certezze

Fusillo di scambio

fusilliNella pratica immor(t)ale del voto di scambio, resistono i pacchi di pasta. Ne scrivo qui.

Ciao, sono Gery e suono negli AC/DC

Angus Young AD/DCQuante ne ho cantate. E quante ne ho suonate. Nella mia adolescenza felice e rockettara, ma anche nell’età adulta sotto la doccia, per strada, ai fornelli, durante l’ennesimo allenamento per una mezza maratona, sono stato mille e mille volte Angus Young. Mi sono contorto davanti allo specchio, magari in mutande, mentre la radio sparava “You Shock Me All Night Long”. Ho artigliato l’aria mentre galoppavo verso Mondello con l’assolo di “Back In Black” negli auricolari fingendo di avere una Gibson, anzi la sua Gibson, tra le mani. Ho sognato di saltare come lui su quel palco di musica infuocata mentre sorseggiavo una birra in un bar qualunque. Ho acceso la mia folla immaginaria, e riscosso il delirio che mi spettava, con il riff di “TNT” mentre ero in coda alla Coop. Ne ho fatte di tutti i colori nel nome della mia rock band preferita. E ora che lo confesso mi sento meglio, come l’alcolista davanti ai suoi compagni di disintossicazione: ciao a tutti, sono Gery e sono il vero chitarrista degli AC/DC, solo che non ci crede nessuno, manco io.
Li ho ascoltati per una vita, spesso di nascosto (ce lo vedete il direttore della Comunicazione di un importante teatro lirico a stordirsi di hard rock?), talvolta in estrema solitudine (certa musica non si ascolta se non ad altissimo volume e non è facile trovare qualcuno che apprezzi), ma sempre con una devozione da nerd abbacinato davanti al disvelamento del segretissimo algoritmo di Google. Sabato scorso, grazie a un regalo di mia moglie, li ho potuti vedere dal vivo allo Stade de France di Parigi. Due ore di spettacolo inaudito. E non me ne frega niente se Angus ha passato la sessantina e veste ancora come trent’anni fa, se suo fratello Malcom si è dovuto ritirare a causa della demenza senile e ha dovuto lasciare la chitarra al nipote, se la musica è sempre quella e la macchina del concerto è praticamente costruita sui pilastri degli anni Settanta e Ottanta. Finalmente ho suonato con gli AC/DC, davanti a cinquantamila persone che credevano di essere lui, Angus. E che invece erano me.

Frammenti di antimafia

frammenti di antimafia

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ogni volta che si lancia un allarme sull’antimafia divisa, si sbreccia il muro di contenimento della verità. Perché l’antimafia, come libero e spesso impalpabile esercito di anime schierate contro un nemico comune, unita non è mai stata (…). Lo scontro di questi giorni sul caso di Santi Palazzolo, il pasticciere che dopo aver denunciato un’estorsione rischia di perdere lo stand all’aeroporto Falcone Borsellino, ci spiega invece che quello dell’antimafia non è un problema di cocci, ma di collante, dato che manca un elemento guida. Se il Pd palermitano mette sotto tutela Palazzolo per difenderlo non dalle grinfie del malaffare ma dalla posizione di Leoluca Orlando, che alla fine invoca regole uguali per tutti, è segno che qualcosa non funziona. Se si arriva a tirare per la giacca il presidente della Repubblica per cercare di arrivare a una proroga contrattuale per Palazzolo, vuol dire che non sono più chiari i confini del dibattito. Si procede in ordine sparso, ognuno con la sua cordata, in una confusione di ruoli e di obiettivi sui quali svetta il rinnovo del Cda della Gesap. Perché, ricordiamolo, qui nello specifico non si sta parlando di lotta alle cosche, ma di interpretazioni di leggi e codici. Forse invece di chiamare in causa la memoria di Falcone e Borsellino, sarebbe stato meglio telefonare a un bravo avvocato.

Prevedere il futuro? Un gioco da ragazzi

In sette anni Milano-Italia dovrà presentarsi puntuale, ben vestita, preparata e, soprattutto, ancora in vita. La città-Paese dovrà tradurre promesse in gesti di governo. Si dovrà riuscire nell’impresa di evitare che gli appalti finiscano in un’aula di giustizia. Ci vorranno più braccia che tasche. Si dovranno celebrare intelligenze e genialità più che amicizie e consociativismi.
La metropoli-nazione ridisegnata potrà godere della Luce Universale se i suoi cittadini-compatrioti si riconosceranno ancora in essa. E se verrà confutata quell’italica e becera teoria secondo la quale tutte le buone occasioni sono state inventate per essere sprecate.

