certezze

Esposizione gandhiana (anche se ti dicono troia)

boldrini offese

C’è un gran dibattito, neanche tanto colto e/o entusiasmante, sul post di Laura Boldrini che, nella giornata contro la violenza sulle donne, ha pubblicato un sunto delle offese che riceve quotidianamente sulla sua pagina Facebook. Il punto della riflessione collettiva, e parlare di riflessione quando si tratta di social significa essere irrimediabilmente ottimisti, è che la Boldrini ha pubblicato nomi e cognomi in barba a un presunto diritto alla privacy dei lestofanti che la bersagliano di schifezze. Chiamatela gogna, chiamatela vendetta, chiamatela giustizia: io sono d’accordo per la pubblicazione integrale dei nomi. Per cinque motivi.

  1. Se la Boldrini avesse cancellato i nomi, i soliti troll la avrebbero accusata di non dire le cose esattamente come stanno. Sì, proprio così.
  2. Fermare le violenze sui social è molto difficile. Una delle strategie di minor insuccesso è quella del braccio di ferro, che consiste nel far prevalere la propria forza di ragione con muscolarità.
  3. I profili Facebook a noi visibili sono pubblici e per giunta si tratta di persone che stanno scrivendo su una pagina pubblica.
  4. Nell’era dell’inciviltà globale dobbiamo finirla di toccarcela con la pinzetta. Se tu mi offendi o mi calunni o cerchi di danneggiarmi con messaggi falsi o violenti, io ti appendo in bacheca. Così tutti vedranno il tuo bel faccione e magari qualcuno che ti conosce imparerà a evitarti quando ti incontra per strada o ti darà semplicemente dello scemo.
  5. Bisogna sfatare questo pseudo-mito della violenza sulla privacy non tanto per quanto scritto nel punto 3, ma perché trattandosi di legittima difesa la pubblicazione dei nomi non è essa stessa violenza, ma reazione nonviolenta. Esposizione gandhiana.

Quest’uomo

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Quest’uomo si chiama Vincenzo Agostino, molti lo conoscono per via di una storia che non sarà mai abbastanza conosciuta. A quest’uomo, il 5 agosto 1989, hanno ucciso sotto gli occhi il figlio Antonino e la nuora Ida Castelluccio: erano sposini e lei era incinta da cinque mesi. Antonino era un agente di polizia e, tra le altre cose, stava indagando sul fallito attentato a Giovanni Falcone, all’Addaura. Ma non è dei misteri che ruotano attorno alla morte del giovane poliziotto e di sua moglie che voglio parlare.
Io voglio dire di quest’uomo, di Vincenzo Agostino. Che ha sopportato la peggiore tortura alla quale un essere umano può essere sottoposto, il sopravvivere a un figlio. Che ha lottato dal basso contro silenzi e depistaggi altissimi. Che ha visto la sua barba allungarsi per una protesta che probabilmente non conoscerà mai fine: ma quando la verità è un miraggio cosa volete che sia tutto il resto?
E allora quest’uomo è uno dei pochi simboli che riconosco, poiché a me i simboli sanno in genere di espediente farlocco (specie negli ultimi tempi) per inventarsi una scorciatoia in ragionamenti complessi. Quest’uomo è il simbolo di un dolore eterno, di una sconfitta, soprattutto oggi, dopo che la Procura di Palermo si è arresa nella ricerca dei responsabili del duplice omicidio di suo figlio e sua nuora.
E però mentre siamo tutti confratelli di hashtag quando c’è da sposare una moda lacrimevole (una strage in giro si trova sempre), magari non sappiamo nulla della peggiore tortura che si è consumata dietro casa nostra. Del dramma prolungato di un padre, quello di vivere senza più un perché. Di un uomo. Quest’uomo.

