dubbi

Un vaffanculo ci seppellirà

Beppe Grillo a Genova

Alluvione di Genova. Grillo va tra gli spalatori di fango e lo contestano perché ci va. Se non ci fosse andato lo avrebbero contestato perché non c’era. In ogni caso un politico, oggi, è contestabile qualunque cosa faccia e questo la dice lunga sul muro di qualunquismo che, come una grottesca barriera di autodifesa, circonda ogni capannello, ogni manipolo di lavoranti, ogni adunata organizzata di cittadini disorganizzati, ogni pulpito sociale, ogni punto di raccolta di menti attive. La contestazione fanculista, che è il cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, è in realtà l’arma brandita da qualsiasi non-politico insoddisfatto della politica che si è rifiutato di fare (e che quindi ha subito). Non esistono più le argomentazioni, i pallosissimi distinguo, le mozioni d’ordine, no. Esiste un vaffanculo generalizzato che non sente ragioni e che probabilmente non ne porterà una, una sola sulla soglia di un dialogo che sia (anche lontanamente) costruttivo.
Dopodiché alla democrazia malata non resterà che sperare nell’eutanasia.

L’appuntamento

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Cartello visto stamattina nell’abituale postazione di una prostituta al parco della Favorita di Palermo.

Linkedin mi propone…

linkedin

Linkedin mi ha appena proposto le seguenti offerte di lavoro.

1)    Consulente alle vendite per un’azienda di arredo bagno. Tenendo conto che la mia frequentazione col bagno è ordinaria, come quella di un qualunque cassintegrato o un qualunque premio Nobel.

2)    Consulente di una società “con vocazione” di internet marketing che richiede “un ottimo standing”. Tenendo conto che è più probabile che capisca di vocazioni (ho fatto le scuole dai gesuiti) che di standing.

3)    Consulente in un corso di formazione per consulenti didattici a Bari. Tenendo conto che non capisco niente di didattica e non sono mai stato in Puglia.

4)    Consulente di vendita per un’azienda di cosmetici a Parma. Tenendo conto che io e la cosmetica siamo vicini come Berlusconi e San Francesco e che a Parma ci sono stato una volta per abbuffarmi di prosciutto e parmigiano (e, giuro, senza un filo di trucco).

Facebook e il fattore prociutto

ProsciuttoFacebook non è un gioco, è una crudele macchina della verità. Con la scusa del cazzeggio, della celebrazione quasi onanistica dell’inezia, della collezione di amicizie, del voyeurismo camuffato da curiosità, del collegamento perenne e del gusto un po’ sordido di conoscere i fatti degli altri, il social network assolve una funzione cruciale nel sistema di relazione tra individui dotati di connessione internet: ci mostra per ciò che effettivamente siamo.
Altro che realtà virtuale, che mondi paralleli: è su Facebook che si scopre ciò che per una vita, sciaguratamente analogica, abbiamo cercato di nascondere.
Metti, ad esempio, l’ignoranza. Prima dell’avvento di smartphone e di tablet, se scrivevamo prociutto sulla lista della spesa, nessuno ci avrebbe riso dietro. Oggi invece è tutta un’altra storia. Sul prociutto ci costruiamo un bel post adeguatamente ricco di svarioni e magari ci mettiamo pure la foto della nostra faccia mentre addentiamo il panino col salume in questione, in modo da associare definitivamente una cazzata al suo autore.
Non domi, pensiamo di dover dire la nostra su tutto giacché il prociutto è solo uno spuntino dinanzi allo scibile umano da social network. Dalla crisi siriana a quella sentimentale di nostra sorella, dalla squadra del cuore a quella di governo, dalla celebrazione dei sentimenti a quella del cattivo gusto, e poi vendette, invidie, necrologi, felicitazioni, notizie, abbordaggi, desideri, frustrazioni, aneliti e maledizioni: si scrive di tutto orgogliosi di sapere nulla, bastano un polpastrello e un barlume di idea.
L’altro giorno ho letto un tale, che conosco da millenni e di cui ho sempre apprezzato la sobria (ed epica) incultura, che citava Proust (scritto in modo corretto grazie al salvifico copia e incolla) e non provava nemmeno vergogna a umiliarsi così. In altri tempi, il tale in questione avrebbe infatti usato Proust come spunto di valorizzazione delle proprie origini umili. Tipo: “Io le cose le vedo dal punto di vista dell’uomo della strada. Non è che sono Prust o come minchia si chiama…”. E invece eccolo lì a insidiare telematicamente una tipa dal profilo scollacciato con argomenti di terza mano che al confronto l’abbordaggio alla fermata del bus è roba da galateo.
Siamo passati dall’epoca in cui non scriveva nessuno a quella in cui si è nessuno se non si scrive. O si finge di scrivere. C’è uno che per dare il buongiorno alla sua timeline, copia e incolla il buongiorno del giorno precedente, refusi inclusi. Risultato: un elenco interminabile di strafalcioni che rivela dell’autore molto più di quanto lui stesso vorrebbe. L’altro giorno l’ho incontrato per strada e l’ho visto sotto una luce diversa. Non lo immaginavo capace di tanta banalità.

