erbaccia

Gli untori del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Questa è una storia di guasti moderni e di tecnologie avanzate che in sé ha poco o nulla di nuovo e di avanzato. Una storia di untori del web che agiscono con metodi medioevali, forti di un concetto tolemaico di democrazia e della sua verità decotta (o appena impastata) al centro di un universo che, pensate un po’, dovrebbe brillare di luce riflessa.
È una storia che inizia nel 1992 quando si diffonde per la prima volta il termine post-verità (dall’inglese post-truth) per stigmatizzare l’informazione distorta sulla Guerra del Golfo. Ventiquattro anni dopo, quando il web ne avrà ridisegnato i connotati, l’Oxford Dictionary lo eleggerà parola dell’anno. E l’Accademia della Crusca parlerà di una dimensione “oltre la verità”: “Oltre è il significato che qui sembra assumere il prefisso ‘post’ (invece del consueto ‘dopo’), si tratta cioè di un ‘dopo la verità’ che non ha niente a che fare con la cronologia, ma che sottolinea il superamento della verità fino al punto di determinarne la perdita di importanza”. Segue »

  

Una storia da manuale

La storia è da manuale. Come probabilmente sapete un “esperto tecnoinformatico, consulente in comunicazione, operatore audiovideo, scrittore, event planner” che si chiama Davide Guida è stato condannato in via definitiva per diffamazione dopo avermi ucciso sul web nel 2011. La sentenza è chiara e in qualche modo rappresenta una pietra miliare dato che parliamo di fake news ante litteram. Quello che apparentemente manca è il movente.
Però quello ve lo ricostruisco io con ragionevole approssimazione.
Esiste un collegamento (di IP) tra il sabotaggio della mia voce su Wikipedia e le provocazioni che si erano accese proprio il giorno prima su questo blog in questo preciso post in cui si parlava della propensione politica del centrodestra campano per le belle ragazze. Nello specifico si faceva il nome di una signorina che lega il post in questione a Guida. Questa ragazza – che ovviamente non ha alcuna colpa – viene indicata nel mio post (con foto) in un contesto ironico sulla situazione politica campana nel 2010. E la stessa signorina è una sorta di ossessione per Guida che, nel corso degli anni, le dedica su Facebook centinaia di post di ammirazione. Addirittura, due giorni dopo essere stato interrogato dalla polizia mette online una foto che lo ritrae insieme a lei come profilo del suo account Facebook.
Insomma in mancanza di altri possibili moventi, questo è quello più grottescamente probabile: una sorta di vendetta, un sabotaggio per d’onore. O chissà.
Resta un’ultima considerazione: un “esperto tecnicoinformatico” che si fa scoprire senza troppa fatica tramite il suo IP non è proprio garanzia di inossidabile professionalità. Ma ognuno è libero di scegliersi l’esperto che vuole.
Ve lo dicevo che questa è una storia da manuale. Di istruzioni.

  

L’attimo morente

Il “poliedrico riccionese noto sul territorio internazionale come studioso di Arte Liberty e artista alla 54° Biennale di Venezia” – la definizione è sua – che vedendo un ragazzo agonizzare dopo un incidente stradale anziché aiutarlo, chiamare i soccorsi, pregare, fuggire (purtroppo è previsto), ha messo su una diretta Facebook ci dice di questi nostri tempi molto di più di uno studio sociologico o di un editoriale di Selvaggia Lucarelli.
Oggi è facile seppellire questo signore di minacce, ingiurie e maledizioni perché l’esercizio della morale a posteriori è come quello della pedalata in discesa: chi non ha la struttura va in playback.
Ma nemmeno è urgente il bisogno di difenderlo, questo stupido prodotto del colon retto dei social.
In realtà quello che dovrebbe darci uno stimolo di dibattito, non soltanto a me che questi avvenimenti comunque li osservo per mestiere, deriva dalla rarefazione degli attimi cruciali dopo quel tragico incidente.
Il poliedrico assiste al dramma.
Resta sconvolto.
Prende il cellulare.
E qui imbocca la strada sbagliata nel bivio spazio-temporale che divide l’istinto tramandato (quello che tutto conosciamo come semplice “istinto”) e quello acquisito (un ibrido di bieca consuetudine e pigrizia mentale). Sceglie la consuetudine, che come tutti sanno è strettamente personale al contrario di un istinto puro diffuso e di specie.
Prende il cellulare e non telefona al 112, al 113, al 118, all’amico che ha quella stessa moto, alla mamma, alla fidanzata che magari lo ha appena lasciato. No. Accende una diretta Facebook e filma tutto a distanza con una codardia tecnologica che rischia di essere la cifra di una fetta di generazione.
A che cazzo serve la cibernetica (la chiamavamo così decenni fa) se non ci migliora la vita e anzi ce la rende detestabile?
Su questo dovremo interrogarci. Sull’istinto acquisito che ci spinge ad atti innaturali come la diretta Facebook della morte di un ragazzino. Pensate un po’: persino la fuga sarebbe un atto più umano.

