Schegge di verità

Un estratto dall’articolo di Helmut Failoni “Falcone & Borsellino: il teatro della verità”, pubblicato su “la Lettura” del Corriere della sera.

La violenza è la morte dell’anima e l’arte richiede esattamente il contrario. Lo spiega a «la Lettura» il compositore — e da poco anche sovrintendente del Teatro Massimo di Palermo — Marco Betta (1964). Lo dice introducendo un concetto che è certamente generale, ma nel caso specifico, riferito a Cenere di Gery Palazzotto, uno spettacolo — «no, anzi un’opera-inchiesta», sottolinea — che proprio di violenza parla. Andrà in scena al Teatro Massimo di Palermo (che ha dedicato la stagione 2022 al trentennale delle stragi di mafia) il 13 e il 14 maggio. È la storia delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e gli agenti delle scorte Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Rocco Dicillo, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Claudio Traina.
«Cenere — spiega a “la Lettura” Palazzotto — chiude la trilogia prodotta dal Massimo sui misteri di quegli eccidi, che ho iniziato nel 2017 (con Salvo Palazzolo, nda) con Le parole rubate e portato poi avanti nel 2019 con I traditori». Qui, oltre al testo, «c’è la musica, scritta ed eseguita da tre compositori con un violoncellista. Ci sono due danzatori, elaborazioni grafiche, artwork, video».
Palazzotto definisce questo lavoro, appunto, un’«opera-inchiesta». Ma è più opera o più inchiesta? Non esita neanche un secondo: «Più opera. Le prime due puntate erano maggiormente legate all’idea di inchiesta. Avevo fatto davvero un’indagine sul palcoscenico: siamo entrati dentro i file del computer violato di Falcone. Abbiamo ricostruito una danza macabra di mani attorno alla borsa di Borsellino, mentre questa viene presa e rimessa nella macchina che sta bruciando…». Cenere è l’atto finale, «una sorta di nemesi. Sono passati trent’anni e la Cenere è quel che resta».
Due i protagonisti in un faccia a faccia, «per il quale uso però un solo attore (Gigi Borruso, ndr), che rappresenta due verità diverse. Il primo protagonista è un uomo che si fa delle domande e che si dà delle risposte, avendo fiducia nella giustizia, leggendo, documentandosi, guardando ai fatti. L’altro, che è la novità, è l’alter ego negativo, il siciliano convinto che la mafia dia lavoro. Non intendo i due protagonisti come il bene e il male a tutti i costi, ma come portatori di due visioni opposte. In questo senso Cenere è la celebrazione della verità del dubbio.
(…)
«Con il mio testo vorrei riuscire a portare le persone, il pubblico, a ragionare e a provare lo stesso imbarazzo che ho provato io, da giornalista, sulle carte di questi processi. Che cosa bisogna pensare dopo aver scoperto che l’indagine che hai seguito per 16 anni è stata depistata e governata da due collaboratori di giustizia e che ci sono stati dieci processi, d-i-e-c-i, Borsellino 1, Borsellino 2, Borsellino 3, tutti viziati da falsità? I giudici di Caltanissetta lo hanno definito “il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana”. Nello spettacolo io non devo dimostrare che Vincenzo Scarantino, falso pentito, è un farabutto perché lo sanno tutti già, ma io devo portare lo spettatore a rendersi conto che la verità di Scarantino è stata la verità per 16 anni».
(…)
Per Cenere, con Betta, che è di «estrazione classica», hanno lavorato Fabio Lannino, «bassista e chitarrista che si muove in universi sonori incrociati» e Diego Spitaleri, «jazzista e compositore». La cosa più bella — prosegue Betta — è stata «il nostro lavorare insieme, ascoltandoci l’un l’altro. Un segno contro ogni individualismo. La scrittura dei brani, passando da un genere all’altro, è avvenuta in maniera assolutamente naturale e poi ognuno di noi ha migliorato il lavoro dell’altro…». In scena — rivela e conclude Palazzotto — «i due danzatori (Alessandro Cascioli e Yuriko Nishihara, nda) rappresenteranno le schegge dell’esplosione».

