rubriche

Il quarto vizio capitale

 

L’attimino fuggente
di Giacomo Cacciatore

Su “Vanity Fair” Elisabetta Canalis parla finalmente (finalmente?) del suo rapporto con George Clooney. E ne approfitta anche per rispondere alle critiche sul suo esordio da attrice negli Stati Uniti – in un telefilm intitolato “Leverage” – sollevate da un blog americano e prontamente riprese dai giornali italiani. Proprio ai connazionali la bella sarda si rivolge, tacciandoli di inveterata (indovinate che?) invidia.
Non che mi aspettassi originalità, ma qualche riferimento in più a campagne d’odio che sfigurano il tenue azzurro-cielo dell’amore, quello sì. Non disperiamo. Ci siamo quasi. Prima o poi anche Elisabetta saprà mettersi al passo con i tempi.

  

Ma Daverio?

L’attimino fuggente
di Giacomo Cacciatore

Ho letto ieri su Repubblica Palermo che Philippe Daverio – consulente artistico ed esotico della giunta Cammarata – messo alle strette in merito al pasticcio dei tagli al festino di Santa Rosalia si è levato qualche sassolino dalle scarpe nei confronti dei palermitani. Non ho difficoltà a ribadire che il personaggio non mi sta simpatico. Tanto più mi stupisco di dovergli dare ragione su alcuni punti del suo sfogo pubblico.
Daverio, per esempio, afferma che “c’è una città parassitaria che pensa che l´assistenza sia un obbligo”.
Vero.
Aggiunge: “La maggior parte dei palermitani è simpaticissima, ma poi c’è una parte della città, rappresentata soprattutto da certi politici, fatta di parassiti. Infine c´è una grande assente, la società civile. Qui c’è solo il popolo”.
Vero.
Poi, in un faccia a faccia con un gruppo di lavoratori della Gesip che prospettava di non far muovere né carro né Santa in occasione del festino: “Se volete protestare saliteci sopra e distruggetelo, ma tanto non avete le palle”.
Più che vero. Da noi can che abbaia non morde. Specialmente se, alla fin fine, deve leccare la mano benevola del padrone.
Conclusione: Ma davvero sono un daveriano? Possibile, se non fosse per qualche punto che mi va di aggiungere a margine della ramanzina del farfallinato francese. Si tratta di semplici congetture.
Primo: a molti – forse ai più – sfuggono le ragioni della nomina di Daverio a consulente del comune di Palermo.
Secondo: a molti – forse ai più – sfuggono i risultati del lavoro di Daverio in veste di consulente.
Terzo: molti – forse i più – staranno magari pensando che quando si parla di parassiti che succhiano soldi della collettività senza ripagarla con un vantaggio, un bene o un servizio tangibile, la nazionalità e la cittadinanza poco importano. Cambia solo il modo di pronunciare la “erre”, ma la categoria zoologica è sempre quella.

  

Lo Strega che non strega

 Poche parole

di Raffaella Catalano

Ieri mi sono inflitta l’annuale autoflagellazione e ho seguito il Premio Strega in tv. Tutto come da programma. Si mormorava da tempo che ci sarebbe stato un testa a testa tra “Acciaio” di Silvia Avallone e “Canale Mussolini” di Antonio Pennacchi, e così è stato. Poi Pennacchi ha vinto. Un tomo Mondadori/Berlusca per la quarta edizione consecutiva. Anche qui nessun “oohhh” di sorpresa. L’unico ad accennare a una presunta combine, Paolo Sorrentino. Ma i benpensanti diranno, come sempre: l’invidia di un perdente. Che però, aggiungo io, scala le classifiche.
A parte questa (solita) solfa, ne ho notata un’altra, non meno ricorrente: i brani dei libri letti durante la serata finale, da quando ho ricordi, sono sempre scampoli di temino di scuola media. Quattro-righe-quattro, insulse, piatte e senza stile.
Magari i romanzi in cinquina allo Strega sono tutti immancabilmente banali. Chissà. Oppure si fa un’accurata selezione per declamarne in Rai gli stralci peggiori. Ri-chissà. E una deleteria stoccata la assestano anche le interpreti, attricione decotte, attricette tettute o sciacquine parvenues che siano: leggono i contemporanei con un’enfasi che risulterebbe demodé persino in un teatrino amatoriale di provincia. Se in finale ci andasse un redivivo Dante sporgerebbe denuncia per danni. A sé e soprattutto alla voglia di leggere.

