certezze

Undici anni, stiamo insieme

Undici anni. Cazzo, undici anni è un ragazzino che va in prima media, è la durata del ciclo solare, è la condanna in primo grado a Francantonio Genovese per lo scandalo sulla Formazione professionale in Sicilia, è il numero della missione Apollo che portò il primo uomo sulla Luna,  è il tempo che ci separa dall’ultima coppa del mondo di calcio vinta dalla nostra nazionale e dalla morte di Piergiorgio Welby, è il nome della giovane protagonista di Stranger Things, è il punteggio con cui il vecchio Totocalcio ci faceva mangiare le mani e il Totip invece godere così così, è l’età in cui scoprii il Super8, è il numero dei cornuti.
Ed è l’età di questo blog.
Undici anni fa. Lavoro, domicili, sentimenti, prospettive, musica, amicizie. Un cataclisma entusiasmante di passioni, delusioni, rivincite. Comunque un inanellarsi di elementi di stupore spesso estremo. Negli altri anniversari, su queste pagine, ho parlato di voi, della pattuglia inscalfibile di lettori, delle notizie che ci avevano affascinato, dei mood nei quali eravamo incappati. Stavolta c’è un contesto molto più invadente al quale dare spazio.
Il mondo è cambiato nel modo più complicato possibile, cioè nei microcosmi delle piccole cose. Un esempio per tutti sintonizzato su queste frequenze: prima si commentava nel blog, cioè nel luogo dello spunto, della notizia, oggi si commenta altrove, sui social, cioè nel luogo del riverbero, una agorà che usurpa contenuti non suoi e che declina ogni responsabilità rispetto ai contenuti tutti suoi.
Il tema della post verità ha aperto una nuova fase della mia vita professionale: da quando esiste questo blog ho cambiato lavoro almeno quattro volte, sempre con gioiosa fatica e con le mie sole forze. Oggi la vera soddisfazione arriva dalle università che mi chiamano a raccontare quel che ho appreso in questo lungo e periglioso cammino, dalla libertà con cui posso scrivere concedendomi il beneficio del dubbio, dall’orgogliosa insoddisfazione di aver scelto di guadagnare meno di chi mi ha preceduto e dal malcelato orgoglio di aver raggiunto risultati che i miei predecessori si sognano. Lo scrivo con presunzione perché ognuno a casa sua può mettere i piedi sul tavolino quando, alla sera, è giunto il momento di un rilassato bilancio. E nessuno può recensire le sue gambe stanche.
Perché questo è il mio blog e ho la concessione di suonarmela e di cantarmela: è inebriante quando qualcuno mi incontra e mi dice “ti leggo sempre” e io ringrazio sempre con la stessa frase, “Questo è il vero premio, il Signore te lo paga”. E giù benedizioni laiche che solitamente si traducono in aperitivo pagato. È accaduto sino a ieri con una persona sconosciuta, giuro.
Undici anni sono una vita e il giro di boa di una vita: oltre 3.600 post sono poco meno di un post al giorno, festivi e cazzi miei compresi. Converrete che è un dato che merita se non rispetto, almeno compassione.
Sorvolo su questo 2017 che se ne sta andando, un anno orribile per il sottoscritto, e guardo al futuro quando anche questo formato, con ogni probabilità, dovrà cambiare. I giornali poveri di idee e l’aggressività degli haters impongono mutazioni genetiche che non mi spaventano. Uno degli elementi che più mi inorgoglisce è la crescita esponenziale dei miei detrattori: quest’anno la magistratura penale ha condannato in sede definitiva un mio diffamatore con sentenza destinata a essere una pietra miliare nell’era delle fake news. Ciò vuol dire che vale ancora la pena di grattare la ruggine delle verità di comodo e di disarcionare gli improvvisati di un mestiere che al giorno d’oggi, purtroppo,  è fatto più di nostalgia che di illuminazioni.
Insomma in un clima da sopravvissuti vi dico grazie e una volta tanto vi chiedo di restare vigili.
Stiamo insieme che fuori fa freddo.

