dubbi

Per colpa di una doccia

docciaIo me lo ricordo quando sono invecchiato. Era mattina e stavo facendo la doccia. Mi insaponavo e come al solito facevo una piccola contorsione, quasi rituale, per raggiungere ogni centimetro quadrato del mio corpo (pignolerie da Doc). Quel giorno, per la prima volta nella mia vita, fui costretto ad appoggiarmi per compiere il movimento. Un appoggio leggerissimo, un soffio di equilibrio, eppure cruciale per gli anni a seguire.
Non ero più giovane. Di colpo.
Non so se per voi è stato così, ma per me è stata una virata rapidissima. Da allora molte cose sono cambiate, nonostante mi ostini ad aggrapparmi a certe abitudini (sportive innanzitutto). Guardo il mondo da un’altra prospettiva, che non significa maturare pessimismo, anzi. Osservo molto di più i giovani e cerco di immedesimarmi in loro quando vorrei criticarli. Rispetto di più gli anziani e mi innervosisco di meno davanti alle loro esitazioni.
Oltre a leggere, adesso rileggo molto. E non è nostalgia, ma recupero di quei dettagli che nella foga mi ero perso.
Il problema è che non riesco ancora a essere particolarmente clemente con me stesso quando mi accorgo di non avere più la falcata di una volta, quando mi scopro ad apprezzare più la lentezza che la velocità, quando mi rendo conto che tutto decade tranne i difetti.
Provo disperatamente ad allargare i cordoni della pazienza sapendo che ne chiedo sempre di più.
Tutto questo per colpa di una doccia.

Amanda, Raffaele e il circo del web

raffaele e amandaC’è un vento di scandalo che cresce dopo l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher. A soffiare sono i soliti intellettuali da social, digitatori abusivi di opinioni che hanno tutto da dire su tutto, anche se si tratta di argomenti a loro ignoti, e anzi meno ne sanno più si slogano i polpastrelli in tesi acrobatiche.

L’ultimo esercizio d’improvvisazione logica (più improvvisazione che logica) verte attorno al seguente argomento esclamativo: poveri Amanda e Raffaele, innocenti massacrati ingiustamente per otto anni da una giustizia ingiusta!

A parte la lunghezza del processo, che è il vero scandalo di questo Paese e che non riguarda solo i due ragazzi in questione, è fondamentale tenere a mente che il caso era particolarmente complesso e che si trattava di un procedimento a carattere indiziario. E gli indizi vanno pesati e vagliati attraverso tutti i gradi di giudizio che, ricordiamocelo, sono una garanzia di giustizia poiché impongono un vaglio completo e ripetuto di tutti gli elementi utili per giungere a una sentenza definitiva. Nel caso dell’omicidio della povera Meredith, ci sono voluti cinque processi per stabilire che il quadro accusatorio “non è sorretto da indizi sufficienti”, che comunque giustificavano un’attenta valutazione perché non si trattava di bruscolini, ma di sangue e violenza cieca. Qual era l’alternativa invocata dai tuttologi dei social? La sentenza che piace è più giusta di quella che non piace? Ci si può sostituire ai giudici senza sapere un tubo solo per il gusto di inventarsi un’opinione prêt-à-porter?

Se Amanda e Raffaele sono per la giustizia italiana non colpevoli, non è detto che siano stati accusati ingiustamente. C’era più di un sospetto, gli inquirenti non li hanno deportati in un’aula di giustizia perché non avevano nulla da fare, ma perché i due erano sulla scena del delitto e il loro comportamento induceva a pensar male. Il resto sono chiacchiere in libertà vigilata.