  

Almeno da morto

L’attimino fuggente
di Giacomo Cacciatore

Gary Coleman ci ha lasciati. Dovrei precisare che Coleman era Arnold, il piccolo afroamericano che ha fatto sorridere e piangere molti di noi nella serie televisiva degli anni ottanta “Different Strokes” (in Italia tradotto variamente come “Harlem contro Manhattan” e “Il mio amico Arnold”).
Ma a questo ci pensano già giornali e telegiornali con i soliti e vari “Addio Arnold”, “Il piccolo grande Arnold”, “Ciao, Arnold”. Un luogo comune dei media che mi suona indigesto, come l’abusato “angelo volato in cielo” che accompagna quasi tutte le cronache tv (e non) che riguardano vittime minorenni di abusi, omicidi e incidenti. E’ tuttavia noto che al signor Coleman, come a molti dei giovani protagonisti della serie, la fama di “Different Strokes” non ha reso un buon servizio, tra deragliamenti esistenziali, crimini e persino un suicidio. Detto questo, mi viene da pensare che il signor Coleman di Arnold non ne potesse più: al punto da aver aggredito un’anziana fan che, sotto le vesti di posteggiatore di un’area commerciale (ultimo lavoro conosciuto di Coleman), aveva avuto il torto di riconoscere il piccolo, tenero Arnold. Così, lancio un appello. Almeno da morto, risparmiategli Arnold. Chiamatelo Gary.

  

Vi autorizzo a sputarmi in faccia

L’attimino fuggente

di Giacomo Cacciatore

Sono tre giorni che sto male. Mi sveglio perseguitato da un pensiero fisso. Cerco di strozzarlo, stringo le dita e mi tremano le mani. Trovo scampo in un libro (cartaceo). Spesso il rifugio di pagine mi crolla addosso al primo alito di vento internettiano. Rido di cose che non fanno ridere. Mi distraggo con la qualità della luce di prima mattina o verso il tramonto. Qualsiasi sciocchezza mi sembra preziosa: tiene a distanza dal bilico.
Credo di stare subendo una crisi di astinenza.  Lo capisco dalla foga con cui chiamo a raccolta tutte le mie forze, fisiche e psichiche, per arginare l’assalto. Quando ci riesco, mi sento più solido. Ripeto a me stesso che è questione di tempo, caparbietà e temperanza. Con l’esercizio, il sacrificio diverrà consuetudine, la rinuncia un atto spontaneo, il senso infantile di ingiustizia che mi assedia un attestato di stupidità. La necessità, al contrario delle vere crisi di astinenza, non è legata a qualcosa di cui ho già fatto abuso, ma a un desiderio non ancora realizzato. Che è anche peggio: ciò che conta non è la meta, ma gli impulsi sgradevoli e sublimi che ti spingono a perseguirla. So già che, raggiunto l’obiettivo, ottenuta la gratificazione nel modo più sofferto possibile (e immediato: l’intensità del desiderio sollecita perversamente l’urgenza), me ne stancherò subito. Vorrò altro. Vorrò di meglio.
Signori, sono tre giorni che io voglio un iPhone o un iPad (o tutti e due, non nello stesso ordine).
E allora – non fosse altro che per rivalsa verso me stesso, per l’orrore che può suscitare tanto spreco di energie da parte di una persona emancipata e sensibile nei confronti di un oggetto inanimato – vi dico: qualora mi vedeste entro sei mesi con un gadget di tal fatta in mano, vi autorizzo a sputarmi in faccia.  Per dirla col conte Mascetti.