  

Le cazzate sono una cosa seria

Torno su un tema che ho affrontato sinteticamente su Facebook qualche giorno fa perché l’argomento mi piace e mi sta anche a cuore. Dovrebbe interessare tutti dato che l’errore è patrimonio comune dell’umanità. Quindi dinanzi a una tale, eterna (Adamo, la mela e tutti i casini conseguenti) diffusione, l’unica certezza è quella sull’errore più grave: quello di non saper sbagliare da soli.
Senza gli errori non esisterebbero il progresso, la scienza, le arti. Chi ci avrebbe messo Dante nei suoi gironi? Quale teoria avrebbe confutato Copernico? Perché mai Agatha Christie avrebbe dovuto far ammazzare Ratchett/Cassetti nel suo memorabile Assassinio sull’Orient Espress? E via discorrendo, divertitevi a trovare un solo libro, un solo film che non abbia l’errore come protagonista.
Diceva Gianni Rodari: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa”. E usava un ottimismo surreale perché in realtà la prima reazione della vittima dell’errore non è certo l’ammirato stupore, ma l’incazzatura con quel che ne consegue.
Personalmente sono un professionista dello sbaglio – ci scrissi su una storia che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare – e so che certa compulsività nel premere il tasto errato mi proviene dal mio unico e inseparabile compagno di avventure, il DOC. Per questo ho imparato, anzi sto ancora imparando a sbagliare meglio. Perché, come ripeto sempre ai miei amici, le cazzate sono una cosa seria e come tale richiedono attenzione. Il tasso di noia o quello di divertimento che viene fuori dagli errori dipende esclusivamente dalle intenzioni. Più l’errore è pianificato minore rischia di essere l’inconfessabile vantaggio dello spasso per chi lo commette. Più è breve, istantaneo, più godrà del sospiro della leggerezza calviniana. Più è grave, maggiore è l’importanza della lezione ma anche la pena da scontare.
Insomma l’errore è vita e morte, è buio e arte, può profumare di lenzuola fresche ma anche puzzare di merda. Come nella matematica non sono i numeri l’essenza della scienza ma la loro relazione, così nell’infinito campo degli errori non sono gli sbagli stessi la misura del tutto, ma le loro conseguenze. Lo stesso errore spostato due centimetri più in là diventa un’altra cosa.
Ecco perché, secondo me, bisogna disperatamente cercare di saper sbagliare da soli. Perché c’è un handicap e c’è un vantaggio: non avrai nessuno su cui scaricare la colpa, ma non ti sorprenderai la mattina dopo a guardarti allo specchio quando, lavati faccia e denti, dovrai metterti al lavoro per crescere.

  

In difesa delle parole (e di noi drogati di parole)

Non c’entra Nanni Moretti, ma piuttosto Rudyard Kipling che giudicava le parole come la più potente droga usata dall’uomo.
Io sono sempre stato un drogato in tal senso. E come ogni drogato sono stato piagato dalla sostanza stupefacente e dai suoi effetti collaterali.
Ho sempre combattuto contro il famoso detto siciliano secondo il quale “la migliore parola è quella che non si dice” e, non certo solo per mestiere, di parole ne impastate davvero tante. Tutte scritte. Perché quelle scritte sono le più preziose: e non c’entra il ragionieristico scripta manent, ma la differenza che passa tra un castello di sabbia esposto all’onda insidiosa e un frangiflutti solido che l’onda la respinge.
Sin da bambino quando dovevo usare parole importanti, che erano soprattutto quelle della felicità o della rabbia (nel mezzo c’è una landa di tiepidezza poco interessante per un adolescente non ancora lobotomizzato dai cellulari), io scrivevo. A mia madre soprattutto, per felice consolazione o rabbiosa contrapposizione. Ma scrivevo anche usando altre parole, quelle della musica ad esempio. O della cinematografia con la mia cinepresa super8. Se dovevo manifestare interesse per qualcosa o per qualcuno, l’ultima cose che mi veniva in mente era quella di farlo a voce.
Ricordo la mia prima dichiarazione d’amore. Non avevo nulla su cui o per scrivere, ero un adolescente timido, pieno di capelli e di complessi: dissi alla ragazzina che pendeva dalle mie labbra, “per quella cosa va bene”. Il riferimento era al tam tam della comitiva che mi riferiva che la tipa era inopinatamente cotta di me.
Una frana insomma.
Da allora imparai a girare sempre armato di attrezzi che avrebbero potuto fissare su un supporto le parole che servivano. Coltellini con cui incidere (vergogna!), pennarelli con cui imbrattare (vergognissima!), penne con cui marchiare un tovagliolino, un sottobicchiere, una cartina di sigaretta, una banconota, registratori a nastro su cui fissare diari di viaggio (quante cassette Basf ho in cantina!). Sino a oggi quando tutto è più semplice e poco eccitante tra smartphone e computer, ma va bene lo stesso.
Mi è capitato ogni tanto di trovarmi a corto di parole, ma è accaduto sempre quando ero a corto di penne, computer, carta. E purtroppo avevo qualche colpa tremenda da espiare. Forse è un meccanismo di induzione o più semplicemente è una forma di nevrosi (l’ennesima).
La parola per quelli della mia stessa congrega è come la sigaretta (solo che dalla sigaretta ci si può separare): non c’è mai occasione per farne a meno. Sei allegro? Scrivi. Sei triste? Scrivi. Sei solo? Scrivi. Sei in compagnia? Scrivi. Ami? Scrivi. Odi? Scrivi.
Quando a una coppia di cari amici, tanti anni fa, è nata una figlia, la prima cosa che ho fatto non è stato mandare i fiori, ma scrivere una lettera. Non a loro, alla nascitura.
Quando ho rotto sodalizi o ne inaugurato di nuovi c’è sempre stato un foglio (più o meno digitale) a sancire la solennità del momento.
Quando è stato il tempo del matrimonio o del funerale, non sono riuscito a pronunciare nulla, ma mi sono chiuso nel mio studio a scrivere forsennatamente. Ed è tutto ancora lì, per fortuna. A testimonianza che le parole non sono parole e basta – e chi lo dice è incolto o in malafede – ma sono sublimazione di fatti. Come la spremuta di un frutto che resta e nutre, mentre il frutto esausto si butta subito.
La parola è la migliore intenzione nella sua forma più ingenua, quindi meno corruttibile. Quella del sogno che si avvera o dell’incubo che si può sconfiggere.
Altro che diamante, una parola è per sempre.
Nel bene e nel male.