Per quanto tempo è per sempre?

insiemeCome i lettori più affezionati (nonché pazienti) sanno, sono affascinato dallo scorrere del tempo. I maligni dicono ossessionato, ma va bene così. Diciamo che sono particolarmente attento al divenire e alle tappe del cambiamento. Da un lato mi piace che le cose cambino, dall’altro mi fa incazzare che cambino senza chiedere permesso.
A questo penso in questi giorni, in prossimità sempre più cruciale di vari eventi personali (compleanni, ricorrenze affettive, dieci anni di questo blog, eccetera). E ci penso cercando di darmi una regola, un minimo manuale interiore che mi tenga lontano dal trappolone della nostalgia del cinquantenne ex capellone, ex atleta, ex rockettaro, ex giovane insomma.
Probabilmente rimarrò prigioniero di una logica costruita ad hoc, come un abito sartoriale che inguaina e non nasconde, oppure chissà mi scoprirò piacevolmente ingenuo a coltivare nuove speranze, perché le speranze vanno curate come piante delicate, salvo dimenticarsi che con qualunque cosa le nutriate, vanno per i fatti loro (tipo la vite americana che mi regalò mia madre per il balcone e che sparava i suoi tralci in tutte le direzioni tranne che sul balcone stesso). Di certo starò attento a festeggiare il festeggiabile poiché non c’è mai un motivo per non brindare a una sopravvivenza. Che sia di una cosa o di una persona poco importa, sono per le torte di non compleanno e per quel genio di Lewis Carroll che fa chiedere ad Alice “per quanto tempo è per sempre?” e che fa rispondere il Bianconiglio “a volte, solo un secondo”.

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L’importanza dei giornali locali

In termini di effetti concreti, quello che conta veramente (a parte il compito, essenziale in una democrazia, di diffondere le informazioni) è spingere i lettori all’azione. Ed è più probabile che questo succeda se si lavora per un giornale locale piuttosto che nazionale.
Le iniziative dei giornali locali spesso riescono a salvare scuole che rischiano di essere chiuse, a migliorare i servizi sanitari, a proteggere siti d’interesse storico, e così via. Un giornale o una radio locale possono spronare il loro pubblico all’azione perché coprono un’area sufficientemente piccola da permettere alle persone che vogliono impegnarsi di incontrarsi e fare qualcosa.
Nessun quotidiano nazionale può fare una cosa del genere.
Se ci si sposta da un giornale locale a uno nazionale, forse si guadagna di più e ci si occupa di temi di interesse più generale, ma si perde la possibilità di cambiare le cose.

David Randall, senior editor dell’Indipendent on Sunday di Londra, spiega in parole semplici come i giornali locali possono davvero spingere per cambiare le cose. Il problema è quando i giornali locali si mettono in testa di giocare in grande, mirando alla luna anziché controllare l’acqua del secchio.

Buona musica, Maurilio caro

Maurilio PrestiaSe ti accorgi che stai scrivendo più di morti che di vivi ci sono due cose da fare. Congratularti con te stesso perché ancora sei di questa terra e brindare alla salute di quelli di cui ancora non hai scritto. Ecco, questa è una tipica frase che avrebbe scritto Maurilio Prestia che tutti celebrano oggi come organizzatore di concerti, ma che io ricorderò sempre come giornalista, come critico musicale.
Negli anni Ottanta eravamo giovani e ci muovevamo sulla scia dei critici di maggiore esperienza, Gigi Razete, Fabio Caronna, il fiammeggiante Pippo Ardini. Io e Maurilio scherzavamo sempre sul fatto che non ci incontravamo mai di giorno, del resto era la notte il nostro orticello. Erano tempi di musica a go-go, soprattutto per il jazz e il rock. In certe sere recensivamo anche due concerti in contemporanea – lui per il L’Ora, io per il Giornale di Sicilia – organizzandoci per tempo: ne seguivamo uno l’uno e a notte fonda davanti a birra e sigarette ci scambiavamo gli appunti. Un paio di volte facemmo un gioco ancora più perverso: siccome i concerti erano in location abbastanza vicine tra loro, ne seguimmo un tempo l’uno per poi scambiarci il posto durante l’intervallo.
Era uno spasso Maurilio. Era uno spasso lavorare con lui, che in realtà doveva essere un mio concorrente, ed era uno spasso lavorare a quei tempi con interlocutori come Arturo Grassi e Totò Rizzo, i due pazzi che credettero in uno come me, capellone, vestito di mille colori, chitarrista fallito e fissato col giornalismo.
Me la ricordo, la prima sera in cui mi mandarono a seguire un concerto. Era al Brass e c’era Maurilio, che non scriveva ma ascoltava. Io partorii trenta righe lunghe una notte, l’indomani mattina consegnai il pezzo a Totò che, perfidamente non mi disse nulla. Anzi mi disse: “Aspettiamo Arturo”. Passeggiai sotto la sede del giornale per quattro-cinque ore. Poi tornai alla carica.
“Bravo, 7 e mezzo”, mi disse Totò. Ma non pubblicarono il pezzo: in realtà si trattava di una prova e quel concerto l’aveva seguito l’allora titolare, Fabio Caronna (che io non avevo mai visto, quella sera, perché troppo preso da vergare appunti su appunti, manco avessi dovuto scrivere la biografia di Miles Davis).
Fui felice lo stesso. Quella sera me ne uscii galleggiando sulla mia nuvoletta di orgoglio: presto sarei stato un critico musicale vero! Avrei firmato sul Giornale di Sicilia! E mi avrebbero persino pagato (pochissimo, ma chi se ne fregava…)!
Alla prima cabina telefonica chiamai Maurilio e ce ne andammo a Mondello a cazzeggiare e a parlare di musica. E a impastare birra e sigarette con l’incoscienza felice di chi ha appena addentato i vent’anni.
Quanta musica c’era. E che silenzio che c’è oggi.
Buona musica, Maurilio caro.

