Repertorio dei neo cretini

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Dobbiamo imparare a guardare le cose in modo nuovo. Non è come cambiare gli occhiali, quello significa guardare meglio. Non è più il tempo della messa a fuoco – dando per scontato che a tentoni non si va da nessuna parte – ma quello della ridefinizione. E per fare ciò dobbiamo partire dall’infinitamente piccolo per arrivare all’infinitamente grande. Perché, a guardare le cose in modo diverso, c’è un filo che collega un imbianchino di Favara al fenomeno della polarizzazione delle opinioni nel mondo moderno.

L’imbianchino Domenico Quaranta è un odiatore disordinato che ha scontato sedici anni per gli attentati della metropolitana di Milano e della Valle dei Templi fra il 2001 e il 2002, convertito all’Islam, seguace della filosofia Tik Tok, e autore a tempo perso del raid che ha deturpato la scorsa settimana la Scala dei Turchi. Tanto per dire, è uno che sui social prende in giro il magistrato che deve decidere sulla sua sorte.

Poi c’è l’infermiera delle false vaccinazioni all’hub della Fiera del Mediterraneo di Palermo, Anna Maria Lo Brano. Come prima ammissione dice di aver fatto tutto “per pura amicizia”. Cioè la sua finta vaccinazione, che espone la persona alla malattia, va intesa come segno di vicinanza. Poi però si pente – persino nelle menti più anguste ogni tanto filtra una lama di luce – e dice di non averlo fatto per amicizia, ma per soldi. Il che almeno la rende umana: disonesta, ma con un minimo di senso logico.

E siamo a un altro personaggio di questa narrazione. Il no vax palermitano Filippo Accetta che incarna le grossolane spericolatezze alle quali ci si deve sottoporre al giorno d’oggi per diventare leader di qualcosa o di qualcuno. Lui c’è riuscito inanellando una serie di successi di critica e di pubblico: è stato caporione degli ambulanti di Palermo, di alcuni ex detenuti che chiedevano un lavoro senza lavorare, delle anime di un’immortale destra estrema, ha condiviso alcuni rigurgiti di nuova democrazia della Lega di Salvini, ha elargito benedizioni e ammonimenti dal pulpito della sua pagina Facebook seguita da 44 mila persone, e naturalmente è partito lancia in resta per la lotta di resistenza contro i vaccini. Il suo slogan: la gente come noi non molla mai. Una sola paura ha ammesso, davanti ai magistrati, quella di subire la stessa punturina all’avambraccio che si fa persino ai bambini. Per questo il poveretto è stato costretto a pagare per avere il green pass senza il vaccino. La debolezza del duro.

Poi ci sono due carabinieri, purtroppo senza nome, che si presentano all’hub vaccinale del Centro La Torre mentre medici e infermieri sono allo stremo. Bloccano l’attività per protesta contro la pericolosità dei vaccini o forse lo strapotere della lobby dei farmaci o forse l’atto illiberale di una iniezione di Stato: insomma una di queste o tutte insieme, tanto sempre minestra rancida è.  Intervengono per disturbare la più importante operazione sociale e sanitaria che in questo momento si possa mettere in atto nel nostro Paese. E si piccano di avere il bandolo del discorso, di svolgere non un ruolo ma una missione. Sono in missione per conto di uno Stato che li paga proprio per evitare di essere disturbato da missioni non richieste, e per di più pericolose, come queste.

La galleria dei personaggi di questa storia potrebbe essere quasi infinita. Poiché il Covid è solo l’ultimo catalizzatore di molte reazioni insensate e grottesche: ricordate gli odiatori di Mattarella, Manlio Cassarà e Eliodora Elvira Zanrosso? Il primo appena lo beccarono biascicò a verbale di essersi confuso nell’aver scritto una frase orribile contro il Presidente; la seconda addirittura, che si professava nonna affettuosa, ammise di aver digitato quello schifo perché era su di giri per questioni politiche che afferivano a Grillo e ai 5 Stelle del 2018.

Guardiamoli così, questi minuscoli protagonisti di una cronaca che non li merita neanche, spogliamoli del loro peso simbolico. Cerchiamo di trovare il coraggio di decostruire anche le nostre più disperate certezze. Forse, lontani dall’idea di Eraclito che un solo essere umano può valerne almeno trentamila mentre la folla è zero, riusciamo finalmente a ridefinire. È così che certe storie insulse, che tali resterebbero se non interferissero con le vite delle persone perbene, conducono a un concetto grande e complesso come quello della scomparsa delle complessità. La polarizzazione delle opinioni attuata, con gravi colpe, dai social network ha cancellato le zone intermedie in cui anche chi non aveva i mezzi culturali ed emotivi poteva trovare rifugio. L’incertezza è stato per secoli un porto in cui approdare nell’attesa di scegliere, agire: nelle zone intermedie si pensava e non si digitava d’impulso, magari si trovava il coraggio per farsi una punturina, o semplicemente ci si imbatteva nella dignità di restare dritti anche quando si è storti.