  

Strane cose, buone cose

Ho divorato anche la seconda stagione di Stranger Things. E, pur scontando un affievolimento dell’effetto sorpresa (è il destino delle seconde volte, dal sesso alle conquiste sportive, dall’arte ai vizi), l’ho trovata magistrale nella scrittura e nella realizzazione. Matt e Ross Duffer hanno confezionato un prodotto di altissima qualità partendo da ingredienti semplici: mostri, fantascienza, bambini, favola. Ecco, il segreto di Stranger Things (1 e 2) sta nell’abilità degli autori a tenerti incollato dinanzi a eventi che, nella loro sostanza e senza il “condimento” del genio di chi regge le redini della storia, strapperebbero sbadigli al primo quarto d’ora. È come se a un certo punto non te ne fregasse niente (tranquilli, niente spoiler) di come sia nato tutto e di come andrà a finire, e dovessi solo soddisfare il tuo bisogno di restare con quei personaggi, quasi tutti bambini, quasi tutti bravissimi. Così, tanto per non interrompere un incubo che è dolce come un sogno, tanto è finzione manifesta con incantevoli mostri grotteschi e scenari che sembrano fumetti della Marvel.
Merito della scrittura, dicevamo, ma anche del cast, non a caso Stranger Things ha vinto lo “Screen Actors Guild Award 2017” per il miglior cast in una serie drammatica: la credibilità di un attore bambino si misura non sulla sua capacità di recitazione, ma su quella di saper rimanere bambino in un gioco da grandi.

  