Cenere – Teatro Massimo – Sala grande 13 e 14 maggio 2022
di Gery Palazzotto

con Gigi Borruso
musiche di Marco Betta, Fabio Lannino, Diego Spitaleri
al violoncello Antonino Saladino
coreografie ideate ed eseguite da Alessandro Cascioli e Yuriko Nishihara
artworks di Francesco De Grandi
elaborazioni grafiche di Azzurra Messina
videomaking di Antonio Di Giovanni e Davide Vallone

Figli di un dio esploratore

https://twitter.com/HistoryHit/status/1501463185903206407?s=20&t=bLlB-7Lpy28lo1Z9zXiUYw

Dovreste sapere con quanta maniacale ammirazione seguo tutto ciò che riguarda il capitano Ernest Henry Shackleton (leggete qui se avete qualche minuto da dedicare all’ebbrezza dell’avventura narrata). Ebbene qualche giorno fa è stato annunciato il ritrovamento del relitto del suo Endurance, una delle navi più importanti della storia delle esplorazioni, a tremila metri di profondità nel Mare di Weddell, più di un secolo dopo il suo naufragio tra i ghiacci.
Ecco, sopra, le immagini registrate dal drone subacqueo: la nave è ben conservata per motivi scientifici che mi interessano poco. Io so che è stata preservata dal dio dell’umano ardimento che premia il coraggio, la curiosità, l’altruismo e l’abnegazione. Quel dio che oggi mi manca maledettamente e nel quale ripongo la poca fede che mi ritrovo. Perché se un dio esiste, è con gli intrepidi, con gli esploratori, con i sognatori che riconoscono la preziosità del sogno.

C’è chi dice no

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Nell’aprile del 1991, quattro mesi prima di essere ammazzato da Cosa Nostra, Libero Grassi spiegò meglio di tanti Soloni dell’Antimafia che la lotta alla criminalità partiva dalle competizioni elettorali. “Ciò che davvero conta è la qualità del consenso, la formazione del consenso”, disse. “A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia”. Ne avevo parlato già qui.

L’universalità di quel concetto, solida come la moralità di chi lo espresse, e non è mai stata messa in dubbio dallo scorrere del tempo, dal cambiamento degli scenari politici, sociali, criminali. L’ultimo allarme sulle estorsioni a Palermo e in Sicilia proprio in coincidenza con le elezioni prossime venture è un’occasione utile per riannodare il filo di un ragionamento che ormai sembra interessare solo i sopravvissuti della cosiddetta società civile e gli addetti ai lavori (ivi compresi i mafiosi). Il commerciante che si rivolge al boss non perché ha subito una minaccia, ma perché vuole farsi aiutare a sbrigare una “pratica” è il paradigma di un sistema storto. Un sistema in cui la mafia è sempre ceto dominante e in quanto tale dispone di soldi, di mezzi, di inserimenti nell’amministrazione. E di voti. La politica, che il consenso lo coltiva per poi nutrirsene, ha in ogni tornata elettorale la preziosa occasione di scardinare questo sistema. Non servono sindaci sceriffi, ne convegnisti compulsivi. Servono buoni esempi di ordinaria amministrazione, servono squadre blindate sui programmi, serve soprattutto una nuova cultura di muri. Proprio così, muri: contro il qualunquismo, contro il negazionismo, contro le scorciatoie sociali.
Un consenso di qualità è fatto anche di no.    

Viva la Rai

In questi due giorni di televisione pubblica ci sono due eventi di grande importanza. Il Festival di Sanremo e l’intervista di Papa Francesco a Che tempo che fa. Mi dicono che Amadeus se la sta giocando alla grande (forse stasera darò finalmente un’occhiata), ma da quel che ho letto grazie a fonti qualificate il suo spettacolo è stato ben congegnato, ben strutturato e ben condotto. Domani Fabio Fazio – uno che ha intervistato Obama, Macron, Morricone e via celebrando, solo per dire quelli più recenti – dialogherà col Papa in diretta. E c’è da sciacquarsi la bocca prima di alzare un ditino: Fazio non è Vespa, e la sua Italia non è un plastico di Porta a Porta. Questi due eventi da soli – aggiunti a una rinnovata attendibilità del Tg1 grazie alla direttrice Maggioni, ma questa è una pulsione professionale – finalmente contribuiscono a mettere in nuova luce la Rai. Sono sempre stato molto critico nei confronti della televisione pubblica, qui e altrove, però adesso mi pare che ci siano risultati dinanzi ai quali bisogna fermarsi e fare quel che nei teatri, da secoli, si fa per approvare una rivoluzione o per celebrare un tentativo fallito di restaurazione, per omaggiare gli artisti talentuosi, per scacciare l’idea imbarazzante che la cultura è solo quella che non si capisce un cazzo, o che parla una lingua per pochi correi.
Applaudire.
E basta.

