Amici e (ri)guardati

Quanti amici ho? Vi siete posti la domanda? E soprattutto ve la siete posta in vari momenti della vostra vita? Se io me la fossi posta quarant’anni fa, la risposta sarebbe stata molto diversa da quella che mi sarei data chessò nel 2008 e ancora più diversa da quella che troverei oggi.

Confesso subito: la domanda non me la sono mai posta, per vari motivi.

Primo, contiene in sé una trappola logica, cioè recensire matematicamente qualcosa che non ha nulla a che fare con la matematica: esistono tanti e tali gradi di amicizia che bisognerebbe stabilire un livello minimo, o almeno medio per entrare nella schiera degli “aventi diritto”; ed è impossibile arrivare alla ragionevole certezza che produca un numero.
Secondo, l’amicizia è un sentimento tutt’altro che stabile. Oscilla, come l’amore, l’odio e i sentimenti che non si possono annacquare. In generale nelle sensazioni e nei rapporti umani tutto ciò che è stabile, è diluito, annacquato appunto. Pensate ai grandi sodalizi duraturi, di qualunque tipo siano, e avrete contezza di quanto compromesso, di quanta sabbia riempi-fessure (mezzo spoiler: la sabbia non la cito a caso perché alla fine vedrete che sarà determinante) c’è bisogno per puntellarli e farli risultare scenograficamente stabili. Quindi amici oggi, ma domani?
Terzo, siccome non posso buttare tutto in vacca ci metto un pizzico di scaramanzia. Non mi sono posto la domanda perché ogni volta che sono stato vicino a farmela ‘sta cazzo di domanda, mi sono beccato una delusione.

Tutto ciò per dire che io comunque ci credo nell’amicizia, ma credo ancor più nei suoi limiti.
E qui ci vuole una parentesi personale.
Ogni volta che “ci vorrebbe un amico” io me la canto da solo. È un mio difetto. Perché, diciamocelo, noi l’amico lo cerchiamo quasi esclusivamente quando siamo con le pezze al culo. Ecco, quando mi trovo in quella situazione, io invece sposo un atteggiamento che definisco, senza modestia, da “scassacazzi intimista”: detesto imporre i miei problemi agli altri, quindi prima risolvo, poi cerco chi torturare con i dettagli di come ho risolto.
I limiti dell’amicizia, per quanto mi riguarda, sono tutti in una semplice considerazione: va bene come responsabilità ma non deve mai essere considerata un’opportunità.

E adesso parliamo di sabbia, sennò che spoiler ho fatto.
Altro che Covid, altro che global warming, altro che Greta, altro che munnizza a Palermo, una vera crisi millenaria è alle porte. È un allarme sul quale, a causa di casini molto più urgenti e urenti, già da qualche anno l’Onu ha scritto qualche paginetta di disastri prossimi venturi. Riguarda l’esaurimento delle scorte della terza più importante materia prima al mondo dopo aria e acqua. Che non è il petrolio. Ma la sabbia.
Sì, la sabbia.
Uno dice: minchia, ma con tutta la sabbia del Sahara, cosa volete di più?
Basta documentarsi un po’ per aggirare la domanda. Perché gli scienziati ci dicono che con la sabbia del deserto si fa il vetro, ma non il buon cemento: quella è troppo liscia, levigata dalla frizione dei granelli sotto l’azione del vento. La sabbia da costruzione è più ruvida, erosa dall’acqua in riva al mare o ai fiumi.
La sabbia infatti non è una risorsa rinnovabile, ci vogliono epoche geologiche intere perché se ne generi in quantità significative, mentre il fabbisogno cresce sempre più. Scrive James Hansen nella sua imperdibile “Nota Diplomatica”: “L’Onu stima — un po’ alla carlona per la verità — che il mondo consumi annualmente tra i 40 e i 50 miliardi di tonnellate di sabbia da costruzione. Abbastanza per gettare ogni anno un muro alto 30 metri e largo altri 30, tutto attorno al pianeta. La sabbia è anche corruttrice. Secondo il Global Financial Integrity, un think tank americano che studia traffici illeciti, la sua estrazione illegale genererebbe il terzo più alto volume di crimine transnazionale dopo la contraffazione e il traffico della droga—attorno ai 200 miliardi dollari annui già nel 2017″. Comunque sia, tra le nuove città e le nuove strade — e i criminali che vengono di notte a rubare nelle nostre spiagge — secondo l’Onu la scarsità della materia prima, cioè della sabbia, promette di essere una delle più importanti sustainability challenges del ventunesimo secolo.