  

Regaliamole I.M.D

L’attimino fuggente

di Giacomo Cacciatore

Sto leggendo un bel libro. Si intitola “100% sbirro”, e l’autore è I.M.D.
L’acronimo non è un vezzo, né indica un collettivo di giovani arrabbiati con la kefiah e il netbook sottobraccio. I. M.D. è un poliziotto della squadra Catturandi di Palermo. Per intenderci, uno di quelli che ha messo le manette a fiori di campo come Giovanni Brusca, Lo Piccolo padre e figlio, Bernardo Provenzano. Pluriomicidi, estortori, stragisti.  I quali, per inciso, non si sono presentati alle forze di polizia andandoci con le proprie gambe. La cattura dei più feroci latitanti di mafia è stata frutto di appostamenti sfibranti, di continue emergenze spesso risolte in delusioni, e – udite, udite – di intercettazioni ambientali. Audio e video. Il mafioso che si nasconde non è un comune cittadino. Non quello che Berlusconi, a dir poco esagerando, indica ai suoi comizi come vittima improbabile di una magistratura guardona e malevola, che passa il tempo intercettando ignari figli del popolo.  Il latitante di mafia è avvolto da una rete di connivenze, di segnali verbali in codice, di gesti significativi che, novantanove virgola nove periodico su cento, possono rivelarsi determinanti per la sua individuazione e l’arresto. E i protagonisti di questi sotterfugi, delle mezze parole, degli spostamenti in apparenza inspiegabili e quasi mai casuali, sono spesso i suoi familiari. Ora, mettendo da parte le decisioni di un governo dichiaratamente contrario alle intercettazioni (a meno che non le faccia Brachino dal barbiere, mi sembra di capire), vorrei riportare una dichiarazione fresca fresca, ancora fumante, di Daniela Santanchè: “Che senso ha intercettare un mafioso mentre parla con la madre? E’ un abuso”.
Che dite? Facciamo una colletta e le regaliamo una copia di “100 %  sbirro”?

  

Le Cannes di Bondi

L’attimino fuggente
di Giacomo Cacciatore

Al festival del cinema di Cannes 2010 spiccheranno due assenze. Una è quella dell’attuale ministro della cultura Sandro Bondi (l’autore delle poesie a Silvio, sì, proprio lui)  che contesta – anzi deplora –  il film “Draquila” di Sabina Guzzanti, a suo dire lesivo della dignità dell’Italia all’estero. L’altra riguarda il regista Jafar Panahi. Involontaria: l’hanno ammanettato a Teheran perché preparava una pellicola contro il regime.
Da un lato, chi promuove la censura. Dall’altro, chi la subisce malamente. In mezzo, qualcosa che non andrebbe toccata da nessuno, pena il ridicolo per non dir di peggio. Cioè la libera espressione artistica.
Inutile chiedersi chi, tra i due assenti, complici le circostanze, stia facendo una figura barbina internazionale che si ingrossa ogni giorno di più. Mettendo fianco a fianco le ragioni di Bondi e quelle di Panahi, almeno il destino non se n’è stato con le mani in mano. Oltre che cinico e baro, deve essere anche comunista.

  

La faccia e l’orgoglio

Binario
di Daniela Groppuso

Se mi state chiedendo di mettere da parte l’orgoglio, potete dirlo anche a qualcun altro. Non sono così stupido da saltare cinque partite: se avessi dovuto chiedere scusa lo avrei chiesto dopo la prima. Avendo ragione io, non chiedo scusa.

Mario Balotelli- Chiambretti Night, 30 marzo 2010

Mi scuso per la situazione che si è creata negli ultimi tempi. Sono il primo a soffrirne perchè adoro il calcio e vorrei giocare e ora aspetto in silenzio per poter tornare ad essere utile alla mia squadra.

Mario Balotelli – Lettera pubblicata sul sito dell’Inter, 1 aprile 2010

  