Scrissi così su questo blog il primo aprile del 2008, quando Milano si aggiudicò l’Expo. I timori miei, anzi nostri, erano più che fondati: non occorreva esibirsi in vaticini, ma semplicemente non mostrarsi ciechi. Oggi sappiamo com’è andata e soprattutto abbiamo la certezza che in Italia quando si parla di appalti e fondi pubblici prevedere il futuro è un gioco da ragazzi.

Campare di musica

Il fatto è che mentre la musica non è mai stata così redditizia per gli artisti di grande successo, quella che si è andata riducendo – com’è successo anche in altri campi – è la fascia intermedia di musicisti che un tempo riuscivano a guadagnarsi da vivere anche senza mai arrivare ai vertici delle classifiche. Non diventavano straricchi, ma tiravano avanti e godevano di una certa stabilità. In sostanza, si è ridotta la classe media: quella con carriere durature e case discografiche disposte a finanziare anche gli album non destinati a vendere milioni di copie. Quello che ci resta, oggi, è una specie di “tutto o niente”, per cui o scali le vette più alte o langui miseramente in basso.

Tracey Thorn spiega, al di là dei luoghi comuni, come cambia il mondo della musica.

Quando suonavamo

stratocaster

La mia prefazione al libro “Il ritorno dei favolosi Lucky Losers” di Fabio Casano (ed. Qanat).

Negli anni Ottanta a Palermo c’era una cittadella sotterranea della musica. Era un grande garage in via del Granatiere, un posto che poteva essere lugubre come un budello di cemento che scendeva per tre piani sotto il livello della strada e che invece era felicemente incasinato. Decine di box ospitavano band di varie perizie ed estrazioni: c’era il rock metallico di un gruppetto di adolescenti che avevano più brufoli che borchie e lo ska di un trio di indecisi che amavano il reggae ma non lo sapevano suonare; c’era la nostra fusion in bilico tra Frank Zappa e le Cozze e la samba di un tale che entrava e usciva dalla galera perché non era ancora stata stabilita (o inventata) la modica quantità. Segue »

Ero sulla palla, non c’era fallo

calcio anni settanta

Da un’impolverata cassetta di vecchie foto, l’altro giorno, è saltata fuori quest’immagine.

Estate 1978, finale incandescente dell’annuale partita padri contro figli, intervento del sottoscritto (terzino destro) su un avversario (Vittorio Mistretta, centrocampista, papà di tre miei amici d’infanzia e, soprattutto, organizzatore e sponsor dell’evento), dure contestazioni (era fallo? ovviamente no) e alla fine la partita finisce in parità. Questa foto per quei padri e quei figli è sempre stata un simbolo generazionale. Il ragazzino che fa lo sgambetto all’adulto, l’allegro cinismo dello sport, ostacolo superato e via al prossimo dribbling: ingredienti di cui sono fatti i bei ricordi che ci rimandano alle semplici avventure domestiche di quegli anni. Tutto era più facile senza arnesi elettronici che ci facilitavano la vita, tutto era più immediato senza distrazioni artificiali. Si giocava e nel mentre non si faceva altro, pensate un po’.
La partita padri contro figli era un evento che si aspettava per un anno. Ci si preparava a lungo, rimaneggiando le formazioni, imbastendo strategie che non conoscevano regolamenti (una volta i padri si ritrovarono in 13 a giocare contemporaneamente), coltivando il gusto irresistibile per la risata fragorosa. Finiva sempre alla stessa maniera: tutti in pizzeria, mai meno di una sessantina dato che ogni giocatore aveva il suo pubblico di amici e parenti. Sudati e alcuni anche sanguinanti (i campetti da calcio a quei tempi non conoscevano erba) ci si strafogava sino a tarda notte di pizza, coca cola e commenti sulla partita. Era il nostro terzo tempo, e volevamo che non finisse mai.

La scorsa settimana ho incontrato il signore di questa foto, oggi è un arzillo anziano dallo sguardo vispo e il sorriso perenne. Non ci vedevamo da decenni. La prima cosa che mi ha chiesto è stata: ma quella foto del fallaccio ce l’hai ancora?
Certo Vittorio, eccola. Ero sulla palla, non c’era fallo.