Radio e libri for dummies

 radio e libriNon devo parlare di social, non devo parlare di social, non devo parlare di social… Me lo ripeto – e lo scrivo – mentre penso a quel che leggerete sotto queste righe. E spero di riuscirci, se deraglio punitemi… chessò, chiudete questa pagina.
Stamattina mentre correvo, c’è stato un momento in cui mi sono sentito felice: era finalmente arrivata la discesa, il Golfo di Mondello mi era apparso in tutta la sua azzurra bellezza, avevo ancora una buona scorta di acqua, ma non erano queste la cause di questa sensazione meravigliosa. No, il fatto determinante era che ascoltavo la radio, la musica era quella giusta (per me), c’era un programma che parlava di libri e io pensavo ai miei libri fondamentali.
Con la complicità delle endorfine da sportivo, ho capito cos’è veramente che fa bene al mio cervello: radio e libri. Sì, proprio così.
Radio e libri.
Non starò qui a rimbecillirvi sui vantaggi della radio rispetto alla tv e sul primato del libro su ogni altra forma di lettura. Darò piuttosto il mio personale contributo alla causa “felicità rapida e improvvisa”. Se fate sport o anche no, se siete incasinati o anche no, se siete annoiati o anche no, se cercate un la o anche no, provate ad accendere la radio. Ognuno ha la sua combinazione, qualche anno fa diedi la mia (oggi mi permetto di suggerirvi Radio Time dalle 12 alle 13 ma solo perché c’è il sottoscritto che blatera e prova a inanellare qualche idea di senso compiuto). La radio aiuta a non sentirsi soli quando magari lo si è davvero e non ingombra le menti affollate di pensieri. La radio è condivisione autentica (non devo parlare di social….) e lubrifica gli ingranaggi logici.
Quanto ai libri, ogni commento è sbrodolamento. Quindi vi do la mia cinquina di imperdibili, soprattutto per i giovani. Sono tentato di fare un elenco più lungo, ma mi trattengo, magari ne parliamo un’altra volta, con categorie più specifiche. Dunque, ecco i miei cinque.

Il giudice e il suo boia di Friedrich Dürrenmatt.
Le lezioni americane di Italo Calvino.
Il nome della rosa di Umberto Eco.
La variante di Lüneburg di Paolo Maurensig.
De Profundis di Oscar Wilde.

Letto, approvato e sottoscritto.