E se i nuovi demolitori non fossero altro che cretini? Anzi neo cretini?

Siamo merde

Non so cosa ci sia dietro il buio della mente di quella donna che oggi, a Catania, si è denudata e ha cominciato a lanciare dal balcone pezzi della sua casa e probabilmente della sua vita.

So per storia personale cosa c’è, anzi cosa non c’è nel buio della mente che ogni tanto arriva con la pretesa di strappare dai problemi e invece strappa e basta. So che molto spesso c’è un’interferenza che toglie la connessione e fa sentire indipendenti da essa. Immagino che comunque in questo atto che sembra anarchico ci sia un’infinita dipendenza, una tremenda colpa altrui sottovalutata, nascosta.

Perché siamo noi i cortocircuiti altrui. Siamo gli errori che commettiamo e ai quali non diamo mai l’attenzione che serve, siamo i maestri del low profile codardo e pensiamo che da qualche parte, in qualche modo, ci sia sempre un rimedio, si trovi sempre una scusa.

La donna di Catania ne avrà accumulate di verità di comodo, magari avrà peccato di sottovalutazione o chissà. Però davanti a un atto estremo di umiliazione travestito da gesto rivoluzionario (buttare le cose dal balcone è un momento ad effetto tanto drammatico quanto cinematografico) dobbiamo tutti –  maschi e femmine, altri e altre – fermarci e ripescare il momento zero dei nostri fallimenti, perché tutti ne abbiamo.
Tutti.
Quando abbiamo fatto un passo che non dovevamo fare, quando ci siamo sentiti più sicuri del nostro ego, quando abbiamo calpestato un sentimento di cui non avevamo contezza, quando siamo stati ciechi pur avendo la visuale ampia. Ci è successo e non possiamo negarlo.

La donna di Catania è un modello da tenere a mente, altro che morbosità social, altro che dovere di cronaca. Quella donna nuda e disperata è la protagonista dell’atto finale più annunciato e meno previsto delle nostre storie sentimentali, lavorative, sociali, eccetera: è il coagulo delle nostre misere disattenzioni, perché noi siamo attenti solo a ciò che ci può dar noia o soddisfazione nell’immediato.

Pensiamoci ogni volta che diamo una risposta malvagia a chi non se la merita, ogni volta che alziamo le spalle dinanzi a un’ordinaria rinuncia, ogni volta che cataloghiamo come cazzata un gesto che altri possono ritenere urticante. Facciamolo per noi stessi, perché alla fine tutti i cerchi si chiudono, anche se è quasi sempre troppo tardi. Un giorno magari capiremo che i disastri del mondo sono un insieme di sottovalutazioni che partono dal nostro tinello.

Troppo spesso siamo merde e non c’è nessuno che ce lo ricordi prima dell’ineluttabile fischio finale. E il problema non è il fischio finale.

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I criminali del vaccino buttato

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Ha ragione il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quando dice che ai no vax si è dato troppo spazio mediatico. Ma ci sono casi, come quello di Palermo con gli arresti per le finte vaccinazioni a 400 euro ciascuna, in cui la scelleratezza di alcuni di loro merita tutta la nostra attenzione. Perché dietro un piano così grottesco c’è una subcultura che non si può liquidare con il gretto negazionismo di un manipolo di esaltati. Qui siamo oltre il peccato, direi quasi oltre il reato. Siamo alla fanta-criminalità. Per mettere su un sistema di siringhe svuotate (di un vaccino prezioso per l’umanità), di iniezioni a vuoto, di certificazioni farlocche, di inganno ai danni della comunità così macchinoso, ci vuole un insano convincimento: che la verità la si possa addobbare come un albero di Natale senza incappare in un refolo di dignità.