Perché il traffico a Palermo non è un’emergenza

traffico

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

E’ inutile parlare di emergenza. A Palermo il traffico è tutto fuorché emergenza. Chi (fa e) legge i giornali conosce bene l’argomento: fatto l’ingorgo, trovato l’inganno. Nel senso che a ogni coda, incolonnamento, fila di bestemmianti inscatolati, c’è sempre uno che si alza e s’inventa urbanista: più parcheggi, meno strisce blu, più mezzi pubblici, meno isole pedonali, più gambe, meno ruote, più lavoro, meno lavori. E’ così da sempre. (…)
Ecco perché il caos di questi giorni, in una Palermo paralizzata dai lavori in corso, ha la leggendarietà dell’ordinario senza aver diritto a essere iscritto nello sterminato albo delle emergenze. Perché le emergenze sono circostanze impreviste e qui d’imprevisto c’è solo il lampo di genio di qualcuno che s’intesti una campagna di educazione alle novità. Lesson number one: non è vero che il cambiamento migliore è quello che devono affrontare gli altri.
Non è provato che esista una classe politica a prova di traffico, è provato invece che esiste una cittadinanza che può cambiare le cose con semplici gesti. Smetterla con l’alibi del parcheggio fantasma, per cui siccome non c’è dove posteggiare bisogna portarsi l’auto dovunque. Usare, come nel resto del mondo le auto condivise (ormai ci sono pure le app per gli smartphone). Ammettere che se gli autobus vanno a rilento, la colpa è degli automobilisti che invadono le corsie preferenziali. E soprattutto ricordarsi che, in certi casi, usare le gambe è un buon modo per usare la testa.

E volano felici e contenti

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Una parola scritta ci salverà

penna

Scrivere nasce dal leggere e al leggere è grato. Scrivere è una delle poche cose rimaste uniche e nostre, dalla firma al romanzo, dal primo tema al testamento.

Stefano Benni – “Achille piè veloce”

C’è un modo semplice di dividere l’umanità in due categorie ben distinte, senza incorrere in questioni razziali, inciampare in dati sensibili, mettere in atto odiose disparità: ci sono quelli che scrivono e quelli che non scrivono. Badate bene, non parliamo di scrittura creativa o comunque di uso professionale. La scrittura che qui ci interessa è la forma elementare di comunicazione.
Provate a fare un elenco dei vostri amici che scrivono (mail personali, biglietti di auguri, appunti che vi sottopongono, post su Facebook che non siano l’elenco delle paturnie quotidiane, cose così…). Poi elencate quelli che non lo fanno, ai quali non avete mai strappato una parola scritta, di cui non conoscete la grafia o che addirittura non immaginate nemmeno con una penna in mano: generalmente sono quelli che dicono di non avere mai tempo, perché per loro c’è sempre qualcosa di inutilmente importante da fare.
Ecco, ora provate a trovare comuni denominatori per ciascuna delle due categorie. Se ci fate caso, della prima (quella di chi scrive) fanno parte i curiosi, gli accesi, i portatori sani di domande contagiose. Nella seconda invece troverete i galleggiatori, i razionali senza ritegno, i depositari della verità assoluta.
Scrivere è il miglior modo per mettersi in dubbio, perché un concetto messo nero su bianco è un’ipoteca sulla credibilità e solo chi ha coraggio sfida la solidità delle parole cristallizzate nell’inchiostro. La vacuità del parlato è l’alibi del politicante, la solidità dello scritto la sua rovina. Un motivo in più per riempire fogli e fogli.

#Mattarellapresidente for dummies

Mattarella

Era democristiano e lo è ancora.

E’ l’ultimo dei morotei e Andreotti è morto.

E’ stato in polemica con Berlusconi senza andare troppo in tv.

Ha il giusto grado di antimafiosità: discreta e non militante.

Fa piangere di gioia Maria Falcone senza nemmeno aprire bocca.

E’ serio al limite della noia.

E’ il test drive della macchina del Pd.

Esce poco e non sa nulla dei ristoranti pieni così.

Tifa Palermo e, per sicurezza, anche Inter. Non a caso è moroteo.

