Sorridi, sei su Franca’s camera!

di Abbattiamo i termosifoni
Qualche giorno fa, a casa di mia suocera Franca è arrivata una badante rumena. Quasi del tutto senza denti, poverina.
Poco dopo, l’immarcescibile vecchietta ha commentato così: “E’ simpatica, allegra… e che bel sorriso!”.
Come mia suocera?
di Abbattiamo i termosifoni
Una volta la badante di mia suocera, quando ancora la conosceva poco e niente, mi disse: “La signora è altruista e generosa. Pensi: tutte le volte che andiamo fuori a mangiare una pizza, un gelato, o quando le porto qualcosa di pronto da casa mia, pretende che sia io a mangiarne per prima. E dal suo piatto!”.
Mia suocera non è mai stata altruista, né generosa. Ma da anni e anni corre di fantasia, anzi sfreccia di paranoia. Il suo cedere il passo a chicchessia quando ha davanti a sé una pietanza o bevanda è, in realtà, la sua più grande forma di egoismo: ha bisogno di un assaggiatore. Da tempo, infatti, delira di veleni letali, di pozioni magiche o, bene che vada, di benzodiazepine in dosi elefantiache. Che qualcuno, chissà perché, avrebbe in animo di propinarle per sbarazzarsi di lei. Gli altri – la sua badante, suo figlio, me e chiunque le capiti a tiro – sono la sua assicurazione sulla vita. Se escono indenni dall’assaggio, anche lei mangerà.
Oggi leggo questo articolo in cui trovo sorprendenti analogie tra mia suocera e Raffaele Lombardo.
Con una differenza: mia suocera ha una malattia mentale conclamata e certificata. E soprattutto non governa la Sicilia.
L’highlander al fast food
Man mano che il tempo passa, mia suocera ringiovanisce. E’ una specie di highlander femmina. L’ultima sua trovata è in stile Happy Days: con un paio di fuseaux, i calzini corti e un foulard al collo, proprio come le ragazze che nel telefilm americano frequentavano il mitico Arnold’s, questa indomabile ottantenne ha preso l’abitudine di fare due pellegrinaggi bisettimanali. Non, come farebbero tante pie vecchiette, a San Giovanni Rotondo o – per restare in zona – al santuario di Santa Rosalia. Lei da qualche mese va da Mac Donald’s. Dove non era mai stata prima.
Alla sua età ha scoperto il fast food. Con la badante al seguito, si accomoda ai tavolini, beata tra bambini che schiamazzano lanciandosi patatine fritte, musica a palla e puzza di grassi non meglio identificati, e ordina. Rigorosamente un Happy meal. Quello o nient’altro: e non per il panino che c’è dentro – sul contenuto non ha preferenze, purché sia vagamente commestibile nonostante la sottiletta arancione e tutto il resto – ma perché vuole la sorpresa: orsetti, giraffe, delfini di plastica, robot, peluche. Purché non siano viola. Per carità! E’ superstiziosissima e se pesca un gadget di quel colore, protesta e se lo fa cambiare.
In proposito, proprio oggi mi ha raccontato che giovedì scorso le hanno dato (testuale) “il panino con la giraffa”…
Ho sempre pensato che il ripieno dei prodotti Mac Donald’s fosse di dubbia natura, ma non fino a questo punto.
L’unico problema, la prima volta che mia suocera è stata nel suo nuovo paradiso artificiale (è il caso di dirlo, basta appunto guardare la carne che usano), è stato capire dove avesse imposto alla badante di portarla.
“Francesca, dove hai cenato?”, le ho chiesto.
“Da Marco Macchi”, ha risposto senza esitazione. Io ho pensato che fosse il nome di battesimo di un ristoratore che non conoscevo.
La seconda volta non è andata meglio:
“Sono stata da Macchi Macchi”, ha trillato.
“Ah…”. L’interpretazione, per me, si faceva più complessa.
Poi, un giorno, è tornata con un palloncino in mano. Alcune promotrici del Conad che sta accanto al suo Mac Donald’s preferito avevano regalato ai clienti del fast food palloncini pubblicitari gialli, attaccati a un bastoncino. Sulla plastica, in rosso e con caratteri così grandi da non sfuggire nemmeno alle cataratte più accanite, c’era il nome del supermercato.
Così Mac Donald’s, nel vocabolario di mia suocera, è diventato Conàid. Due giorni dopo riadattato in Conàld.
Quando questa bizzarra donna cena lì, da Marco Macchi o da Conàld che dir si voglia, mangia sempre quello che lei chiama l’“amburgo”.