Caro lettore hai ragione

Il ritaglio di giornale è saltato fuori dal nulla, quasi che chiedesse un po’ di considerazione dopo 25 anni di oblio. Mi ha fatto tornare in mente una vecchia storia.
È il 15 settembre del 1992, è notte. Fumo l’ennesima sigaretta di una giornata di lavoro. Sono caposervizio delle Cronache Sicilia al Giornale di Sicilia. Di fronte a me è seduto Fabrizio Carrera, l’uomo delle interviste impossibili come lo chiamiamo tra amici e colleghi (che in quel periodo sono la stessa cosa), uno di cui un giorno vi racconterò alcune storie incredibili.
Come sempre, quando la redazione si svuota, cazzeggiamo pregustando l’ulteriore cazzeggio di una cena notturna e ci prendiamo il tempo per spigolare sulle cose della giornata. Abbiamo meno di trent’anni e come si dice facciamo il lavoro più bello del mondo. Viene fuori la prima pagina del Manifesto che brilla per un buco. Non c’è la notizia del giorno. Fabrizio sa come farmi partire l’embolo dell’indignazione: “Ma lo capisci? Questi non hanno l’agguato a Germanà in prima”.
Il commissario Rino Germanà, collaboratore di Borsellino, due giorni prima era sfuggito a un agguato di mafia a Mazara. Seppur ferito aveva risposto al fuoco e aveva messo in fuga i killer di Cosa nostra tra i quali c’era Leoluca Bagarella. Una storia con risvolti romanzeschi in un ambito di non secondaria importanza: si svolgeva in una Sicilia che aveva appena perso Falcone e Borsellino.
Ci incazziamo. Rimandiamo la cena di un’altra ora e scriviamo una lettera “da lettori”  al Manifesto. Diciamo che quella scelta non ci è piaciuta e che ci ha lasciato l’amara sensazione che solo la morte, nelle nostre lande, meriti la prima pagina. Insomma Rino Germanà è stato relegato a quattro colonne in cronaca solo perché è sopravvissuto.
Passano due settimane, il 30 settembre la svolta. Il manifesto pubblica a tutta pagina la nostra lettera. Il titolo è “Caro lettore hai ragione”. Di seguito una replica del vicedirettore Pierluigi Sullo ammette la colpa, ma poi si imbarca in un’argomentazione a dir poco fragile: “Il fatto che per riflesso condizionato il commissario reagisce da Rambo non ci è simpatico (sentimento ignobile, in questo caso, ma da confessare così, almeno, ci si capisce)”. Apriti cielo. Proteste dei sindacati di polizia, interrogazioni parlamentari e l’indomani paginate di giornali, come quella del Corriere della Sera che vedete sopra.
Questo, e altro di prezioso che però poco conta per voi, mi ha ricordato questo ritaglio. Con una morale che reputo sempiterna: il miglior modo di fare il giornalista è mettersi ogni giorno nei panni del lettore.

P.S.

Per scrivere un pezzo sul nostro giornale su tutta questa storia abbiamo dovuto implorare e attendere tre giorni.

  

Annamaria

“Dietro ogni uomo di successo, ci sono una moglie fiera e una suocera sorpresa”.
Harry Truman

Se mai avessi avuto successo avrei avuto una moglie fiera e una suocera divertitissima. Perché Annamaria, mia suocera, era così: interessata, avida di storie, curiosa. Quindi divertente e divertita.
Mai stata una suocera suocera. Nel senso che mai nel corso dei naufragi della mia vita – almeno quelli che lei ha vissuto di ruolo, per gli altri la sua vividezza mentale le dava il tormento perché non sopportava che ci fossero cose di me di cui non si potesse discutere davanti a una tavola imbandita – si è mostrata col ditino alzato pronta a difendere tesi precostituite.
Annamaria era elegante e solitaria. Ma di un’eleganza d’animo ancor prima che esteriore, sebbene anche nella vecchiaia curasse attentamente il suo aspetto guardandosi bene dall’inciampare in quegli anacronismi estetici che fanno di tante vecchie grotteschi fenomeni da baraccone. Annamaria, a dispetto dell’età, non era vecchia. E mai lo sarebbe stata, nemmeno a 150 anni.
Era di un solitario maniacale: coltivava la sua indipendenza centellinando le sue sortite e camuffando da discrezione una sua innata pigrizia. Usciva poco perché le scocciava separarsi dal suo mondo fatto di romanzi, vissuti e letti. Perché Annamaria era, oltre a una divoratrice di storie (e lì riuscivo a convincerla a venire a cena da noi, massimo tre persone, buon vino che aveva scoperto in tarda età e pane fatto in casa) anche una gran raccontatrice.
Aveva i cassetti pieni di sogni e gli armadi privi di scheletri. Insomma sapeva bene dove stivare i sentimenti. Per questo mi piaceva. Perché leggeva più di me; perché riusciva a essere trasversale nella sua visione ottocentesca della vita; perché era una donna buona nonostante esercitasse senza esitazioni la facoltà del non perdono; perché non sapeva cucinare ma era una buona forchetta; perché era femmina nel gestire i segreti come rospi non sputati.
Ebbe una vita con risvolti incredibili e me ne narrò un bel pezzo. Negli anni ho preso un bel po’ di appunti per un libro o per una sceneggiatura e vi assicuro che ho in mano una storia bella, umana, divertente e malinconica. Come lei.
Solo che adesso non mi va più di raccontarla.
Fai buon viaggio Annamaria, in un’altra vita t’insegnerò a fare il pane in casa. E tu mi insegnerai a condividerlo con le persone che davvero valgono.

