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Vivere e sopravvivere ad Agrigento

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Della serie paradossi snervanti. Com’ è possibile che una città che ha scenari come questo possa essere l’ultima per qualità della vita in Italia?

Nel nome del padre, del figlio e dello spirito stanco

padre puglisi cattadrale palermo

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Conta più il luogo o l’evento? Pesa più il simbolo o la sostanza? Vale più la chiesa o il sacramento? Sulla Cattedrale negata dalla Curia al figlio del boss Giuseppe Graviano, l’esercizio della logica non garantisce risposte esaudienti perché si tratta di uno di quei casi limite in cui ogni risposta non è quella giusta.
E’ vero, ospitare il figlio di un mafioso nel luogo che accoglie le spoglie del martire Pino Puglisi avrebbe potuto essere letto come un atto fastidiosamente provocatorio, specialmente se si considera che il mafioso in questione è persino mandante dell’omicidio del prete.
E’ vero, non accoglierlo è stato un atto fastidiosamente provocatorio per chi vede nel Vangelo una guida alla moderna misericordia, alle più attuali declinazioni della tolleranza.
E via con un dedalo di controdeduzioni: la cattedrale, proprio nel segno di don Pino, dovrebbe essere il luogo eletto per un’antimafia corale e vigorosa quindi ben venga il figlio del mafioso che si inchina davanti a Dio. Oppure: non è stato negato il sacramento, ma solo la location quindi la sostanza è salva. (…)
Il vero problema è, in questo caso, nell’ambito più che nella dottrina, giacché la Chiesa siciliana deve faticosamente recuperare terreno nel rapporto con la società civile, coi fedeli meno abnegati e con le masse critiche che cercano ispirazioni in grandi figure e si ritrovano invece troppo spesso a rimirare figurine. Le decisioni, cioè le scelte, sono sempre figlie dell’esperienza, e l’esperienza può anche essere la somma degli errori, a patto che da qualche parte si trovi la giusta dose di autocritica. La solerzia con cui la curia ha agito nei confronti del giovanissimo Graviano è probabilmente figlia di alcune incertezze del recente passato: i venti e passa giorni trascorsi per sciogliere una confraternita guidata da un boss finito in carcere, la processione della Madonna del Carmine che fa una sosta davanti al negozio di un mafioso, il silenzio del cardinale Paolo Romeo per le nozze della nipote di Matteo Messina Denaro col figlio del boss Gaetano Sansone (…) alla Cappella Palatina. Il tutto nell’epoca di un Papa come Francesco che con la sua forza rinnovatrice e la sua voglia di concretezza ha reso la missione di un prete il lavoro più difficile del mondo.
Una Chiesa autorevole e coerente può finalmente toglierci dall’imbarazzo di trovarci stretti tra domande che hanno solo risposte che non dirimono e anzi complicano, influenzando il tasso variabile di indignazione a tal punto da renderlo l’unico metro per misurare l’efficacia di una decisione.
Servono preti dritti, non eroi orizzontali. Serve una coraggiosa prudenza e non una salomonica imprudenza. Serve una Chiesa-casa che abbia la forza di accogliere o di cacciare via il figlio di un boss argomentando senza pensare all’audience. Servono preti come Pino Puglisi. Però vivi.

Saviano condannato per il reato di sopravvivenza

roberto-savianoNon mi piace il Saviano scrittore, dell’altro Saviano so poco e nulla. Credo però che adesso si debba evitare il seguente ragionamento semplicistico: siccome i boss che avrebbero minacciato lo scrittore sono stati assolti, lo scrittore stesso non aveva diritto di esistere come caso editoriale.
E ciò perché una cosa sono le minacce di delinquenti, più o meno provate, un’altra è il reale disagio sociale, culturale e fisico nel quale Saviano è stato costretto a vivere.
Per farla breve, provo a cedere io al ragionamento semplicistico: quando c’è di mezzo la sicurezza, la dietrologia è il miglior modo per sbagliare. Giudicare una persona a rischio come fanfarona solo perché non è stata ancora accoppata o solo perché non si è fatta acchiappare dal casalese di turno, è un torto alla ragione più elementare: sopravvivere non è ancora reato in questo Paese. Come non lo è scrivere libri sopravvalutati. O sparare a zero contro tutto e tutti dal comodo divano di casa.

