Non so voi, ma a me i pesci d’aprile mi annoiano a morte. Ogni anno di più. La sorpresa annunciata – il pesce d’aprile lo è – è come la barzelletta che non fa ridere.
La soluzione o meglio l’alternativa si chiama scherzo e va bene in tutti i periodi dell’anno, fuorché il primo aprile.
Ieri mattina ascoltavo Rtl quando i due conduttori del programma hanno annunciato un collegamento telefonico con la dottoressa Rosaria Barresi, una dirigente della Regione siciliana che doveva parlare dei problemi delle arance di Ribera. Da siciliano (e da divoratore di arance di Ribera) ho alzato il volume della radio.
Non lo avessi mai fatto.
La dottoressa Rosaria Barresi ha parlato con toni e modi scostanti e non è riuscita a far capire nulla agli ascoltatori. I due intervistatori inutilmente le chiedevano “che vuol dire?” oppure “cioè?”. Lei col suo burocratichese scocciato diluiva parole svogliate, come se l’avessero disturbata mentre si faceva la messa in piega dal parrucchiere.
Il governatore Raffaele Lombardo – lui o uno dei suoi numerosi consulenti – dovrebbero stare attenti a come i dirigenti si porgono in pubblico. Io da siciliano credevo di essermi solo innervosito un po’ nell’ascoltare la performance radiofonica della dottoressa Barresi. In realtà c’era anche un senso di vergogna nel sentirsi mal rappresentato da una che non solo si spiega male, ma non ha nessuna voglia di spiegarsi meglio.
A Palermo dopo la tempesta epocale delle primarie, il centrosinistra ha un suo candidato ufficiale (almeno per il momento). Si chiama Fabrizio Ferrandelli e dietro la sua candidatura ci sono almeno un’inchiesta giudiziaria, veleni e cambi di bandiera. Insomma, potrebbe essere il candidato ideale del centrodestra.
Nel mondo tutto si trasforma. In politica tutto diviene. A Palermo tutto precipita.
Che in politica ci voglia una certa faccia tosta non è un mistero, e nemmeno un dramma. Dal momento che non esistono uomini per tutte le stagioni, il saper confezionare idee (anche in modo estremo) a uso e consumo dell’elettorato è per un politico una specie di patto col diavolo.
Ma il limite non può non esserci, altrimenti anche il patto più indecente e l’impegno più pericoloso – tipo ritratto di Dorian Gray – si stemperano nel crepuscolo del ridicolo.
E’ quel che accade in questi giorni al segretario del Pdl Angelino Alfano che, vittima di una grave crisi di amnesia o di qualcos’altro che non voglio nemmeno immaginare, ha derubricato la riforma giustizia a problemuccio sollevato dal centrosinistra.
Non so chi sia la mente strategica dei discorsi di Alfano – una ci sarà di certo, in politica nulla si crea e poco si autodistrugge – però siamo di fronte a un campione mondiale di faccia tosta.
Oggi Alfano dice che c’è ben altro a cui pensare che non la giustizia (e la Rai). “Parliamo di banche e di lavoro”, tuona da un tg compiacente.
Ma come, chiederebbe un italiano qualunque, voi che per vent’anni non avete fatto altro che occuparvi di lodi e scorciatoie penali, di plasmare la giustizia sulle esigenze del capo supremo, ora improvvisamente ostentate una verginità? E sempre l’italiano qualunque, se solo avesse voce, domanderebbe senza malignità: lei, Alfano, che ministero occupava sino a qualche mese fa?
Prendiamone coscienza: più di quelli dalla faccia tosta, sono i senza vergogna ad avvelenare il futuro di questo Paese.
Mi levo le mutande perchè c’è un discorso politico da portare avanti.
Sara Tommasi a Libero (come dire Maometto e la montagna).
Sarebbe rassicurante immaginare, dietro similidichiarazioni, un’intelligenza strategica, un guru della comunicazione che ci prende in giro, tutti quanti.
Invece Sara Tommasi fa tutto da sola. E’ un’enciclopedia vivente della stupidità, non sua ma del sistema che le dà ogni giorno nuova aria per i denti.
Il fake del segretario del Pdl Angelino Alfano mi ha fregato. Ci avevo creduto e, peggio ancora, gioivo per quello che, secondo me, sarebbe stato l’hashtag del secolo: #hounpartitodaportareavanti. Peccato.
La rottura drastica tra Pdl e Lega è una di quelle notizie che non andrebbero soltanto diffuse, ma declamate.
