dubbi

L’assessore che governa on demand

L’articolo di oggi su Repubblica.

L’assessore regionale ai rifiuti Vincenzo Figuccia lancia un contest su Facebook: “Meglio Brescia o Vienna pulite attraverso impianti e nuove tecnologie o Catania e Palermo ‘ngrasciate con le discariche e la differenziata con numeri da prefisso telefonico? Aspetto idee e pareri di cittadini e di esperti in una logica di cittadinanza attiva, di condivisione e ampia partecipazione”. Bene, oggi la condivisione e l’ampia partecipazione sono sempre ben accette, il populismo un po’ meno soprattutto in un settore, come quello dei rifiuti, che da sempre ha scatenato gli appetiti delle organizzazioni criminali. Il problema delle scelte strategiche on demand è che non sono né scelte né strategiche per un semplice motivo, manca il metodo di valutazione: come pensa di vagliare “idee e pareri”, l’assessore Vincenzo Figuccia? Per numero di “mi piace”? Per alzata di mano? Per efficacia di foto profilo? O magari per originalità dei commenti: si va dall’esempio svizzero a quello tedesco, dagli altiforni ai tavoli comunali, dal “bravo!” al “continua così!”. Continua così, come? Aspettiamo idee e pareri di lettori ed esperti.

  

Diventerà bellissima?

Anche senza il battesimo ufficiale dei dati, Nello Musumeci è il nuovo governatore della Sicilia. E quindi, per dirla all’americana, è il mio governatore anche se non l’ho votato.
Aspetto di essere stupito, adesso. Lo slogan promette una Sicilia che “diventerà bellissima”, io nel titolo mi sono permesso di aggiungere un punto interrogativo. Che comunque sono pronto a togliere – e spero di farlo presto – laddove i fatti mi imponessero un ottimismo urgente.
Musumeci ha davanti a sé una macchina regionale disastrata e oggetto di (giustificato) scherno, paralizzata da un crocettismo tutto nomine e paillettes. Ci vuole poco per rimetterla in moto. Nel senso che davanti al deserto anche un fiore di campo è un simbolo di progresso.
Musumeci ha anche una compagnia non proprio esemplare. Senza fare nomi, coi nani e le ballerine ha saputo (?) governare solo Berlusconi. Lui dovrà muoversi quanto più autonomamente possibile rispetto a certi personaggi-totem del suo schieramento che sono e rimarranno oggettivamente impresentabili. Dovrà alzare le antenne e fare quello che i suoi predecessori non hanno saputo fare: ascoltare, ascoltare, ascoltare. Non gli alleati, bensì i suoi datori di lavoro: cioè tutti noi, belli o brutti, bianchi o chissà, destri o mancini, giovani o clonati, androidisti o devoti al dio Apple, precari o stabilizzati, pubblici o privati, omo o etero, jazzisti o rockettari.
Nell’epoca dell’odio a costo zero dovrà disseppellire la più antica arma della politica che è la mediazione. Non a caso i grillini la detestano, se la usassero si ritroverebbero nudi poiché la mediazione comporta conoscenza, lungimiranza, senso di realtà.
E poi la cosa più importante. Un governatore che viene dalla destra (abbastanza destra) può stravolgere il senso di prospettiva di chi lo guarda con scetticismo dal balcone lontano e opposto.
Si batta per il nostro vero unico tesoro e per la sua tutela: la diversità.
C’è stata una Sicilia omologata e umiliata. Quella dei balletti di “chi non salta comunista è”, quella delle assunzioni a raffica, quella dei contributi a pioggia, quella dei rubinetti scambiati per dighe e quella delle amanti da piazzare a ogni costo (a mille ce n’è nel mio cuore di fiabe da narrar…). Ora è l’ora di un riscatto del merito, che segnerebbe anche un riscatto ben maggiore. Cioè del trionfo della diversità come premio per la vera ricchezza: culturale, religiosa e perché no? economica.
Basta con le sagre, via ai festival veri. Basta con privilegi, via ai premi. Basta con i sì centellinati, via ai no motivati. Basta coi dilettanti al posto dei professionisti, via ai professionisti che insegnano ai dilettanti. Basta con gli amici degli amici, via agli amici dei nemici se sono bravi o sennò vaffanculo con trasparente motivazione.
Utopia?
Domanda oziosa.
Diventerà bellissima?
Domanda pertinente.