Quindi la sabbia abbonda, come l’amicizia.
Ma quella che serve a costruire qualcosa scarseggia, come l’amicizia.
Può diventare oggetto di ricatto e illusione, come l’amicizia.
Ma è una grande scommessa, come l’amicizia.

Vada come vada, il miglior modo per essere ottimisti è presentarsi con la delusione in tasca.
Il resto è solo meravigliosa sorpresa.

Il pennello rubato

Sto scrivendo una cosa su Libero Grassi e, studiando tra carte giudiziarie e testimonianze giornalistiche, tra riflessioni dei figli dell’imprenditore e vecchi appunti che avevo sulla vicenda, mi sono imbattuto in una frase che dovrebbe essere scolpita nelle aule scolastiche e in quelle giudiziarie, nelle università e in tutti i luoghi del potere.

“Ciò che davvero conta è la qualità del consenso, la formazione del consenso. A una cattiva raccolta di voti corrisponde una cattiva democrazia”.

Libero Grassi

Libero Grassi questa frase la pronunciò in un’intervista a Michele Santoro il 14 aprile 1991, quattro mesi prima di essere ammazzato dalla mafia, non tanto per essersi rifiutato di pagare il pizzo (come sbrigativamente si usa ricordare oggi), ma perché il suo “no” rappresentava un esempio umiliante e pericoloso per Cosa Nostra.

La qualità del consenso ha oggi un peso sconfinatamente maggiore rispetto a trent’anni fa. Oggi il consenso che conta non è più solo quello elettorale, che anzi è l’aspetto meno importante data l’estinzione degli elettori. Il consenso è una forma liquida di giudizio sempre meno informato, sempre più volatile. Con una materia così difficile da recensire diventa impossibile vagliarne la qualità. Pensate ai rivoli tecnologici lungo i quali scorre oggi il consenso. Pensate al gioco della rifrazione social su un’opinione o peggio ancora su un fatto acclarato.

Abbiamo più volte ragionato sulla scomparsa dei fatti e su quanto la voragine provocata da questo boato nel vuoto della ragione rappresenti un pericolo: per tutti. Per gli illusi della democrazia e per i suoi nemici, per chi nega a prescindere e per chi difende gli assiomi, per chi lotta e per chi si arrende.

Per questo la qualità del consenso è ancor più importante adesso. Perché dobbiamo cominciare col ripristinarlo, questo benedetto consenso. Come? Innanzitutto sposando con orgoglio una forma di narrazione soggettiva, parziale, non equidistante. Quindi smettendola con le par condicio che mettono sullo stesso piano l’oro e la merda. Poi cominciando finalmente a coltivare il futuro (ne abbiamo parlato a lungo qui) e adottandolo come programma politico, scolastico, artistico. Infine valorizzando le diversità reali, che obbediscono a formazione, cultura, scienza, opinioni verificate. Mi piace immaginare il consenso come un grande quadro dove ognuno dà una pennellata. Colori e pennelli purtroppo ce li hanno sottratti gli algoritmi che sembrano regalarci un nuovo tempo e invece ce lo rubano minuto dopo minuto, byte dopo byte.  Ma dovremo provvedere a recuperarne di nuovi. 

Uscire dalla tomba

Poco si sa, e quel poco è meno che irrisorio, sui candidati a sindaco di Palermo. Per certi versi è una fortuna giacchè, ogni tanto, la speranza è un foglio bianco. Tra autocandidature nate dopo un antipasto in trattoria e indiscrezioni attendibili quanto un’invettiva no vax di monsignor Viganò, affiora un’investitura che pare tanto credibile quanto esilarante. Sovrabbondano i personaggi, latitano le persone.
Usciamo dalle metafore e diciamocela tutta: una città come Palermo, che non è sovrapponibile per casini e prospettive a nessuna altra città italiana, ha bisogno di un “sindaco professionista”.
Mi spiego.
La favola bella della società civile che sforna casalinghe dotte, archeologi, scrittori, presidi, farmacisti, impiegati, giornalisti, tutti pronti a risollevare, ricostruire, ridisegnare va bene per chi scambia l’ottimismo con la mortadella sugli occhi. Per governare Palermo non serve un professore di matematica che sappia fare bene i calcoli, ma un politico che sappia leggere attraverso i numeri. Serve un manager che conosce, oltre agli equilibri finanziari, anche l’arte della gestione dei rapporti umani. Serve un figlio della politica che ne sappia diventare padre.