Una cosa tipo: “Udite udite, i partiti che per quasi vent’anni hanno fatto finta di essere alleati, i cui leader hanno diluito in cena, dopocena e aperitivo i rispettivi sentimenti di antipatia, i cardini di quella coalizione che ha reso possibile l’impossibile, che ha architettato leggi folli, che si è esibita in una polluzione di condoni, che ha inventato la giustizia pret-à-porter, gli attori di quella tragica messinscena che ha promesso all’Italia un sogno e che invece l’ha fatta precipitare nell’incubo, i personaggi che hanno condiviso rutti estivi e crostate invernali sfilando con canottiere o con bandane davanti ai flash dei fotografi e usando la volgarità come principale mezzo di comunicazione, ecco questi qua oggi hanno gettato la maschera. Sono sempre stati diversi, divisi e lontani, come Caino e Abele, le guardie e i ladri, Fede e Travaglio, Superman e Candy Candy. Sveglia! Stavano tutti insieme per becera strategia. Peggio di un matrimonio di convenienza quando lui, giovane e aitante, prende per moglie una decrepita petroliera texana”.
Solo che in questo caso i parenti della sposa sono sessanta milioni.
Tutti incazzati.
Diciamolo, il Pd di quest’Isola è amministrato da un Cammarata senza yacht, senza intrallazzi e senza Martini. Quindi ulteriormente depotenziato (almeno, credetemi, per quel che riguarda il prodigioso effetto di un buon cocktail). (…)
Il vero problema non sono le primarie, ma un quesito primario: chi c’è alla guida di un partito che ha scelto come testa di ariete una rispettabile signora che politicamente ha inanellato una sconfitta dietro l’altra? Chi governa un corpo politico che con la mano destra appoggia un presidente della regione di schieramento avverso e con la mano sinistra fa finta di accarezzare un rottamatore che per sopravvivere deve sputtanare non già i suoi avversari istituzionali, ma i suoi stessi compagni di partito?
Questo scrissi meno di tre settimane fa qui. E, badate bene, questa non è un’autocitazione, bensì un modo come un altro per dire che chiunque (persino io) poteva prevedere il disastro delle primarie di Palermo: perché per il Pd di disastro si tratta.
Esistono due tipi di dinformazione: quella militante, alla Minzolini, e quella per partito preso, travestita da dissenso. Di quest’ultima è maestro Giuliano Ferrara.
Ieri sera il giornalista anti-verità ha riassunto le vicende della Val di Susa pressapoco così: i No Tav sono, nel migliore dei casi, personaggi che si oppongono al progresso, a una migliore circolazione delle merci, e che godono solo ad avere l’ovetto a chilometro zero.
Qualunque persona di buon senso, anche senza sapere nulla delle ragioni contrapposte che stanno alla base dello scontro sul Tav, diffiderebbe di una rappresentazione così semplicistica della vicenda. Ma questo non interessa a Giuliano Ferrara. La sua missione disinformativa non prevede l’esistenza di teste pensanti, al di fuori del suo studiolo. Lui non parla, pontifica. Non vuole telespettatori o lettori, ma fedeli.
Solo che le vie della fede, come quelle del Signore, sono infinite. Quelle del Tav passano attraverso valli e montagne che non vogliono essere sfregiate.
Quando un giornale fa un sondaggio del genere persino lo stracotto Celentano risulta insipido. Eppure non c’è nessun appello da fare contro quelli di Libero. Semmai c’è da affidarsi alla buona creanza dei suoi lettori. Che possono decidere se spegnere o meno una voce così volgare.
Non mi piace questa colpevolizzazione della ricchezza che in Italia tende a confondere il ricco con il disonesto e l’ho scritto. Tuttavia sono rimasto di sasso quando ho appreso che il capo della Polizia Antonio Manganelli guadagna 621.253,75 euro all’anno. Cioè più di 1.700 euro al giorno.
Ora, se in questo paese i poliziotti guadagnassero cifre calibrate sui rischi che il loro mestiere impone, nulla ci sarebbe da dire (anche se somme di questo genere per funzionari pubblici suonano un po’ stonate coi tempi che corrono). Però se un agente prende poco più di 1.300 euro al mese, cioè guadagna in trenta giorni molto meno di quanto il suo capo percepisce in 24 ore, allora qualcosa non va.
Anche qui di certo dobbiamo stare attenti a non confondere il ricco col disonesto, ma contemporaneamente dobbiamo sforzarci di evitare di identificare il povero col fesso.
Sembra che sia stato violato l’archivio di Youporn. Qui c’è un imbarazzante elenco di nickname e password che rimanda agli sfegatati utenti del sito. Chissà, forse c’è il vostro vicino di casa…