Giù dalla rupe

Dario Flaccovio Editore, 2006

LA TRAMA

Cosa ci fa il commissario Giovanni Porzio su un’isoletta a poche miglia da Palermo? Si dedica al riposo? No, si nutre del piacere di essere riconosciuto per strada, grazie alla popolarità raggiunta dopo aver risolto il caso del giostraio ucciso all’Annunziata. Ma un poliziotto è sempre un poliziotto e se arriva una richiesta d’aiuto bisogna darsi da fare. Persino se l’appello viene da un carabiniere. C’è una donna che teme di essere uccisa, nel segno di una leggenda che ha lasciato impronte nella sua vita e in quelle dei suoi cari. C’è un cadavere in una casa che nasconde più di un segreto. C’è una squadra di investigatori raccattata tra i superstiti di un’intossicazione che costringe a letto la maggior parte degli isolani. Si cerca un assassino che ha già colpito e che potrebbe colpire di nuovo, quella stessa notte.

ALCUNE RECENSIONI

LA REPUBBLICA – PALERMO (27 giugno 2006)
Un’isola è lo scenario perfetto per ambientarvi un giallo, essendo un luogo circoscritto, in cui ognuno può essere sospettato di qualcosa e a sua volta puù sospettare chiunque. Lo sanno bene Pergiorgio Di Cara, autore di ‘Isola nera’, Valentina Gebbia, cui si deve ‘Estate di San Martino, e da ultimo Gery Palazzotto, alla sua seconda prova narrativa, con ‘Giù dalla rupe’. Al centro della vicenda narrata troviamo il commissario Giovanni Porzio, che se la sciala in una piccola isola, facendo incetta di complimenti per aver risolto il caso spinoso del giostraio freddato all’Annunziata. Ma in questa pax irrompe Maria Cosenza,la cui vita è segnata da un’oscura maledizione, e dalla morte per strangolamento del padre di Maria, Gaspare. Palazzotto non fa mai il passo più lungo della gamba: come un cecchino, colpisce il suo bersaglio. I personaggi sono ben tratteggiati, e la storia fila liscia sino alla fine, quando tutti i conti tornano. ‘Giù dalla rupe’ è un giallo ad orologeria: leggerlo è come assistere ad un conto alla rovecia, inesorabile. Con tanto di deflagrazione finale.
Salvatore Ferlita

IL GIORNALE (17 agosto 2006)
Misteriosi cocci di terracotta che alludono a una enigmatica maledizione. Un pazzo che vaga per un’isola con una bicicletta come destriero. Una serie di omicidi senza colpevole che pare destinata ad allungarsi. Un investigatore che scopre il bandolo della matassa aggrappandosi a indizi minimi e quasi invisibili. Tutto in una notte, come nei film hollywoodiani. Solo che qui non siamo a Los Angeles, ma nell’isoletta di Rosmarino, pochi chilometri al largo di Palermo. L’investigatore non è un detective dell’hard boiled ma un commissario della polizia di stato di Palermo, strappato controvoglia alle sue vacanze. E, al suo fianco, c’è un manipolo di non arditissimi carabinieri messi in crisi da un’epidemia di dissenteria: tutta colpa di quei gamberetti avariati… Alla sua seconda prova narrativa, Gery Palazzotto, 43 anni, cronista palermitano, scava ancora in una Sicilia per nulla folklorica. Una Sicilia di gente qualunque, il farmacista, l’edicolante, il barista, che però nasconde segreti inquietanti, volti sconosciuti. E dietro ai piccoli misfatti dei truffatori, degli usurai, delle adultere, miseri eroi di quest’isola senza eroi, affiora una violenza ancora più greve e primitiva. Come nel primo romanzo (Di nome faceva Michele), anche in questo Giù dalla rupe (Dario Flaccovio editore, pagg. 164, euro 13), l’eroe della vicenda è il commissario Giovanni Porzio. Anzi, ‘il commissario dottore Porzio, sbirro dalla nascita’, un personaggio che ha scarsa fiducia nella bontà del genere umano. Una sorta di anti-Montalbano, se così si può dire. Che sta lì a ricordarci come i narratori siciliani oggi siano tanti e non tutti trovino il loro posto nel recinto un poco angusto e ormai di maniera dei pastiches linguistici del pur meritevole Andrea Camilleri. Questa volta, a fianco del commissario Porzio c’è un maresciallo dei carabinieri, anche lui vittima della diarrea isolana, e in perenne vagabondaggio tra la scrivania e il bagno. Insieme, i due si addentrano nella strana notte dell’isola, intorno al cadavere di un uomo strangolato, abbandonato sulla sua poltrona, e a una donna, la giovane Maria, sulla quale sembra pendere la maledizione di una morte imminente. Commissario e maresciallo sembrano un poco Rick e il capitano Renault del film ‘Casablanca’, e un sapore di anni Cinquanta, con un retrogusto buonista, affiora a tratti nel loro rapporto di ruvida affettuosità. Ma sono solo brevi lampi di gentilezza. La notte dell’isola è una notte senza redenzione. E la soluzione del giallo, che emerge a sorpresa nella mente di Porzio all’ultimo minuto, non lascia illusioni sulla gentilezza del cuore umano. Forse, alla fine, il punto di vista più lucido è quello del pazzo in bicicletta, una sorta di fool shakespeariano in versione paesana, a cui ogni figura umana appare in forma di mostro.
Giorgio Ieranò