Un dubbio su True Detective, anzi due

true-detective-poster-16x9-1A bocce ferme e condividendo gran parte delle lodi a una serie come True Detective, è giusto che vi metta al corrente di un paio di perplessità sulla bella serie tv di Nic Pizzolatto. Senza nulla togliere a chi ancora non ha visto le ultime puntate (l’on demand consente ormai notevoli dilazioni di godimento televisivo), tutta l’architettura del finale si regge su due elementi fisici dell’assassino che convincono poco: le grandi cicatrici sul volto e le orecchie verdi evidenziate in un disegno che lo raffigurerebbe.
In generale la ricerca di una persona con quell’evidenza di cicatrici non è impossibile, quindi come elemento cinematografico mi pare deboluccio. Come può passare inosservato alla popolazione un tizio con una faccia devastata? Questo tipo di escamotage narrativo non regge neanche per un’ora, figuriamoci per otto episodi. Ma la vera debolezza è nell’indizio “orecchie verdi”. E qui parlo a chi ha visto tutta la serie: avete mai visto un imbianchino che si sporca le orecchie (tutt’e due) di vernice? Capisco le mani, la faccia, ma le orecchie… E’ come cercare di incastrare un cuoco assassino per l’impronta lasciata nel purè.
Insomma, True Detective è un bell’esempio di serie tv recitata, di grande prova attoriale (come si diceva una volta): Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono due giganti. Sulla sceneggiatura tuttavia ho qualche riserva.
Comunque ne riparleremo al termine della seconda stagione.

Avvistatori di verità cercansi (e Bradlee è morto)

ben bradlee

La morte di Benjamin Bradlee, mitico direttore del Washington Post ai tempi dello scoop del Watergate, offre uno spunto di riflessione molto attuale, al di là della monumentale professionalità del giornalista scomparso.
Il coraggio di inseguire la verità, anzi le verità (Bradlee le indicava giustamente al plurale per mettere in guardia dalla verità singolare, quella rivelata) non è garantito da nessun contratto di lavoro. Molti giornali italiani, non tutti ovviamente, sono stati guidati negli ultimi trent’anni da professionisti del compromesso, slalomisti delle responsabilità, maestri di sopravvivenza in una giungla di codardie. Nel mio minuscolo ne ho conosciuto qualcuno e anche per questo ho scelto di cambiare strada, non perché fossi più coraggioso, ma perché le piccolezze del cerchiobottismo mi annoiano. I migliori professionisti che ho incontrato in questo mestiere sono quelli che la libertà ancor prima di pretenderla, l’hanno data: solo chi è libero, infatti, può assumersi la responsabilità di raccontare. E di divertirsi di conseguenza. Il resto – mestieranti improvvisati, cloni tecnologici di scribacchini, reucci del signorsì o semplici ignoranti dalle parentele giuste – sono comparse in un film che non sarà mai proiettato.
Bradlee insegnò che si poteva essere amici dei potenti e combatterli comunque, poiché non è mai il ruolo politico che si giudica ma il modo di interpretarlo. In un’Italia in cui la lotta al potere è diventata senza quartiere e senza ragioni – il potere in sé non è pernicioso, come non lo è il denaro pulito – un giornalismo illuminato, attento alle responsabilità singole (anche di chi le recensisce) sarebbe fonte di speranza.
Invece vige la regola dell’ammasso: spalare, mettere in pagina e non domandare. Restano in auge direttori che non conoscono la differenza tra un computer e una linotype (perché non sanno nulla né del primo né della seconda), che pensano ancora di dover istruire il lettore, che tra la parola ascoltata e quella riferita scelgono quella più comoda, che dormono serenamente mentre il giornale non è ancora andato in stampa, che non conoscono il nome dei loro cronisti, che non sanno chiedere aiuto a chi ne sa più di loro.
E allora come si inseguono le verità se non si ha nemmeno la voglia di avvistarle?

Un vaffanculo ci seppellirà

Beppe Grillo a Genova

Alluvione di Genova. Grillo va tra gli spalatori di fango e lo contestano perché ci va. Se non ci fosse andato lo avrebbero contestato perché non c’era. In ogni caso un politico, oggi, è contestabile qualunque cosa faccia e questo la dice lunga sul muro di qualunquismo che, come una grottesca barriera di autodifesa, circonda ogni capannello, ogni manipolo di lavoranti, ogni adunata organizzata di cittadini disorganizzati, ogni pulpito sociale, ogni punto di raccolta di menti attive. La contestazione fanculista, che è il cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, è in realtà l’arma brandita da qualsiasi non-politico insoddisfatto della politica che si è rifiutato di fare (e che quindi ha subito). Non esistono più le argomentazioni, i pallosissimi distinguo, le mozioni d’ordine, no. Esiste un vaffanculo generalizzato che non sente ragioni e che probabilmente non ne porterà una, una sola sulla soglia di un dialogo che sia (anche lontanamente) costruttivo.
Dopodiché alla democrazia malata non resterà che sperare nell’eutanasia.