Se lo sfacelo insegna

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

È vero, Palermo ha pochi motivi di ottimismo in queste feste che dovevano essere luce e che invece sono solo penombra. Ma c’è un gioco che potremmo fare per scartavetrare la ruggine di una città sporca, piena di buche, massacrata dal traffico, senza addobbi natalizi, sull’orlo del dissesto finanziario. Ed è il gioco del “facciamo che”. Inizio io e poi magari continuate voi a casa, nelle scuole, negli uffici o, chissà, nelle vostre riflessioni solitarie.

Facciamo che un sacchetto di immondizia depositato nei modi e negli orari giusti è comunque un servizio reso alla collettività. Facciamo che un’auto abbandonata in doppia o tripla fila è uno sfregio a chi parcheggia regolarmente, pagando, e magari gradirebbe arrivare in tempo a un appuntamento. Facciamo che l’aiuola sotto casa è verde di tutti, quindi anche nostro, e la si può curare come si fa con le piante sul balcone o quantomeno si può evitare di usarla come cestino per cartacce, bottiglie e schifezze varie. Facciamo che la panchina pubblica è fatta per sedersi e non per essere imbrattata. Facciamo che c’è sempre una seconda maniera di guardare ciò che ci circonda. L’insegnamento che arriva dalle cronache dello sfacelo quotidiano di Palermo è semplice e disarmante: proprio in un momento di grande difficoltà della città, un surplus di impegno civico sarebbe un bell’esercizio di lungimirante altruismo, in un’epoca di egoismi gretti e contagiosi. Impegnarsi nel minimo dovere quotidiano non è un atto di sottomissione al prepotente, non è togliere le castagne dal fuoco a un’amministrazione pubblica inefficiente, ma solo un disperato atto di amor proprio. Insomma, facciamo che sia davvero Natale.

Quattro chili

Sono uno che quando è triste mangia e quando è allegro beve. Insomma sono un pessimo spot per i luoghi comuni applicati all’umore. Però mi ascolto abbastanza per evitare di farmi prendere alle spalle da me stesso: i peggiori tradimenti vengono spesso da noi, e anche qui ci allontaniamo dai luoghi comuni.

Mi sono accorto di una cosa abbastanza normale per noi uomini di una certa età, cioè di aver preso qualche chilo. La cosa che mi ha suscitato qualche pensiero è come sia potuto accadere, anzi come è realmente accaduto. Da quando il mio papà ha scelto di viaggiare da solo e nonostante un mese abbondante di dieta analcolica, causa seccatura esofagea (che scritto così fa un po’ schifo, ammetto), il mio girovita ha subito una variazione. Poca roba, per carità: ma qui mi piace parlarne per centrare un tema, quello dell’imprevedibilità di certe sensazioni fisiche.

Si può essere felici nell’inquietudine e scontenti in un assetto di buon vivere. Io, che sono uno fortunato (almeno fino a ora, nonostante influssi che non appartengono alla mia sfera affettiva) ho imparato a distinguere il futuro da manuale da quello anarchico. Cerco di godermi il poco che raccolgo e il molto che mi dà chi mi vuole davvero bene e mi cimento nello smontaggio ulteriore dei luoghi comuni applicati all’umore.

Quest’estate camminerò un po’ meno dell’altra volta. Mangerò e berrò meglio e non chiederò troppo al mio fisico, che già mi ha fatto il favore di archiviare gran parte delle scemenze che gli ho imposto nei decenni meravigliosamente scellerati della gioventù. Non proverò vergogna per questi quattro chili in più (ebbene sì, ecco il numero che chiedevate senza chiedere). Cercherò di non essere triste e di mangiare e bere sempre come quando sono allegro. Non è vero che l’anima e il corpo sono una cosa sola. Dell’anima in fondo non sappiamo un tubo sino a quando siamo vivi e il solo pensarci mi deprime. Meglio occuparsi del resto.