Il coraggio perduto del barbiere che si fece presidente

BarbiereUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Se il barbiere è un tale che usa arnesi taglienti con l’abilità di un chirurgo, che ti fa domande come uno psicologo e che ti dà dritte come un agente dei servizi segreti, Nunzio Reina è ed è stato l’uomo giusto al posto giusto. E non è la poltrona di presidente di Confartigianato Palermo il simbolo del suo potere, ma le sedie girevoli del suo locale, il New Man di via XX Settembre. Lì, Reina ha tagliato, ammorbidito, ripulito: e che fossero capelli o guance poco importa, comunque di capocce e capoccioni si è occupato. Segue »

La regola del viceversa secondo Ingroia

Antonio Ingroia

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Piovono sciocchezze sulla testa del povero Antonio Ingroia, ex magistrato, ex candidato a premier, ex formatore di pattuglie anti-narcos, ex leader di Rivoluzione Civile, ex presidente di Riscossione Sicilia, ex commissario della Provincia di Trapani, attualmente amministratore unico di Sicilia e-Servizi. Proprio in questa ultima veste, il gip Lorenzo Matassa ha ordinato alla procura di Palermo di indagarlo per abuso in atti d’ufficio. La vicenda giudiziaria è complessa e sarebbe poco avvincente se Ingroia, pur avvertendo il suo pubblico di aver “cose più serie a cui pensare”, non si fosse esibito in un’argomentazione che costituisce il pilastro di un inscalfibile sistema assiomatico: indagare me è una sciocchezza colossale. (…)
Insomma dovevano passare alla santificazione, ma al momento si sono fermati al martirio. Succede quando si è incompresi, quando la memoria la si invoca e non la si esercita, quando si dimentica che la modestia è in fondo una forma raffinata di vanità. Il mistero della parabola di Antonio Ingroia, da coraggioso pm e simpatico discettatore televisivo a modesto leader politico e appassionato protagonista della fanta-rivoluzione Crocettiana, è tuttora insoluto. L’unica certezza è che l’ex magistrato conosce talmente bene la legge da ritenere possibile che ci debba essere per forza un viceversa.

I rischi del partito macedonia

davide faraoneUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Esserci o non esserci? La domanda cruciale che galleggia tra i componenti siciliani del Pd è tutta legata a cosa fare nel weekend. Andare alla Leopolda palermitana o girare al largo? La vocazione elitaria del partito, in passato sperimentata come ottimo antidoto contro sconfitte e passi falsi, trova la sua Caporetto isolana nei Cantieri Sandron dove sabato e domenica si celebreranno il rito del bagno di folla e la cerimonia della promiscuità programmatica. Tutti insieme appassionatamente nel partito macedonia, perché persino nel bignamino della politica c’è scritto che non si governa solo con le idee, ma che ci vogliono i numeri. E che le rivoluzioni annunciate, dalle nostre parti non portano a niente giacché servono consessi di stabilità, occorrono persone in grado di mettere ordine anziché scompaginare. Intanto dietro la porta di Davide Faraone, colui il quale ha preparato e condito la macedonia, la fila si allunga. Ci sono ex di tutto, fuoriusciti di partiti estinti, amministratori raminghi, dirigenti incazzati, cercatori di luce e portatori d’ombra. Premono per un posto in quel Pd che un tempo respingeva e che oggi abbraccia con una capacità di accoglienza che rischia di innescare una sorta di emergenza umanitaria nella politica siciliana. (…)
“Delinquenti e mafiosi li lasciamo fuori”, avverte Faraone sorvolando sul dettaglio che non basta la fedina penale pulita per ottenere il biglietto di ingresso nel partito, ma che dovrebbe essere richiesta una modica quantità di coerenza. Questa però, nella terra della perenne transumanza politica, è una qualità poco apprezzata.
Ora nel Pd l’ordine di scuderia è uno e uno soltanto: “Aprire le porte”. Anche a dispetto del tempo che fa.

Vita da buttafuori

Buttafuori violentiUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ai tempi dei romani venivano chiamati ostiari e avevano il compito di sorvegliare l’entrata della chiesa. Ma sin da prima, nei meandri dei miti sumerici, c’è traccia di guardie preposte al controllo di un ingresso. Addetti pagati per filtrare gli avventori, per mettere ordine in un’umanità accalcata. Oggi nella freddezza del linguaggio burocratico, fanno parte del cosiddetto “personale di controllo”, e sono “operatori di gestione flusso e deflusso”, ma è molto più efficace chiamarli col nome composto che ne spiega l’antico e fondamentale ruolo: buttafuori.
La tragedia del Goa, con la morte del povero medico Aldo Naro, li ha strappati a quel mondo di penombra nel quale vivono, accendendo oltre alle luci della cronaca anche qualche interrogativo. Quali sono i loro limiti d’azione? Chi certifica la loro formazione? Insomma quando ci imbattiamo in questi signori, chi ci dice in che mani, anzi manone, siamo? Segue »

Chi osa dare la colpa a Monte Pellegrino?