Orlando ha avuto la sua visione che ha dato i suoi frutti ma ha anche accumulato le sue scorie. Ha messo Palermo su un piedistallo, ma non si è curato della polvere del ripiano sul quale quel piedistallo era stato adagiato. Ed è riuscito, con un inusitato snobismo comunicativo, a farsi torto laddove aveva ragione, tranciando laddove poteva sezionare con cura, trascurando laddove poteva delegare. E la visione a poco a poco si è ristretta, ostruita da un cassonetto stracolmo o da una bara senza sepoltura. Ne riparleremo giacché l’orlandismo al tramonto merita più di un inciso in quaranta righe.
Resta la necessità di dirci le cose come stanno.
L’arrembaggio di candidature senza una narrazione è il vero problema di una campagna elettorale che misurerà la temperatura di un elettorato disperso, disorientato, disinformato (per colpe soprattutto sue, dell’elettorato intendo).
Il nuovo sindaco professionista di Palermo non è la morte dei partiti. Manco i 5 stelle sono riusciti a celebrare il funerale dei partiti e il loro fallimento è dinanzi agli occhi di tutti, persino i loro (che infatti si sono riparati sotto l’ombrello di quegli stessi partiti che prima additavano come la kriptonite).
Il nuovo sindaco deve provenire dai partiti, ma deve essere in grado di costruire una squadra super specializzata fuori dai partiti. Deve conoscere la politica e non orecchiarne i contenuti saltando da un festival a una convention, forte del suo essere altro.
E la società civile? È lì che ci conduce il nostro ragionamento.
Non credo che la società civile possa più partorire leader, ma che li possa sostenere se è il caso. Ammesso che riesca a uscire dalla sua tomba. A Palermo è difficile finirci in una tomba, figuriamoci uscirne.

I miei segreti

Nel suo prezioso libretto (libretto per le sue dimensioni fisiche) “Segreti e no” Claudio Magris spiega: “Il segreto e la sua custodia sono un elemento fondamentale della potenza, del potere. Ma c’è un’altra, molto più interessante custodia del segreto: è una umanissima protezione della propria libertà”.

Queste parole pesano ancor di più in questo periodo storico in cui la schizofrenia con la quale guardiamo alla privacy – inesistente sui social al contempo sbandierata per il green pass – ci mette di fronte a una quasi irresistibile nudità psicologica: dobbiamo mostrarci nel nostro quotidiano, dobbiamo esibire anche l’intimo più superfluo, dobbiamo pasturare l’audience affamata dei nostri dettagli privati. Ecco che, in questo contesto, la pubblicazione del libro di Ilda Boccassini “La stanza numero 30” in cui l’autrice parla del suo amore per Giovanni Falcone segna un giro di boa: la rivelazione di amore per un deceduto, ammogliato, per di più spasmodicamente riservato.

Non ho intenzione di criticare la Boccassini, non me ne arrogo il diritto. Voglio solo ribadire, da uomo che ha frequentato (spesso non incolpevolmente) il segreto, che ci sono cose che possono rimanere non dette senza perdere valore. E che il nostro passato ci regala molto raramente occasioni in cui ringiovanire senza far torto a nessuno: una di queste è stringerci al ricordo più bello e più lontano, e coccolarlo perché resti per sempre nostro. Solo nostro.

