storie

Il caso Tortora e il fattore estate

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Io il caso Tortora me lo ricordo bene. Perché erano esattamente trent’anni fa quando i giudici della Corte d’Appello di Napoli smontarono il castello di accuse, anzi di minchiate che tutti oggi conosciamo. Me lo ricordo perché ero un giovane giornalista e perché era estate anche durante tutto il calvario di Enzo Tortora. Dall’arresto ai retroscena, dall’esibizione delle manette al grottesco filtrare di dichiarazioni di malacarne, dalle odiose esibizioni di certi magistrati al loop delle immagini del re di Portobello decapitato a mezzo giudiziario, era sempre estate che io ricordi. E nei giornali – quando ancora esistevano come promettente sbocco professionale – si entrava d’estate. Me lo insegnò Giuseppe Sottile, il primo caporedattore centrale con cui impattai, io, fresco di ingenua giovinezza.
“La sai la differenza che passa tra un tema e un articolo?”, mi chiese quando, tremante, mi presentai al suo cospetto, al Giornale di Sicilia. “Suppongo di sì”, avrei voluto dire.
“Sì”, dissi con una presunzione che ancora oggi mi fa tremare le gambe.
Lui non si scompose: “Ti do due mesi di tempo per dimostrarmelo” e mi fece cenno di andarmene che aveva da fare. Era il 1983. Ed era estate. Avevo vent’anni, un milione di sogni e un rimorso: non aver cercato prima di studiare la differenza tra un tema e un articolo. Segue »

  

La torturatrice

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Mia moglie guarda un servizio in tv sul nuovo iPhone7 e ammicca: “E’ resistente all’acqua”. Io continuo a dedicarmi a un piatto di spaghetti e timidamente obietto: “All’acqua, non a te”.
La storia dell’evoluzione di questo prodotto ipertecnologico è infatti la storia di un enorme fallimento: per quanto la Apple si sia impegnata, non è mai riuscita a spuntarla coi test di collaudo di mia moglie. Se avessimo seppellito tutti i suoi telefoni in un giardino, oggi avremmo una distesa di lapidi che al confronto il cimitero americano di Colleville-sur-Mer in Normandia sarebbe un fazzoletto di terra.
La torturatrice di iPhone ha una fantasia perversa che non conosce decenza: non esiste componente elettronico che non sia stato sottoposto a trattamento crudele. Ha messo telefoni in lavatrice, li ha lasciati cadere dalla moto, ci si è seduta sopra, ha usato gli aggiornamenti come strumento di tortura, da troppo a nulla a seconda delle sue insane pulsioni. L’ultimo modello sopravvissuto, un iPhone6 per il quale paghiamo un mutuo decennale a tasso variabile, pochi giorni dopo l’acquisto fini dritto contro l’asfalto. Vetro disintegrato. Dopo un paio di mesi un problema con l’aggiornamento azzerò alcune funzioni dell’incolpevole apparecchio. In un anno  diventammo quasi testimoni di nozze del titolare del centro assistenza, che quando mi incontra mi bacia come se fossimo parenti.
Ora c’è il nuovo modello che offre anche gli auricolari wireless.
“Hai visto? Sono senza filo”.
“Che te ne fai, amore? Sei pure sorda da un orecchio”.
Sta pensando di chiedere lo sconto, lo so.

  

Eravamo quattro amici al Gds

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Uno dei pregi dell’età che avanza è che la memoria comincia a somministrarti ogni giorno, a tradimento, qualche storia passata che, per similitudine o contrappasso, ha un aggancio col presente. Ed è sempre un misto di nostalgia e di orgoglio, nostalgia per quel che è stato, orgoglio per quel che sei stato. Comunque una sensazione piacevole, costruttiva perché ti spinge a guardare avanti con rinnovato vigore.
Ieri, ad esempio, parlando con un caro collega mi è venuta in mente non una storia precisa, ma una concatenazione di flash che sono il film di un lungo momento umano e professionale.
Siamo intorno alla metà degli anni Novanta, al Giornale di Sicilia di Palermo. Siamo in quattro – io, Francesco Foresta, Armando Vaccarella e Giovanni Rizzuto – e siamo (diventati) il motore del giornale. Siamo molto diversi tra noi, viviamo assieme fisicamente una decina di ore al giorno, a volte di più. Io sono quello più rissoso, Giovanni è il più trasversale (infatti è con lui che mi scontro sempre), Armando è il più spassoso e il sommo maestro di affettuoso cinismo, Francesco è la mente politica del gruppo poiché, strategicamente, è già dove gli altri devono ancora arrivare. I flash che mi vengono in mente riproducono quattro situazioni diverse e distanti che – se volete – potete leggere come un unico film.