  

Ombelico fuori dal mondo

C’è un posto bellissimo a Mondello. È un bar in cui si può stare tutto l’anno in riva al mare, coi piedi nella sabbia. Ed è un posto meraviglioso nonostante chi lo gestisce.
Si arriva e si aspetta il miraggio: un cameriere che si materializzi entro il calar del sole (anche se arrivate a mezzogiorno, eh!). Quando il miraggio si concretizza, solitamente ha il volto svogliato di una ragazza che incolpevolmente fa un mestiere che non vorrebbe mai fare (capisco che il cameriere non è nella top ten delle professioni del futuro, ma se proprio non ti va non te la prendere con l’unico che non ha colpa).

Tre caffè, per favore.
Ok.
Si possono avere dei biscottini?
No.
Non li avete?
Sì, ma servono per quelli che ordinano la cioccolata calda.
(La cioccolata calda in ottobre a Mondello notoriamente tira come il vin brulè a Ferragosto)
E se uno non ordina la cioccolata calda?

Si possono comprare?
No.
Cioè questi benedetti biscotti non ce li date neanche se li paghiamo?
No.
Perché?
Perché non è possibile.

Qui si apre il bivio cruciale tra la lungimiranza del gestore, che certo qualche indicazione deve aver impartito (mai biscotti senza cioccolata calda altrimenti andiamo giù di budget semestrale), e vividezza mentale della giovane cameriera. Cioè viene consegnato ai posteri il seguente dilemma: è più saggio chi ha deciso la cruciale corsia preferenziale dei biscotti o chi ha sposato – per menefreghismo, per quieto vivere o semplice abulia – una tesi rivoluzionaria come quella del biscotto che mai e poi mai, costi quel che costi, andrebbe col caffè?
Nell’attesa che il fato, o Trip Advisor, o un cliente che finalmente si incazza si pronunci, val bene specificare che questo bar a parte lo scenario meraviglioso, la sabbia, il mare a pochi metri, Monte Pellegrino sullo sfondo, ha una caratteristica indimenticabile: la velocità con la quale vi si presenta il conto. Roba da campionato mondiale. Il cameriere che avete inseguito, invocato, persino sognato, nel momento cruciale – cioè quando vi presenta il caffè (ma non un biscotto neanche a minacciare di sgozzarlo con la stella dei Bel Bon) – è armato di scontrino e indomito coraggio. Se non pagate subito, ma proprio subito subito!, lui/lei non si schioda da lì e vi guarda con tutta la fiera certezza che aveva quando ha tirato in ballo quel cazzo di cioccolata calda.

Perché?
Perché non è possibile.

Questo posto meraviglioso a Mondello è l’esempio di come si spreca una grande occasione. Se non fosse gestito così male io ci andrei ogni sera a fare l’aperitivo, in ogni stagione. Arriverei, mi toglierei le scarpe, affonderei i piedi nella sabbia (d’inverno è bellissimo), guarderei il mio mare, sognerei le mie arrampicate sulla montagna che arricchisce la vista, berrei la mia birra pagata in anticipo, poi me ne farei un’altra promettendo di pagare entro mezz’ora magari dopo aver depositato le chiavi della moto alla cassa e mi impegnerei a non chiedere mai più i biscottini col caffè, a ora di pranzo.
Sarebbe il mio Ombelico del Mondo.
E invece è un Ombelico fuori dal Mondo.