  

Critiche al buio. Della ragione

Della serie non finire mai di stupirsi. Per la prima volta Google sbarca a Palermo con un’installazione, anzi una serie di installazioni sulla realtà virtuale e su altre meravigliose diavolerie (guardate questo video, ad esempio). È un’operazione che celebra il Teatro Massimo, Palermo e le sue bellezze. Le celebra su scala planetaria grazie al Google Arts & Culture e al suo Grand Tour. Fatevi un giro per capire di cosa si tratta.
Al Teatro con gli amici di Google ci lavoriamo da un anno e mezzo e siamo arrivati alla vigilia dell’inaugurazione, da domani 20 ottobre a domenica 22 la mostra sarà aperta al pubblico (addirittura sabato sino alle 24).
È un progetto in cui esserci è motivo di orgoglio. È un progetto che non costa un solo centesimo al contribuente. È un progetto da cui Palermo e i palermitani hanno tutto da guadagnare perché è una vetrina che parla di noi, del nostro passato con linguaggi nuovi. Ed è un progetto a ingresso gratuito.
Secondo voi come l’hanno accolto alcuni palermitani senza ancora sapere nemmeno di cosa si tratta? Cercando di demolirlo. Sì proprio così.
Non potendo dir nulla sui contenuti, hanno giudicato la prima cosa che avevano a tiro di minchiata: il portone dal quale si accede alla mostra. Poiché, come in tutte le manifestazioni mondiali di Google, l’ingresso deve essere brandizzato, riconoscibile come le più elementari regole del marketing impongono (basta aver studiato qualcosa in più rispetto al manuale di istruzioni dello smartphone), qualcuno ha cominciato a criticare anche con toni violenti il colore dei pannelli, lo stile della grafica, addirittura la location. Come se non fosse un onore per un Teatro definito “il più innovativo di Italia” ospitare un’installazione del genere.
Lo ripeterò sino allo sfinimento, il diritto di critica è come la democrazia: esercitarlo da ignoranti può essere pericolosissimo. Il ragionamento “io giudico ciò che vedo” abbozzato da questi maître à penser  della condivisione forzata è la sconfitta di ogni progettualità. Ma loro non lo sanno. Giudicare quel che si vede senza analizzare, informarsi, contestualizzare, magari ragionarci su, è la tomba di ogni buona intenzione. Io so cosa c’è dietro questo buio da tastiera unta di odio, perché ho vissuto e non sono di ferro: c’è approssimazione, c’è invidia (per qualcosa che finalmente funziona), ci sono inconfessabili fallimenti personali e c’è la rabbia peggiore, quella contro il nuovo, la ricchezza della diversità, la tridimensionalità di un’opinione.
Chiudi qui, ma forse ci torno.
Vi aspetto in Teatro.

  

Più nuche che volti

Nella mia vita ho dato (il giusto, credo) e ricevuto (abbastanza). Mi è capitato, in alcuni momenti cruciali per via della mia fortunata follia, di trovarmi accanto persone pronte a darmi una dritta, una mano, un po’ di corda. Ed è accaduto che io abbia aiutato, assistito, sorretto (lo so, non è una bella immagine della mia brutta persona).
C’è un però.
Lo giuro su questo blog: non mi sono mai dimenticato di chi mi è stato vicino. Mai. Nonostante il tempo che passa, le cose che cambiano, i coglioni che girano, non ho mai perso di vista il codice sorgente di un’amicizia, di un rapporto di lavoro proficuo, di una mano tesa.
Invece – e siamo al però – mi è capitato troppe volte di trovarmi a situazioni in cui i cardini erano improvvisamente scardinati e il motivo iniziale veniva stravolto. Chessò, ti ho preso con me a lavorare quando eri in mezzo alla strada e te lo dimentichi non appena entri nella stanza del megadirettore; ti ho dato l’occasione di fare qualcosa che va oltre il tuo giardinetto vista nulla e ti viene la puzza al naso quando qualcuno ti porta una pianta finta per adornare il suddetto giardinetto; sei stato cooptato in un progetto che mai avresti sognato e appena cambi letto sogni un progetto migliore in cui ci sono più coltelli che fratelli.
Quando c’era il mio amico Francesco (che in queste occasioni mi manca sempre e molto di più) avevamo un mantra: la bontà non paga.
Sbagliavamo. Ma almeno eravamo vivi in due.
La vita è fatta di volti, ma soprattutto di nuche. Il segreto è non cercare mai gli occhi.