La vita da lassù è bellissima

coeIn Numero undici di Jonathan Coe c’è un bellissimo riferimento a uno dei miei sport preferiti, quand’ero piccolo. L’arrampicata sugli alberi. In ogni capitolo della mia infanzia, e poi dell’adolescenza, c’è sempre stato un albero su cui zompare, dal quale sognare, su cui inventarsi una casa (la casa sull’albero è un sogno poi diventato realtà molto dopo, esattamente sei anni fa), dal quale tirare pigne agli amici di sotto, sul quale nascondersi o fuggire.
Nel primo giardino dei miei ricordi c’era un pino molto facile da scalare. Il tronco si divideva quasi subito in una V ed era semplice mettersi a cavalcioni. Poi salendo il gioco si faceva duro. Il traguardo era quello di arrivare a mettere la testa fuori dalla chioma, obiettivo quasi impossibile da raggiungere dato che i rami, man mano che si andava su, diventavano sempre più sottili e fragili. Ma nella testa di un bambino non c’è la fisica, né la coscienza del pericolo. C’è solo la voglia di salire, di vincere: quasi una metafora della vita che ci (a)spetta. Io da lassù ho immaginato le mie passioni, su quei rami ho mangiato tonnellate di biscotti e letto libri (i Gialli per ragazzi, Jules Verne, Emilio Salgari, I ragazzi della via Pàl). Ho aspettato gli amici che non arrivavano perché preferivano giocare con altri e altrove, e me ne sono fatto una ragione. Perché avevo il mio albero. E il mio albero non mi tradiva mai, neanche quando mi macchiava di resina o mi graffiava le mani.
Una delle cose seccanti dell’età che avanza è che non si trovano più alberi da scalare. Su cui essere libero di fantasticare chi vorrai diventare in questa o in un’altra vita rischiando gioiosamente di romperti l’osso del collo.

Come Ken Follett

Ken FollettSono in vacanza e leggo Ken Follett, i pochi libri che non ho letto di Ken Follett. Ebbene sì, cedo senza ritegno al fascino del re della narrativa di consumo, una sorta di McDonald’s della letteratura. E so anche perché. Perché ogni tanto è bello immergersi in storie al limite del plausibile dove ragazzini pilotano aerei nei cieli della Seconda Guerra Mondiale, dove gli innamoramenti si raccontano in sette righe e un tramonto in cento. Tutti, più o meno segretamente, sogniamo una nuova caratteristica da mettere in coda a quelle inanellate da Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane: la facilità. Ecco, tutto è facile nelle storie di Ken Follett, anche la difficoltà. Ed è questo che le rende pericolosamente irresistibili.

Musica per le vacanze (con sorpresa)

imageQuest’anno per le vacanze mi sono concesso un rito al quale mi ero sottratto da troppo tempo: preparare una compilation musicale ad hoc. Come gli animali che si curano da soli col cibo, ci ho messo dentro quello che mi serve per riparare i miei neuroni stressati. Ho iniziato coi Doobie Brothers, perché non c’è viaggio spensierato senza Listen To The Music. Poi mi sono portato appresso i Talking Heads perché Road To Nowhere mi fa essere sempre dove vorrei anche se sbaglio strada. Ho ripescato Mike Stern perché Chromazone e Jigsaw per un appassionato di chitarra sono la forma di droga legale più simile alla cocaina e pur dando dipendenza non hanno gravi effetti collaterali. E ancora Reflex, Level 42 e Wang Chung perché volendo o no siamo tutti figli (o nipoti) di un “video singasong”. Ho ammesso alla mia corte musicale persino Adam Levine, solo perché la sua Lost Stars piace a mia moglie e io la ascolto turandomi le orecchie, tanto dura poco. Una Let It Be in caso di tramonto solitario, pochi Toto, Allman Brothers e Matt Bianco a mo’ di macedonia perché a me piace ogni forma di contaminazione, anche al limite dell’inascoltabile: pensate a una successione di Jessica, More Than I Can Bear e Waiting For Your Love e dimenticate un filo logico. Infine ci ho piazzato con le pinze gli Imagination da ascoltare a tutto volume di nascosto. Perché io e solo io so da dove provengo.

Duran Duran, trent’anni dopo

Duran_duran_ticket_palermo_italiaL’articolo pubblicato ieri su Repubblica.