  

La tempesta perfetta: quella che non c’è

Ho aspettato per tutta la giornata un temporale. La mia app de “il meteo punto it”, quella dove “il” fa la differenza, segnalava piogge abbondanti con lampi e disastri vari prima per le 11, poi per le 13, poi per le 16, poi per le 17, poi per le 19… Insomma nell’attesa dell’allagamento annunciato in mattinata sono andato a correre presto (in una personalissima fascia protetta, diciamo) e con una discreta ansia, poi ho spostato un paio di appuntamenti per evitare di finire nel gorgo del traffico, infine ho abbandonato la moto in garage a favore dell’automobile per spostamenti che, in caso di pioggia, avrebbero messo in pericolo la mia sicurezza (provate a girare in moto a Mondello dopo un acquazzone e timbrate il cartellino dei sopravvissuti).
Ehi, non ha mai piovuto!
Poco fa, poco dopo le 21, ho dato un’occhiata alla famosa app, sempre quella dove “il” fa la differenza, e zitta zitta muta muta quasi mi augurava una buona serata con tanto di bicchierata e falò in spiaggia.
Potere perverso della tecnologia, convincerti che per capire cosa accade sulla tua testa tutto tu possa fare tranne che alzare gli occhi al cielo, come i tuoi simili hanno fatto per qualche millennio prima di te.
  

Non è ancora morto, ma…

 

Nel suo ultimo giro di concerti, Phil Collins tiene fede al titolo della sua autobiografia “No, non sono ancora morto” a tal punto da intitolare il tour “Not Dead Yet”. L’ho visto la settimana scorsa a Londra e devo dire che se non è ancora morto, sta comunque maluccio. Un’ora e un quarto scarsa di esibizione, inchiodato a una sedia (Phil si muove, e poco, solo con un bastone), voce stentata. La classe comunque è immutata perché non esiste malattia che possa scalfire un’arte selvaggia come il rock.
Tuttavia se non fosse stato per i gruppi che hanno preceduto Collins, il prezzo del biglietto (oltre centosettanta euro a cranio per la priority e la zona di prato non troppo lontana dal palco) sarebbe stato da rapina. E invece Mike + The Mechanics, Blondie e i redivivi (e un po’ appesantiti) KC and the Sunshine Band hanno comunque imbastito uno spettacolo di oltre sei ore nella bella cornice di Hide Park.
Una nota a parte la merita il sistema di sicurezza inglese. Se c’era qualche poliziotto, era invisibile. Tra code, perquisizioni e filtri, non ho mai visto un esponente delle forze dell’ordine, né un’arma, né un militare. Solo organizzatori e maschere con la loro casacca gialla e la loro maniacale passione creativa per le code: l’Inghilterra è l’unico paese al mondo dove ho trovato gli ottimizzatori delle code, i coach delle code, i motivatori delle code…
Insomma o i poliziotti di Sua Maestà sono bravissimi oppure erano tutti di corta.

  

Scrivi “cyber” e sei a posto

Mettendo un po’ d’ordine nei miei appunti su fake news e post verità – nei prossimi giorni sarò un po’ in giro a parlarne – mi sono imbattuto in una inchiesta del New Yorker che parte da una considerazione: negli States circola una battuta secondo la quale per farsi finanziare un progetto dal governo basta aggiungere la parola cyber al titolo. Questo perché quando si parla di rischi legati ad attacchi di delinquenti tecnologici, e più in generale di criminalità informatica, pochi conoscono esattamente qual è l’effettivo “campo di gioco” con le sue regole e i suoi trucchi.
La gran parte delle agenzie di intelligence soffiano sul fuoco del pericolo imminente, probabilmente perché devono in qualche modo attestare la propria esistenza in vita (con relativi costi). Inoltre esiste quella che un ricercatore di Harvard, Ben Buchanan, chiama la “leggenda della sofisticazione”: ogni attacco viene descritto sui giornali come estremamente sofisticato, quando spesso non lo è affatto e si è propagato solo per l’inefficienza delle infrastrutture informatiche (vedi aggiornamenti di sicurezza mai avviati in computer di grandi aziende).
Il vero problema in tempi così moderni è la drammatica diffusione dell’analfabetismo digitale. Dall’inchiesta del New Yorker, un dato su tutti: fino al 2013 gran parte dei giudici della Corte Suprema degli Usa, il massimo organo giudiziario del Paese chiamato a dirimere anche questioni di tecnologia, non aveva mai usato la posta elettronica.