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La montagna ce la mette tutta pur di fare il suo mestiere. Sovrasta, abbraccia, svetta, minaccia. Ogni tanto lascia cadere un masso, altre volte sutura da sola le sue ferite. La montagna odia essere ignorata dall’uomo e il suo mestiere è ricordarglielo.
Monte Pellegrino sta lì da prima che qualcuno di noi se ne accorgesse. Per molti palermitani è solo un enorme piedistallo per antenne e ripetitori televisivi, per altri è un aggrovigliato nastro di strada che non porta da nessuna parte, per altri ancora è un gruviera di grotte preistoriche e gallerie dell’amore clandestino. Sul dorso sconnesso del gigante che attentò alla lucidità del freddo Goethe c’è pure un santuario di cui gli abitanti di Palermo si ricordano solo quando hanno un debito di riconoscenza da saldare con la Santuzza o col suo Principale. E poi i pic-nic tra lecci e carrubi, con le sedie sdraio ben allineate sui rifiuti che ormai non sono più semplicemente abbandonati, ma stratificati. (…)
Ora ci si accorge che da Monte Pellegrino cadono le pietre, ignorando che per una montagna quasi in riva al mare non cedere sarebbe come non esistere. I massi da quelle pareti sono sempre caduti, lo sanno bene i cacciatori, i villeggianti che su quelle stesse pietre hanno eretto centinaia di villette, gli arrampicatori che lì negli ultimi decenni hanno mappato falesie note a tutto il mondo fuorché ai palermitani.
Quindi più che limitarsi a chiudere una strada, bisognerebbe aprirsi a una considerazione: il problema di una frana non è solo chi ci sta sotto. Ma soprattutto a che titolo.

Il tramonto di Mondello

Golfo_di_Mondello_visto_dalla_piazza_della_SirenettaUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Mondello, inverno 2015. Prima scena: lì dove la vocazione turistica inciampa, l’azzardo sovrasta. Un tempo c’era la Sirenetta, sala trattenimenti, oggi c’è il canto delle sirene del Punto Snai, sala scommesse: il locale e il panorama sono gli stessi, cambiano solo gli orizzonti dei clienti.
Valdesi è l’antipasto di Mondello, l’anticipo sempre più sostanzioso di un’offerta sempre più debole. Qui infatti si è spostato il baricentro economico dell’intera borgata, specialmente fuori dalla stagione turistica. Nel triangolo tra la libreria Sellerio, il bar Scimone e il fruttivendolo Pizzichellino, i residenti invernali fanno gruppo, s’inventano una parvenza di comunità. A poche decine di metri, la sala scommesse racconta invece altre storie con altri protagonisti che vengono dalla città e che non pesano nulla nell’economia del borgo: arrivano, parcheggiano senza problemi, scommettono, e tanti saluti. Segue »

Vivere e sopravvivere ad Agrigento

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Della serie paradossi snervanti. Com’ è possibile che una città che ha scenari come questo possa essere l’ultima per qualità della vita in Italia?