Non si può non tenere conto della blasfemia sociale di questi personaggi – tipo l’infermiera e il poliziotto – che oltraggiano la loro stessa missione e lo fanno addirittura nel tempio di una nuova razionalità post-pandemica, quell’hub della Fiera del Mediterraneo in cui da mesi e mesi ogni giorno medici, infermieri e lavoratori di ogni genere si sbattono per cercare di porre rimedio ai disastri del Covid. Su di loro svetta, come emblema di questi tempi orribili, quel leader no vax simpatizzante della Lega e in particolare di Salvini, già caporione di mille cause perse prevalentemente di estrema destra e, quasi per selezione naturale, autocandidato alle prossime comunali.  A conferma, come si dice, che il meglio dovrà ancora venire, ma il peggio è sempre puntualissimo.  

Il mitra

Sappiamo pochissimo dell’altro. E quel poco che sappiamo spesso ci terrorizza o peggio ci annoia. Invece è come col berlusconismo. Berlusconi è stato egemone per vent’anni perché ha saputo identificarsi coi disvalori di una società. La capacità di riconoscersi è alla base del rapporto con l’altro, che sia persona, entità, barlume di idea (ho esperienza di idee che sono corporee più degli esseri umani e non meno pericolose). Restando a Berlusconi, è stato l’unico leader politico a saper plasmare un elettorato a sua immagine e somiglianza. L’idea del miracolo italiano, se ci pensate, era tutta una promessa mai mantenuta, una vela mai dispiegata. Eppure milioni di italiani ci hanno creduto come non hanno mai creduto ad altri (Craxi lo fischiarono e lo colpirono con le monetine, Mussolini finì come finì, eccetera). Perché Berlusconi conoscendo benissimo l’altro, sapeva come ingannarlo, forgiarlo secondo il proprio comodo, illuderlo con ostentata grazia.

Oggi, grazie ai disastri della cretinocrazia, conosciamo il dna dell’altro che ci conviene. O meglio ne intuiamo il calo delle difese immunitarie, le crisi, gli imbarazzi e soprattutto i vizi. Sappiamo che l’altro può essere ingannato non già con fandonie ben congegnate, che risalgono all’era pre-social, ma con scemenze pacchiane, con l’alfabeto dei rutti, con il colpo mortale di “mi ha detto mio cuggino”.

È questo il vero punto di svolta.

Oggi l’altro non è un trampolino dal quale spiccare il volo verso nuove sapienze e nuove esperienze, ma un mezzo di locomozione per le idee più balzane, per il sottosopra che vuol insegnarci a camminare sulla punta del naso come se fosse giusto ed elegante, per un autolesionismo latente che non sa cosa è, cosa vuole, ma solo cosa distruggere. Oggi siamo sotto tiro di un mitra che uccide al contempo la vittima e il cecchino.

Do They Know It’s Christmas?

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo

Non si sa ancora se il Natale arriverà a Palermo. Il Comune non ha soldi per una congerie di motivi che va dalla convergenza astrale al menefreghismo assoluto. Va bene, i tempi sono difficili. Va bene, manca il bilancio. Va bene, l’atmosfera in Consiglio non è proprio da “We wish you a Merry Christmas” . Va bene tutto, ma il Natale non è una cosa che arriva a tradimento. Anzi, a volerla dire tutta, quest’anno arriva con una rincorsa lunga due anni, con l’inerzia di una disperazione latente che ci ha privati, causa pandemia, della socialità sufficiente per godere di feste decenti. Eppure, come se si trattasse di un evento improvviso e imprevisto, non c’è trippa per gatti e a Palazzo delle Aquile si stanno cercando vie alternative per salvare almeno le luminarie. Direte, certo ci sono cose più importanti da risolvere, tipo l’immondizia o le bare abbandonate al cimitero. Ma anche quelli sono problemi insoluti, anche quelli sono problemi figli del “ci sono cose più importanti”. In questa città c’è sempre una cosa più importante quando si tratta di prendere una decisione. Risultato: non c’è più spazio neanche per un consolatorio quanto inutile benaltrismo d’acchito. Con questi chiari di luna non solo non si accendono le luci natalizie, ma si spegne persino l’illusione di una qualsiasi soluzione. E a poco vale il gesto altruistico di alcune associazioni di commercianti che si sono fatte avanti per regalare un albero da mettere in piazza Castelnuovo. Nella “città del chissà” in cui già i privati puliscono le strade, accolgono gli ultimi, adottano piazze per strapparle all’abbandono e via elargendo, la distinzione tra visione e illusione appare sempre più sfumata. E il buio avanza.

