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Valtur, in morte di un villaggio

Sono stato testimone della fine di un’epoca: la chiusura dei villaggi Valtur. In particolare ho assistito al canto del cigno del villaggio di Pila, nei pressi di Aosta, simbolo triste di un brand storico del turismo italiano.
In passato il Valtur era sinonimo di divertimento, di cazzeggio giovane/giovanile, di sicura abbondanza e almeno sufficiente qualità. Oggi, per quanto ho osservato in quest’ultima settimana, è qualcosa di molto vicino a una grottesca sagra di paese, alla celebrazione di un rito démodé come quello del calvo che ogni mattina inganna lo specchio e se stesso incollandosi sul cranio un sottile riporto.
Il cuore di questa processione di anime più rassegnate che inquiete, – cioè i clienti attirati dalla carta moschicida della convenienza e del finto comfort – è la grande sala da pranzo. Qui la transumanza di adulti, bambini e adulti travestiti da bambini (la categoria più allarmante) crea pericolosi ingorghi negli snodi cruciali di quella che potrebbe essere derubricata a mediocre mensa aziendale: l’angolo dei primi (quasi sempre dominato da pasta scotta e macchiata di un indizio di rosso pomodoro), il settore secondi (un girone dantesco in cui si affetta qualcosa che è morto da almeno un decennio) e la zona delle patatine fritte (l’unica cosa commestibile, a parte l’olio che potrete digerire in comode rate).
Poi c’è un corollario di esperienze possibili, finestre sull’ultramondo di un’offerta scadente a prescindere dai prezzi. La chiave elettronica che si smagnetizza ogni due giorni, quasi un avvertimento del Supremo poiché, come si dice, non c’è nulla di più bello di una chiave, finché non si sa che cosa apre. La ski-room (a pagamento) che esaurisce tutti i posti disponibili e ti costringe a uscire dalla tua stanza bardato come Fantozzi a Cortina prima di finire nel pentolone di polenta. Il wi-fi che assolve alla perfezione il suo ruolo perverso, quello di paralizzarti il cellulare. Il frigobar inesorabilmente vuoto. Le stanze rifatte a giorni alterni. E, degna coreografia del canto del cigno, il bar che non ha più cosa vendere (le birre sono andate esaurite e mai più ricomprate al secondo giorno) dato che siamo all’ultima settimana di vita del villaggio.
Infine l’animazione, quello che un tempo fu l’orgoglio della Valtur. Qui la sagra entra nel vivo: musica, battute, sketches sono rimasti al giurassico del “su le mani”. Pensate: c’è ancora la “canzone del villaggio” con questi poveri ragazzi, pagati una miseria, a fingersi felici e a ondeggiare con le braccia in alto per mimare una gioia che in fondo è solo anelito alla sopravvivenza. O forse, visto il frangente, alla liberazione.
Così Valtur si spegne davanti ai miei occhi cinici, lasciando in mezzo alla strada centinaia di lavoratori incolpevoli. Schiacciato da una crisi aziendale che cozza con l’andamento positivo del turismo nel nostro Paese, il gigante del divertimento chiude con la sofferenza della famosa lumaca di Pirandello che “gettata nel fuoco, sfrigola, sembra ridere e invece muore”.

P.S.
Questo post è stato scritto senza (l’intento di) strapazzare nessuno dei ragazzi che hanno lavorato al Valtur di Pila e di altrove. A loro il mio augurio di trovare nuovi stimoli in strutture più moderne ed efficienti.

  

Sgoccioli di pazienza

Due categorie di persone, diverse ma in qualche modo complementari.