Nel nome del padre, del figlio e dello spirito stanco

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Conta più il luogo o l’evento? Pesa più il simbolo o la sostanza? Vale più la chiesa o il sacramento? Sulla Cattedrale negata dalla Curia al figlio del boss Giuseppe Graviano, l’esercizio della logica non garantisce risposte esaudienti perché si tratta di uno di quei casi limite in cui ogni risposta non è quella giusta.
E’ vero, ospitare il figlio di un mafioso nel luogo che accoglie le spoglie del martire Pino Puglisi avrebbe potuto essere letto come un atto fastidiosamente provocatorio, specialmente se si considera che il mafioso in questione è persino mandante dell’omicidio del prete.
E’ vero, non accoglierlo è stato un atto fastidiosamente provocatorio per chi vede nel Vangelo una guida alla moderna misericordia, alle più attuali declinazioni della tolleranza.
E via con un dedalo di controdeduzioni: la cattedrale, proprio nel segno di don Pino, dovrebbe essere il luogo eletto per un’antimafia corale e vigorosa quindi ben venga il figlio del mafioso che si inchina davanti a Dio. Oppure: non è stato negato il sacramento, ma solo la location quindi la sostanza è salva. (…)
Il vero problema è, in questo caso, nell’ambito più che nella dottrina, giacché la Chiesa siciliana deve faticosamente recuperare terreno nel rapporto con la società civile, coi fedeli meno abnegati e con le masse critiche che cercano ispirazioni in grandi figure e si ritrovano invece troppo spesso a rimirare figurine. Le decisioni, cioè le scelte, sono sempre figlie dell’esperienza, e l’esperienza può anche essere la somma degli errori, a patto che da qualche parte si trovi la giusta dose di autocritica. La solerzia con cui la curia ha agito nei confronti del giovanissimo Graviano è probabilmente figlia di alcune incertezze del recente passato: i venti e passa giorni trascorsi per sciogliere una confraternita guidata da un boss finito in carcere, la processione della Madonna del Carmine che fa una sosta davanti al negozio di un mafioso, il silenzio del cardinale Paolo Romeo per le nozze della nipote di Matteo Messina Denaro col figlio del boss Gaetano Sansone (…) alla Cappella Palatina. Il tutto nell’epoca di un Papa come Francesco che con la sua forza rinnovatrice e la sua voglia di concretezza ha reso la missione di un prete il lavoro più difficile del mondo.
Una Chiesa autorevole e coerente può finalmente toglierci dall’imbarazzo di trovarci stretti tra domande che hanno solo risposte che non dirimono e anzi complicano, influenzando il tasso variabile di indignazione a tal punto da renderlo l’unico metro per misurare l’efficacia di una decisione.
Servono preti dritti, non eroi orizzontali. Serve una coraggiosa prudenza e non una salomonica imprudenza. Serve una Chiesa-casa che abbia la forza di accogliere o di cacciare via il figlio di un boss argomentando senza pensare all’audience. Servono preti come Pino Puglisi. Però vivi.

Saviano condannato per il reato di sopravvivenza

roberto-savianoNon mi piace il Saviano scrittore, dell’altro Saviano so poco e nulla. Credo però che adesso si debba evitare il seguente ragionamento semplicistico: siccome i boss che avrebbero minacciato lo scrittore sono stati assolti, lo scrittore stesso non aveva diritto di esistere come caso editoriale.
E ciò perché una cosa sono le minacce di delinquenti, più o meno provate, un’altra è il reale disagio sociale, culturale e fisico nel quale Saviano è stato costretto a vivere.
Per farla breve, provo a cedere io al ragionamento semplicistico: quando c’è di mezzo la sicurezza, la dietrologia è il miglior modo per sbagliare. Giudicare una persona a rischio come fanfarona solo perché non è stata ancora accoppata o solo perché non si è fatta acchiappare dal casalese di turno, è un torto alla ragione più elementare: sopravvivere non è ancora reato in questo Paese. Come non lo è scrivere libri sopravvalutati. O sparare a zero contro tutto e tutti dal comodo divano di casa.

Un dubbio su True Detective, anzi due

true-detective-poster-16x9-1A bocce ferme e condividendo gran parte delle lodi a una serie come True Detective, è giusto che vi metta al corrente di un paio di perplessità sulla bella serie tv di Nic Pizzolatto. Senza nulla togliere a chi ancora non ha visto le ultime puntate (l’on demand consente ormai notevoli dilazioni di godimento televisivo), tutta l’architettura del finale si regge su due elementi fisici dell’assassino che convincono poco: le grandi cicatrici sul volto e le orecchie verdi evidenziate in un disegno che lo raffigurerebbe.
In generale la ricerca di una persona con quell’evidenza di cicatrici non è impossibile, quindi come elemento cinematografico mi pare deboluccio. Come può passare inosservato alla popolazione un tizio con una faccia devastata? Questo tipo di escamotage narrativo non regge neanche per un’ora, figuriamoci per otto episodi. Ma la vera debolezza è nell’indizio “orecchie verdi”. E qui parlo a chi ha visto tutta la serie: avete mai visto un imbianchino che si sporca le orecchie (tutt’e due) di vernice? Capisco le mani, la faccia, ma le orecchie… E’ come cercare di incastrare un cuoco assassino per l’impronta lasciata nel purè.
Insomma, True Detective è un bell’esempio di serie tv recitata, di grande prova attoriale (come si diceva una volta): Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono due giganti. Sulla sceneggiatura tuttavia ho qualche riserva.
Comunque ne riparleremo al termine della seconda stagione.