Antiruggine

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Sarebbe limitante farne una questione di soldi. Se anche la Red Bull avesse versato al Comune di Palermo dieci, cento volte il misero compenso per l’occupazione di suolo pubblico per girare il videoclip della discordia, nulla sarebbe cambiato. Perché è sempre una questione di “visione novecentesca”, come scrivevamo qualche giorno fa, è sempre un problema di nuovi ingranaggi che devono girare per altri motori, più moderni. E la vicenda Red Bull è il paradigma sul quale ipotizzare futuribili scenari di buona amministrazione. Non c’entrano i partiti e forse neanche le persone: c’entra il metodo. Non si possono più affrontare scelte complesse, strategicamente cruciali (l’immagine di una città e il suo riverbero dinanzi una platea mondiale lo sono) senza un nuovo manuale delle istruzioni. Le normali connessioni tra apparati e il sistema che sino a oggi ha garantito lunga vita alla politica dei compartimenti stagni non consentono più a una città come Palermo di sopravvivere. I nostri sono tempi in cui la rapidità di esecuzione è già una quota di successo e la qualità di un progetto sta anche nel percorso che porta alla sua realizzazione. Insomma non è più il fine che giustifica i mezzi, ma il mezzo stesso che talvolta si fa fine. Ciò comporta un cambiamento radicale di visione amministrativa: meno assessorati, più pool multidisciplinari, meno burocrati, più esperti. La politica, specialmente quella locale, da sola non ce la può fare: per ruggine culturale, per convenienza. È la fine dei monarchi civici assoluti e un’occasione per i tecnici di un nuovo sistema di relazioni che un tempo era la base della politica e oggi è il fondamento dell’unico progresso possibile. Quello dei fatti che schiacciano le chiacchiere.       

Falcone e le illusioni da evitare

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

In questo 23 maggio che sa di primavera sociale, di luce che allontana il buio, di vita da riabbracciare dopo i patemi del Covid, Palermo si sveglia immersa in una mostra che vuole ricordare altri inverni, altri tempi bui. I murales e le installazioni del progetto di memoria “Spazi Capaci” è un moltiplicatore di simboli: opere simbolo in luoghi simbolo in un giorno simbolo. Nel ricordo delle vittime delle stragi di Capaci e via d’Amelio i volti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino veglieranno sulle strade che portano all’aula bunker. L’opera, “La porta dei Giganti” di Andrea Buglisi, prevede due enormi ritratti su parete, uno che è già piazzato sulla facciata di un palazzo in via Duca Della Verdura, l’altro che sarà realizzato in estate su un edificio in via Sampolo. A Brancaccio, in quella che è stata per anni una periferia urbana e di legalità, c’è il polittico urbano “Roveto Ardente” di Igor Scalisi Palminteri che ritrae don Pino Puglisi e un enorme  fiammifero spento che “ha appiccato il fuoco eterno della vampa del coraggio”. In via Notarbartolo, davanti all’Albero Falcone, la statua di Peter Demetz intitolata “L’attesa” rappresenta una giovane donna che aspetta: il ritorno a casa di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, il compimento di una qualche giustizia terrena, il riscatto di una terra che pure disprezzò i suoi simboli, quando ancora la distrazione civile era un modo di vivere al passo coi tempi.

E poi i cani dell’aula bunker dell’Ucciardone. Un’imponente installazione di Velasco Vitali dal titolo “Branco”, con 54 cani a grandezza naturale, in ferro, cemento e persino uno in oro ci ricorda che i simboli non si giudicano, al limite quando si fanno arte si recensiscono. E non è questo il momento di interrogarsi sull’efficacia del mood dell’artista, ma di trovarci un’allegoria, un link, uno spunto di riflessione. O almeno di provarci.

In una terra dominata per anni oltre che dalla mafia, da un’antimafia pubblicitaria che ragiona per spot e slogan e che ripropone sempre le stesse messe cantate di una resistenza immaginaria, un coinvolgimento così totale dell’arte è una buona notizia. Tornano i lenzuoli – c’è l’immagine stilizzata dei due magistrati uccisi realizzata dai laboratori di Brancaccio del Teatro Massimo che è stata esposta in venti luoghi di cultura italiani – ed è un appiglio per la memoria. Ventinove anni fa il movimento dei drappi bianchi nacque da un volantino, altro che social, è funzionò. Forse perché c’era un contesto drammaticamente forte, forse perché i circuiti analogici della coscienza civile non risentivano di certe vacuità della partecipazione digitale: allora per esserci bisognava esserci e basta, niente clic e like. Oggi la rarefazione dell’emergenza mafiosa, che c’è ma non si vede, che trasuda ma non allaga, alimenta le illusioni. Che tutto sia passato. Che i simboli servano solo a ricordare. E che l’esercizio della memoria ci assolva dalla nostra disattenzione quotidiana.
Ecco, l’arte serve a questo: a ricordarci non chi siamo, ma chi diventeremo.  