1) I genitori di bambini piccoli che vivono il mondo che li circonda come se tutti avessero la loro pazienza. A differenza di tutti gli altri genitori, questi fascisti della procreazione ritengono che il pianeta debba sopportare le loro pene con la stessa soddisfazione con cui loro: si fanno calpestare dai pargoli in ogni momento della giornata; pranzano/cenano in un caos di bambini urlanti che si inseguono; vivono di conversazioni interrotte (a volte mai nate) perché il bimbo ha da dire su tutto e tutti devono inchinarsi dinanzi al suo verbo; ridono quando ci sarebbe da piangere; piangono quando qualcuno glielo fa notare; chiudono ogni conversazione con la frase “tu che ne sai? Tu non puoi capire” solo perché loro si sono riprodotti e tu sei stato più cauto. Sono quelli che in pizzeria, quando il loro figlioletto sfrecciando tra i tavoli con un iPad che non ha campo urta il tuo tavolo e ti rovescia la birra addosso, ti guardano male perché il bambino – poveretto! – che colpa ha se tu, invece di mangiarti un cazzo di pizza, non sei rimasto a casa a rimbambirti di birra e tv lontano dalle gioie della paternità/maternità (e dai miei coglioni rotanti, aggiungo io)?

2) I padroni di cani che vivono il mondo che li circonda come se tutti avessero la loro stessa visione del mondo senza i cani che li circondano. A differenza di tutti gli altri padroni di cani, questi fascisti dell’animalismo abbaiante ritengono che il pianeta debba gioire perché: loro credono in un unico comandamento “più conosco gli uomini, più amo gli animali”, che in linea di massima è un buon principio fino a quando gli uomini non sono costretti, per assioma, ad amare gli animali più dei loro simili; scorrazzano sulla spiaggia ritenendo opportuno che il loro cane scacazzi con impunità; organizzano adunate in cui il guinzaglio è un optional (e se uno di quei “migliori amici dell’uomo” decide di scendere di un grado nella scala dell’affinità e punta ai vostri polpacci, fa proseliti che manco Grillo con la washball e le sue cazzate sui tumori…) ; la libertà è un cane felice di cui gli umani sono raramente degni.

Ora, sia per i genitori accecati da un affetto invadente che sarà solo loro quindi quantomeno deleterio per il pargolo, sia per i padroni di cani che guardano il guinzaglio come uno strumento di costrizione o peggio di tortura, vale l’antico insegnamento di Plauto sulla prudenza: “Guarda il topo, che animale sagace. Non affida mai la sua vita a un solo buco”.
Fidatevi, il mondo non ha la vostra stessa pazienza selettiva. Esistono genitori e appassionati di cani che potrebbero mettere in allarme persino il più distratto dei profiler.
Una cazziata in più al bimbo rompicoglioni e una cacca in strada in meno del vostro amato cagnolino faranno più bene a voi che a noi, umani senza figli e senza quadrupede da ostentare.
Alla fine viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma ognuno ha il suo guinzaglio.

  

Vomito ergo sum

La professoressa invasata che aveva urlato ai poliziotti “dovete morire”, nonostante sia indagata e sia stata sospesa dall’insegnamento, torna in piazza nel presidio contro la manifestazione di Forza Nuova a Torino. Ufficialmente la sua è una missione contro i fascisti, anche se non si capisce perché se la prenda coi poliziotti che non difendono i fascisti, ma la legge. Ufficiosamente s’intuisce molto di più. La signora ha scelto la formula più attuale per uscire da un anonimato che, evidentemente, le va stretto. Poteva andare dalla De Filippi, ma in mancanza di un talento specifico ha scelto di esibirsi sull’asfalto: urlare pur di galleggiare, provocare per dimostrare la propria esistenza in vita, offendere per far finta di difendere.
C’è un’infinita lista di antifascisti, veri e silenziosi, che hanno pagato con la vita o con la mortificazione sociale, senza che le loro gesta siano mai state grottesche o triste oggetto di derisione. La ribellione, anzi la “ribellione” della professoressa Lavinia Flavia Cassaro è di un sensazionalismo talmente irritante da risultare indigesto persino ai nudi e puri della contestazione. Lei ce la sta mettendo tutta per diventare un simbolo, probabilmente perché al giorno d’oggi la scorciatoia per ottenere qualcosa di immeritato è inventarsi uno strapuntino di follia anti-creativa, cioè l’opposto della contestazione vera e il parente stretto della cretinocrazia. Dati i risultati mediocri come professionisti, ci si reinventa sabbia negli ingranaggi del sistema: e guai a dire che dicendo e facendo cazzate non si fa l’Italia e manco la sua caricatura. La professoressa che cerca disperatamente un ruolo da protagonista senza che nessuno abbia mai scritto la storia in cui esibirsi, darà soddisfazioni al suo pubblico: conquistata la scena, sogna il peggio per lei – un licenziamento, una condanna – perché quando gli orizzonti sono ristretti, anche una posa sguaiata dà le sue emozioni. In mancanza di altro.
Vomito ergo sum.