Il padrone di Mondello

Gianni Castellucci

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Attira antipatie e grane giudiziarie in ugual modo. Combatte solo contro tutti, che siano presidenti di circoli nautici, assessori comunali, gestori di bar, deputati regionali, sindaci, ristoratori, vigili urbani, parroci. Il più delle volte vince, raramente convince. È ufficialmente consigliere delegato, ma generalmente lo si definisce patron, in quanto poco consigliere e molto padrone.
Eppure Gianni Castellucci, il vero unico proprietario di Mondello, afferma di aver sempre guidato la sua società “nello interesse della popolazione palermitana”, come scritto nell’atto di concessione, datato 1909, delle terre del demanio al Comune di Palermo per la successiva vendita a Les Tramways de Palerme, madre dell’attuale Italo Belga. Segue »

Date a Cesaro quel che…

Camorrista o no, il deputato del Pdl ed ex presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro è la rappresentazione più luminosa, esplicita e inequivoca dell’eccezionalità della politica italiana. I giudici ne hanno chiesto l’arresto per appalti sospetti ad aziende legate a quei galantuomini dei casalesi, ma non è questo a destare stupore e/o indignazione. L’atroce rovello che divora noi comuni mortali, non camorristi non raccomandati non scodinzolanti non corrotti non furbastri, è concentrato tutto in un dubbio: come ha fatto Totò a imitarlo con mezzo secolo di anticipo?

Se la pubblicità smaschera il cittadino

manifesto tram comune di palermo

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Come previsto (e fortemente voluto) dai suoi ideatori, la campagna pubblicitaria per il tram di Palermo ha scatenato moltissime reazioni, soprattutto grazie a quel tritacarne di genialità e paranoia che sono i social network. L’accusa principale mossa al Comune è quella di protervia, nonostante l’ostentata provocatorietà dei messaggi (“Non ci scusiamo per il ritardo”, “Non ti chiediamo di avere pazienza”, eccetera) rimandi più alla furbizia del pubblicitario che all’effettiva sensibilità dei palermitani.
In realtà questa campagna e le reazioni ad essa ci dicono nulla del servizio in questione e molto, troppo, dei suoi potenziali fruitori, che si mostrano drammaticamente esasperati. Tra maledizioni e insulti, i cittadini internettiani sguainano le tastiere e si lanciano a post battente contro l’affronto subito. Il succo è: Palermo affonda e per giunta si celebra l’acqua alla gola. È davvero così?
La risposta sta, per paradosso, in altre domande. Tipo: la rabbia endemica mette al riparo da colpe personali? Qual è il livello di coscienza civica dell’automobilista medio palermitano? L’esercizio continuo di benaltrismo dà diritto a punti premio?
Nel video che accompagna e sostanzia la campagna pubblicitaria, Leoluca Orlando è protagonista unico e ciò dà la stura ad altre polemiche. Anche qui, una domanda può servire a qualcosa: questo sindaco è presenzialista e non va bene, quello di prima era assenteista e non andava bene, dove sta l’errore?
(…)

 

Idea!