Kill Bill Carlucci

L’attimino fuggente

di Giacomo Cacciatore

Antefatto: 2010, una luminosa primavera italiana.
La protagonista: Gabriella Carlucci, sorella della più famosa Milly e della dimenticata Anna, ex presentatrice e cascatrice tv (ricordate la trasmissione “Buona domenica”, in cui si buttava dalle torri con l’elastico, si lanciava a velocità folle in auto, rotolava giù per dirupi e simili?), attuale parlamentare del Pdl.
Obiettivo: Gabriella si candida come sindaco di Margherita di Savoia (Fo).
L’antagonista: Antonella Cusmai, candidata alla stessa poltrona di sindaco, ma nelle liste del Pd.
Svolta: com’è come non è, la combattiva Gabriella mette le mani addosso alla Cusmai nella hall di un albergo locale, al cospetto di numerosi testimoni. Quentin Tarantino andrebbe in sollucchero. Peccato per le modalità dell’aggressione: alle spalle. La sposa di “Kill Bill” non l’avrebbe mai fatto.  Conseguenze. Crisi.  Climax:  la candidata del Pdl è, come dichiara la stessa Cusmai, “magra ma energica”. Al punto che la Cusmai deve fare uso di un collare ortopedico, causa trauma cervicale. La Carlucci smentisce. Si dice vittima di (indovinate che cosa?) odio e invidia mediatici.
Ipotesi: in un paese normale una figuraccia del genere le farebbe perdere matematicamente le elezioni. Spasimiamo per la Carlucci. Come finirà?
Colpo di scena:  la Carlucci vince con una preferenza del settanta per cento. Si dice pronta a chiedere scusa alla malmenata, ma “rifarebbe tutto”.  Il che significa che qualcosa ha fatto davvero. Che sia l’aggressione? Ma non è più un problema. Ha il consenso dell’elettorato (dell’amore).
Preparate i collari ortopedici.

  

Sono ragazzi

L’attimino fuggente

di Giacomo Cacciatore

Un paio di post fa così commentavo i volti popolani della folla dell’amore alla manifestazione del Pdl  a piazza San Giovanni: “Ho visto facce anziane senza la luce d’intelligenza e di senso del tempo e dell’esperienza che di solito scorgo negli anziani. Perlopiù dentiere idrofobe (ma che vogliono queste cariatidi, il ritorno del duce? Perché sembrano cattivi?)”. Subito dopo, mi sono chiesto se non avessi esagerato. Dico: una folla di neofascisti col catetere o neo-neofascisti con record di assenze scolastiche al cospetto del popolo dell’amore? Possibile? Che fossi vittima di un terrorismo psicologico al contrario, cioè quello della sinistra e della residua tv di opposizione (o dovremmo dire di “resistenza”)?
Va bene, ho scorto qualche salutino romano che si levava timidamente dalla marana degli inneggianti. Va bene, in molti occhi latitava la scintilla della ragione e prevaleva il battito di ciglia a tempo con la musica da balera (pardon, piazza). Pare che ci sia stato anche un accenno di “Faccetta nera”. Ma… sono ragazzi, via.  Come pensar tanto male di qualcuno che vuole l’amore contro l’odio e l’invidia? (ricordo di aver sentito un cartomante tv che argomentava su temi simili).   Poi ho letto questo “volantino” dei terroristi mediatici più odiati dal popolo del premier meno invidioso e iracondo d’Europa.
E ho deciso di amare, odiare e invidiare tanto quanto. Ma a modo mio, dalla parte opposta, a occhi aperti e con giudizio.

  

Desiderata

Binario

di Daniela Groppuso

«L’uso che Biagi e… come si chiama quell’altro? Santoro… e l’altro?… Luttazzi, hanno fatto della televisione pubblica, pagata coi soldi di tutti, è un uso criminoso. E io credo che sia un preciso dovere da parte della nuova dirigenza non permettere più che questo avvenga».

Silvio Berlusconi – Sofia, 18 aprile 2002

«Basta, finiamola con questo scandalo. Quello che bisogna concertare è che la vostra azione permetta di chiudere la trasmissione.(…) L’ho chiesto anche a Calabrò (presidente dell’Agcom, ndr) (…) Non voglio più vedere Antonio Di Pietro in tv».

Telefonata di Silvio Berlusconi al commissario dell’Authority per le Comunicazioni Giancarlo Innocenzi – 14 novembre 2009

  

Talking Heads

Poche parole

di Raffaella Catalano

Insegna di un parucchiere in via Sciuti a Palermo.