 

  

Benigno un cazzo

Alla fine il vero atto di coraggiosa lungimiranza di Fabrizio Ferrandelli è stato quello di tenersi alla larga da Francesco Benigno, carnalissimo (quasi al sangue) attore folgorato sulla via della politica che le ha tentate tutte pur di ricavarsi uno strapuntino a Palazzo delle Aquile. Alla fine l’arrembaggio comunale dell’inusitato protagonista di “Mery per sempre” non è riuscito perché il destino cinico e baro ogni tanto si distrae e ci regala qualcosa che assomiglia a una forma di giustizia sociale, a un’auspicabile livella tra vivi (a dispetto del capolavoro di Totò).
Benigno – stretto inconsapevolmente in una sola vera ingiustizia, quella del suo cognome – nell’ordine, si è fatto scaricare da Ferrandelli, nei confronti del quale ha fatto dichiarazioni rubate ai suoi ruoli cinematografici, ha elemosinato per giorni un posto in una lista qualunque, e alla fine ha trovato quell’apparente sant’uomo di Ismaele La Vardera che, onorando il suo nome (Ismaele nel Corano è comunque esempio di rettitudine), lo ha accolto nel suo gregge felicemente allucinato e gli ha promesso la luce eterna. Solo che il carnalissimo Benigno ha confuso la luce della redenzione con quella dei riflettori. E quando, alla fine, si è accorto che manco i suoi lo avevano votato, perché i parenti saranno pure serpenti ma non sono mica fessi, si è incazzato e ha dato fondo alla sua visione illuminata (sempre dai riflettori o chissà da cosa) della vita: dal complotto globale che al confronto le scie chimiche sono schiuma da barba, al pacato dissenso nei confronti dei suoi non-elettori, “siete delle vergognose bestie”. Infine la ciliegina sulla torta: l’aggressione nei confronti del presunto martire La Vardera che, in ospedale, manco lo curtunìa nonostante il collare ortopedico e i lividi sulla pelle. Vabbè, la santità non è acqua minerale.
Che ne sarà dell’inusitato Benigno? Riuscirà a placare la sua sete desertica di politica? Sarà segnato da questa esperienza di spessore? Capirà finalmente che House of Cards non è un centro di scommesse sportive?
Nell’attesa di almeno una risposta, onore alla lungimiranza di Ferrandelli e sempre sia lodato La Vardera (Iene o non Iene).

  

Gli avvoltoi su Report (che sbaglia)

La sensazione è che non aspettavano altro. Tutti in fila ad attendere il passo falso di Report per ottenere due risultati in un sol colpo: mettere o rimettere le mani sulla Rai e soprattutto togliere di mezzo uno dei pochissimi programmi di inchiesta rimasti nel nostro Paese.
Il servizio sui vaccini era sbagliato, ok. Mancava di prospettiva, di aperture scientifiche: sarebbe bastato usare la testimonianza cruciale come spunto di approfondimento e dar voce alla Scienza con la esse maiuscola (ne abbiamo parlato diffusamente qui).
Ma epic fail a parte, restano i meriti storici di un programma difficile da realizzare e impossibile da cancellare. Report è il manuale di un giornalismo in estinzione, è la risposta argomentata ai bimbimikia di Facebook, è il totem contro il nauseabondo dilagare delle fake news. E un errore, seppur grave, non può oscurare la sua stella.
Il valzer della politica attorno al giornalismo è la parte più grottesca della vicenda. Movimenti che volevano abolire la Rai s’inventano paladini della televisione pubblica. Figuri più o meno loschi che sul complottismo (e su un certo negazionismo di maniera) hanno basato le loro fortune, cantano (e pure in modo stonato) vittoria. Partiti che predicavano un inconfessato perdonismo per i loro accoliti beccati con le mani nella marmellata si scoprono intransigenti sostenitori del castigo esemplare e della pena certa. Insomma un incrocio di cattive intenzioni e di infelici trasversalismi.
Ricordiamocelo: peggio di un’informazione sbagliata c’è solo una correzione sbagliata.

  

Un pugno nello stomaco

Con coraggio Il Post ha scelto di pubblicare le foto atroci del bombardamento chimico in Siria. Per un semplice motivo: nell’era della post-verità o di quella che potremmo chiamare veritezza, cioè un surrogato di verità che soddisfa solo le nostre aspettative, è fondamentale riprendere in mano il pallino della realtà. A Khan Sheikhun c’è stato davvero un attacco chimico. E ci sono state decine e decine di morti, molti dei quali bambini. Nonostante il governo siriano abbia negato ogni responsabilità, molti testimoni sul campo – di agenzie attendibili come Getty Images e Associated Press (tra le più importanti del mondo)  – dicono che l’attacco è stato compiuto dal governo del presidente Bashar al Assad o dalla Russia, suo alleato di ferro.
Questa foto è un pugno nello stomaco. E mi faccio quasi ribrezzo nel pubblicarla. Però può servire a ristabilire una verità.