  

Se vostro figlio torna a casa pestato

Il padre che pubblica le foto del figlio minorenne pestato da delinquenti minorenni innesca polemiche lunghe come la teoria di dubbi sulla reale utilità di quel gesto.
Da un lato l’esigenza di dare una scossa, di rispondere a choc con choc, dall’altro evidenti limiti di privacy e di esigenze di tutela dei minori.
Bene, questa è la parte che conosciamo tutti.
Ora prendiamoci però la piccola libertà di riflettere su un altro aspetto.
Il mondo, come lo conoscevamo sino a dieci anni fa, non c’è più. Tutti, ripeto tutti, siamo stati catturati dall’orbita di questa nuova giostra che travolge e stravolge: il privato è pretesto per rendere più appetibile il pubblico (e viceversa), la condivisione è la forma di intrattenimento più gettonata, lo smartphone è l’unico oggetto del desiderio che non teme il logorio della vita moderna, il sistema di relazioni è fondato su una rigida scelta di campo – meglio quel gestore di telefonia o quell’altro?
È chiaro che, nonostante le umane resistenze di chi è cresciuto nel mondo analogico, non si può cercare di svuotare il mare col secchiello. Quindi è inutile lanciarsi in crociate che sottendono giustizie sociali di altre ere geologiche.
Un minorenne che vive nei social, tra i social, per i social non può che trovare lì il suo destino o, se preferite, la sua nemesi (il discorso vale anche per i maggiorenni, ma in questo momento la riflessione è legata ai ragazzini). Per questo non riesco a non immedesimarmi nel padre di quel ragazzino che torna a casa pestato e umiliato, e che racconta tutto all’unica autorità che dio, o madre natura, gli ha messo di fronte: un papà attonito. Un papà che ha il dovere di fare tutto quello che può per il suo bambino. Ecco, se quest’uomo ha ritenuto di fare un passo ardito nel mondo che è più di suo figlio che suo, vuol dire che ha capito che il coraggio è una forma d’inquietudine: ognuno ha la sua. Ci si nasce e chi non ce l’ha non la troverà online.

  

La Raggi non sapeva nulla. Anzi non sa nulla

In questo titolo di Repubblica.it c’è tutto il grottesco di una politica che si è persa ai confini della realtà. La Raggi non molla perché ha la fiducia di Grillo, cioè di un (bravo) uomo di spettacolo che non ha voce in capitolo su un rappresentante del popolo regolarmente eletto. La fiducia ha un peso a seconda del ruolo di chi la dà. La fiducia di vostro marito o di vostra moglie conta in ambito familiare, ma è ininfluente se vi spostate in assemblea condominiale dove persino il parere del portinaio può avere una rilevanza superiore rispetto a quello di chi vi ama. Ecco, qui si è superato il limite tra fantascienza e verosimiglianza.
Quanto a Romeo, l’uomo più generoso dell’era moderna, c’è già una schiera di simpatizzanti con assicurazioni di motorini e cedole scadute da regolare: questo signore a quanto pare elargisce paccate di euro travestite da polizze a seconda del suo livello di endorfine. Un’occhiata dolce, cinquemila. Un sorriso ammiccante, seimila e cinquecento. Pare la versione politically correct di un Bunga Bunga virtuale dove non si premia l’ancheggiamento o chissà cos’altro, ma il velenose bene (magari via chat).
Infine, la chiosa. Lui dichiara: “È solo stima, non sapeva nulla”. Solo stima chissà. Assoluta certezza sulla seconda frase. Con estensione obbligatoria a molto, molto altro.