  

Scatole cinesi

L’attimino fuggente

di Giacomo Cacciatore

Due parole sulla vera natura del Festival di Sanremo nel 2010.
Guardate i finalisti. Valerio Scanu. Proveniente da una trasmissione tv: “Amici” di Maria De Filippi. Marco Mengoni. Proveniente da una trasmissione tv: “X Factor”. Emanuele Filiberto, Pupo e il tenore (quest’ultimo la vera vittima dell’operazione “Italia amore mio”: nessuno lo ha salutato, nessuno si ricorderà il suo nome e sembrava lì per fare le pulizie). Provenienti da trasmissioni televisive come “Ballando sotto le stelle”, “Affari tuoi” e “I raccomandati”.
Vince Scanu, complice un duetto in semifinale con Alessandra Amoroso (ri-“Amici”) che deve aver procurato un corto circuito percettivo a molte menti dell’Italia mediasettizzata: a un certo punto sembrava di essere nel programma canterino-danzereccio di Canale 5. Pupo e Filiberto arrivano secondi (“Ballando sotto le stelle” ha meno share di “Amici”). Terzo Mengoni (“X Factor” resta un programma per palati un po’ più fini, quindi perdente al televoto). Lo spettacolo dell’Ariston non è altro che una grande, infinita finale di altre finali tv, ormai. L’ultimo cofanetto di un allucinante gioco di scatole cinesi, ampolla terminale di un velenoso sistema di vasi comunicanti. Meritava di vincere Mengoni, ma anche tanti altri eliminati e subito digeriti perché non televisivi. Un consiglio per gli acquisti: che l’anno prossimo conduca direttamente la De Filippi. Si risparmia in trasferte.

  

Sanremo 2010

L’attimino fuggente

di Giacomo Cacciatore

Italia amore mio

(di Enzo Ghinazzi – Emanuele Filiberto – Enzo Ghinazzi)

(Pupo) Io credo sempre nel futuro, nella giustizia e nel lavoro,
nel sentimento che ci unisce, intorno alla nostra famiglia.
Io credo nelle tradizioni, di un popolo che non si arrende,
e soffro le preoccupazioni, di chi possiede poco o niente.

(E. Filiberto) Io credo nella mia cultura e nella mia religione,
per questo io non ho paura, di esprimere la mia opinione.
Io sento battere più forte, il cuore di un’Italia sola,
che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia.

(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.

(E. Filiberto) Ricordo quando ero bambino, viaggiavo con la fantasia,
chiudevo gli occhi e immaginavo, di stringerla fra le mie braccia.

(Pupo) Tu non potevi ritornare pur non avendo fatto niente,
ma chi si può paragonare, a chi ha sofferto veramente.

(L. Canonici) Sì stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio
Io, io non mi stancherò, di dire al mondo e a Dio, Italia amore mio

(Pupo) Io credo ancora nel rispetto, nell’onestà di un ideale,
nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale.

(E. Filiberto) Sì, stasera sono qui, per dire al mondo e a Dio, Italia amore mio.

La musica non ha bisogno di parole. E questa meno che mai.

  

Chiuso per ferie elettorali

L’attimino fuggente
di Giacomo Cacciatore

In Italia si dice: “ciurlare nel manico”. A Palermo, “andarci con la minutidda”. In entrambi i casi, il significato è pressappoco questo: cercare di ottenere qualcosa in modo subdolo, con piccole mosse strategiche, meglio se invisibili, senza dichiarare la sostanza del proprio intento.
Ho l’impressione che l’ultima trovata del governo e commissioni di sorveglianza accluse in materia di “par condicio” Rai siano proprio questo: un modo di ciurlare nel manico. O di “andarci con la minutidda”. L’obiettivo non dichiarato ma immaginabile? A mio parere, quello di creare un precedente. E si sa, dal precedente al permanente il passo è spesso breve. Sarà dietrologia, ma penso che se oggi si può inibire l’aspetto informativo di trasmissioni come “Annozero”, “Report”, “Ballarò” e persino “A sua immagine” (scandaloso il caso della commemorazione di Bachelet che non andrà in onda) in nome di una fantomatica equidistanza e in vista delle elezioni regionali, non è detto che il cartello “momentaneamente chiuso” per le ferie elettorali non resti appeso anche domani. E per sempre.