L’antimafia senza cipria

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

La mafia vista da vicino. Da vicinissimo. Dalla finestra di casa, dal posto di lavoro, dal finestrino dell’auto, dal tavolino del bar. Vista da giovani cronisti, immuni alle cialtronerie del circo mediatico che talvolta ammanta queste vicende. La mafia raccontata senza fronzoli, senza i protagonismi che tendono a dare al narratore l’inconfessabile gloria riflessa del narrato. “L’isola di Matteo” è un podcast di Matteo Caccia e Luca Micheli – disponibile sulla piattaforma Audible – che dovrebbe raccontare i misteri e i paradossi che circondano il superlatitante Matteo Messina Denaro. Invece è molto di più: è il nodo di mille fili, è la chiave di molti cassetti, è uno squarcio di luce nel buio di troppe cose non dette. E Matteo Messina Denaro è un pretesto per parlarne.

Il primo motore immobile (immobile manco troppo) di questa narrazione è Giacomo Di Girolamo, direttore del portale Tp24, scrittore marsalese e lucido esploratore della giungla mafiosa. Il podcast è la fotografia sonora della sua storia, del suo metodo giornalistico. Un metodo antico eppure, specie di questi tempi, rivoluzionario. Niente veline giudiziarie, né manine che allungano dritte interessate, solo lavoro di fino e tacchi consumati. Accade così che Di Girolamo arrivi prima degli inquirenti sulle storie calde o che, peggio, ci arrivi soltanto lui. Come? Spulciando tra bandi pubblici, piani di finanziamento, visure camerali, atti che pochi si degnano di leggere: pratiche scritte proprio per non essere lette, o per celare fraintendimenti cruciali. Di Girolamo cerca, consulta, verifica, pubblica: è una minaccia vivente per il sistema politico e affaristico che campa sul binomio distrazione-connivenza.

Qualche anno fa l’ex sindaca di Marsala Giulia Adamo lo citò in giudizio perché riteneva che le sue inchieste danneggiassero l’immagine della città: gli chiese 50 mila euro perché aveva la certezza che i suoi articoli che parlavano di mafia, omicidi, corruzione in qualche modo impedivano il riscatto di Marsala. Le querele sono per Di Girolamo una sorta di medaglia, ma come le medaglie possono pungere quando te le appuntano al petto. E nel podcast fa capolino anche il suo avvocato, Valerio Vartolo, che si mostra per quello che è: una via di mezzo tra un esperto del diritto e un fraterno angelo custode. La squadra di Tp24 è tutta un divertente ibrido di giornalismo e impegno civile: c’è Ciccio Appari, classe 1987, che fiuta le inchieste, c’è Carlo Rallo, che rappresenta la memoria storica, c’è Rossana Titone che segue con leggiadra intransigenza la complicata politica locale, e c’è Egidio Morici che vive e scrive a Castelvetrano, città natale di Messina Denaro, e che è un riferimento fondamentale per una redazione che ha sempre all’ordine del giorno le notizie e i sussurri sulla latitanza del boss.

“L’isola di Matteo” è narrativamente parlando un esperimento ardito che consiste nel raccontare una caccia disarmata a una preda pericolosissima, nello scardinare il linguaggio ad effetto dei soloni dell’antimafia, nel raccontare la straordinaria ordinarietà di una provincia siciliana. Si ride in tutte le tonalità: dal black humor di Di Girolamo, che è uno che darebbe un rene per trovare la battuta perfetta, al giallo di una storia che parte da alcuni cani rubati e arriva a un inusitato colpo di scena, dalla latitanza del superboss spiegata coi i Tupperware al pranzo a casa della mamma del protagonista testimoniato quasi in presa diretta, “milincianata” inclusa. 