Ne parlo anche qui. Ascolta il podcast.

 

  

Il giudice e il suo boia (che non sono io, ma il suo vizio)

Stamattina ho postato sul mio profilo Facebook la foto e il testo che vedete sopra. Si tratta di un’immagine presa dal profilo del giudice finito nell’inchiesta sul giro di cocaina a Palermo: per lui c’è stato, prima il trasferimento al settore Civile (come se si trattasse di un luogo di ricreazione) poi l’avvio di un procedimento disciplinare.
Le truppe cammellate degli amici del giudice sono andate alla carica, com’era prevedibile, del sottoscritto con argomenti risibili e anche un po’ sgangherati: diffamazione (ma di che?), sciacallaggio (per ottenere cosa? Un buono aperitivo?), benaltrismo (ci sono altre cose più importanti di cui occuparsi: il prezzo delle cartine?), mi faccio pubblicità (con una causa così ovvia?).
Ora, premesso che ontologicamente c’è sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi quando uno si occupa dell’amico tuo, c’è un tema ben più importante da affrontare, secondo me.
Ed è il tema che dovrebbe affrontare il CSM.
Questo signore, nei confronti del quale non ho nulla di personale, ma verso il quale – per il rispetto che ho della magistratura – devo mettere in campo tutta la mia intransigenza professionale, oltre ad aver tenuto un comportamento quantomeno incauto nella gestione dei suoi vizi (chiama “compare” il suo spacciatore, tira fuori il tesserino professionale quando gli agenti lo sorprendono e altre amenità), non mostra di avere piena contezza del suo importantissimo ruolo. E la foto postata pubblicamente sul suo profilo Facebook – chiunque la poteva vedere, non ho rubato nulla – mentre fuma con il cartello del divieto ben in vista alle sue spalle, è un elemento di valutazione. Lo è per colpa sua, perché è riuscito a rendere rilevante qualcosa che per chiunque altro sarebbe una fesseria.
A mio parere questa foto che lo mostra mentre fa una cosa sanzionata dalla legge è un tassello che purtroppo va inserito nella sua naturale collocazione quando si tratta di decidere se un professionista del suo livello ha un atteggiamento corretto o meno.
Non ci sono chiacchiere su temi così importanti. Non ci si affida al blabla dei social per stabilire dove sta il diritto. Il mio ruolo professionale è, è stato e sempre sarà, quello di segnalare. Senza pregiudizi.
Al magistrato dico: buona fortuna. Ai suoi amici: stategli vicino.

 

  

Pensiero debole, minchiata forte

C’è un insulso movimento di pensiero, che naturalmente sboccia sui social, secondo il quale un assassino – crudele e selvaggio come un assassino che dà fuoco a un essere umano – non ha diritto a un avvocato. Deve marcire in galera, deve essere bruciato a sua volta, occhio per occhio canino per canino.
I portatori (neanche tanto sani) di simili geni di incongruenza potrebbero limitarsi a dire: ok è vero, esiste la legge però a me la legge fa allergia quindi sono per il taglione. Invece ne fanno una campagna di opinione che, con le dovute cautele, ha la stessa plausibilità di un programma politico di Francesco Benigno.
Ma l’allergia verso la legge non può essere invocata solo quando c’è di mezzo il sentimento più a basso costo che esista, e cioè la vendetta. Perché chi di allergia ferisce…
Che ne direbbero questi geni del pensiero social se la stessa allergia colpisse anche il mondo che li circonda e non soltanto i loro alacri polpastrelli? In fondo un assassino, un truffatore, un rapinatore, un corruttore soffrono della stessa loro patologia. Anche loro si ribellano, a volte a muso duro, alle regole. Solo che loro almeno non dilagano su Facebook. Mica fessi, quelli.

  

Chi difende i cocainomani?

