiale www.bastaunsi.it. Infatti, dimenticandosi una “n”, l’indirizzo indicato è www.bastausi.it.
Errore colto al balzo dai sostenitori NO che hanno immediatamente registrato il dominio e lo stanno usando per reindirizzare il traffico al loro sito, quello che illustra le ragioni del NO.
Un epic fail insomma, no? (o sì?)

Grazie a Giuseppe Giglio.

  

Cari palermitani, lo sapete che la maratona è una festa?

maratona palermoIeri su la Repubblica sulla maratona di oggi a Palermo.

In ogni città del mondo, grande o piccola, assolata o gelida, antica o moderna, la maratona è una festa. Perché è l’occasione per godere della felicità altrui, che siano endorfine degli atleti o volti raggianti dei bambini in una città senz’auto e quindi a loro misura. Perché l’evento può rappresentare un’importante promozione turistica. E perché, una volta tanto, misurare a piedi una distanza generalmente conosciuta solo grazie a una sbirciata al cruscotto è un po’ come guardare l’amata sotto una luce piacevolmente diversa.
Domani ci sarà la ventiduesima Maratona di Palermo e – desiderio quasi clandestino -sarebbe bello se s’inaugurasse un nuovo corso. Facciamo finta che l’occasione sia il nuovo itinerario arabo-normanno e mettiamo per una volta da parte la bellezza unica dei luoghi che questa gara attraversa fisicamente (si passa all’interno di Palazzo dei Normanni e di Villa Niscemi). Una maratona nei luoghi dichiarati patrimonio dell’Unesco è una manifestazione che ha due sponsor in più, il bene comune e il bello universalmente riconosciuto. Laddove altre città sono costrette a rifarsi il trucco per simili appuntamenti, Palermo brilla di luce naturale.

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Lenzuola pulite e cioccolata calda

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Nella sua splendida autobiografia “No, non sono ancora morto”, Phil Collins racconta i tempi dei Genesis: una canna al massimo e poi a nanna. Altro che follie del rock.

P.S.
Non so perché, ma una parte della mia coscienza musicale in qualche modo se lo aspettava.

  

L’importanza dei giornali locali

In termini di effetti concreti, quello che conta veramente (a parte il compito, essenziale in una democrazia, di diffondere le informazioni) è spingere i lettori all’azione. Ed è più probabile che questo succeda se si lavora per un giornale locale piuttosto che nazionale.
Le iniziative dei giornali locali spesso riescono a salvare scuole che rischiano di essere chiuse, a migliorare i servizi sanitari, a proteggere siti d’interesse storico, e così via. Un giornale o una radio locale possono spronare il loro pubblico all’azione perché coprono un’area sufficientemente piccola da permettere alle persone che vogliono impegnarsi di incontrarsi e fare qualcosa.
Nessun quotidiano nazionale può fare una cosa del genere.
Se ci si sposta da un giornale locale a uno nazionale, forse si guadagna di più e ci si occupa di temi di interesse più generale, ma si perde la possibilità di cambiare le cose.

David Randall, senior editor dell’Indipendent on Sunday di Londra, spiega in parole semplici come i giornali locali possono davvero spingere per cambiare le cose. Il problema è quando i giornali locali si mettono in testa di giocare in grande, mirando alla luna anziché controllare l’acqua del secchio.

  

Diciotto euro di dignità

img_0418Sarà furbizia, sarà strategia, sarà casualità, ma trovarsi con 18 euro sul conto in banca quando hai goduto di lauti stipendi e sei inseguito dalla giustizia, a me sa di indicibile arroganza. È il caso dell’ex presidente delle Misure di prevenzione Silvana Saguto, che avrebbe svuotato il suo conto alla Bnl in vista del sequestro ordinato dai suoi colleghi di Caltanissetta.
Nessuno adora farsi sottrarre soldi, tantomeno una che coi soldi pare avere una certa confidenza, ma c’è modo e modo di presentarsi all’appuntamento con un provvedimento duro e che si ritiene ingiusto. La dignità con la quale si mette mano alla cassa prima che arrivino i finanzieri non ha rilevanza penale, ma di certo la classe ha un impatto con la considerazione che il mondo può avere di noi, senza tener conto della fedina penale. La Saguto che lascia in cassa 18 euro, cioè nemmeno una briciola della pagnottona che l’accusano di aver addentato, non ci risulta né più né meno colpevole di come la dipingono i suoi accusatori. Molto più arrogante, sì.

  

La vista da qui è bellissima

La Nasa ha realizzato questo filmato in ultra HD all’interno della stazione spaziale ISS. Godetevelo con calma a schermo intero. La possibilità di vedere queste cose, dal divano di casa nostra, è una delle gioie dell’alta tecnologia diffusa.