  

Maniaci di Maniaci

Per la Cnn Pino Maniaci è un giornalista di “vecchia scuola”, uno da cui imparare, un paladino della libera informazione in Italia e nel mondo. Tenuto conto che l’inchiesta su Maniaci è ancora in corso e che la presunzione di innocenza vale anche per i distratti, per quelli che blaterano sporco anche quando parlano di vittime della mafia e per i gradassi che invocano i poteri forti per coprire le proprie debolezze, è bene evitare di affondare il coltello nelle carni del direttore di Tele Jato. Infierire non è giusto.
È giusto invece uscire dal barile se qualcuno vuole affibbiarci la vocazione di pesci. Gli americani saranno pure forti, ma quando discettano di cose di casa nostra dovrebbero informarsi. Scrivere di qualcuno e qualcosa per come il tuo lettore si aspetta di leggere su quel qualcuno e quel qualcosa non è giornalismo, è strategia da supermarket. Con la differenza che almeno al supermarket se trovi merce avariata, ti risarciscono e chiedono scusa. Questi invece ci fanno un volantino promozionale.

  

Perché The Young Pope non mi è piaciuto

Jude law the young popeChi non ha ancora visto The Young Pope e ha intenzione di vederlo faccia attenzione, questo post contiene spoiler.
Chi lo ha già visto invece può concedersi una riflessione sul seguente tema: Paolo Sorrentino ha realizzato un capolavoro o no? Perché a leggere i commenti sul web e sui giornali, le due principali correnti di pensiero riguardo a questa serie tv sono: 1) noia mortale; 2) opera imperdibile.
Io provo a esplorare brevemente una terza via. The Young Pope è appassionante come appassionante può essere l’espressività di Jude Law: bravissimo, mister primo piano, ma algido e orgogliosamente divo.
Il primo episodio mi ha incuriosito, il secondo mi ha annoiato, dal terzo al sesto sono andato avanti sonnecchiando, il settimo mi è piaciuto molto, l’ottavo e il nono mi hanno riacceso la curiosità, e il decimo mi ha deluso mortalmente. Ecco, è proprio l’ultima puntata che, a mio parere, incrina tutto il progetto di Sorrentino. Un finale che sembra scritto frettolosamente con un discorso alle folle, finalmente a volto scoperto, che è l’equivalente di un temino delle medie, una presunta morte quasi del tutto ingiustificata e l’ascesa in cielo più didascalica da quando è stato inventato Google Earth. Insomma un’occasione perduta, tra sorrentinate (anche simpatiche), belle idee musicali, eccessi un po’ annunciati e dialoghi che riescono a essere talvolta intensi e talvolta incredibilmente banali. Voto: 6 meno.

  

Cari palermitani, lo sapete che la maratona è una festa?

maratona palermoIeri su la Repubblica sulla maratona di oggi a Palermo.

In ogni città del mondo, grande o piccola, assolata o gelida, antica o moderna, la maratona è una festa. Perché è l’occasione per godere della felicità altrui, che siano endorfine degli atleti o volti raggianti dei bambini in una città senz’auto e quindi a loro misura. Perché l’evento può rappresentare un’importante promozione turistica. E perché, una volta tanto, misurare a piedi una distanza generalmente conosciuta solo grazie a una sbirciata al cruscotto è un po’ come guardare l’amata sotto una luce piacevolmente diversa.
Domani ci sarà la ventiduesima Maratona di Palermo e – desiderio quasi clandestino -sarebbe bello se s’inaugurasse un nuovo corso. Facciamo finta che l’occasione sia il nuovo itinerario arabo-normanno e mettiamo per una volta da parte la bellezza unica dei luoghi che questa gara attraversa fisicamente (si passa all’interno di Palazzo dei Normanni e di Villa Niscemi). Una maratona nei luoghi dichiarati patrimonio dell’Unesco è una manifestazione che ha due sponsor in più, il bene comune e il bello universalmente riconosciuto. Laddove altre città sono costrette a rifarsi il trucco per simili appuntamenti, Palermo brilla di luce naturale.

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Un paio di cose sul Giornale di Sicilia

giornale_di_siciliaDue, tre cose sul Giornale di Sicilia e sullo sciopero che da giorni sta tenendo lontano il quotidiano di Palermo dalle edicole.