  

Squadretta antimafia

L’articolo di oggi su Repubblica Palermo.

Il primo passo Gianfranco Miccichè l’ha fatto appena insediato Ars, nella sala di Palazzo dei normanni intitolata a Piersanti Mattarella: ha invitato gli imputati nel processo sulla trattativa Stato-mafia Mario Mori e Giuseppe De Donno, e li ha celebrati come eroi e testimoni di ingiustizia. Senza neanche darsi la pena di sfogliare il solito bignamino di post-garantismo, che dal sommo padre Berlusconi all’indomito alfiere Sgarbi punta all’assoluzione preventiva di amici e compagni di partito, Miccichè ha lanciato una nuova linea di lotta civile alla criminalità organizzata, l’antimafia prêt-à-porter. Basta col repertorio classico di Leoluca Orlando, lord di Grande inverno (un tempo era primavera, ma le stagioni cambiano) nel Game of Thrones di Sicilia, signore dell’antimafia di maglio e spada e unico detentore delle chiavi di un Valhalla nel quale riposano ex compagni d’armi come Pippo Russo e Carmine Mancuso (perché con le stagioni cambiano anche le fioriture di militanza). Oggi il sospetto si è scocciato di fare anticamera per la verità e, nell’Isola di un centrodestra che rinasce non dalle ceneri ma dalla cipria, ha scelto l’eremitaggio in qualche aula semideserta del Palazzo di giustizia dove si celebrano processi di cui tutti parlano e che pochissimi seguono. Segue »

  

Antimafia, dai professionisti ai dilettanti. E non solo

Non c’è pace sotto il cielo dell’antimafia. Dalle polemiche tra Leoluca Orlando e Giovanni Falcone sulle “prove nei cassetti” alle scudisciate di Leonardo Sciascia con un celebre articolo che molti citano e pochi hanno letto (approfittatene, fatelo ora) su cui ancora oggi il dibattito è aperto, dalla stagione del “Casellismo” con una magistratura militante a quella, tragicamente esilarante, del Berlusconismo, la lotta a Cosa nostra negli ultimi quarant’anni ha spesso riservato colpi di scena legati più agli attori che alla sostanza.
Oggi siamo al paradosso più grottesco: sopravvissuti all’antimafia evanescente di Rosario Crocetta, uno che avrebbe fatto assessore persino il suo cavallo se mai ne avesse avuto uno, ci siamo ritrovati con l’anti-antimafia di Gianfranco Miccichè, uno che il suo cavallo non solo l’avrebbe fatto assessore ma gli avrebbe raddoppiato la biada a spese dei contribuenti of course. Miccichè, col silente Musumeci, l’unico governatore che invoca la trasparenza letterale nel senso che nessuno si è ancora accorto che esiste, è protagonista di una restaurazione senza precedenti. L’ultimo episodio è quello, noto, del docufilm proiettato all’Ars, nella sala intitolata a Piersanti Mattarella mica a Tina Pica (senza nulla togliere al cinema del dopoguerra), in cui si celebrano il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, entrambi ancora imputati nel processo per la trattativa Stato-mafia, quindi persone sulle quali pende ancora un giudizio della giustizia italiana. Tralasciando il solito Sgarbi, a proposito del quale ogni parola che non riguarda l’arte è un sasso in uno stagno per giunta asciutto, la cosa che salta agli occhi non è tanto la nota protervia di Miccichè, quanto l’annichilimento del centrodestra senziente. Nella galassia di partiti e partitucoli che sorreggono il trasparente Musumeci e il ponderoso Miccichè non c’è voce, almeno udibile, di dissenso e di buona creanza. È mai possibile che in tutto il centrodestra non ci sia un briciolo di ragione per capire che sull’altare dei compromessi politici non si può sacrificare quel che resta del buon senso collettivo? È mai possibile che uno come Miccichè, che vive economicamente grazie alla politica, debba sedersi sulla poltrona meno adatta a chi ha allergia per le uguaglianze quindi all’essenza della politica stessa? È mai possibile che Musumeci possa fare rimpiangere Crocetta, il governatore più inconcludente da quando l’antimafia è passata dalle mani dei professionisti a quelle dei dilettanti?