  

Bassotti e pistolotti

C’è quest’associazione animalista che si chiama Aidaa che invita Stefania Petyx a lasciare a casa il bassotto quando è in giro per motivi di lavoro. Ed è un’associazione che già in passato ha tentato di dividere Stefania dal suo amato cane che, a sentire il suo presidente dell’Aidaa Lorenzo Croce, rischierebbe di finire stressato a causa delle riprese televisive.
L’altro giorno Stefania è stata aggredita a Palermo da alcuni delinquenti mentre stava realizzando un servizio per Striscia. E l’Aidaa non ha perso occasione per intonare la sua litania: il cane va preservato, salvato, tirato fuori dal rito orgiastico della tv. Manco che la Petyx lo avesse usato come scudo o, viste le dimensioni, come grimaldello.
A questo tipo di animalismo e in questo frangente in cui il ridicolo ha già fatto irruzione – lo dico con la banale presunzione di chi gli animali manco li mangia – si può rispondere in due modi. Primo modo: chi conosce Stefania sa che, comunque e dovunque, il bassotto se la passa meglio di lei. Insomma quello non è il suo cane, ma il suo padrone. Secondo modo: la sensazione è che quest’Aida, come altre conventicole di bacchettatori in finto cachemire tipo Moige, debbano emanare comunicati per testimoniare la propria esistenza in vita. E nel dichiarare a pieni polmoni non manca l’aria ai denti.

  

La banca di Casaleggio e il denaro della rabbia

Leggendo “Supernova”, l’atto di accusa di Nicola Biondo e Marco Canestrari al sistema del Movimento 5 Stelle, ci sono passi su cui ci si deve fermare a riflettere. L’obiezione più comune è: gli autori sono ex grillini, vissuti all’interno dell’establishment, e hanno il dente avvelenato. La mia osservazione è: stiamo ai fatti, se i due autori riferiscono cose false c’è un solo modo per smentirli, e non sta nella piattaforma Rousseau ma in un’aula di giustizia.
Intanto c’è un passaggio del libro che merita una citazione, su quale servirebbe un dibattito franco e senza limiti di tempo.

(…)La tecnologia non è neutra: soprattutto i social network sono progettati per suscitare e raccogliere le reazioni spontanee e istintive degli utenti, non quelle più ragionate. E ogni reazione ne alimenta altre, ogni provocazione suscita indignazione più facilmente che ispirare fiducia e positività. È un mercato in cui la “banca centrale”, governata da Davide (Casaleggio, ndr) attraverso le sue società, associazioni, prodotti editoriali più o meno chiaramente collegati a Grillo, stampa (…) il denaro della frustrazione e della rabbia per raccogliere i frutti elettorali attraverso lo sportello del consenso che è il Movimento 5 Stelle.

  