Più volte si invoca una analogia con Peppino Impastato, perché anche qui c’è una radio di mezzo (RMC 101) sulla quale ogni giorno gira il radar del “Volatore”, per definizione “l’aeroplanino dell’informazione” sul Trapanese, ma molto più prosaicamente il programma dal quale Di Girolamo manifesta l’esistenza in vita di un giornalismo d’inchiesta che non è d’inchiesta, ma giornalismo e basta. E Impastato c’entra poco, per esplicita ammissione dei protagonisti, giacché lui viveva in un contesto e in un’epoca infinitamente più complicati: e certe similitudini dicono più dell’oziosità dei nostri ragionamenti che della cronaca che vorremmo fissare in poche battute.

La storia della caccia a Matteo Messina Denaro resta sullo sfondo, per due motivi. Primo, perché i latitanti li cercano le forze dell’ordine e non i cronisti di provincia a meno che non ci siamo persi qualche passaggio in quest’Italia distratta e smemorata. Secondo, perché se c’è davvero qualcuno da celebrare in un podcast, che è strumento moderno e di gran moda adesso, è piacevole pensare che sia un gruppo di lavoro senza riflettori, con mezzi al limite dell’artigianale, con un’arte antica del raccontare che pochi, soprattutto tra i giovani, conoscono.

Fatevi un giro da quelle parti dove il portinaio diventa un vostro nemico solo perché, essendovi stata recapitata l’ennesima busta con minacce e polvere da sparo, la polizia lo ha convocato per interrogarlo. Dove gli appalti, anche i più insignificanti, possono decidere le sorti della più grande organizzazione criminale del mondo che ha il bilancio di un piccolo stato. Dove nel corso dei decenni il brand dell’antimafia è stato gestito da un trust di cervelli che coinvolge amministratori, magistrati, giornalisti e professionisti di ogni strato sociale.

Ecco, fatevi un giro e non chiedetevi nulla sul coraggio di scrivere in quelle lande. Sarebbe riduttivo. Per Di Girolamo e compagni il vero coraggio non è solo raccontare cose di cui nessuno scrive in quei luoghi, ma sorriderne. E scriverne con spietata ironia. 

Teatri chiusi, istruzioni per l’uso

Quando nel 2015 sono arrivato al Teatro Massimo di Palermo la situazione era molto diversa da oggi. Dentro e fuori. Dentro, c’erano una cultura analogica e granitica, i computer e il digitale erano usati a malapena per spedire qualche mail, lo spettacolo era tutto sul palcoscenico. Fuori, c’era un mondo disordinatamente ordinario fatto di spettatori paganti, di contatti, di relazioni, di progetti a scadenze fisse.

L’innovazione tecnologica è arrivata come spesso arrivano queste cose, per scelta di pochissimi, in una semi clandestinità da intrusi, con contorno di abbondante sospetto da parte di tutti gli altri, a parte i pochissimi di cui sopra. La decisione più dirompente, e importante, fu quella di mandare in diretta web in forma gratuita tutte le prime delle nostre opere.

Da lì iniziò un cambiamento lento che, non senza scossoni, ostacoli non proprio artificiali e alzate di spalle più o meno metaforiche, ha portato il Teatro Massimo in una nuova dimensione. Questa è la parte sulla quale sorvolo (ne ho scritto più volte sui giornali, qui qui e qui trovate qualcosa). In poche parole l’obiettivo era quello di dimostrare che un utilizzo corretto del web non sottrae nulla al nostro sistema di relazioni e anzi porta alla creazione o al consolidamento di occasioni preziose per tentare nuove narrazioni. Il concetto fondamentale che vi chiedo di tenere a mente è quello di “economia di posizione”: cioè una forma di tesaurizzazione non in forma immediatamente economica,  bensì strategica, logistica, lungimirante. Essere dove gli altri non sono ancora è una forma di ricchezza che non è scalfita da svalutazioni o inflazione.

Il libretto delle istruzioni.