  

Fake news a 5 stelle

Il legame tra Movimento 5 Stelle e fake news è sempre più netto. Laddove c’erano dubbi e distinguo, ora s’intravede qualche cattiva certezza. La spina nel fianco dei grillini fabbricatori di bufale è sempre Buzzfeed. Come ricorderete – ne ho scritto qui e sul Foglio – già lo scorso anno il sito americano aveva bollato il movimento grillino come “leader nel diffondere notizie false” grazie all’utilizzo spregiudicato di siti della galassia di Casaleggio e Associati come La Fucina, La Cosa e Tze Tze. Nella sua replica sconclusionata, Beppe Grillo aveva negato che questi siti fossero riconducibili al Movimento 5 Stelle, circostanza smentita su vari fronti. Nel loro “Supernova”, un atto d’accusa preciso e feroce al sistema grillino, Nicola Biondo, ex capo dell’ufficio comunicazione del Movimento 5 Stelle alla Camera, e Marco Canestrari, ex informatico presso la Casaleggio Associati, parlano diffusamente di come l’aggregatore Tze Tze riprendeva notizie sensazionalistiche usate per fare click baiting, di come per lungo tempo sulla barra destra del blog di Grillo ci sia stata una colonna di articoli da Tze Tze e dei video della Cosa, di come dai profili social di Grillo siano stati spesso ripresi i contenuti de La Fucina. “Tutti prodotti editoriali della Casaleggio Associati – scrivono Biondo e Canestrari – che generano introiti attraverso le pubblicità. Tutti prodotti editoriali che diffondono, tra le altre cose, fake news”. La replica di Grillo non solo è carta straccia, ma contiene un elemento che per ironia della sorte gli si ritorcerà contro un anno dopo. Dice Grillo, nel tentativo di smontare le accuse americane: invece di scrivere fesserie pensate a fare un articolo sulla libertà di stampa bla bla bla… e cita come sempre a sproposito la famosa classifica di Reporter senza Frontiere. Ma l’anno seguente Reporter senza Frontiere chi indica come pericolo per la libertà di stampa in Italia?
Il Movimento 5 Stelle.
That’s incredible!
Andando ai giorni nostri sempre Buzzfeed ha scoperto che dietro la pagina Facebook #Virus5Stelle che ha diffuso l’ignobile fake news sulla Boldrini e la Boschi ai funerali di Riina c’è un tale Adriano Valente. Un signor nessuno, direte voi. Un signor nessuno che gestisce anche pagine tipo: Politici mafiosi, Beppe Grillo for President, M5S News e Governo M5S 2017. Un signor nessuno che soprattutto viene taggato in un post dal candidato premier Luigi Di Maio. E non viene taggato a casaccio, dato che è inserito in una pattuglia di 39 nomi scelti su oltre un milione di persone che seguono la pagina.
Se tenete conto che pure nel profilo di Mario De Luise, il primo scoperto a diffondere la famosa foto falsa, si inneggiava al M5S, siamo in prossimità di una convergenza del molteplice. Quindi o c’è un complotto di finti seguaci del Movimento che s’immolano come kamikaze nelle contrade della post verità per far strage di credibilità proprio dentro il santuario del grillismo, oppure siamo davanti alla più grande e pericolosa macchina di disinformazione della moderna storia d’Italia.