I negazionisti della cronaca

C’è una categorie di persone che io chiamo “negazionisti della cronaca”. Vivono perlopiù di e nei social e sono i disinformati per eccellenza. Cioè non sanno nulla di nulla, anzi peggio non sanno nulla di nulla di ciò che in realtà dovrebbe essere di loro interesse. Prendete chessò un buddista “negazionista della cronaca”: dovrebbe sapere tutto, per vocazione e quasi per elezione, sulla prossima visita del Dalai Lama a Palermo: tutti i giornali e tutti i siti e soprattutto i social ne hanno parlato qualche mese fa, e infatti i biglietti sono andati venduti in un fiat. Ma il “negazionista della cronaca” deve fare il suo mestiere, specialmente quando si trova nella condizione a lui più congeniale, quella dello spaventato del presepe. Siccome vive sulla luna credendo di vivere sulla terra e parla della terra come uno che non è mai stato sulla luna – un disadattato insomma – non ha ovviamente trovato posto nel luogo in cui il Dalai Lama parlerà. E allora? Anziché ritrarsi in buon ordine, magari maledicendosi in tibetano, sguaina la sua arma migliore: la teoria del complotto.
Chissà perché non ce lo vogliono dire… chissà cosa c’è dietro… ci vogliono fregare!
Il “negazionista della cronaca” si sopravvaluta per sopravvivere. Cerca disperatamente una congiura internazionale per spiegarsi il fatto che, riconglionito com’è, ha chiuso casa con le chiavi dentro: la lobby delle serrature è notoriamente seconda solo a quella degli Illuminati.
Tornando all’esempio del Dalai Lama, guai a spiegargli che era già stato tutto annunciato per tempo e che lui è semplicemente arrivato in ritardo. Mai! Anziché ritirarsi in buon ordine il “negazionista della cronaca” attuerà la lotta dura senza paura sino al sanguinamento dei polpastrelli: diffondete, vergogna, diffondete, buuu, ladri, mascalzoni e adoratori del Male! Nella storia di questo prototipo di elettore ideale dell’anno 2020 (voglio essere ottimista e darmi un minimo di preavviso) non c’è un precedente di ravvedimento, mai un’ammissione intima tipo “ho fatto/detto una minchiata”. E questo è devastante per il resto della popolazione mondiale, ormai quasi minoritaria, che si informa e agisce di conseguenza.
Anni fa un mio ex amico, peraltro non incolto e non (ancora) social addicted, aveva la fissazione di doversi incazzare ogni anno perché – per un giorno – la maratona gli impediva di andare a farsi il giro della parrocchia in auto, col gomito fuori dal finestrino tipo abbordatore da discoteca del sabato sera. E l’argomento era sempre lo stesso: i giornali non hanno detto niente, sorvolando su fatto che lui non leggeva mai i giornali. Insomma, un antesignano.

 

  

Più spade che troni (metafore incluse)

In questi anni avevo evitato quasi scientificamente “Il trono di spade” perché, pur essendo un appassionato di serie tv, ero e resto diffidente nei confronti del fantasy e perché sapevo che si trattava di una saga con molti (troppi?) effetti speciali anche sotto le lenzuola. Insomma, a pelle non mi attirava.
Poi i miei amici Mauro e Tiziana mi hanno regalato il primo libro di George R. R. Martin (che risale al 1996) e soprattutto ci hanno messo l’insistenza giusta: l’ho iniziato a sfogliare dopo un anno e passa, figuratevi quanto si sono dovuti sfiancare.
Dopo una cinquantina di pagine (non meno, altrimenti mollerete la presa) sono entrato nell’ingranaggio. “Il trono” affascina perché è un’inaudita galleria di personaggi inauditi. Utilizza quel codice di plausibilità con lo spettatore/lettore secondo il quale tutto, davvero tutto, può accadere: che ti muoia il protagonista che avevi appena designato, che il cattivo diventi simpatico, che la crudeltà ti affascini, che il gioco anzi il game (dal titolo originale A Game of Trones) si riveli un appassionante videogame, che un nano (vero) si riveli un gigante e che un gigante (vero) si faccia addomesticare come un piccoletto, che le femmine siano femmine senza tener conto dei gradi di parentela (con quel che, incestuosamente, ne consegue) e che i maschi siano maschi a dispetto delle dimensioni del loro arnese sessuale. Con la dovuta allegoria e i giusti distinguo, “Il trono”  è una serie che per libertà di colpi di scena mi ricorda il “24” dell’intramontabile Jack Bauer. Solo che qui siamo in un tempo senza tempo e mentre Jack Bauer è un eroe asessuato tutto pistole e colpi segreti di karate (mi ha detto mio cugino che conosce un colpo segreto che se te lo dà dopo tre giorni muori… cit.), l’eroe medio de “Il trono” – ce ne sono una decina, dato che è un’opera corale – usa la spada come l’attributo sessuale e, soprattutto, viceversa.
Ecco perché sono diventato un adepto della serie televisiva in questione. Perché adoro gli incastri, le storie come le scale a chiocciola in cui giri giri e sei sempre nello stesso luogo, solo un po’ più in alto. Cambia la prospettiva e cambia tutto: come insegna la vita e il suo sconosciuto elisir di longevità.