L’estinzione della società civile

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

L’abbiamo invocata a gran voce quando mancava un appiglio politico, benedetta quando tutto intorno era buio e paura, citata alla cieca quando serviva un’entità positiva di riferimento. Non l’abbiamo rimpianta quando è scomparsa perché la sua fine è stata talmente lenta da rendere invisibile il suo stesso dissolversi.
La società civile in Sicilia non c’è più e non ce ne rendiamo ancora conto.
Se n’è andata coi suoi lenzuoli candidi, con le sue mobilitazioni spontanee che non hanno mai conosciuto la droga dei social, col suo essere ago preciso di bilance usate da mani distratte.
Nessuno l’ha uccisa, nessuno l’ha rapita. Si è estinta a causa di quel cataclisma sociale che ci ha portato a essere tutti (forzatamente) presenti pur non essendoci: partecipanti in contumacia, movimentisti da polpastrello. Anche l’humus sul quale era nata e cresciuta è cambiato. L’urgenza drammatica dell’aggressione mafiosa ha lasciato spazio ad altre urgenze: dai rifiuti dietro la porta, all’odio dietro lo schermo. Le emergenze fanno il loro lavoro che è quello di sommare problemi a problemi senza sommergerli, e in tal modo ci ingannano: in fondo non cambia nulla a eccezione del nostro modo di reagire.
In questa delocalizzazione dell’attenzione il corteo resta civile e la società resta a casa. Perché essa non è titillata dalla globalizzazione, anzi nasce nell’hyperlocal e si mobilita per la sua salvaguardia.
La mafia non è mai finita, ma non è più tra i trend topic. Anzi non lo è mai stata diciamo per mission aziendale.
Come in ogni estinzione che si rispetti la specie scomparsa farà sentire la sua assenza dopo molto tempo. Per capire com’è andata col dinosauro della società civile, bisognerà scavare. Ma prima bisognerà trovare il coraggio di farlo.

Amici (o presunti) sullo scaffale

Oggi ho fatto un esperimento. Ho cominciato a scorrere lo scaffale dei “libri degli amici” della mia libreria e ho giocato a collegare storie, sorti e biografie. Una buona parte non sono più amici: non per colpa di qualcuno, ma per vicende non recensibili. Altri resistono in contumacia: gente alla quale potresti voler bene ma che non vedi quasi mai. Altri, pochissimi, sono rimasti amici come lo erano quando hanno pubblicato: sono quelli che si ricordano di te senza un motivo contingente e che magari ti chiamano per chiederti, in modo affettivamente rivoluzionario (di questi tempi), come stai.
Le nostre librerie di casa sono una sorta di anagrafe dei sentimenti, con nati e morti: ma in più hanno i morti-vivi, i moribondi a loro insaputa e i resuscitati. Basterebbe dare retta a quegli scaffali per capire delle persone più di quanto avremmo voluto sapere. Perché, diciamocelo, nel nome di un prodotto editoriale spesso si fanno forzature da Guinnes.
Ho scritto un bel po’ di cose in società, insieme con altri autori, e in generale mi sono trovato bene. Oggi ci ripenso e lo considero quasi un miracolo (la mia psicologa è d’accordo) giacché la mia indole solistica mi avrebbe dovuto spingere in mare aperto, verso una navigazione solitaria. Eppure così non è stato.
Quasi sempre, ripeto quasi, l’aver condiviso un tratto di penna è stata un’occasione di crescita. Delle eccezioni non parlo: mi divertirei troppo e so che le mie pulsioni luciferine prenderebbero il sopravvento mistificando la realtà, quindi dandomi più noie che soddisfazioni
Comunque oggi guardando quello scaffale ho avuto la dimostrazione che lo scorrere del tempo non ha solo una velocità, quella che conosciamo biblicamente o se volete biologicamente. Esistono vecchiaie anticipate e gioventù tardive, almeno a guardare i libri e i loro autori. Esistono vite che non finiscono mai, sodalizi mai coronati eppure eterni e unioni tanto fallaci quanto amare indipendentemente dai calendari. Non è colpa di nessuno, ma c’è un merito condiviso. Quelle pagine, ingiallite o intonse, note o sconosciute (non si legge tutto per diritto di parentela/amicizia, ed è un bene) ci dicono oggi quello che non siamo stati capaci di capire ieri. Ci rivelano che non è mai troppo tardi per rivalutare un errore di prospettiva in buona fede.
Chi c’è ancora oggi ne godrà, chi non c’è più probabilmente ha fatto la fine che meritava.
I libri non mentono mai. Soprattutto quando raccontano menzogne.  
Per il resto c’è la vita.