  

Gli untori del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Questa è una storia di guasti moderni e di tecnologie avanzate che in sé ha poco o nulla di nuovo e di avanzato. Una storia di untori del web che agiscono con metodi medioevali, forti di un concetto tolemaico di democrazia e della sua verità decotta (o appena impastata) al centro di un universo che, pensate un po’, dovrebbe brillare di luce riflessa.
È una storia che inizia nel 1992 quando si diffonde per la prima volta il termine post-verità (dall’inglese post-truth) per stigmatizzare l’informazione distorta sulla Guerra del Golfo. Ventiquattro anni dopo, quando il web ne avrà ridisegnato i connotati, l’Oxford Dictionary lo eleggerà parola dell’anno. E l’Accademia della Crusca parlerà di una dimensione “oltre la verità”: “Oltre è il significato che qui sembra assumere il prefisso ‘post’ (invece del consueto ‘dopo’), si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza”. Segue »

  

Una storia da manuale

La storia è da manuale. Come probabilmente sapete un “esperto tecnoinformatico, consulente in comunicazione, operatore audiovideo, scrittore, event planner” che si chiama Davide Guida è stato condannato in via definitiva per diffamazione dopo avermi ucciso sul web nel 2011. La sentenza è chiara e in qualche modo rappresenta una pietra miliare dato che parliamo di fake news ante litteram. Quello che apparentemente manca è il movente.
Però quello ve lo ricostruisco io con ragionevole approssimazione.
Esiste un collegamento (di IP) tra il sabotaggio della mia voce su Wikipedia e le provocazioni che si erano accese proprio il giorno prima su questo blog in questo preciso post in cui si parlava della propensione politica del centrodestra campano per le belle ragazze. Nello specifico si faceva il nome di una signorina che lega il post in questione a Guida. Questa ragazza – che ovviamente non ha alcuna colpa – viene indicata nel mio post (con foto) in un contesto ironico sulla situazione politica campana nel 2010. E la stessa signorina è una sorta di ossessione per Guida che, nel corso degli anni, le dedica su Facebook centinaia di post di ammirazione. Addirittura, due giorni dopo essere stato interrogato dalla polizia mette online una foto che lo ritrae insieme a lei come profilo del suo account Facebook.
Insomma in mancanza di altri possibili moventi, questo è quello più grottescamente probabile: una sorta di vendetta, un sabotaggio per d’onore. O chissà.
Resta un’ultima considerazione: un “esperto tecnicoinformatico” che si fa scoprire senza troppa fatica tramite il suo IP non è proprio garanzia di inossidabile professionalità. Ma ognuno è libero di scegliersi l’esperto che vuole.
Ve lo dicevo che questa è una storia da manuale. Di istruzioni.

  

L’attimo morente

Il “poliedrico riccionese noto sul territorio internazionale come studioso di Arte Liberty e artista alla 54° Biennale di Venezia” – la definizione è sua – che vedendo un ragazzo agonizzare dopo un incidente stradale anziché aiutarlo, chiamare i soccorsi, pregare, fuggire (purtroppo è previsto), ha messo su una diretta Facebook ci dice di questi nostri tempi molto di più di uno studio sociologico o di un editoriale di Selvaggia Lucarelli.
Oggi è facile seppellire questo signore di minacce, ingiurie e maledizioni perché l’esercizio della morale a posteriori è come quello della pedalata in discesa: chi non ha la struttura va in playback.
Ma nemmeno è urgente il bisogno di difenderlo, questo stupido prodotto del colon retto dei social.
In realtà quello che dovrebbe darci uno stimolo di dibattito, non soltanto a me che questi avvenimenti comunque li osservo per mestiere, deriva dalla rarefazione degli attimi cruciali dopo quel tragico incidente.
Il poliedrico assiste al dramma.
Resta sconvolto.
Prende il cellulare.
E qui imbocca la strada sbagliata nel bivio spazio-temporale che divide l’istinto tramandato (quello che tutto conosciamo come semplice “istinto”) e quello acquisito (un ibrido di bieca consuetudine e pigrizia mentale). Sceglie la consuetudine, che come tutti sanno è strettamente personale al contrario di un istinto puro diffuso e di specie.
Prende il cellulare e non telefona al 112, al 113, al 118, all’amico che ha quella stessa moto, alla mamma, alla fidanzata che magari lo ha appena lasciato. No. Accende una diretta Facebook e filma tutto a distanza con una codardia tecnologica che rischia di essere la cifra di una fetta di generazione.
A che cazzo serve la cibernetica (la chiamavamo così decenni fa) se non ci migliora la vita e anzi ce la rende detestabile?
Su questo dovremo interrogarci. Sull’istinto acquisito che ci spinge ad atti innaturali come la diretta Facebook della morte di un ragazzino. Pensate un po’: persino la fuga sarebbe un atto più umano.