Lo so che a molti dà allergia che si parli dei vizi dei ricchi o delle debolezze degli amici, però a me questa storia della cocaina a fiumi a Palermo mi dà i tormenti. Un po’ ne ho scritto qui e ne ho parlato altrove. Un po’ l’ho lasciato sedimentare nel caos dei miei pensieri.
Ecco uno spunto.
Abbiamo crocifisso i commercianti che pagavano il pizzo, lo abbiamo fatto nel nome del rispetto delle regole e tutti noi, al di qua della barricata, sappiamo che ci fa orrore il solo pensiero che qualcuno foraggi la criminalità organizzata in una città in cui la criminalità organizzata ha combinato quello che ha combinato.
Ora si scoprono cocainomani insospettabili (???) che vengono guardati con sufficiente e nemmeno troppo malcelata benevolenza perché in fondo sono cazzi loro, e non fanno male a nessuno, e sniffare non è reato penale, e c’è di peggio nell’universo, e via blaterando.
Ebbene no. E non bisogna fare i bacchettoni per ricordare che chi paga il pusher finanzia Cosa Nostra. O credete esclusivamente all’invenzione anarchica di Breaking Bad?
In più, a voler essere pignoli, ci può essere qualche commerciante che – pur sbagliando clamorosamente – ha scelto di cedere all’estorsione per salvaguardare posizione economica e posti di lavoro. Mentre il cocainomane agisce solo per esclusivo e personalissimo tornaconto, per egoismo insomma.
Tutto qui.

  

Uno che se ne deve andare, subito

C’è questo assessore regionale alla Famiglia che si chiama Gianluca Antonello Miccichè e che ha il vizio di fuggire davanti ai problemi. E già questo è grave per un amministratore pubblico. In più costui è affetto da una grave forma di codardia congenita che lo fa scappare a gambe levate soprattutto quando si trova davanti a chi non lo può inseguire, cioè i disabili. Il che lo rende anche insopportabilmente scorretto.
Insomma c’è questo assessore regionale alla Famiglia che non merita di stare dove sta, ma merita di andare in un altro posto, e magari al più presto (ho un’idea precisa). Perché non è tanto il grottesco rimbalzare delle responsabilità (c’è sempre un ufficio a cui dare la colpa di una pratica inevasa o dimenticata) a provocare indignazione in chi si aspetta una risposta anche qualunque davanti a una situazione complicata, quanto la viltà dell’uomo che è doppiamente deprecabile: perché è il mantello che avvolge un potente davanti ai deboli, i disabili nudi di forze ma, lo abbiamo scoperto col servizio delle Iene, forti e giganteggianti dinanzi allo strisciare dell’assessore fuggitivo; e perché è recidiva quindi certificazione di  impreparazione e inattendibilità assolute di questo individuo.
Lo caccino via a pedate, uno così. Subito. Il governatore Crocetta e tutti i suoi accoliti dimostrino che a tutto c’è un limite, fuorché alla vigliaccheria conclamata. Non ce ne frega niente delle scuse che stanno arrivando. Non ce ne frega niente dei distinguo pelosi e nemmeno dei provvedimenti che, lo vogliamo sperare, saranno presi per fronteggiare la situazione disperata di questi disabili.
Gianluca Antonello Miccichè deve essere ricordato per la sua codardia.
Lunga vita a lui. Lunga memoria a noi.

  

Dare (in coro) dell’idiota a chi lo è

Era stata la prima coppia gay di Torino ad unirsi in unione civile. Ieri l’Ansa Piemonte ha dato notizia della morte di uno dei due. Ecco un piccolo estratto del florilegio di commenti su Facebook. Lascio i nomi perché la verità ha sempre nome e cognome. #laveritaprimaditutto

  