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Storia di Filippo, morto prima di Facebook

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Filippo era un riassunto di varie perfezioni. Era bello, era colto, era furbo, era affettuoso, era divertente, era altruista. E aveva il più ironico senso del tragico che abbia mai conosciuto. La sua storia l’ho sempre avuta dentro, ma chissà perché non l’ho mai raccontata. È vero, a Filippo ho dedicato un libro, ma la sua storia è rimasta nella mia memoria e in quella di chi lo ha conosciuto e lo ha amato. Come la mia amica Manuela che l’altro giorno ha postato una sua foto su Facebook. Ed è proprio grazie a quell’immagine che mi è venuto in mente ciò che mi era passato di mente: la storia di Filippo è rimasta di pochi perché lui se n’è andato troppo presto, in una notte di febbraio nel 1994, quando ancora gli unici social network erano i telefoni di casa e i citofoni.
Allora ve la racconto, questa storia. Mettetevi comodi.
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Tema: il mio papà

il mio papàIl mio papà ha ottant’anni e ha più energie di me.
Il mio papà è oncologo ma non è un talebano del salutismo. Il suo motto è: non si può vivere da malati per morire sani.
Il mio papà voleva un altro futuro lavorativo per me, ma poi ha capito che era inutile insistere. La rassegnazione a volte è una virtù.
Il mio papà non è stato immune da errori e mi ha insegnato che quando si sbaglia, la retromarcia non è obbligatoria, si può anche scartare di lato e accelerare.
Il mio papà, quando inventarono i telefonini, la prima cosa che faceva la mattina era telefonarmi, in qualunque parte del mondo mi trovassi.
Il mio papà mi chiama ancora “Gigetto”, non ho mai capito perché.
Il mio papà è una buona forchetta perché sa mangiare (anche grazie a mia madre che sa cucinare): pochissima carne, chili di pasta, pesce e verdure. È un monumento vivente alla dieta mediterranea.
Il mio papà adora il Negroni, soprattutto quello che gli preparo io.
Il mio papà ha “l’invadenza affettiva”, una cosa per la quale lui può piombare a casa mia all’alba senza essere invitato e senza preavviso: per scatenarla basta la sensazione che io possa non stare benissimo.
Il mio papà è un grande viaggiatore, e non solo fisicamente. Legge molto, legge sempre.
Il mio papà è tecnologico: col suo iPad nuovo (il primo ha deciso che era un modello troppo vecchio e l’ha dato a mia madre) legge due quotidiani al giorno, inserti compresi, scrive a mezzo mondo anche se il mezzo mondo non se ne accorge e raccoglie spunti per viaggi e ricette di cucina.
Il mio papà si chiama Giuseppe, come il più celebre dei papà. Ma a me degli altri papà non mi interessa perché il mio è il più forte del mondo.

Auguri papà.

  

Fabio che suona e che ci lascia di stucco

Fabio Aguglia con Pino Daniele

Fabio Aguglia con Pino Daniele (grazie a Mario Caminita)

Fabio era un dj, anzi come si diceva allora un disc jockey. Era anche un batterista. Era anche un bravo ragazzo, timido ed educato. Con lui giocavamo a fare la radio, a fare i musicisti, a fare gli artisti insomma. Lui lo era effettivamente, io no.
Un ricordo su tutti. Estate 1981, organizzammo una specie di Woodstock all’Addaura: piazzammo qualche asse di legno abusiva sugli scogli, chiedemmo la luce a un generoso signore che aveva la casa sul mare (il mitico dottore Vitello, il pediatra più paziente del mondo, ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta) e portammo gli strumenti. Alle 17 di un rovente giorno di luglio attaccammo a suonare e non finimmo finché non fu buio. Fu il concerto della mia vita. E di quella di Fabio, al quale spettava un momento di assolo con la batteria. Ma lui aveva un problema: era esile di corporatura. Durante le prove invernali avevamo constatato che l’assolo lo sfiancava a tal punto che l’esibizione si concludeva sempre non nel momento stabilito, ma quando lui perdeva le bacchette. Le mollava proprio, le energie lo abbandonavano all’improvviso, quindi noi imparammo a tarare il nostro arrangiamento su quel preciso momento: quando Fabio mollava le bacchette.
Quel giorno di Woodstock casareccia però non andò così. Fabio resse l’assolo e anzi lo prolungò per un tempo inusitato. Le bacchette rimasero salde nelle sue mani e fu un’apoteosi. Ho qualche foto in cantina di quei momenti, ma non so se ho voglia di andare a vedere. Preferisco dire a memoria. Fabio ha una canottiera bianca, come se dovesse esibire il fisico. Noi siamo intorno a lui che sembra un gigante dietro quella batteria inchiodata alle assi grazie al martello che ci ha prestato il famoso dottore Vitello. Lui picchia e picchia sulle pelli, si prende gli applausi del suo momento. E ride di una felicità che è sorpresa, per lui, per noi.
Questo è il mio ricordo di Fabio Aguglia, il gigante più esile che abbia mai conosciuto, che oggi suona da qualche parte, in una Woodstock tutta sua, in riva al mare delle anime buone, timide ed educate.
Tanti auguri Fabiofa, occhio al blues col riff in si.