Sovranisti in salsa sicula

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

C’è un po’ di sovranismo all’orizzonte delle prossime elezioni a Palermo. E c’è coi toni più o meno sfumati che una campagna elettorale non ancora decollata consente. Un sovranismo di bandiera, diciamo. Questa tesi politica che si barcamena tra la strenua difesa dell’identità di un popolo e la strizzatina d’occhio ai temi più populisti in termini di sanità pubblica (leggasi vaccinazioni e green pass) e di immigrazione (leggasi qualunque tweet di Salvini) ha in Marianna Caronia e Francesca Donato due rappresentanti di buon livello. Ora, senza cedere alle personalizzazioni, è bene tenere a mente un paio di cose quando si accosta la parola sovranismo alla parola Sicilia.
Nella complicata geografia emotiva di una terra dai sentimenti così variabili, c’è bisogno di aprire, di aprirsi. Serve ricordare che gli slogan ammuffiscono, mentre le idee no. Che per rompere col passato e proporsi come novità, come alternativa, bisogna aver tenuto in perfetto ordine l’armadietto in cui stipiamo coerenza, senso civico, tolleranza. 

Il sovranismo che conosciamo in Italia – per non parlare di quello estero che ha portato, tipo, alla Brexit – coltiva il latifondo del risentimento e non si cura nemmeno di raccogliere gli scarsi frutti, poiché certi terreni e certi semi sono fatti per evitare che attecchisca altro: magari di diverso. E “diverso” è una parola che spaventa a certe latitudini politiche. Nella Sicilia in cui l’unica vera idea di devolution anti-nazionale ha storicamente qualche attaglio con Cosa Nostra, abbiamo imparato a nostre spese che l’unico porto che serve è quello aperto, che l’unica legge che funziona è quella che si rispetta, che l’unica scienza dinanzi a cui ci si inchina è quella che ci salva.
Così, per dire. 

Fessi

La sfilata a Novara di quei quattro fessi no pass travestiti da deportati nazisti è il famoso passo avanti sul ciglio del baratro. Che ci spinge a farci la domanda cruciale? Esiste un limite all’ignoranza gretta e colpevole? Probabilmente una risposta non c’è, quindi al contempo c’è: nell’assenza di un confine e di una sua descrizione ci si deve rassegnare a una serie infinita di ripetizioni più o meno evolute.

Da tempo noi giornalisti ci interroghiamo su quale sia la nostra responsabilità nella diffusione di queste indecenze senza scopo e ragione. Ci siamo spesso giustificati – io per primo – adducendo  l’imperscrutabile diritto di cronaca e rifacendoci al ruolo cardine dell’informazione, che è appunto quello di eliminare le sacche di ignoranza. Ma ciò aveva senso quando avevamo il pallino del mainstream in mano, cioè quando l’informazione era davvero un potere (e non soltanto in senso negativo). Oggi il quadro è radicalmente cambiato: Facebook è il più grande e pericoloso distributore di notizie del mondo, senza verifiche e senza responsabilità, dato che se venisse identificato come “azienda editoriale” sarebbe costretto a chiudere i battenti per impossibilità di controlli. Quindi il ruolo di sentinelle tocca alle vere aziende editoriali, in qualunque forma operino, perché un’informazione senza responsabilità non esiste.

Spiegare, spiegare, spiegare. Senza sconti, con la necessaria fermezza. Distinguendo le opinioni diverse dalle nostre da quelle, finte e baggiane, che inquinano il mondo in cui le opinioni vere nascono. I fessi di Novara sono un prodotto dell’algoritmo che come un virus ha modificato il dna del nostro sapere, ha azzerato le difese immunitarie della nostra buona creanza, e ha fatto troppe vittime collaterali.   

Capitani oltraggiosi

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo

La parte esilarante del ragionamento politico dei no-pass è nel loro autodefinirsi “uomini liberi”. La parte imbarazzante sta invece nella definizione più congrua, e purtroppo poco sintetica, del movimento suggerita dall’oggettività: gente che si oppone a un provvedimento politico che vuole spingere al vaccino chi fa finta di non conoscerne l’utilità o ne ha paura. Nel mezzo, una serie di nuove emergenze create ad hoc da chi non crede nelle emergenze: l’intasamento delle farmacie per la corsa ai green pass; le manifestazioni di piazza per difendere uno strano diritto, quello di violare le norme; la corsa a chi spudoratamente la spara più grossa, tipo i due deputati regionali che ieri pretendevano di entrare all’Ars senza green pass. Ma la cronaca minima di massime scempiaggini è ricca e tenere il passo è difficile. L’altro giorno a Palermo un noto professore universitario di economia prestato alla virologia applicata alla Costituzione ha arringato una piccola folla dicendo che nel giorno in cui è stata assaltata la Cgil a Roma, alcuni poveri manifestanti hanno subito torture da parte della polizia. Che è un suo scoop, dato che molto probabilmente avrà aggiunto alle sue competenze anche quella del giornalismo.