A margine

francesco e gery

Se fosse ancora con noi, Francesco Foresta racconterebbe di quella volta in cui il buon Armando Vaccarella finse al telefono di essere la segretaria di De Mita pur di riuscire a parlare con Sergio Mattarella.
Ma siccome non ci sono più né Francesco né Armanduccio, la storia la chiudo nello scrigno dei miei ricordi felici e non ve la racconto. Così non rischio di ridere sino alle lacrime e di dover far finta di continuare a ridere per giustificare gli occhi lucidi.

Noi, neri a metà

Pino daniele mortoPer una generazione di cinquantenni, Pino Daniele è stata la scoperta della poesia della musica. Perché noi quindici-sedicenni degli anni Settanta siamo stati davvero fortunati. Avevamo la discomusic per ballare, musica vera suonata da esseri viventi mica dalle macchine. Avevamo il rock per suturare le ferite della giovinezza. Avevamo Dalla e De Gregori (alcuni anche Baglioni, ma non io) per cantare in coro nel nostro primo concerto da stadio. E avevamo lui. Pino Daniele era il suono della pioggia sulla terra calda e la misteriosa alchimia dell’inglesismo di cui non capivi un cazzo ma c’entrava eccome nella tua vita acerba e felice. Era il virtuosismo di una band che ci faceva sognare di essere lui, loro. Erano i mille playback che facevamo davanti allo specchio di casa quando alla radio passava una sua canzone. Era l’immortalità della poesia.
Senza Pino Daniele la musica della nostra generazione va definitivamente in archivio. Oggi l’artista che ci aveva riempito il cuore con un’opera che evocava tutto fuorché la pienezza, “Nero a metà”, ci lascia affamati. E purtroppo chi ama non è sentimentalmente onnivoro.

Di figlio in padre

imageUn paio di settimane fa, Francesco Foresta mi confidò di aver trovato il giornalista a cui affidare Live Sicilia. “Vediamo se indovini chi è”, mi sfidò col suo sguardo furbetto. Io che sino a quel momento non sapevo niente di tutta la vicenda, trovai improvvisamente una sola certezza. E dissi subito: “Peppino”. Lui sorrise quasi orgoglioso di me: “Giusto”, sussurrò.
Nel passaggio di consegne tra Francesco e Giuseppe Sottile ci sarebbe tutta una vita da raccontare, anzi due. Perché, come spiega Francesco nell’editoriale di oggi, le loro vicende professionali sono talmente intense da rappresentare importanti capitoli del giornalismo degli ultimi decenni. Perché il mestiere e l’indole, nel loro caso, si fondono per creare cronisti che vivono come scrivono, che pensano come raccontano, che amano e odiano allo stesso identico modo con la penna e col cuore.
Di figlio in padre, quest’eredità che sale controcorrente dà finalmente un lieto fine intermedio in una storia di sofferenza. La forza di Francesco, pur piegato dalla malattia, offre a Peppino un’occasione unica per un maestro: ritrovare l’allievo e aiutarlo incondizionatamente.
“Pensiamo un titolo”, disse Francesco riprendendo una consuetudine che per vent’anni ci aveva visti fianco a fianco a imbastire prime pagine, a inventare nuovi modi di raccontare la cronaca, a leggere e correggere, a scrivere e riscrivere.  Lui alla tastiera e io a passeggiargli intorno. Lui calmo e io frenetico. Sempre così.
Alla fine il migliore era il suo. Sempre così.

Buon anno, pupetto. Auguri Peppino.

Benigni, alla faccia dei maligni

Roberto Benigni i Dieci ComandamentiA me non interessa quanto lo pagano, Roberto Benigni. A me interessa godere di prodotti di qualità, e la qualità costa. Pensate quante porcherie ci siamo dovuti sorbire, nel segno di una Rai che si spaccia per popolare (cioè aperta a tutti-proprio-tutti) e invece è solo scadente. Pensate ai mesi estivi ingrassati di repliche e programmi farlocchi, come se esistesse uno sconto stagionale sul canone. Pensate alla necessità ormai quasi impellente di ricorrere ad abbonamenti alternativi (e salati) pur di vedere qualcosa di vagamente interessante nelle pigre serate di inverno.
Ecco, pensate a tutto questo e maledite quel dio che di comandamenti ne ha fatti soltanto dieci. Venti ce ne volevano, venti!
Almeno avremmo avuto un’intera settimana televisiva come dio comanda.