Perché bisogna essere prudenti su Ferrandelli

A volte ritornano. Ancora una volta la cronaca giudiziaria entra a gamba tesa in una competizione elettorale. E ancora una volta ci tocca osservare senza farci tentare dai pregiudizi, ma senza nemmeno fare i pesci in barile. Dopo il caso delle firme false del Movimento 5 Stelle, che ha decimato il parterre di candidati e stremato i pazienti militanti delle truppe grilline, esplode la bomba Ferrandelli. Un collaboratore di giustizia, Giuseppe Tantillo, parla di soldi in cambio di voti nelle Amministrative del 2012, quelle in cui Leoluca Orlando parlò di brogli elettorali. E appunto fa il nome di Fabrizio Ferrandelli, che è in corsa anche in questa competizione, in uno scenario diverso dato lo scacchiere delle alleanze ancora non definito.
Il caso dei 5 Stelle sembra ormai abbastanza definito, a meno del sorgere di un ennesimo complotto tipo la penna corrotta dai poteri forti delle multinazionali dell’inchiostro che firma da sola senza una mano che la accompagni: i periti della Procura di Palermo confermano che almeno duecento delle firme per la presentazione delle liste del 2012 sono false. Chi ha sbagliato paghi. E finiamola coi teatrini dell’informazione e del blabla del neo-politichese in salsa negazionista. Amen.
Il caso Ferrandelli è invece molto più complesso. Perché si basa su dati che ancora devono essere filtrati. Non c’è motivo di mettere in dubbio la genuinità delle indagini della Procura di Palermo, ma – va detto senza remore – la stessa risolutezza va usata nei confronti dell’indagato. Per un paio di semplici motivi che spiego sinteticamente (non è il caso di essere prolissi quando la realtà ci presenta solo una parte del conto).
Il collaboratore che accusa Ferrandelli sino al maggio scorso non aveva una patente di attendibilità, poi la situazione è cambiata. Ci saranno effettivamente buoni motivi che non conosciamo.
Lo stesso collaboratore non ha ancora superato un vaglio di credibilità col puntello di una sentenza. L’atto della Procura, oggi, è un passaggio a garanzia dell’indagato Ferrandelli, ma sarebbe da stolti non rilevare che questa garanzia – dato il momento – si trasforma in qualcosa dall’effetto diametralmente opposto.
D’altro canto a chi parla, il più delle volte strumentalmente, di giustizia a orologeria va ricordato che Tantillo ha finito di dichiarare (cioè di vuotare il sacco) un paio di mesi fa. Quindi i tempi del meccanismo giudiziario coincidono con quelli della cronaca.
Magra consolazione: A volte ritornano: vittime, carnefici, illusioni, disillusioni. Comunque spettri.

AGGIORNAMENTO. Qui il podcast della puntata di oggi de Il giustiziere su Radio Time.

  

Il buio e il pericolo del Raggismo

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C’è un pericolo all’orizzonte. Ed è un pericolo reale perché mina le fondamenta della nostra ultima felicità, che ritenevamo inscalfibile.
Il pericolo dell’assalto al bello.
Guardate quello che sta accadendo a Roma, dove il Raggismo – che non è il Grillismo, ma un’insopportabile pozione a base di incultura, presunzione e cattivo gusto – sta producendo brutto assoluto con l’alibi del risparmio. L’esempio lampante è l’albero di Natale di piazza Venezia a Roma, un obbrobrio che c’entra con la sobrietà come i cavoli a merenda. L’esempio meno evidente, ma a mio parere altrettanto significativo, è il video della giunta notturna in stile Famiglia Addams dove tutti sono fintamente seri con un indecente sprezzo del ridicolo.
Attenzione. Il mio non è un giudizio politico su Virginia Raggi, per quello ci sarà tempo, ma è molto peggio: è un giudizio culturale che invoca contromisure serie e immediate.
L’assalto al bello da parte dei seguaci del Raggismo rischia di produrre un disastro, come una reazione a catena in cui sindaci e amministratori vari, fulminati dal buio di un’illuminazione nefasta, ritengono che la bellezza abbia un costo e che quindi può essere gestita con operazioni al ribasso. Non è così. E chi lo pensa è un pericoloso incompetente (nel migliore dei casi).

  

Dare del demente a chi non lo è (o chissà)

Gasparri Twitter Il problema non è Gasparri che mi dà del demente (stare agli antipodi intellettuali di uno come lui è un traguardo umano e professionale), ma Gasparri che si fa la ricerchina su Twitter per vedere cosa si dice di lui e delle sue gesta. Vale la pena di ricordare che questo signore è vicepresidente del Senato e che la sua concezione di politica sembra essere modellata sul sistema dialettico dei social: caricare, mirare, fuoco. Fuoco in tv quando sputazza sentenze nelle tribune politiche nelle quali tende a spadroneggiare come un boss di paese, fuoco sui social quando si inventa (lui o chi per lui) passati remoti che non esistono, fuoco di passione insana quando c’è da aggredire, mordere, divorare. Insomma l’uomo giusto per il ringhio giusto. Perfetto per la nuova coalizione virtuale venuta fuori dal referendum: ai nuovi barbari serviva proprio uno spalatore di melma di esperienza.