L’appuntamento

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Cartello visto stamattina nell’abituale postazione di una prostituta al parco della Favorita di Palermo.

Linkedin mi propone…

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Linkedin mi ha appena proposto le seguenti offerte di lavoro.

1)    Consulente alle vendite per un’azienda di arredo bagno. Tenendo conto che la mia frequentazione col bagno è ordinaria, come quella di un qualunque cassintegrato o un qualunque premio Nobel.

2)    Consulente di una società “con vocazione” di internet marketing che richiede “un ottimo standing”. Tenendo conto che è più probabile che capisca di vocazioni (ho fatto le scuole dai gesuiti) che di standing.

3)    Consulente in un corso di formazione per consulenti didattici a Bari. Tenendo conto che non capisco niente di didattica e non sono mai stato in Puglia.

4)    Consulente di vendita per un’azienda di cosmetici a Parma. Tenendo conto che io e la cosmetica siamo vicini come Berlusconi e San Francesco e che a Parma ci sono stato una volta per abbuffarmi di prosciutto e parmigiano (e, giuro, senza un filo di trucco).

Facebook e il fattore prociutto

ProsciuttoFacebook non è un gioco, è una crudele macchina della verità. Con la scusa del cazzeggio, della celebrazione quasi onanistica dell’inezia, della collezione di amicizie, del voyeurismo camuffato da curiosità, del collegamento perenne e del gusto un po’ sordido di conoscere i fatti degli altri, il social network assolve una funzione cruciale nel sistema di relazione tra individui dotati di connessione internet: ci mostra per ciò che effettivamente siamo.
Altro che realtà virtuale, che mondi paralleli: è su Facebook che si scopre ciò che per una vita, sciaguratamente analogica, abbiamo cercato di nascondere.
Metti, ad esempio, l’ignoranza. Prima dell’avvento di smartphone e di tablet, se scrivevamo prociutto sulla lista della spesa, nessuno ci avrebbe riso dietro. Oggi invece è tutta un’altra storia. Sul prociutto ci costruiamo un bel post adeguatamente ricco di svarioni e magari ci mettiamo pure la foto della nostra faccia mentre addentiamo il panino col salume in questione, in modo da associare definitivamente una cazzata al suo autore.
Non domi, pensiamo di dover dire la nostra su tutto giacché il prociutto è solo uno spuntino dinanzi allo scibile umano da social network. Dalla crisi siriana a quella sentimentale di nostra sorella, dalla squadra del cuore a quella di governo, dalla celebrazione dei sentimenti a quella del cattivo gusto, e poi vendette, invidie, necrologi, felicitazioni, notizie, abbordaggi, desideri, frustrazioni, aneliti e maledizioni: si scrive di tutto orgogliosi di sapere nulla, bastano un polpastrello e un barlume di idea.
L’altro giorno ho letto un tale, che conosco da millenni e di cui ho sempre apprezzato la sobria (ed epica) incultura, che citava Proust (scritto in modo corretto grazie al salvifico copia e incolla) e non provava nemmeno vergogna a umiliarsi così. In altri tempi, il tale in questione avrebbe infatti usato Proust come spunto di valorizzazione delle proprie origini umili. Tipo: “Io le cose le vedo dal punto di vista dell’uomo della strada. Non è che sono Prust o come minchia si chiama…”. E invece eccolo lì a insidiare telematicamente una tipa dal profilo scollacciato con argomenti di terza mano che al confronto l’abbordaggio alla fermata del bus è roba da galateo.
Siamo passati dall’epoca in cui non scriveva nessuno a quella in cui si è nessuno se non si scrive. O si finge di scrivere. C’è uno che per dare il buongiorno alla sua timeline, copia e incolla il buongiorno del giorno precedente, refusi inclusi. Risultato: un elenco interminabile di strafalcioni che rivela dell’autore molto più di quanto lui stesso vorrebbe. L’altro giorno l’ho incontrato per strada e l’ho visto sotto una luce diversa. Non lo immaginavo capace di tanta banalità.