Mastica di certo molti “amburgo”, ma poco, pochissimo, l’inglese.
Nostalgia canaglia
Questo discorso, mia suocera avrebbe voluto pronunciarlo dal balcone di Palazzo Venezia. Gliel’ho letto negli occhi quel desiderio nostalgico. Invece domenica eravamo a un qualsiasi tavolo di ristorante. Rogna del giorno: le sue badanti. Una, di mezza età, la mattina le riordina la casa e le prepara da mangiare. Cinque giorni a settimana. Un’altra, non molto più giovane d’età ma acerba nell’abbigliamento, due pomeriggi su sette la porta in giro per una passeggiata su ruote (di macchina). La bestia nera di mia suocera è la seconda.
“Manco mi ricordo come si chiama, quella là”. Sguardo pensoso. Occhi che roteano. Poi la soluzione: “Ah, sì, Frencesca!”. E dire che si chiama Francesca/Frencesca anche lei. Mia suocera, intendo.
Frencesca, e stavolta mi riferisco alla badante, la sto proponendo per la beatificazione. Porta in giro l’arzillissima vecchietta anche tre ore oltre il dovuto, e il pagato. Spesso la fa cenare a casa sua. Le ha comprato una decina di borse, un paio d’occhiali, due o tre maglioni. A spese proprie.
“Tutte ruffianerie”, tuona mia suocera se le ricordo questo affetto gratis. “A quella la devo redimere. Per la servitù ci vogliono metodi duri”.
La servitù? Siamo a Buckingham Palace?
“Sì. Mio marito in vita mia non mi ha mai fatto mancare la serva”.
No, no. Forse parliamo di colonie libiche di mussoliniana memoria.
“Ogni giorno veniva a casa. E io la facevo ubbidire”.
Non risulta alle cronache che mia suocera abbia mai avuto una colf.
“Rigare dritto, devono. Sennò finisce come Frencesca, che mi mette i piedi in testa. Siccome lavora pure con gli anziani del Comune, a lei ci pare che io sono un’anziana del Comune… una vecchia comune… e quindi cerca di convincermi a fare quello che vuole. Invece lo deve capire chi è una vera signora e chi no”.
E siamo tornati a Buckingham Palace.
“Mi vuole portare al centro anziani, a ballare. In mezzo ai vecchi! A me? Ma la faccio ballare io, a questa qua!”.
Con la frusta? A suon di nerbate sui piedi?
“Rigore ci vuole. E, per favore, se ’sta Frencesca se ne va, non voglio assolutamente mericchini in casa (marocchini, nda). Io, nei mericchini, al massimo mi vado a comprare la bigiotteria”.
La vituperata badante Frencesca non ce la fa più. Vuole svoltare. E’ lei che, negli ultimi tempi, tenta di redimere mia suocera. Le vuole dare una svecchiata. Le ha comprato una felpa con cerniera che avvolge i suoi novanta chili per un metro e mezzo, gamba corta su piede minuscolo. Da una parte della chiusura lampo c’è scritto “base” e dall’altra “ball”. Baseball, già. Nero su bianco, letteralmente. E su polsi, collo e orlo, vistose strisce, sempre bianconere. Il tutto completato da fuseaux, calzini candidi e zoccoli neri con i buchi. La svecchiata di Frencesca parte dall’aspetto. Forse per arrivare alle idee.
Al seggio con la suocera
Dato l’apprezzamento riscosso dalle valutazioni sanremesi di mia suocera (nella foto), domenica – approfittando di un pranzo a casa sua – l’ho interrogata sulle imminenti elezioni politiche. Ero certa che avrebbe avuto qualcosa di pregnante da dire. Ma lei ha anche divagato e, parlando parlando, mi ha dato modo di aggiungere nuove voci al suo stralunato dizionario. Voci che vi offro in coda a questo post prevalentemente elettorale.
Politica
“Io le cose politiche le so perché guardo sempre Porta e Porta”.
“Bellusconi, anche ammaccatello così com’è, però le cose le fa”.
“Gli elettori a Bellusconi lo avevano mandato via dal governo, ma lui non ha fatto incandescenze” (leggasi, “non ha dato in escandescenze”)
“Come si chiama quello alto con i capelli bianchi? Missini? Bissini? Fasini?”. (Casini, per intenderci)
“Rotelli è calmo, non si piglia mai di nervi. Però non lo scrivere che secondo me è figlio di Alberto Sordi e che gli somiglia moltissimo. Sennò mi arrestano”. (vedendomi con il taccuino in mano, intenta a prendere appunti, si è cautelata così)
“Se Rotelli diventa sindaco di Roma allora significa che Alberto Sordi lo protegge”.