Ma erano ancora altri tempi. Un altro tempo in cui gli spettatori erano quelli che vedevamo fisicamente, che incrociavamo nel foyer, che salutavamo personalmente (ah, le strette di mano, gli abbracci…), dei quali conoscevamo gusti e pregiudizi. Un altro tempo in cui bastavano tre telecamere e un collegamento volante per stupire senza troppa raffinatezza. Un altro tempo in cui il libretto delle istruzioni era ancora dentro il teatro e riguardava esclusivamente il teatro, perché era lì e solo lì che si celebrava l’antico rito dell’arte. Ed era lì e solo lì che lo spettatore trovava modi e ragione per assaporare la sequenza di emozioni che lo spettacolo doveva suscitare. Il prodigio si ripeteva a ogni replica con la sacralità del gesto di accomodarsi, con la pazienza di non muoversi troppo, con la saggezza di lasciarsi stupire dal fascino del classico (cioè qualcosa che conosciamo a memoria ma che non ci stanchiamo di considerare sorpresa).
Poi venne il virus e cambiarono gli scenari.
Il pubblico divenne liquido, anzi impalpabile. Perse il suo potere contrattuale di critica, almeno nel senso noto come diritto di utente pagante. E soprattutto divenne immenso come la potenzialità di un incontro al buio, di un’entità recensibile. Non sapevamo più nulla di chi ci guardava: altro che gusti e pregiudizi.
Questo è un passaggio fondamentale del ragionamento quindi permettetemi di essere pedante, in fondo è il mio orticello.  
Era cambiato drammaticamente il libretto delle istruzioni. Perché le istruzioni non erano più solamente teatro e nel teatro.  
Siamo a oggi. La lingua è un’altra lingua: è la lingua dei social, dei media sopravvissuti, delle serie tv, dei nuovi neologismi accettati dall’Accademia della Crusca. Si può scegliere di capire o meno, ma opporsi per principio significa arretrare. E arretrare in tempi di guerra significa perdere, scomparire.

Il passato non serve più?

“Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”.
Nelle “Lezioni americane” Italo Calvino dà le sue (preziose) indicazioni sull’arte e sul futuro, sul mondo della letteratura e su quello delle relazioni sociali. Siccome non si invecchia per caso, mi piace proporvi un brandello dei suoi ragionamenti per spiegare un altro passaggio fondamentale della mia modesta trattazione: il fatto che il futuro avanza inesorabile non vuol dire che il passato non serva più a nulla. 
Il futuro e il passato sono i temi che più ci sconvolgono in questo momento, ammettiamolo. Anzi ci sconvolge il loro contatto brusco. Mai prima d’ora il nostro passato è stato diverso dal nostro presente, figuriamoci il futuro.
E allora mi sporco le mani e scrivo le tentazioni che dobbiamo evitare:
L’innovazione tecnologica rompe i privilegi di una casta e apre alla vera democrazia;
La spettacolarizzazione di un evento lo rende indimenticabile;
I nuovi fruitori sono i nuovi padroni, una versione moderna de “il cliente ha sempre ragione”.

Leggerezza e rapidità.