CORRIERE DELLA SERA (24 settembre 2006)
Avevamo lasciato il commissario Porzio alle prese con un intricato e torbidissimo caso. Ora lo ritroviamo seduto a un tavolino di bar nella piazza di un’isoletta non lontana dalla costa palermitana. Situazione idilliaca, di totale relax, quel relax che il burbero, irascibile ma simpatico poliziotto si crede di meritare dopo tanto lavoro in uno dei quartieri più difficili della sua amata città. Basterebbero due giorni per ricaricare le pile: un po’ d’ozio, un bel caffè, qualche languido sguardo d’intorno (magari alla bella, biondissima vichinga che sugge un cannolo alla ricotta in maniera, diciamo così, un po’ troppo passionale). Ma a inquinare la vita di Porzio è, naturalmente, la sua origini di commissario creato dalla fervida penna di uno scrittore: come Maigret – che lavora anche quando è in vacanza –, pure Porzio ha addosso una specie di calamita che attira i guai. Dove per guaio, naturalmente, si intende un bel caso di omicidio (anzi forse due) da risolvere. Così accade nell’isola di Rosmarino: e quando arriva il guaio (leggi: selvaggio omicidio di un usuraio) il commissario vorrebbe esimersi, ma non ce la fa, e anche se a chiedere aiuto è un carabiniere, lo sbirro sempre sbirro è, e risponde ‘presente!’. Fa nulla, poi, se la squadra che dovrà stanare il colpevole (anzi forse due) è una specie di sgangherata compagnia con il mal di pancia, epilogo tragicomico di una intossicazione alimentare da gamberetti che ha terremotato l’intera popolazione dell’isola: si è mai visto un commissario di polizia fermarsi per così poco? E infatti non si fermerà, fino al traguardo che segnerà la conclusione (gloriosa) della nuova inchiesta. Gery Palazzotto, ‘papà’ letterario del commissario, dopo il bell’esordio con ‘Di nome faceva Michele’, conferma il suo ingresso a pieno titolo nel mondo del giallo italiano: lo scrittore palermitano ormai maneggia con padronanza ritmi e situazioni, intreccia trame mai banali, vi cala il suo personaggio-principe e lo circonda di co-protagonisti netti e credibili. In tempi (televisivi) dominati dai vari Csi, Ris e compagnia analizzando, l’indagare naïf di Porzio ci riporta dentro confini più umani, dove il cervello conta più del luminol e la fortuna, oltre agli audaci, talvolta aiuta anche i distratti.
Claudio Colombo

IL FALCONE MALTESE (settembre-ottobre 2006)
Immerso nell’atmosfera rilassata dell’isola di Rosmarino, il commissario Porzio si gode una breve vacanza dopo la brillante soluzione del ‘caso del giostraio dell’Annunziata’, che lo ha reso celebre anche in quello sperduto fazzoletto di terra. Ma un poliziotto è sempre in servizio, anche quando non indossa la divisa e anche quando la richiesta di aiuto arriva da parte della Benemerita, nella persona del maresciallo Stefano Patti, comandante della locale stazione dei Carabinieri. Patti, colpito come buona parte degli abitanti dell’isola dalla terribile Bolla dei Gamberetti (una sorta di ‘maledizione di Montezuma’ locale), è alle prese con un caso di omicidio e allo stesso tempo deve garantire l’incolumità della figlia della vittima. Il commissario e il maresciallo, aiutati dal farmacista e dal professore, devono fare fronte a una notte di tregenda durante la quale l’isola rivelerà l’aspetto peggiore dei suoi abitanti. Il tutto prima dell’alba, prima che il traghetto porti il suo carico di novità e riparta con Porzio a bordo, allontanandolo per sempre da un caso non suo. Spietato e ironico, elegante e amaro, Gery Palazzotto condensa in poco più di centocinquanta pagine una trama gialla complessa supportata da un’affascinante panoramica di passioni. Ritroviamo il commissario Porzio, burbero e scostante, ma alla fine pronto a solidarizzare con il collega maresciallo. Li affiancano altri personaggi dolenti e disperati: Maria la sfregiata, Agostino Puleo, il farmacista Maestro, presenze che affollano le pagine e le colorano di emozioni in nero. Come lo scemo del villaggio, figura poetica e lucidissima nella sua infantile percezione dei ‘mostri’ che popolano l’isola. Non manca un certo fatalismo e la consapevolezza dell’ineluttabilità del destino, unite a un’ironia amara, tutta siciliana. Come riflette Agostino: ‘Ho talmente tanti casini che si è sparsa la voce: ormai loro cercano me. Sono un ricovero ambulante per rogne orfane, problemi senza padrone e grane abbandonate’. Accanto alla vicenda principale, l’omicidio di Gaspare Cosenza, c’è una sordida storia di ricatto e violenza che si consuma nell’assoluta indifferenza di tutti – persino del lettore, che fino alla fine non ne indovina i drammatici risvolti. ‘Giù dalla rupe’ è un romanzo che emoziona perché racconta di persone normali che diventano criminali a causa degli imperscrutabili disegni del destino, degli imprevisti della vita. E, come nella vita, le cose non sempre finiscono bene, anche quando chi indaga fa del suo meglio per ripristinare l’ordine turbato, perché non a tutto c’è rimedio.
Alessandra Buccheri

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