Avvistatori di verità cercansi (e Bradlee è morto)

ben bradlee

La morte di Benjamin Bradlee, mitico direttore del Washington Post ai tempi dello scoop del Watergate, offre uno spunto di riflessione molto attuale, al di là della monumentale professionalità del giornalista scomparso.
Il coraggio di inseguire la verità, anzi le verità (Bradlee le indicava giustamente al plurale per mettere in guardia dalla verità singolare, quella rivelata) non è garantito da nessun contratto di lavoro. Molti giornali italiani, non tutti ovviamente, sono stati guidati negli ultimi trent’anni da professionisti del compromesso, slalomisti delle responsabilità, maestri di sopravvivenza in una giungla di codardie. Nel mio minuscolo ne ho conosciuto qualcuno e anche per questo ho scelto di cambiare strada, non perché fossi più coraggioso, ma perché le piccolezze del cerchiobottismo mi annoiano. I migliori professionisti che ho incontrato in questo mestiere sono quelli che la libertà ancor prima di pretenderla, l’hanno data: solo chi è libero, infatti, può assumersi la responsabilità di raccontare. E di divertirsi di conseguenza. Il resto – mestieranti improvvisati, cloni tecnologici di scribacchini, reucci del signorsì o semplici ignoranti dalle parentele giuste – sono comparse in un film che non sarà mai proiettato.
Bradlee insegnò che si poteva essere amici dei potenti e combatterli comunque, poiché non è mai il ruolo politico che si giudica ma il modo di interpretarlo. In un’Italia in cui la lotta al potere è diventata senza quartiere e senza ragioni – il potere in sé non è pernicioso, come non lo è il denaro pulito – un giornalismo illuminato, attento alle responsabilità singole (anche di chi le recensisce) sarebbe fonte di speranza.
Invece vige la regola dell’ammasso: spalare, mettere in pagina e non domandare. Restano in auge direttori che non conoscono la differenza tra un computer e una linotype (perché non sanno nulla né del primo né della seconda), che pensano ancora di dover istruire il lettore, che tra la parola ascoltata e quella riferita scelgono quella più comoda, che dormono serenamente mentre il giornale non è ancora andato in stampa, che non conoscono il nome dei loro cronisti, che non sanno chiedere aiuto a chi ne sa più di loro.
E allora come si inseguono le verità se non si ha nemmeno la voglia di avvistarle?

Un vaffanculo ci seppellirà

Beppe Grillo a Genova

Alluvione di Genova. Grillo va tra gli spalatori di fango e lo contestano perché ci va. Se non ci fosse andato lo avrebbero contestato perché non c’era. In ogni caso un politico, oggi, è contestabile qualunque cosa faccia e questo la dice lunga sul muro di qualunquismo che, come una grottesca barriera di autodifesa, circonda ogni capannello, ogni manipolo di lavoranti, ogni adunata organizzata di cittadini disorganizzati, ogni pulpito sociale, ogni punto di raccolta di menti attive. La contestazione fanculista, che è il cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, è in realtà l’arma brandita da qualsiasi non-politico insoddisfatto della politica che si è rifiutato di fare (e che quindi ha subito). Non esistono più le argomentazioni, i pallosissimi distinguo, le mozioni d’ordine, no. Esiste un vaffanculo generalizzato che non sente ragioni e che probabilmente non ne porterà una, una sola sulla soglia di un dialogo che sia (anche lontanamente) costruttivo.
Dopodiché alla democrazia malata non resterà che sperare nell’eutanasia.

L’appuntamento

foto

Cartello visto stamattina nell’abituale postazione di una prostituta al parco della Favorita di Palermo.