“Prodi? E chi è? Me lo sono scordato. Ah, ma è quello con la funcia (per i non palermitani, “musone”) e i mezzi baffi?”. (chissà per chi lo scambia…)
“Ma Di Pietro l’hanno levato? Non c’è più in televisione”.
“Andreotti? E chi l’ha visto più in giro?”.
“A me mi è simpatico pure Vetroni”. (senza la elle)
“La Russa no. Mi fa paura. Pare proprio uno che russa… insomma, russo”.
“Nella politica, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e anche la terra”.
“Come andrà a finire con la politica? Mah, siamo nei mani di Dio”. (leggasi “nelle”)
Dizionario – nuove voci e nuove frasi
Alba Poiatti: Parietti
Arietta Berti: Orietta
Latrìce: l’attrice
Davero: davvero
Sarde allignate (sarde “allinguate”, ricetta palermitana a base di pesce)
Molechine: mollichine
Orsoporosi o oltreporosi: osteoporosi
Ipocreto e ipocressia: ipocrita e ipocrisia
“Quello è così sporco che ti imbischia i pidocchi” (leggasi “contagia”)
“Per compagnia, mi piacerebbe avere una terterughina” (“tartarughina”)
“Lo vedi che anche oggi ho mangiato poco? Ho una appetenza. Anzi, forse due, tre o quattro appetenze, dato che sono tanti giorni che mangio pochissimo” (leggasi “inappetenza)
“A quel tuo amico ci posso venire madre, anzi doppia madre, perché sua madre è molto giovane. Giovanissima”.
Sanremo secondo lei
Abbiamo seguito Sanremo. Tutti lo stesso, ovviamente. La differenza è se ci è piaciuto o no. Ma c’è qualcuno che il festivalone lo ha visto a modo suo. Mia suocera (nella foto, in stile riviera dei fiori), manco a dirlo. E il giorno dopo la finale me lo ha raccontato dalla sua angolazione. Vi riporto fedelmente il suo resoconto.
Suocerando
Quando l’ho conosciuta, quasi otto anni fa, mia suocera (nella foto) parlava l’italiano. Poi, per un fenomeno inspiegabile, una parola alla volta ha cominciato a comporre un vocabolario tutto suo. E non ha mai più smesso.
Danilo: Robert Deniro
Paolo: Paolo Limiti
Bruno: Bruno Vespa
Gerry: Richard Gere
Boldiva: Papa Wojtyla
Paparazzi: Papa Ratzinger
Il tenore Vaporotti: Pavarotti
Frizzel: Fabrizio Frizzi
Mara Vernel: la Venier
Magallì: Magalli (senza accento alla francese)
Mac Buongiorno: Mike Buongiorno
I Pink Flonk: I Pink Floyd
I Puffs: i Pooh
Michele Inzerillo: l’ormai noto cantante Zarrillo
Porta e porta: la trasmissione di Vespa
Saremo: Sanremo
Le avventure di Popolino: il noto fumetto Disney
Gli uominisessuali: gli omosessuali
I flosci: i froci
Il gheo: il gay
La cintura del dottor Giubbox: Gibot
Il plent: il plaid
Il preciutto: quello di Parma
Il fornellino: il fornetto elettrico
Il sopramercato: dove si fa la spesa
Il carello: dentro il quale si mette la spesa
La melza: la milza, che a Palermo si mangia nel panino
Lo junder: la ’nduia, noto salume calabro, qui trasformato in tirolese
Gli iuster: i wurstel, al plurale
La serpia: la seppia
I galli: i calli
La gallista: la pedicure
La Saradon: il Saridon
La Bectas: la Biochetasi
Il cicciccì: il Vivin C
Io ho due Ioccscenk (due cani Yorkshire)
Mio figlio è identico a un attore (e tira fuori una foto di Che Guevara)
Mio figlio è identico a quel giornalista… Maurizio! (e indica in tv Maurizio Mannoni. Ma come fa uno che somiglia al Che a somigliare anche a Mannoni?)
Di questi tempi mangio poco. Soffro di nappetenza
Che vuoi, io sono così, ho un carattere creativo (risposta al figlio che le rimprovera di essere nervosa)
Ma com’è che non fa profumo questo deodorante? (e si era appena spruzzata l’Audispray sotto le ascelle)
Che bravo quel tuo amico, il giornalista… come si chiama? Ah, sì: Gel! (Gery Palazzotto)
Se mi viene in mente qualcos’altro, minaccio una seconda puntata.