Lucarelli e l’isola senza vergogna

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Ci voleva Selvaggia Lucarelli per ricordarci che siamo un popolo che non rispetta i patti con la bellezza, che tende ad azzannare la mano che ci sfama (o se non lo facciamo è perché aspettiamo che arrivi al portafoglio), che sporca con malcelato orgoglio ciò che un orgoglio vero dovrebbe proteggere. Ci voleva una influencer che pesa quanto un’azienda editoriale in termini di diffusione del verbo, con tutte le contraddizioni del caso legate a un’informazione estremamente centripeta e alle sue fisiologiche oscillazioni umorali, per sbatterci in faccia una realtà e un metodo. La realtà è, senza sconti, quella di cui sopra (senza generalizzare, ma senza nemmeno fare i pesci in barile): una Sicilia arraffona, che quando può tende a fottere il turista, una Sicilia di sindaci balbettanti, di aziende pubbliche inefficienti, di coscienza civile paleolitica. Una Sicilia che i giornali raccontano ogni giorno, cercando di schivare la foga populista dei social. Il metodo è tutta una addizione di disattenzioni: il cittadino butta il sacchetto dove presume che qualcuno lo raccoglierà, l’azienda preposta non ha fretta di recuperarlo, i controllori di quell’azienda sanno che così va la vita e non si stressano, gli amministratori si fidano dei controllori che hanno messo lì loro (sennò che ce li mettevano a fare?) e nicchiano. Così il sacchetto prolifera a go-go, altro che variante gamma o delta: e contagia persino lo sguardo di chi lo incrocia a distanza, in una vergogna che è virus senza anticorpo.

Ebbene sì, ci voleva Selvaggia Lucarelli per ricordarci la miseria di una terra millenaria che si ritrova adesso, in questa estate di maschere e mascherine, con la memoria labile di una timeline.   

Il desiderio di Ragazza X

Qualche anno fa l’attore porno James Deen ha girato un film con una ragazza che era una sua fan. La chiamava Ragazza X. Non era una novità. Spesso Deen – che in passato è stato accusato, ma poi prosciolto, per stupro – si è concesso alle sue ammiratrici. Metteva su una specie di contest sul suo sito e chi vinceva…
In realtà i video di questo genere hanno poco a che fare con il sesso poiché si tratta di filmati in cui prevalentemente si parla, si filmano le titubanze e comunque se sesso ci sarà, sarà solo un dettaglio. Perché il clou della discussione è “voglio fare sesso con te, ma non voglio mostrarlo al mondo”. Di questo argomento ha scritto qualche mese fa la scrittrice Katherine Angel sul Guardian analizzando il “presunto desiderio di una donna che, anche se si manifesta una sola volta, per un solo uomo, la rende vulnerabile. Come se il suo desiderio non la rendesse più degna di protezione”.
È un tema, generale, e applicabile a tutto il ventaglio di scelte della nostra socialità.
Desiderare è scoprire il fianco?
Auspicare significa necessariamente schierarsi?
Volere è per forza scegliere?
Pensate alle infinite declinazioni di questo argomento. Magari applicandolo al (falso) dilemma sui vaccini: mostrarsi perplessi è già un atto di imperio?
Non ho una risposta perché se è vero che domandare è lecito, spesso è anche vero che rispondere non è cortesia, ma sfogo, liberazione. Viviamo tempi complicati in cui è pericolosissimo desiderare senza filtro, in cui persino la fantasia deve stare attenta al suo genere femminile (e chi lo ha detto che non ci sia un fantasio? E chi ha scritto le regole di questa discriminazione che parte dalle vocali e finisce chissà dove?). Dobbiamo di nuovo imparare a desiderare, senza farci condizionare dal giudizio. E contemporaneamente dobbiamo stabilire un direzione coerente degli auspici, coerente con la storia, con il giudizio, con la buona creanza.

Non è sparandola grossa che si va sulla luna. O che si corona un sogno erotico.