Ecco, quando tutto questo sarà finito i cerchi dovranno essere chiusi. Tutti i politici che hanno cavalcato un’insensata e pericolosa protesta dovranno essere democraticamente rispediti a casa, tutti gli imbroglioni che hanno intorbidito le acque della verità dovranno risponderne nelle sedi opportune, tutti i capitani delle navi del malcontento dovranno assaggiare l’ammutinamento dei veri “uomini liberi”, quelli che adesso vengono tenuti prigionieri con la paura e la disinformazione. 

Va’ pensiero (unico)

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

In un’incredibile moltiplicazione di verità pacchiane in cui ognuno dice la sua infischiandosene delle leggi, della scienza e della mai troppo rimpianta realtà dei fatti, a fine mese si svolgerà a Palazzo dei Normanni un convegno di liberi pensatori il più moderato dei quali paragona il green pass ai tatuaggi dei lager. Quindi, ripetiamo, ci sarà un convegno nella sede dell’Ars di gente che identifica il periodo più drammatico della nostra storia recente – con morti, durissimi lockdown, crisi economiche e incertezze ancora all’orizzonte – con una deriva della dittatura (sanitaria, politica, economica e via cannoneggiando). Già basterebbe questo per indicare la grossolana indecenza di una discussione pubblica, in uno spazio che dovrebbe essere simbolicamente inaccostabile a simili iniziative, su un argomento così pericoloso sul fronte sociale e sanitario. Il green pass è uno strumento imperfetto e persino odioso, ma esiste perché esistono cittadini che confondono la libertà con l’egoismo, l’intelligenza con la violenza, il senso civico col senso del ridicolo. Coi vaccini bisogna andare avanti senza cedimenti. Un convegno che alimenti le indecisioni non è un convegno, è una follia. Quando uno degli organizzatori dichiara che l’obiettivo è stigmatizzare “il pensiero unico su questi temi” involontariamente, come capita a molte arche di scienza, dice una verità inconfutabile: sulle conquiste della medicina che ci tirano fuori dalla melma e che salvano vite c’è un pensiero unico. Ci deve essere, proprio per difendere la realtà dagli abbordaggi di negazionisti e convegnisti no-tutto.

Resta da capire che tipo di saluto istituzionale andrà a porgere l’assessore Lagalla a un consesso che delle istituzioni e delle loro regole se ne frega. 

La sindrome della soddisfazione istantanea

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Ci sono due storie, fresche fresche, per spiegare l’evoluzione del concetto di rapporto di socialità che noi spesso, sbagliando, intendiamo limitato al recinto dei social network. La comunicazione con l’altro, intesa come scambio di informazioni ed emozioni, risente giorno dopo giorno degli effetti aberranti di una sindrome che chiameremo della “soddisfazione istantanea”. Insomma è normale sentirsi apprezzati, non lo è aver necessità di esserlo ogni secondo, tramite lo scrolling di una timeline. La prima storia è quella dello spacciatore dello Zen 2 che esulta su TikTok per essere finito ai domiciliari anziché in galera e, preso dalla nota sindrome, si dimentica che anche le forze dell’ordine possono essere tra i suoi spettatori. Finisce che tra tanti like ci scappano le manette. Ecco l’aberrazione: lo scollamento del rapporto causa-effetto è più forte dell’istinto di autoconservazione. Lui sa di fare una cosa che lo danneggerà, non osa per coraggio (su TikTok abbonda tutt’al più l’incoscienza) ma per un godimento rarefatto, un cuoricino di byte, una macchiolina di pixel. L’altra storia è quella del cantante neo-melodico, categoria usata nelle nostre lande spesso (non sempre) per dare un ruolo pseudo-artistico a personaggi borderline, che presta la sua arte a invettive contro i pentiti di mafia e a elogi alla malavita. Qui però l’istinto di autoconservazione resiste, seppur in penombra. Intervistato da Repubblica, il cantore delle gesta di tale “spara spara” (rapinatore) nega di conoscere la mafia perché nato nel 1995: tutti sanno infatti che la mafia era estinta proprio in quegli anni, tipo dinosauri. E soprattutto assicura che potrebbe scrivere una canzone per Falcone e Borsellino, gli manca solo l’ispirazione.
L’arte ha i suoi tempi. Bui.