  

Un paio di cose sul Giornale di Sicilia

giornale_di_siciliaDue, tre cose sul Giornale di Sicilia e sullo sciopero che da giorni sta tenendo lontano il quotidiano di Palermo dalle edicole.

Il Giornale di Sicilia come lo conosciamo adesso è figlio, anzi nipote di una serie di errori riconducibili in gran parte, ma non nella sua totalità, alle scelte della direzione: sempre la stessa da quasi trentacinque anni. A seconda dei punti di vista la longevità professionale del condirettore Giovanni Pepi può essere vista come elemento di stabilità o come tarlo di inadeguatezza: se da un lato non si può escludere che un uomo solo al comando per così tanto tempo conosca bene la macchina, dall’altro i risultati ci dicono che la sua guida non è stata sicura. E più di una volta la macchina è finita fuori strada.
Le scelte aziendali al Giornale di Sicilia sono sempre state ottriate, mai lontanamente concordate. Effetto di una direzione forte e, innegabilmente, di una redazione che poche volte ha conosciuto l’unità. Una redazione di gran livello professionale, ma di scarsa, scarsissima lungimiranza.
Prendete il web. Quando intorno al Duemila i vertici di via Lincoln si accorsero che esisteva una cosa chiamata internet, io e Daniele Billitteri eravamo gli unici a bazzicare in quel mondo già da tempo: ovviamente ci prendevano per perdigiorno (per non dire altro). Convinsi la direzione a darci una connessione e ci volle poco per vincere la diffidenza collettiva alimentata da un dirigente dell’epoca che in una riunione disse, testualmente: “Propongo di non scrivere la parola internet sui giornali perché è una cosa che nel giro di pochi mesi finisce”.
Finì come finì e spinsi l’editore non solo ad aprire un sito web, disegnato artigianalmente da Daniele, ma mi inventai anche un inserto settimanale dedicato a quel mondo misterioso.

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Filmando e cantando sotto la pioggia

  

I poteri forti dei frigoriferi

Dalla doppia pagina dedicata oggi da Repubblica al sindaco di Roma Virginia Raggi emerge quello che passerà alla storia come “il complotto dei frigoriferi”.

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In realtà che il servizio raccolta dei rifiuti ingombranti a domicilio è sospeso dall’estate scorsa perché c’è un contratto scaduto, a Roma lo sanno tutti. Tutti tranne il sindaco.

  

Restare in tema

minoranza_aUno dei contraccolpi più fastidiosi – e, a lungo andare, anche un po’ pericolosi – della pseudo-comunicazione liquida, cioè quel flusso di informazioni non certificate che arriva dal web, è la quasi impossibilità di stabilire una conversazione a tema.
Uno prende un argomento e dice: ragazzi, oggi che ne dite se parliamo di questo e non di quest’altro? Dopo un paio di commenti annoiati (le discussioni non deraglianti richiedono un grado di conoscenza e/o fantasia tali che, se mancano, l’effetto sbadiglio è garantito) arriva quello che con l’aria dell’imbucato alla festa delle media si butta a capofitto su quest’altro e non su questo.
Fateci caso quando, magari alla fine di una giornata di lavoro, vi accoccolate sulla vostra timeline in cerca di relax. Se mai doveste scegliere di seguire una discussione, provate a contare quanti cercano disperatamente di rimanere aggrappati allo spunto iniziale e quanti sbrodolano i cazzi loro prendendo come pretesto non l’argomento sul tappeto, ma l’esistenza stessa di un tappeto sul quale esporre, non richiesti, la loro non richiesta mercanzia. E se mai cercherete di far notare che sono fuori tema o, Dio vi preservi, in clamoroso errore, sarete voi a essere messi all’angolo. Quando il non sapere è maggioranza, la ragione non ha più ragioni.

  