  

Il felice riposo del piccolo guerriero

Nel riposo del guerriero, di ogni guerriero, c’è qualcosa di infinitamente grande e qualcosa di infinitamente piccolo. Ci sono i litri di adrenalina e le infusioni muscolari di acido lattico, ma ci sono anche l’affollarsi dei pensieri e le concrezioni fastidiose della responsabilità. C’è quello che si doveva fare e quello che non si voleva fare, quello che si è fatto e quello di cui ci se n’è fregato. C’è il dovere e quasi mai il piacere, c’è la battaglia per un domani e viceversa come se il domani fosse sempre frutto di un combattimento e mai di un’elargizione divina.
Solo una cosa non c’è.
La distinzione di età.
Il guerriero è guerriero senza arma anagrafica. Si batte allo stesso modo e mostra la stessa protervia quando deve uscire dalla pugna come quando deve uscire dal ventre della madre. In fondo siamo tutti ciò che siamo stati, sin dal primo respiro. Solo che non abbiamo il coraggio di confessarcelo perché crediamo che l’età ci renda più credibili, fondamentalmente ai nostri occhi miopi.
Il guerriero di questa foto è il figlio del mio amico Giuseppe, ma potrebbe essere il figlio di tutti voi. E un bimbo di tre anni che assapora il riposo con la severa maturità che solo i guerrieri sanno di avere. Infinitamente grande è la responsabilità a cui questi cuccioli di uomo sono chiamati sin dai primi passi in un mondo che è stato costruito a loro misura, non in quanto bimbi, ma in quanto consumatori. Infinitamente piccola è la scintilla che accende un piccolo motore in crescita per imporgli la più antica delle arti di saggezza, quella del riposo.
Senza indulgere nella retorica spiccia io, che padre non sono, credo che dovremo insegnare ai nostri piccoli a prendere fiato, a non considerare la pausa come un non-lavoro, ma come un premio. Quando siamo soli con il nostro fiatone, con il ritmo che si riconcilia con la nostra esistenza, con la fortissima debolezza di guardare il cielo non per disperazione ma per ispirazione, probabilmente siamo in quella condizione in cui l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo coincidono in noi stessi, sdraiati sull’acqua. Senza nulla intorno che sia più importante di un pensiero che non ha a che fare con l’ufficio, con l’asilo, con la palestra, con il poker tra amici, con le bollette, con la tata, con l’ernia iatale o col pannolino che pesa, col coniuge che ti tradisce o col compagno di banco che ti ha fottuto la merendina.
È il riposo del guerriero e tutto ciò che conta in realtà non conta.

  

La colpa di voler vivere a colori

Era l’8 settembre 1988, me lo ricordo come se fosse ieri. Il giornale per cui lavoravo mi inviò a Torino per seguire la tappa italiana di Human Rights Now!, il tour mondiale in cui suonavano artisti come Sting, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Tracy Chapman organizzato per celebrare il quarantesimo anniversario della costituzione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Scrivevo di musica allora e, come ripeto spesso, mi meravigliavo che mi pagassero pure. Ero in uno di quegli stati di grazia che capitano al massimo due volte nella vita, almeno da sobri, quando il mix tra gioventù, spruzzi di accettabile perdizione e passione (per il lavoro, per la vita, per i punti di domanda) non produceva altro che un incosciente entusiasmo.
Quindi ero a Torino, seduto a sfumacchiare, accanto al mio amico Valerio Pietrantoni, con i grandi del giornalismo musicale di allora: Mario Luzzato Fegiz, Kay Rush e diversi altri.
C’era la musica – otto ore di musica – c’era la macchina da scrivere e c’era il fax con cui inviare il pezzo per la prima edizione, da ribattere in nottata.
Ricordo ogni secondo di quella giornata perché mentre tutto accadeva io prendevo appunti non per il giornale, ma per me.
Era uno di quei momenti in cui sapevo di vivere “uno di quei momenti”.
E la cosa che più mi rimase impressa non furono le schitarrate di Springsteen con la sua E Street Band, non fu il salvataggio di Claudio Baglioni da parte di Peter Gabriel che, vedendolo fischiato, lo raggiunse sul palco a sorpresa intonando con lui Ninna nanna nanna ninna, non furono il carisma di Youssou N’dour né la carica ritmica di Sting.
No.
A colpirmi veramente fu un’opera di Mordillo esposta fuori dallo stadio. Quella che vedete in questa pagina, ispirata all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani, quella sulla libertà di opinione e di espressione. Non l’ho mai dimenticata, quell’opera. Ieri l’ho ritrovata sul web e sono felice. E l’ho rivista attualissima, anche se risale agli anni Settanta.
Potrebbe essere un programma politico, oppure un articolo di legge, un’intenzione o un ammonimento, un comandamento o un diktat: in un mondo grigio non è una colpa voler vivere a colori.

  

Grazie di tutto, Paolo