Una buona antimafia

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Abituati come siamo a guardare la politica con diffidenza, rischiamo di perderci qualche passaggio quando invece il Palazzo lavora di buona lena e con attenzione. Allora è bene fermarsi e dare atto che c’è una politica che non è solo, per dirla con Berlinguer, una macchina di potere e clientela. La Commissione regionale antimafia guidata da Claudio Fava è un esempio di come si può vigilare sulle cose nostre senza lasciarsi trascinare dalla corrente del momento, di come si può indagare su temi di cronaca scottante senza farsi tentare da sterili effettismi. Così è stato per l’esame del caso Montante e sulle sue diramazioni complicate, per gli interrogativi sull’attentato Antoci e su certe incongruenze non da poco, per la recente disamina del doppio (o triplo) tentativo di depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino. La Commissione ha, ad esempio, trattato un noto giornalista anti-boss come un normale testimone e non ha esitato a evidenziare alcune contraddizioni nel suo operato, rischiando la scomunica dell’antimafia adorante. Ha lavorato, insomma. Magari avrà sbagliato in molte o alcune conclusioni, ma si è data una direzione. È bene ribadirlo: qui non si giudicano i risultati che possono essere oggetto di valutazioni discordanti, si giudica un metodo. In particolare una discreta indipendenza dal mainstream, perché prima di affondare un coltello nella crosta delle cose bisogna assicurarsi che non sia stato usato per altro, insomma che sia pulito. Questa Commissione ha tentato di tenere a distanza il pregiudizio, di non conoscere intoccabili, di saper coniugare rigor di legge e curiosità. Ci ha rivelato che il compito della politica non è solo dare risposte, ma saper fare domande.

Effetto pecora

La cronaca ha un sentimento? No, e guai se lo avesse. Significherebbe che esistono notizie giuste o notizie sbagliate. Mentre esistono quelle buone e quelle cattive, che è altra cosa giacché la loro valenza si rivela nelle sensazioni che suscitano nel lettore. Il dovere di cronaca impone al giornalista di raccontare, di testimoniare ciò che accade a prescindere da tutto, eccezion fatta per i paletti imposti dalla legge e dalla deontologia. Per questo vale la pena ragionare sulle polemiche germogliate sui social a proposito dei video sul tragico incidente sulla circonvallazione di Palermo. Chiariamo subito che qui si discute dei video filtrati e pubblicati da testate giornalistiche e non di quelli spalmati sui social da chiunque in barba alle norme sulla privacy e al buon senso, con dettagli raccapriccianti che nulla hanno a che fare con una corretta narrazione del fatto, per quanto atroce sia. Da sempre il cronista ha il dovere di essere quanto più possibile sul luogo dell’accaduto, di riportarlo fedelmente nei modi che la situazione e i tempi gli consentono. Che sia il rapimento di Aldo Moro o l’omicidio di Piersanti Mattarella, che sia la strage di Capaci o l’eccidio di via d’Amelio, che sia il crollo delle Twin Towers o la strage del Bataclan, il dovere di raccontare è più forte di ogni moralismo, forse perché è la stessa morale che è fatta di verità e non di infingimenti.

Ciò non vuol dire che le immagini drammatiche di un incidente in cui sono morte due ragazze e sono rimaste ferite decine di persone devono essere viste a ogni costo per avere un’idea dell’accaduto, ma che non mandarle in onda sarebbe una scelta contro la cronaca, contro il messaggio crudo che la cronaca ci manda (ad esempio, guidare con coscienza, indossare le cinture di sicurezza, eccetera). È sempre stato così, da quando esiste l’informazione: pensate cosa sarebbe stata la percezione della Seconda guerra mondiale senza i reportage di Robert Capa, o l’impatto dell’11 settembre senza la CNN.

Solo che adesso c’è il corto circuito tra due elementi che hanno sconvolto il nostro rapporto col vivere quotidiano: lo smartphone e i social network. Il primo estende a chiunque la possibilità di entrare nella narrazione da protagonista, ma senza il filtro che un narratore professionista deve imporsi. I secondi alimentano il peggiore moralismo, quello cieco, senza ragione e appiglio culturale: quello del “dico il cazzo che mi pare” perché ne ho la possibilità ed è il semplice fatto di poterlo fare che giustifica la presa di posizione, non il suo contenuto. Quindi le minacce ai giornalisti che mostrano un video drammatico diventano virali perché la minaccia zero figlia conseguenti schifezze che non hanno altra intenzione che auto-sostentarsi. Inutile dire che quel video rappresenta ciò che per decenni i cronisti si sono dovuti sobbarcare per svolgere il loro mestiere. Inutile dire che sui morti i giornali hanno sempre venduto e non per scandalo, ma per peso della notizia. Inutile dire che “rispetto per le famiglie delle vittime” non è tacere sulla loro fine, ma andare a fondo con severo mestiere sulle ragioni che l’hanno determinata. E magari sottrarsi al pericoloso “effetto pecora” che un algoritmo alimenta ogni giorno ingannandoci con la finta libertà di avere sempre ragione senza avere una ragione.