Il padrone di Mondello

Gianni Castellucci

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Attira antipatie e grane giudiziarie in ugual modo. Combatte solo contro tutti, che siano presidenti di circoli nautici, assessori comunali, gestori di bar, deputati regionali, sindaci, ristoratori, vigili urbani, parroci. Il più delle volte vince, raramente convince. È ufficialmente consigliere delegato, ma generalmente lo si definisce patron, in quanto poco consigliere e molto padrone.
Eppure Gianni Castellucci, il vero unico proprietario di Mondello, afferma di aver sempre guidato la sua società “nello interesse della popolazione palermitana”, come scritto nell’atto di concessione, datato 1909, delle terre del demanio al Comune di Palermo per la successiva vendita a Les Tramways de Palerme, madre dell’attuale Italo Belga. Segue »

Date a Cesaro quel che…

Camorrista o no, il deputato del Pdl ed ex presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro è la rappresentazione più luminosa, esplicita e inequivoca dell’eccezionalità della politica italiana. I giudici ne hanno chiesto l’arresto per appalti sospetti ad aziende legate a quei galantuomini dei casalesi, ma non è questo a destare stupore e/o indignazione. L’atroce rovello che divora noi comuni mortali, non camorristi non raccomandati non scodinzolanti non corrotti non furbastri, è concentrato tutto in un dubbio: come ha fatto Totò a imitarlo con mezzo secolo di anticipo?

Se la pubblicità smaschera il cittadino

manifesto tram comune di palermo

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Come previsto (e fortemente voluto) dai suoi ideatori, la campagna pubblicitaria per il tram di Palermo ha scatenato moltissime reazioni, soprattutto grazie a quel tritacarne di genialità e paranoia che sono i social network. L’accusa principale mossa al Comune è quella di protervia, nonostante l’ostentata provocatorietà dei messaggi (“Non ci scusiamo per il ritardo”, “Non ti chiediamo di avere pazienza”, eccetera) rimandi più alla furbizia del pubblicitario che all’effettiva sensibilità dei palermitani.
In realtà questa campagna e le reazioni ad essa ci dicono nulla del servizio in questione e molto, troppo, dei suoi potenziali fruitori, che si mostrano drammaticamente esasperati. Tra maledizioni e insulti, i cittadini internettiani sguainano le tastiere e si lanciano a post battente contro l’affronto subito. Il succo è: Palermo affonda e per giunta si celebra l’acqua alla gola. È davvero così?
La risposta sta, per paradosso, in altre domande. Tipo: la rabbia endemica mette al riparo da colpe personali? Qual è il livello di coscienza civica dell’automobilista medio palermitano? L’esercizio continuo di benaltrismo dà diritto a punti premio?
Nel video che accompagna e sostanzia la campagna pubblicitaria, Leoluca Orlando è protagonista unico e ciò dà la stura ad altre polemiche. Anche qui, una domanda può servire a qualcosa: questo sindaco è presenzialista e non va bene, quello di prima era assenteista e non andava bene, dove sta l’errore?
(…)

 

Idea!

Il sindaco che oscura se stesso

manifesti elettorali agrigento zambuto

Agrigento, campagna elettorale. Il sindaco Marco Zambuto si candida incolpevolmente alle Europee. Il primo cittadino però – come fa notare Michele Lo Chirco autore della foto e artefice della segnalazione a questo ufficio – è anche il censore di se stesso, in quanto i manifesti sono contro legge. Insomma, Zambuto affigge e Zambuto sconfigge, Zambuto ostende e Zambuto nasconde. Chi la spunterà?

Europee, l’importante è stupire

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Quello che mediaticamente ha la strada in discesa è Giovanni La Via del Nuovo Centrodestra. Con un cognome che è quasi un calembour perpetuo, “la via per l’Europa” è facile da indicare, almeno a giudicare dalla sua pubblicità elettorale. Quello che dovrà faticare di più è invece Antonio Mazzeo di Bronte, candidato alle Europee per la Lega Nord, semisconosciuto al web e per di più oscurato per presenza mediatica da un suo omonimo, Antonio Mazzeo di Messina, ecopacifista in corsa con la lista Tsipras.
Manifesti (pochi), siti internet (qualcuno), account Facebook (moltissimi): in Sicilia la campagna elettorale per le prossime Europee sonnecchia tra citazioni maccheroniche, videoclip grotteschi e piccoli incidenti diplomatici. Segue »