  

Ombelico fuori dal mondo

C’è un posto bellissimo a Mondello. È un bar in cui si può stare tutto l’anno in riva al mare, coi piedi nella sabbia. Ed è un posto meraviglioso nonostante chi lo gestisce.
Si arriva e si aspetta il miraggio: un cameriere che si materializzi entro il calar del sole (anche se arrivate a mezzogiorno, eh!). Quando il miraggio si concretizza, solitamente ha il volto svogliato di una ragazza che incolpevolmente fa un mestiere che non vorrebbe mai fare (capisco che il cameriere non è nella top ten delle professioni del futuro, ma se proprio non ti va non te la prendere con l’unico che non ha colpa).

Tre caffè, per favore.
Ok.
Si possono avere dei biscottini?
No.
Non li avete?
Sì, ma servono per quelli che ordinano la cioccolata calda.
(La cioccolata calda in ottobre a Mondello notoriamente tira come il vin brulè a Ferragosto)
E se uno non ordina la cioccolata calda?

Si possono comprare?
No.
Cioè questi benedetti biscotti non ce li date neanche se li paghiamo?
No.
Perché?
Perché non è possibile.

Qui si apre il bivio cruciale tra la lungimiranza del gestore, che certo qualche indicazione deve aver impartito (mai biscotti senza cioccolata calda altrimenti andiamo giù di budget semestrale), e vividezza mentale della giovane cameriera. Cioè viene consegnato ai posteri il seguente dilemma: è più saggio chi ha deciso la cruciale corsia preferenziale dei biscotti o chi ha sposato – per menefreghismo, per quieto vivere o semplice abulia – una tesi rivoluzionaria come quella del biscotto che mai e poi mai, costi quel che costi, andrebbe col caffè?
Nell’attesa che il fato, o Trip Advisor, o un cliente che finalmente si incazza si pronunci, val bene specificare che questo bar a parte lo scenario meraviglioso, la sabbia, il mare a pochi metri, Monte Pellegrino sullo sfondo, ha una caratteristica indimenticabile: la velocità con la quale vi si presenta il conto. Roba da campionato mondiale. Il cameriere che avete inseguito, invocato, persino sognato, nel momento cruciale – cioè quando vi presenta il caffè (ma non un biscotto neanche a minacciare di sgozzarlo con la stella dei Bel Bon) – è armato di scontrino e indomito coraggio. Se non pagate subito, ma proprio subito subito!, lui/lei non si schioda da lì e vi guarda con tutta la fiera certezza che aveva quando ha tirato in ballo quel cazzo di cioccolata calda.

Perché?
Perché non è possibile.

Questo posto meraviglioso a Mondello è l’esempio di come si spreca una grande occasione. Se non fosse gestito così male io ci andrei ogni sera a fare l’aperitivo, in ogni stagione. Arriverei, mi toglierei le scarpe, affonderei i piedi nella sabbia (d’inverno è bellissimo), guarderei il mio mare, sognerei le mie arrampicate sulla montagna che arricchisce la vista, berrei la mia birra pagata in anticipo, poi me ne farei un’altra promettendo di pagare entro mezz’ora magari dopo aver depositato le chiavi della moto alla cassa e mi impegnerei a non chiedere mai più i biscottini col caffè, a ora di pranzo.
Sarebbe il mio Ombelico del Mondo.
E invece è un Ombelico fuori dal Mondo.

