La prima canzone che ho ascoltato è stata “Viva la pappa col pomodoro” di Rita Pavone, ma avevo un anno. La prima canzone che ho cantato, ballato e, in cuor mio suonato”, è stata “Vengo anch’io, no tu no” del compianto Enzo Jannacci.
In questi giorni The dark side of the moon dei Pink Floyd compie quarant’anni. Al di là della spinta innovativa e delle vicende storiche che ne hanno fatto uno degli album più venduti di tutti i tempi, resta – mio parere – una sola constatazione da fare. Tutti quelli che giustamente (ingenuamente?) credono che la musica sia infinita e che non si possa applicare un criterio statistico all’arte, hanno di che pensare oggi: non c’è da dire “ai miei tempi” né “il passato non ritorna”, ma semplicemente c’è da arrendersi a una musica attuale che va giù liscia come un pasto stupidamente perfetto, che non lascia nulla nel suo transito (ergo, non nutre) e si smaltisce quasi interamente coi suoi residui.
Era bello sentirsi affamati con un’improvvisazione vocale – perché di questo si trattò – come The great gig in the sky.
Serata con amici musicisti. Si ascoltano vecchi brani, senza cedere alla nostalgia: per noi la musica del passato ha un tasso qualitativo innegabilmente superiore rispetto a quella che si ascolta per ora, quindi siamo serenamente rassegnati.
Poi qualcuno mette mano ai dischi. Sì, proprio quelli: i vinili. Si tirano fuori gli album, i 33 giri o long playing come si chiamavano. E sembra che il tempo si accoccoli accanto a noi.
Un’immagine mi colpisce, tanto che la blocco con uno scatto fotografico: il disco di Nat King Cole tra le mani del mio amico Gaetano sembra enorme, innaturalmente grande.
E – lo capisco – non è l’abitudine alla maneggevolezza del cd, ma la lente di ingrandimento del tempo. Che almeno in questi casi non è passato invano.
Nei testi delle canzoni si annidano strani mostri. L’altro giorno, per caso, ho scoperto che mia moglie – lei sta alla musica come il Tavernello al vino, eh – conosce molti pezzi dei Pooh e che, peggio, non sa da che direzione arriva questa folata di cultura musicale. In poche parole, sa a memoria molte canzoni, ma non ricorda di averle mai ascoltate. Una sorta di Poltergeist delle sette note. Ebbene lei, santa donna musicalmente illibata, mi ha fatto notare qualcosa che mi era sempre passata inosservata: la trasversalità dei Pooh in tema di amore coniugale.
E allora, armatevi di pazienza e godetevi i quattro tipi di maschio, tutti molto diversi, che vengono fuori dalle loro canzoni. Segue »
E’ come un’allergia. Quindi non c’è colpa. Se per caso incappo in un qualsiasi brano di Gianna Nannini o di Carmen Consoli mi prende un senso di fastidio. E’ così da sempre, o almeno da quando ho imparato a usare le orecchie.
Con la primavera serve nuova musica per correre. Visto il successo delle precedentipuntate, ecco una nuova compilation per i runner (e non solo) con una dominanza di R&B.
Buona corsa!
Danny’s All-Star Joint – Rickie Lee Jones
H Gang -Donald Fagen
Love Games – Level 42
Santa Maria (Del Buen Ayre) – Gotan Project
Woodcutter’s Son – Paul Weller
Cocaine – J.J. Cale
Sweet Home Chicago (Featuring Stephen Stills) – The Jimmy Rogers All Stars
Room With A Wiew – Lou Rawls
Come By And See – Maceo Parker
Ognuno in queste ore trova un ricordo, o un motivo per cui Lucio Dalla gli mancherà, in una canzone. A me, quando ho appreso la notizia della morte, è venuta subito in mente “Il cucciolo Alfredo”.
Mi è capitato più volte di polemizzare, qui e altrove, sul valore della musica degli anni Ottanta, di cui evidentemente non sono un estimatore.
Ieri mattina però mi sono reso conto di aver fatto un passo falso, un grande passo falso. Perché il mio iPod mi ha regalato New Frontier di Donald Fagen, e The Nightfly, l’album dal quale la canzone è tratta, è del 1982. Sto parlando del primo lavoro da solista di Fagen, mente degli Steely Dan (quello che inventò un accordo, il Mu maggiore): il primo album interamente registrato in digitale. Sto parlando soprattutto di un capolavoro, che ho assaporato in questi trent’anni senza mai avere segnali di sazietà.
Tra tutte le otto tracce di The Nightfly non ce n’è una sola che non sia eccezionale.
Ecco questo volevo dirvi. Che chiedo scusa ufficialmente ai cultori della musica degli anni Ottanta. L’opera di Donal Fagen riscatta un decennio in cui ci potete infilare qualunque cosa, bella, brutta, solida, liquida, trash, raffinata, duraniana, di new wave, da cantare o da masticare. Il mio errore è stato quello di considerare quest’album fuori dal tempo.
Invece è del 1982.
Viva gli anni Ottanta.
Gaetano Riccobono, una delle voci più interessanti del panorama jazzistico nazionale, ha pubblicato un bel cd che piacerà anche ai non jazzofili. S’intitola “Fino a domani”, come la canzone che, per concessione dell’autore, potete ascoltare cliccando qui sotto.
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Un nuovo carico di musica per i runner. In questi giorni di freddo ho sperimentato la seguente playlist:
Nutbush City Limits – Tina Turner (senza Ike)
Lifted – Lighthouse Family
Do You Feel Like We Do – Peter Frampton
Cinnamon Girl – Prince
19 – Paul Hardcastle
I Can’t Dance – Phil Collins & Genesis
Slave To The Rythm – Grace Jones
Keep On Running – Robben Ford
Do It Again – Steely Dan
I Can’t Go For That (No Can Do) – Hall & Oates
I’m Only Human – Human League
Running In The Family – Level 42
Do I Do – Stevie Wonder
Something Got Me Started – Simply Red
The Logical Song – Supertramp
La sue canzoni più note sono Baby I love your way e Show me the way, tratte dall’album dei record, Frampton comes alive! che a tutt’oggi è il disco live più venduto di tutti i tempi.
Di Peter Frampton quelli della mia generazione ricordano due cose: la talking guitar e la forza del suo fascino sul pubblico femminile.
Ma chi ha avuto la fortuna di vivere da protagonista l’esperienza delle radio private dei fine ’70 primo ’80 ha impressa in mente anche un’altra canzone del musicista britannico, Do you feel like we do. Durata: quasi 14 minuti. Era la canzone che si mandava in onda quando si doveva rispondere al telefono, si doveva andare in bagno, insomma quando c’era necessità di allontanarsi per un po’ dal microfono.
Io, che ho condotto sempre programmi che andavano in onda a ora di pranzo, non so quanti panini avrò divorato con questo sottofondo.
Però, a dire il vero, Do you feel like we do non era l’unica canzone che serviva per prendere fiato. Ne ricordo un’altra, Float on dei Floaters, 11 minuti e passa. La usai una volta, era il periodo di Natale e mi avevano portato un regalo che volevo scartare con calma.
Arrivò il padrone della radio imbufalito. “Vuoi fare scappare gli ascoltatori?” urlò. Effettivamente era una canzone talmente soporifera che si sbadigliava già guardando la copertina…
Giornalista, ghostwriter e consulente per un grande gruppo editoriale italiano.
Ogni tanto scrive un libro.
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