Odio i numeri, a scuola ero sempre rimandato in matematica, ma mi arrendo a una tardiva evidenza: i numeri servono.
In Italia ci sono più dispositivi smart che abitanti. E gli italiani trascorrono online circa sei ore al giorno, pressoché in linea con il trend mondiale. Di queste sei ore, tre vengono catturate da smart tv o piattaforme di streaming (le smart tv ovviamente hanno la parte maggiore).
Ciò significa che il pubblico e le poltrone ci sono.
Ora serve lo spettacolo.
Quando, molti anni fa, mi occupai di transizione dalla carta al web per un grande gruppo editoriale italiano diedi una sola avvertenza al mio team: evitare che il nuovo, urgente, istinto al laicismo internettiano divorasse la sacralità della carta nel nome di un nuovo estemporaneo dio. Ancora oggi è un mio mantra, sulla scorta di ciò che scrivevo sopra: il fatto che il futuro avanza inesorabile non vuol dire che il passato non serva più a nulla.
È una questione di codici, per quel che posso capire. Basta azzeccare quelli giusti, come la combinazione di una cassaforte o il pin di un cellulare.
Ci sono solo due parole da pesare bene, tra i miliardi di sbuffi, ghirigori e sproloqui, che il web ci impone: leggerezza e rapidità.
Vi dicono niente? Eh, siamo di nuovo a Calvino. Che era sì uomo di un altro secolo, ma che non era un fesso.
In tempi eccezionali è facile fare due cose sbagliate: tirare i remi in barca e andare a caccia alla cieca di qualcuno da imitare. Nel nostro specifico, vivacchiare sfruttando la corrente e scimmiottare chi ha più talenti e risorse di noi.
E invece la nostra peculiarità sta nell’essere liberi di saper sbagliare da soli.
Come? Facendo quello che abbiamo fatto con sapiente incertezza, muovendoci con saggia paura nel terreno della novità più oscura.
Il crepuscolo dei sogni” è l’esempio (guardatelo se non l’avete visto). Un’opera pensata senza reti di protezione per un mondo sconosciuto, forte delle sue insicurezze, blindata nella sua apertura estrema alle più libere letture. Sul fronte della moderna comunicazione “Il crepuscolo” è un esempio da manuale perché, nella sua più ridondante classicità (e nel suo rimpianto per essa), celebra il qui e adesso senza il ditino alzato, senza la pretesa di dare la lezioncina.
È leggera e rapida. Come regole imposteci da questa era impongono.
Ma nel contempo è classica, è attuale, è precisa. Infatti sorprende a ogni visualizzazione e continua, ogni giorno ad avere spettatori.
Ma il “Crepuscolo” è una eccezione. Molti spettacoli pensati e realizzati per il web ricordano i temini della scuola scritti bene, ma senz’anima. Perché hanno un difetto che riguarda il famoso libretto delle istruzioni: sono cose fatte per i pochi che masticano di opera. E non è la spiegazione che manca, ma l’anima.
Due puntualizzazioni a proposito del “pochi” e della “spiegazione”.         
Tra chi non ha dimestichezza col mondo digitale c’è un problema coi numeri. Allora chiariamo: un migliaio di persone che risultano sul web non sono un teatro pieno, sono un migliaio di passanti, perlopiù distratti, che passano dalle parti del nostro palcoscenico.
Quanto alla spiegazione c’è un equivoco di fondo che può essere sciolto con la differenza che passa tra il mondo reale e quello digitale. Molte spiegazioni che alleghiamo ai nostri video o ai nostri spettacoli in streaming saziano più la nostra visione imperfetta di un mondo che non tocchiamo con mano, che la reale necessità di chiarezza. Le spiegazioni online hanno tempi e modi molto differenti dalle “messe cantate” in presenza, quegli antichi riti in cui il direttore o il regista o chi per loro si presenta dinanzi a un pubblico ossequioso ed elargisce un paio di chiarimenti/esemplificazioni/giustificazioni. Il pubblico online è diverso: non è lì che ti aspetta,  è distratto da mille cose, non paga, non è obbligato dalle circostanze a starti a sentire e soprattutto può passare da lì per caso.
Ricordiamoci di questi passaggi quando riteniamo di risolvere tutto con un paio decisioni che in realtà sanano i conti con la nostra coscienza.

Infine il futuro.

Se siete arrivati sin qui vuol dire che dovrò complimentarmi personalmente.
Cosa ci diciamo per il futuro?
Riprendiamo i concetti chiave.
Il nostro libretto delle istruzioni deve guardare al mondo. Fare l’opera solo per chi conosce l’opera è un atto di onanismo imperdonabile in questi frangenti di chiusura fisica e apertura virtuale. Gli altri, i non-spettatori non-paganti, non sono più i barbari ma sono genti da attrarre. Parlano un’altra lingua, ok. Ma l’arte ha un obbligo preciso in tal senso, per troppo tempo disatteso: inventare nuovi linguaggi per chi a quei linguaggi deve ancora arrivare.
Leggerezza e rapidità devono entrare nel nostro vocabolario di conversione, di traduzione. Perché in questo momento, a parte innovare (che è una fatica pazzesca), noi stiamo traducendo. Stiamo traslando antichi codici in nuovi ambiti e per farlo corriamo il rischio di essere oziosi, autoreferenziali.  Dobbiamo agire a 360 gradi quando pensiamo a programmare per i teatri: ritmo e durata dello spettacolo sono i primi nodi da sciogliere.

Insomma.

Insomma penso che molto abbiamo fatto e che molto possiamo fare: dobbiamo imparare a distinguere tra i confini e l’invenzione di un confine. Spesso siamo noi che ragioniamo applicando vecchi registri a nuove narrazioni. E il motivo è sempre quella piccola insistente tentazione che oscilla tra l’abitudine e la convenienza. Quando qualcosa cambia, la prima tentazione è quella di alzare una Grande Muraglia per difendere ciò che abbiamo dentro. Ma quando ci accorgiamo che il nostro eroismo domestico è solo mero spirito di autoconservazione, allora dobbiamo cambiare idea. Senza esitazione, magari insieme per darci coraggio.
E muoverci davvero per vie che superino la mutazione.