  

Storia di Mauro, che ha battuto il cancro

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Questa non è una favola, ma come una favola ha una sua morale, semplice, netta: per conoscere davvero il male, bisogna averlo combattuto.
Il protagonista della storia, Mauro Maniscalco, 41 anni istruttore subacqueo di Palermo, il fisico da combattente ce l’ha, nonostante un perfido linfoma linfoblastico ad alto grado di malignità abbia tentato di piegarlo e nonostante tre estenuanti cicli di chemioterapia gli abbiano divorato per mesi e mesi tutte le energie.
Oggi Mauro è appena rientrato da Ustica, dove per sei mesi ha solcato il suo mare con Nanù, la barca del diving Alta Marea di cui è proprietario. Ma due anni e mezzo fa era in un letto dell’ospedale Cervello a fissare la bocca del medico che pronunciava la parola che avrebbe cambiato la sua esistenza: leucemia.
Sino a quel momento la vita di Mauro, di sua moglie e dei due bambini, era trascorsa coi ritmi di chi vive inseguendo una sola stagione, l’estate, quando si lavora mattina e sera perché d’inverno il mare ti chiede di lasciarlo in pace.
E invece arriva l’intruso, un male liquido e diffuso che avvelena il corpo, si intrufola in tutti i gangli affettivi e sconquassa i sistemi di sopravvivenza dell’universo di quattro persone.
Leucemia, cioè cancro, cioè tumore. (…)
Mauro Maniscalco adotta subito la linea dell’attacco diretto all’intruso. Lo chiama col suo nome, lo scrive persino sul suo profilo Twitter: “Diver, biker, swimmer, runner… fighting cancer”.
Ha fretta. Spinge per cominciare al più presto il percorso di cura. Quando inizia la chemioterapia non lo sconvolgono i capelli che cadono a ciuffi otturando lo scarico della doccia, il fisico che si gonfia, le ferite che si aprono in bocca, la spossatezza che gli rende pesanti i passi e persino il respirare, i lineamenti che gli danno il volto di uno sconosciuto. No, a lui interessa il tempo perché il cancro gli sta rubando ore, giorni, mesi preziosi per fare tutto quello che prima gli sembrava normale e che adesso è diventato drammaticamente importante.
La stagione estiva è compromessa. Come un contadino al quale è stato bruciato il raccolto, Mauro guarda da lontano quel mare che gli sembra inutilmente bello. Scruta e scalpita, ostenta sicurezza e probabilmente piange di nascosto (nessuno lo sa, nessuno lo ha visto).
“Cerchiamo sempre l’infinito, ma troviamo soltanto le cose”: maledetto Novalis, qui l’infinito è davanti e dentro di me – pensa – sono le cose, le mie cose che non trovo più.
Dai medici è sempre puntuale, coi parenti – quando la chemio glielo consente – è sempre sorridente. Quando qualcuno si mostra troppo preoccupato per lui, sfodera la classica battuta: “E che sono malato?”.
Un giorno un amico gli annuncia di aver girato una somma sul suo conto in banca: gliel’ha regalata un cliente del diving che ha chiesto di rimanere anonimo. Perché il cancro attacca anche le tasche, e questo è uno dei motivi per cui Mauro deve fare in fretta. E’ il paziente più impaziente che ci sia, ammettono i medici.
L’orribile intruso intanto non ha nessuna intenzione di sloggiare e i medici dopo tre feroci cicli di chemioterapia decidono di intervenire radicalmente: trapianto del midollo osseo. Il donatore c’è, suo fratello Giuseppe. Si procede.
Poco prima di iniziare la tremenda escalation di bombardamenti che azzererà il vecchio sistema immunitario per fare largo al nuovo, Mauro si fa scattare una foto che finisce sul web e diventa un inno virale alla vita: sorridente, fa il gesto dell’ombrello, al tumore, alla malasorte, a chi vorrebbe tenerlo lontano dal suo mare.
Il trapianto riesce.
Oggi, due anni e mezzo dopo, Mauro ha ripreso la forma perduta e si concede il lusso di preparare una mezza maratona.