Il sindaco che oscura se stesso

manifesti elettorali agrigento zambuto

Agrigento, campagna elettorale. Il sindaco Marco Zambuto si candida incolpevolmente alle Europee. Il primo cittadino però – come fa notare Michele Lo Chirco autore della foto e artefice della segnalazione a questo ufficio – è anche il censore di se stesso, in quanto i manifesti sono contro legge. Insomma, Zambuto affigge e Zambuto sconfigge, Zambuto ostende e Zambuto nasconde. Chi la spunterà?

Europee, l’importante è stupire

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Quello che mediaticamente ha la strada in discesa è Giovanni La Via del Nuovo Centrodestra. Con un cognome che è quasi un calembour perpetuo, “la via per l’Europa” è facile da indicare, almeno a giudicare dalla sua pubblicità elettorale. Quello che dovrà faticare di più è invece Antonio Mazzeo di Bronte, candidato alle Europee per la Lega Nord, semisconosciuto al web e per di più oscurato per presenza mediatica da un suo omonimo, Antonio Mazzeo di Messina, ecopacifista in corsa con la lista Tsipras.
Manifesti (pochi), siti internet (qualcuno), account Facebook (moltissimi): in Sicilia la campagna elettorale per le prossime Europee sonnecchia tra citazioni maccheroniche, videoclip grotteschi e piccoli incidenti diplomatici. Segue »

I proprietari della Rai senza maglietta e senza tessere

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

L’altro giorno al comizio di Matteo Renzi a Palermo, tra i contestatori c’erano per la prima volta dei giornalisti, giornalisti della Rai. Protestavano per il piano di tagli annunciato dal premier che vuole contenere gli sprechi nell’azienda radiotelevisiva pubblica italiana. “La Rai siamo noi” c’era scritto sulle magliette dei contestatori e mai senso di appartenenza fu più opportuno: perché quando la situazione è difficile, la chiarezza è come l’acqua santa sulla fronte dell’indemoniato, brucia ma serve.
Chiarezza quindi. E’ vero, molti giornalisti della Rai (…) hanno fatto anni e anni di gavetta e si battono per un’informazione equilibrata e non equilibrista. E’ vero, quando un governo mette mano a ristrutturazioni di aziende c’è sempre il rischio che nella foga ci vadano di mezzo i poveri lavoratori.
(…)
Ma è anche vero che, proprio quando si parla di informazione, non si può raffigurare una realtà piatta, bidimensionale. Negli anni passati alla Rai siciliana ci fu una memorabile tornata di assunzioni di giornalisti. Si entrava per segnalazione politica e non era un segreto. C’erano le quote: tot al liberali, tot ai repubblicani, tot alla Dc, tot al Pds, eccetera. Il primo degli sprechi è quello che incide sulla credibilità: per anni l’unico tesserino che alcuni colleghi hanno portato in tasca non è stato quello professionale ma quello di partito, e ciò ha finito per danneggiare il prodotto. Un prodotto che ha un involucro immenso e probabilmente sovradimensionato. Un prodotto fatto in un’Isola che stringe la cinghia e che non ne può più di disparità. “La Rai siamo noi” è quindi un ottimo slogan. Perché la Rai è di tutti, anche di quelli che non hanno quella maglietta.

Grillo, i soliti attacchi e i soliti sospetti

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Solito format, soliti attacchi contro Napolitano, contro il presidente della Camera Boldrini, contro il Pd e Renzi, contro i sindacati e la politica, contro Berlusconi.