 

  

Benigno un cazzo

Alla fine il vero atto di coraggiosa lungimiranza di Fabrizio Ferrandelli è stato quello di tenersi alla larga da Francesco Benigno, carnalissimo (quasi al sangue) attore folgorato sulla via della politica che le ha tentate tutte pur di ricavarsi uno strapuntino a Palazzo delle Aquile. Alla fine l’arrembaggio comunale dell’inusitato protagonista di “Mery per sempre” non è riuscito perché il destino cinico e baro ogni tanto si distrae e ci regala qualcosa che assomiglia a una forma di giustizia sociale, a un’auspicabile livella tra vivi (a dispetto del capolavoro di Totò).
Benigno – stretto inconsapevolmente in una sola vera ingiustizia, quella del suo cognome – nell’ordine, si è fatto scaricare da Ferrandelli, nei confronti del quale ha fatto dichiarazioni rubate ai suoi ruoli cinematografici, ha elemosinato per giorni un posto in una lista qualunque, e alla fine ha trovato quell’apparente sant’uomo di Ismaele La Vardera che, onorando il suo nome (Ismaele nel Corano è comunque esempio di rettitudine), lo ha accolto nel suo gregge felicemente allucinato e gli ha promesso la luce eterna. Solo che il carnalissimo Benigno ha confuso la luce della redenzione con quella dei riflettori. E quando, alla fine, si è accorto che manco i suoi lo avevano votato, perché i parenti saranno pure serpenti ma non sono mica fessi, si è incazzato e ha dato fondo alla sua visione illuminata (sempre dai riflettori o chissà da cosa) della vita: dal complotto globale che al confronto le scie chimiche sono schiuma da barba, al pacato dissenso nei confronti dei suoi non-elettori, “siete delle vergognose bestie”. Infine la ciliegina sulla torta: l’aggressione nei confronti del presunto martire La Vardera che, in ospedale, manco lo curtunìa nonostante il collare ortopedico e i lividi sulla pelle. Vabbè, la santità non è acqua minerale.
Che ne sarà dell’inusitato Benigno? Riuscirà a placare la sua sete desertica di politica? Sarà segnato da questa esperienza di spessore? Capirà finalmente che House of Cards non è un centro di scommesse sportive?
Nell’attesa di almeno una risposta, onore alla lungimiranza di Ferrandelli e sempre sia lodato La Vardera (Iene o non Iene).

  

Gli avvoltoi su Report (che sbaglia)

La sensazione è che non aspettavano altro. Tutti in fila ad attendere il passo falso di Report per ottenere due risultati in un sol colpo: mettere o rimettere le mani sulla Rai e soprattutto togliere di mezzo uno dei pochissimi programmi di inchiesta rimasti nel nostro Paese.
Il servizio sui vaccini era sbagliato, ok. Mancava di prospettiva, di aperture scientifiche: sarebbe bastato usare la testimonianza cruciale come spunto di approfondimento e dar voce alla Scienza con la esse maiuscola (ne abbiamo parlato diffusamente qui).
Ma epic fail a parte, restano i meriti storici di un programma difficile da realizzare e impossibile da cancellare. Report è il manuale di un giornalismo in estinzione, è la risposta argomentata ai bimbimikia di Facebook, è il totem contro il nauseabondo dilagare delle fake news. E un errore, seppur grave, non può oscurare la sua stella.
Il valzer della politica attorno al giornalismo è la parte più grottesca della vicenda. Movimenti che volevano abolire la Rai s’inventano paladini della televisione pubblica. Figuri più o meno loschi che sul complottismo (e su un certo negazionismo di maniera) hanno basato le loro fortune, cantano (e pure in modo stonato) vittoria. Partiti che predicavano un inconfessato perdonismo per i loro accoliti beccati con le mani nella marmellata si scoprono intransigenti sostenitori del castigo esemplare e della pena certa. Insomma un incrocio di cattive intenzioni e di infelici trasversalismi.
Ricordiamocelo: peggio di un’informazione sbagliata c’è solo una correzione sbagliata.

  

Un pugno nello stomaco

Con coraggio Il Post ha scelto di pubblicare le foto atroci del bombardamento chimico in Siria. Per un semplice motivo: nell’era della post-verità o di quella che potremmo chiamare veritezza, cioè un surrogato di verità che soddisfa solo le nostre aspettative, è fondamentale riprendere in mano il pallino della realtà. A Khan Sheikhun c’è stato davvero un attacco chimico. E ci sono state decine e decine di morti, molti dei quali bambini. Nonostante il governo siriano abbia negato ogni responsabilità, molti testimoni sul campo – di agenzie attendibili come Getty Images e Associated Press (tra le più importanti del mondo)  – dicono che l’attacco è stato compiuto dal governo del presidente Bashar al Assad o dalla Russia, suo alleato di ferro.
Questa foto è un pugno nello stomaco. E mi faccio quasi ribrezzo nel pubblicarla. Però può servire a ristabilire una verità.