Il Giornale di Sicilia come lo conosciamo adesso è figlio, anzi nipote di una serie di errori riconducibili in gran parte, ma non nella sua totalità, alle scelte della direzione: sempre la stessa da quasi trentacinque anni. A seconda dei punti di vista la longevità professionale del condirettore Giovanni Pepi può essere vista come elemento di stabilità o come tarlo di inadeguatezza: se da un lato non si può escludere che un uomo solo al comando per così tanto tempo conosca bene la macchina, dall’altro i risultati ci dicono che la sua guida non è stata sicura. E più di una volta la macchina è finita fuori strada.
Le scelte aziendali al Giornale di Sicilia sono sempre state ottriate, mai lontanamente concordate. Effetto di una direzione forte e, innegabilmente, di una redazione che poche volte ha conosciuto l’unità. Una redazione di gran livello professionale, ma di scarsa, scarsissima lungimiranza.
Prendete il web. Quando intorno al Duemila i vertici di via Lincoln si accorsero che esisteva una cosa chiamata internet, io e Daniele Billitteri eravamo gli unici a bazzicare in quel mondo già da tempo: ovviamente ci prendevano per perdigiorno (per non dire altro). Convinsi la direzione a darci una connessione e ci volle poco per vincere la diffidenza collettiva alimentata da un dirigente dell’epoca che in una riunione disse, testualmente: “Propongo di non scrivere la parola internet sui giornali perché è una cosa che nel giro di pochi mesi finisce”.
Finì come finì e spinsi l’editore non solo ad aprire un sito web, disegnato artigianalmente da Daniele, ma mi inventai anche un inserto settimanale dedicato a quel mondo misterioso.

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Restare in tema

minoranza_aUno dei contraccolpi più fastidiosi – e, a lungo andare, anche un po’ pericolosi – della pseudo-comunicazione liquida, cioè quel flusso di informazioni non certificate che arriva dal web, è la quasi impossibilità di stabilire una conversazione a tema.
Uno prende un argomento e dice: ragazzi, oggi che ne dite se parliamo di questo e non di quest’altro? Dopo un paio di commenti annoiati (le discussioni non deraglianti richiedono un grado di conoscenza e/o fantasia tali che, se mancano, l’effetto sbadiglio è garantito) arriva quello che con l’aria dell’imbucato alla festa delle media si butta a capofitto su quest’altro e non su questo.
Fateci caso quando, magari alla fine di una giornata di lavoro, vi accoccolate sulla vostra timeline in cerca di relax. Se mai doveste scegliere di seguire una discussione, provate a contare quanti cercano disperatamente di rimanere aggrappati allo spunto iniziale e quanti sbrodolano i cazzi loro prendendo come pretesto non l’argomento sul tappeto, ma l’esistenza stessa di un tappeto sul quale esporre, non richiesti, la loro non richiesta mercanzia. E se mai cercherete di far notare che sono fuori tema o, Dio vi preservi, in clamoroso errore, sarete voi a essere messi all’angolo. Quando il non sapere è maggioranza, la ragione non ha più ragioni.

  

Il meno bello della diretta

Diretta facebook

Facebook pullula di dirette web. Neanche il tempo di aggiornare la timeline che ti spunta una diretta sul tramonto di Monte Pensatè, incardinata tra una diretta su come si cucina la pasta con le sarde e un’altra su quello che si leggerà domani sul giornale. In quest’abbuffata di immagini sgranate, in questo groviglio di auricolari, in quest’orgia di byte senza padrone, c’è tutto il paradosso dei social e del loro pubblico distratto. Facebook non è più lo strumento per comunicare, ma il regista della comunicazione stessa che impone nuove strategie. Strategie che pochi hanno studiato (e magari capito), ma che tutti sposano ciecamente. Perché si deve fare e non farlo significherebbe rinunciare a una possibilità.
Le conseguenze sono due.

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L’università, il blog e la Rivoluzione di ottobre

younipa

Le cose cambiano, una certezza assieme alle tasse, alla morte e, come si diceva un tempo, al silenzio di Badalamenti. Il blog dell’Università di Palermo diventa l’ex blog dell’Università di Palermo. E come un’ex moglie presenta il conto.
Due spunti di riflessione.

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Pokémon Go, Millennials e onanismo tecnologico

pokemon-go

L’articolo pubblicato qualche giorno fa su la Repubblica.

Se andate a leggere una qualunque bacheca virtuale degli appassionati di Pokémon Go o se riuscite a scambiare due parole dal vivo con qualcuno di loro, il verbo che incontrerete più di frequente sarà “socializzare”. Perché si sa con Pokémon Go si incontrano nuove persone, si vedono nuovi posti, si conoscono nuove storie.
Ma è davvero così?

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