Così l’inviata del Tg1 ha riassunto oggi nell’edizione delle 13,30 gran parte della missione palermitana di Beppe Grillo che ieri sera ha parlato in piazza Politeama. Non ne faccio una questione politica – una volta ho votato per il Movimento 5 Stelle, molte altre volte ne ho scritto criticamente qui e sui giornali – ma prettamente giornalistica. Non c’è nulla di male nel descrivere sbrigativamente un comizio, basta avere la coscienza a posto. C’è invece qualcosa di irritante nel imporre il doppiopesismo di un’informazione che ha la memoria corta.
Mi spiego.
Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto un tale al governo – o da quelle parti – che ripeteva ogni giorno la stessa solfa: contro i giudici, contro i comunisti, contro Napolitano o chi per lui. Mai che il Tg1 si sia limitato a una descrizione sbrigativa del verbo berlusconiano, mai che abbia riassunto il veleno del leader di Forza Italia come “il solito veleno”, o magari “il solito format”. Mai.
Ora, per quanto mi riguarda, Grillo può gridare e sbagliare quanto vuole, il mio compito di elettore è censire le buone proposte nel suo programma, se ce ne sono, e decidere di conseguenza. Ma la Rai e il Tg1, che negli ultimi decenni hanno dato prova di esibirsi come equilibristi su un filo di lana (quindi di sfidare le leggi della logica) quando si trattava di diffondere il verbo di uno che lanciava “soliti attacchi” contro tutti quelli che si mettevano in mezzo tra lui e il suo tornaconto, non può sbagliare. Da spettatore pagante oggi esigo la stessa minuziosa pelosità nel raccontare le gesta del potente di turno. Altrimenti sarò legittimato a pensare che è facile fare gli spiritosi con Grillo perché – con tutti i difetti che ha – non spartisce, non traccheggia, non lottizza, non corrompe: basta essere dei gran codardi.

Governi domiciliari

Mai uno che stia al suo posto

Tutto pensavo di leggerre tranne: “Pelù attacca Renzi”. Ora mi manca solo: “Pupo riscrive il Dpef”. Oppure: “I Righeira bocciano la Merkel”. O ancora: “Pioggia  di emendamenti dalla Spagna (Ivana)”.

Se la Sicilia decide di battere moneta

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

L’idea è di quelle talmente geniali da annichilire. C’è la crisi, i siciliani sono in difficoltà economiche, il tessuto produttivo è in necrosi. Servono soldi e siccome soldi non ce ne sono, il deputato pd all’Ars Giuseppe Laccoto ha avuto un’idea, anzi ha avuto l’idea di prendere a prestito un’idea altrui: battere moneta. Il ddl è già stato depositato e ha riscosso l’entusiastico consenso dell’Mpa, che quando si tratta di soldi ha il sesto senso del mentalista Tesei e la visione strategica di Diabolik.
Se il progetto andasse in porto, presto la Sicilia potrebbe quindi avere la sua alternativa all’euro, che si chiamerebbe Grano come la moneta del Regno delle due Sicilie di cui, presi da altre grane, ci si era colpevolmente dimenticati.
Il copyright di tutta questa storia non è però del singolo Laccoto, ma di un’associazione chiamata Progetto Sicilia che propone “un programma di crescita e di sviluppo” da attuare sotto la benedizione della Santa Autonomia, quella che fa miracoli a gentile richiesta.
Fedeli alla visione Poundiana secondo la quale “chi non s’intende di economia non capisce affatto la storia”, questi innovatori del pensiero siculo hanno mescolato matematica, cronaca, futurismo e, probabilmente, un pizzico di scaramanzia per dar vita a un piano che prevede, proprio grazie al Grano, la creazione di 250 mila posti di lavoro: insomma un po’ Berlusconi nella fase pre-condanna, un po’ Alfonso Luigi Marra nella fase pre-Tommasi. (…) Strategicamente si parla di “uno strumento per fronteggiare la crisi di liquidità”. Capito? Quando ci sono pochi soldi in giro, basta stamparne di nuovi. Geniale e annichilente.