Ne parlo anche qui. Ascolta il podcast.

 

  

Il giudice e il suo boia (che non sono io, ma il suo vizio)

Stamattina ho postato sul mio profilo Facebook la foto e il testo che vedete sopra. Si tratta di un’immagine presa dal profilo del giudice finito nell’inchiesta sul giro di cocaina a Palermo: per lui c’è stato, prima il trasferimento al settore Civile (come se si trattasse di un luogo di ricreazione) poi l’avvio di un procedimento disciplinare.
Le truppe cammellate degli amici del giudice sono andate alla carica, com’era prevedibile, del sottoscritto con argomenti risibili e anche un po’ sgangherati: diffamazione (ma di che?), sciacallaggio (per ottenere cosa? Un buono aperitivo?), benaltrismo (ci sono altre cose più importanti di cui occuparsi: il prezzo delle cartine?), mi faccio pubblicità (con una causa così ovvia?).
Ora, premesso che ontologicamente c’è sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi quando uno si occupa dell’amico tuo, c’è un tema ben più importante da affrontare, secondo me.
Ed è il tema che dovrebbe affrontare il CSM.
Questo signore, nei confronti del quale non ho nulla di personale, ma verso il quale – per il rispetto che ho della magistratura – devo mettere in campo tutta la mia intransigenza professionale, oltre ad aver tenuto un comportamento quantomeno incauto nella gestione dei suoi vizi (chiama “compare” il suo spacciatore, tira fuori il tesserino professionale quando gli agenti lo sorprendono e altre amenità), non mostra di avere piena contezza del suo importantissimo ruolo. E la foto postata pubblicamente sul suo profilo Facebook – chiunque la poteva vedere, non ho rubato nulla – mentre fuma con il cartello del divieto ben in vista alle sue spalle, è un elemento di valutazione. Lo è per colpa sua, perché è riuscito a rendere rilevante qualcosa che per chiunque altro sarebbe una fesseria.
A mio parere questa foto che lo mostra mentre fa una cosa sanzionata dalla legge è un tassello che purtroppo va inserito nella sua naturale collocazione quando si tratta di decidere se un professionista del suo livello ha un atteggiamento corretto o meno.
Non ci sono chiacchiere su temi così importanti. Non ci si affida al blabla dei social per stabilire dove sta il diritto. Il mio ruolo professionale è, è stato e sempre sarà, quello di segnalare. Senza pregiudizi.
Al magistrato dico: buona fortuna. Ai suoi amici: stategli vicino.

 

  

Pensiero debole, minchiata forte

C’è un insulso movimento di pensiero, che naturalmente sboccia sui social, secondo il quale un assassino – crudele e selvaggio come un assassino che dà fuoco a un essere umano – non ha diritto a un avvocato. Deve marcire in galera, deve essere bruciato a sua volta, occhio per occhio canino per canino.
I portatori (neanche tanto sani) di simili geni di incongruenza potrebbero limitarsi a dire: ok è vero, esiste la legge però a me la legge fa allergia quindi sono per il taglione. Invece ne fanno una campagna di opinione che, con le dovute cautele, ha la stessa plausibilità di un programma politico di Francesco Benigno.
Ma l’allergia verso la legge non può essere invocata solo quando c’è di mezzo il sentimento più a basso costo che esista, e cioè la vendetta. Perché chi di allergia ferisce…
Che ne direbbero questi geni del pensiero social se la stessa allergia colpisse anche il mondo che li circonda e non soltanto i loro alacri polpastrelli? In fondo un assassino, un truffatore, un rapinatore, un corruttore soffrono della stessa loro patologia. Anche loro si ribellano, a volte a muso duro, alle regole. Solo che loro almeno non dilagano su Facebook. Mica fessi, quelli.