Asini senza paracadute – reloaded

La storiella di ieri si è arricchita di particolari, alcuni dei quali un po’ penosi, che meritano qualche riga, tanto per non trascurare nulla.
Se ci fosse un reato del copia-incolla, ci sarebbe gente che meriterebbe l’ergastolo. Tipo quello che legge solo i titoli e si fa un film tutto suo: uno che magari pensa che “il Miglio verde” sia un documentario sugli Ogm.
La parola d’ordine è non.
Non leggere.
Non approfondire.
Non dubitare.
Non lasciarsi tentare dalla prudenza.
Non aspettare.
Quindi nella foga di far finta di ragionare su un tema, è tutto un inciampare di link, un accavallarsi di opinioni che spaziano dalla fame nel mondo alla cena pantagruelica vista Instagram. E soprattutto una rarefazione di argomenti da Nobel per la Fisica: evidentemente il sotto vuoto spinto ha misteri ancora non svelati.
Ingiuria! Si grida all’ingiuria per il titolo di un noto post. Ma la regola del non è implacabile. Guai a leggere che la parola asino è legata al famoso modo di dire “asino che vola”, pure citato nel testo. No, asino è qualcuno che va difeso! C’è una vittima da salvare con la barella del copia-incolla. Quindi arriva puntuale il link, o il suo inciampo, su una sentenza che ha visto condannata una docente che aveva dato dell’asino all’alunno. Peccato che l’ingiuria è stata depenalizzata qualche mese fa e che che l’imputata non è stata condannata per aver definito asino l’alunno “…(epiteto che potrebbe, in linea di principio, riconnettersi ad una manifestazione critica sul rendimento del giovane, con finalità correttive), ma anche bugiardo, handicappato e nullità”.
Bastava leggere, invece di fermarsi al titolo.
Ok, fine della storia. Ma una morale ce la dobbiamo regalare, con tutta onestà. In un non luogo come il web dove la polluzione del commento e l’onanismo della minchiata hanno spesso il sopravvento sui sopravvissuti di buona volontà, non sarebbe meglio mettere un timer alla tastiera? Scrivi una cosa e invii, ma scatta un orologio che ti ricorda che hai ancora tempo per tornare indietro, per ripensarci. Per capire che hai commesso un errore, indifendibile. Che se le lucciole e le lanterne non sono la stessa cosa, non è colpa delle lucciole (oddio, e le lanterne?), ma di chi vaga nel buio del mondo credendo di brillare di account eterno. Senza riuscire a staccare gli occhi dall’estasiato volo dell’asino.

  

Asini senza paracadute

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Il fatto nudo e crudo. Il Teatro Massimo nella sua nuova campagna pubblicitaria ha una foto in cui due ragazzi tengono tra le mani un portabiglietti pieghevole. Qualcuno ha visto in quest’immagine un dettaglio esilarante, se fosse stato vero: i due che tengono in mano un depliant capovolto. Solo che così non è. Il Teatro ci ha persino scherzato su. E poi basta aver tenuto almeno per una volta tra le mani un portabiglietti (di teatro, di aereo, di nave, voucher) per capire di cosa si tratta.
Niente. Sfottò sulla comunicazione 2.0 (proprio oggi in cui sui giornali si parla della comunicazione 2.0 del Teatro, guarda un po’). Addirittura il pippone sulla città disamministrata, in cui per le anime candide e amanti del vero/buono/giusto, vivere è un incubo.
Peccato che le filippiche poggiano su un presupposto che, semplicemente, non c’è. Tutto è al suo posto in quella foto, come è chiaro a chi guarda con occhi sereni. Se pure l’illusione ottica avesse suscitato un dubbio, bastava non dico staccare gli occhi dal volo estasiato dell’asino ma porsi una semplice domanda: è mai possibile che solo io sono furbo e tutto il mondo è fesso?
Oppure bastava controllare, verificare, dinanzi a un simile apparente strafalcione (della serie, notizie troppo belle per essere vere). Ma questo attiene al giornalismo, lo capisco.
Come dite?
Ah.
Trattasi di gente del mestiere, giornaliste insomma.

  

The sound of lasagna

Visto grazie a Mauro Caruso. A cui ho pure rubato il titolo.

  

Obama, Renzi e la stele dell’ignoranza

Obama e Renzi

Guardando la diretta Facebook della conferenza stampa congiunta di Barak Obama e Matteo Renzi mi ha colpito un dettaglio ormai non più secondario: i commenti degli utenti italiani. Tutto un miscuglio di schifezze, di offese a raffica, di qualunquismo becero. La frase più ricorrente, piena di una violenza subliminale, strisciante come quella dettata dalla non conoscenza, è: tornatene a casa che abbiamo problemi più gravi.
Non funziona così. Non funziona così da nessuna parte del mondo civilizzato. A parte quel briciolo di orgoglio nazionale che dovrebbe accompagnare il capo di un governo, un governo qualsiasi purché sia vagamente democratico, nelle sue missioni diplomatiche, c’è una ragione molto più valida per ritenere gli attacchi a raffica all’istituzione (badate, non parlo di Renzi come persona) un esempio di somma inciviltà: il criterio della rappresentatività.
Si può essere d’accordo o no con un governo, si può aver votato o no la parte politica che decide le nostre sorti, ma non si può dileggiare un’istituzione nel momento in cui fa l’istituzione. Persino con Berlusconi, che era un impresentabile guascone, l’asticella dell’odio gratuito era più alta. Con Renzi, nell’epoca in cui tutti sanno tutto perché non si occupano altro che del dire su tutto, questa vergogna italiana – perché lo sapete che è una tipicità italiana, vero? – ha raggiunto il suo apice. Sino a quando non saremo un popolo unito davanti ai suoi simboli, saremo solo l’eterna regione ai confini dell’impero. Sino a quando non impareremo che il dissenso non è offesa e dileggio, ma ragionamento e strategia, saremo solo un’accozzaglia di nickname sulla stele che più ci meritiamo. Quella dell’ignoranza.