File di memoria

Storia di Salmeri, il pretore contro il lato B

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

La storia di Vincenzo Salmeri, giudice della pretura di Palermo, è tutta distillata in una puntata della trasmissione “Acquario” di Maurizio Costanzo. È il 12 marzo 1979. Nel primo esperimento di talk show della tv italiana il pretore, noto per le sue crociate di ferrea moralizzazione, nemico giurato degli hot pants e crociato anti-deretani in mostra (sia pur fasciati da denim e affini) si trova di fronte Ilona Staller. Che, tanto per gradire, chiede al pretore: “Ma tu fai l’amore, Cicciolino?”. E quello: “Non la guardo con severità ma con disgusto”. Poi arriva Dacia Maraini che gli domanda: “Cosa c’è, signor giudice, dietro questo suo furore punitivo?”. E lui: “Niente, non sono mica un sessuofobo. Sono un uomo di mondo: una volta sono stato anche alle ‘Folies Bergère’…”. Segue »

  

“Io vedo Cts”, la ricchezza della tv povera

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

Il magico accordo suonò 39 anni fa, alle 19,30 del 10 ottobre 1978. A Palermo andò in onda la prima puntata di “Io vedo Cts” e la musica cambiò. Il programma segnava il trionfo del cazzeggio come intrattenimento anche nelle tv private – i grandi riferimenti nazionali erano stati “Alto Gradimento” per la radio e “L’altra Domenica” per la televisione – e soprattutto consacrava al successo di massa due eroi qualunque: Ferruccio Barbera e Marcello Mordino. Oggi, a tirare le somme di quel che è stato e di ciò che ci manca, viene da dire che la povertà di quel tipo di televisione innescava la condivisione di un divertimento basato su codici semplici, eterni come una barzelletta e contagiosi come la simpatia dei protagonisti. Ferruccio e Marcello non stupivano con effetti speciali, ma col loro essere ordinariamente speciali. Come racconta Lucio Luca nel suo “Prove tecniche di trasmissione” (Pietro Vittorietti editore) “fu Beppe D’Amico, il proprietario di Cts, a tirarsi fuori dal cilindro la strana coppia. Ferruccio era andato a trovarlo negli studi di via Matteo Dominici, a San Lorenzo, per proporgli un remake del programma che aveva condotto a Radio Cinema. Faceva dei numeri telefonici a caso e se la gente rispondeva dicendo “Ciao, sto ascoltando Radio Cinema”, vinceva un premio. Siccome il più delle volte, dopo aver chiamato, si beccava dall’altra parte parolacce e imprecazioni, ne veniva fuori una trasmissione surreale che gli ascoltatori avevano mostrato di gradire”. Quel giorno a Cts c’era per caso pure Marcello Mordino che si avvicinò a Ferruccio per salutarlo: bastò la scena dei due accanto, uno alto quasi due metri e l’altro tarchiatello, a convincere D’Amico a scommettere su quella coppia. E a vincere.
Il programma era il trionfo dell’improvvisazione e, come disse Prezzolini, l’improvvisazione è la legge della storia: effettivamente la storia della televisione a Palermo, quei due la fecero. Ogni pomeriggio per quattro anni, dalle 19,30 alle 20, l’allegra brigata di “Io vedo Cts” fece razzia di spettatori, annientando in città gli ascolti del Tg2 della sera. Si raccontava con garbo il fascino della parolaccia, si celebrava la Palermo musicale che si vedeva il pomeriggio in via Messina da “Ellepi”, il negozio di dischi di Alba D’Accardi. E si rideva, si rideva sempre sino all’ultimo frame della sigla, che era spettacolo anch’essa.
La vera ricchezza dell’arte povera.

  

“Caccia alle brevi!”

L’articolo pubblicato oggi su La Repubblica Palermo.

Una volta si diceva che la lettura del giornale al mattino è la preghiera dell’uomo moderno. Oggi sappiamo che il rito e addirittura la religione sono cambiati. I giornali, sino a qualche decennio fa, erano luoghi molto diversi da come sono adesso. Erano culle di notizie, palestre di sopravvivenza, scuole in cui consumavano grandi successi sociali ma anche molte ingiustizie. Erano cucine di fatti che venivano serviti a volte crudi, altre volte adeguatamente lavorati e conditi. Un esempio di cuoco ideale per capire cosa erano le redazioni trent’anni fa è stato Armando Vaccarella, storico caporedattore del Giornale di Sicilia. Armando aveva il cinismo tagliente di chi sapeva bene che nel giornalismo di quegli anni non si galleggiava: o si nuotava o si annegava. Era il primo motore immobile di un sistema produttivo che era al contempo stile di vita, insalata di dovere e cazzeggio. Imprevedibile come la vita vera che, allora, imponeva di leggere nell’aggettivo “virtuale” la definizione prevalente di “non reale” e nulla di ammaliante. Armando fu tutto e il suo apparente contrario. Fu la penna al servizio della direzione per i triti editoriali sul traffico – che ispirarono Vincenzo Cerami per la celebre scena di Johnny Stecchino – ma fu anche il primo a raccogliere lo sfogo di Libero Grassi. Il suo grido di battaglia era “Caccia alle brevi!” perché a quei tempi i giornali dovevano stipare quante più notizie possibili: e per un prodotto solido la quantità era importante. Regalò pomeriggi indimenticabili quando, per riuscire a parlare con Sergio Mattarella che si negava al telefono, finse di essere la segretaria di un ministro e, stabilito il contatto col politico riottoso, lo salutò con un “Sergio, Armanduccio tuo sono: ti ho fregato…”.
Una volta – siamo nell’epica – voleva sfuggire a Raffaele Bonanni che stava arrivando a tradimento in redazione e stimò opportuno sdraiarsi per terra dietro la scrivania mentre tutti noi, pietrificati da una risata che non poteva scappare, osservavamo il sindacalista vagare inutilmente per lo stanzone. Era un gran cuoco di notizie perché conosceva il valore del tempo, e il tempo è fondamentale nella cucina di una redazione: senza non si controlla, non si vaglia, non si spiega. I giornali di quell’epoca erano luoghi in cui la fretta era ammessa solo al momento di consegnare il lavoro alla tipografia, alla fine della giornata. Un’insalata di dovere e cazzeggio. Come la vita vera.

  

Il porno social prima dei social

L’articolo pubblicato ieri su La Repubblica Palermo.

Il porno non è sempre stato com’è adesso. Non è sempre stato facile reperirlo e soprattutto non è sempre stato un affare intimo. Prima di internet, intorno alla metà degli anni Ottanta, ha avuto a Palermo un vero riverbero sociale. Erano gli anni in cui il porno italiano, quello di Riccardo Schicchi, trasformava i cinema in teatri a luci rosse, con spettacoli-bolgia dove per entrare si faceva la coda come allo stadio o in discoteca. In quegli anni sbarcò a Palermo la diva di quel genere, Moana Pozzi, e al giornale si decise che avrei dovuto occuparmene io. L’invitammo per l’edizione mattutina del tg. Quando arrivò, la redazione era stracolma di fan insospettabili: giornalisti che avrebbero dovuto essere in settimana corta, poligrafici, amministrativi e persino un centralinista che teneva sottobraccio un mazzo di riviste porno. Quando gli chiesi ridendo se gli servissero per un ripasso, lui rispose serio: no, le voglio autografate.
Era cambiato tutto.

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