Chissà quanti dei quattromila e passa spettatori che stasera assisteranno al concerto dei Duran Duran a Taormina era allo stadio comunale di Palermo, quella sera di fine maggio del 1987 quando Simon e compagni infiammarono i cuori di trentamila spettatori. Perché solo chi c’era allora può tracciare, un po’ per gioco e un po’ no, una linea ideale che unisce quegli anni con questi. E magari scoprire che le cose non sono andate come ci aspettavamo. Segue »

Ti sei pulito le scarpe?

runner scarpe sporcheA casa mia si sviluppano due linee di pensiero: quella della terra e quella dell’acqua. Io corro, mia moglie nuota. Io macino chilometri nella speranza di smaltire qualche chilo dovuto ad aperitivi e gioie della tavola, lei divora vasche con una silhouette che farebbe invidia a una modella. Ma la passione per lo sport, che entrambi abbiamo coltivato da sempre anche quando eravamo due puntini distanti in attesa che il tratto di penna del Maestro Destino ci unisse, detta una sua graduatoria dei diritti che non è uguale per entrambi. Insomma, casa mia è un buco nero della democrazia dei trotterellisti da mezza maratona, un odioso esempio di discriminazione dell’affanno compulsivo. Roba da sessione straordinaria del Tribunale dei diritti dell’uomo (preferibilmente in scarpe da tennis).
Se lei va a nuotare, va a nuotare e basta.
Se io vado a correre, c’è ontologicamente qualcosa di più importante da fare prima. Sempre. Mica esiste solo la corsa e basta.

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Il giornalismo più bello del mondo

New-Yorker

Questo avviene al termine di un meticolosissimo lavoro di revisione e correzione che dura settimane e che coinvolge almeno l’autore, l’editor, i fact checker, un avvocato, uno o due copy editor, uno o due rilettori che verificano la fedeltà delle modifiche e una serie di correttori di bozze che rileggono l’articolo a vari stadi della lavorazione.

Su Internazionale si racconta con involontaria crudeltà (rivolta a noi giornalisti italiani) la produzione di un articolo al New Yorker. Produzione, come si fa con un vero manufatto di pregio: con tanto di sforzo di ideazione, manualità, rifinitura e controllo di qualità. Mentre i giornali italiani sono impegnati in una strenua rincorsa di quella innovazione che hanno colpevolmente ignorato per qualche decennio credendo nell’immortalità della carta, il “giornale più bello del mondo” imbastito al 38° piano del One World Trade Center con vista su Manhattan, si preoccupa con cura maniacale del più antico dei requisiti della buona informazione: la correttezza delle informazioni.
Mi disse una volta la direttrice di un noto newsmagazine italiano: “Io non mi incazzo se siamo imprecisi sull’avviso di garanzia a un Dell’Utri di questi, mi incazzo se sbagliamo il nome del liceo che frequentava”. Ironia della sorte il giornale che dirigeva, lo scorso anno, ha preso uno dei granchi più clamorosi (e pericolosi) della nostra storia recente.

Addio al nostro alfabeto musicale

Prince morto

Ci si abitua alle assenze, non ci si abitua mai alle voragini. Perché un’assenza è metafisica, una voragine è fisica. Quella di Prince è una voragine per noi affamati di rock, per noi ex giovani sopravvissuti agli anni Settanta, per noi mediocri strimpellatori in cerca di un genio da imitare.
Prince era in grado di sconvolgere tutto l’universo musicale conosciuto. Toglieva eco ed effetti laddove una teoria di delay copriva le nefandezze di un cattivo esecutore, cambiava nome quando il suo era troppo famoso, riempiva di note il vuoto di mille esistenze che, come la sua, venivano dal nulla senza aspirare ad altro che non fosse poco più del nulla.
Ci ho pensato per qualche ora, come se dovessi elaborare un lutto personale. Ed effettivamente non di lutto personale si tratta, ma generazionale. Nell’epoca in cui una generazione ha perso pilastri come David Bowie, Maurice White e (per l’Italia) Pino Daniele, c’è poco da sperare: quando un artista passa dalle cronache alla storia è il momento di fermarsi e respirare. Come quando arrivi a cinquemila metri di altitudine e guardi quel che c’è sopra pensando a quel che hai sotto: null’altro da fare, solo tesaurizzare l’esperienza, che sia ossigeno, musica o nostalgia compressa non importa. Devi respirare e basta.
Respiro.
Ok.
Prince era l’alfabeto di chi aveva due orecchie collegate a un centro del desiderio. Poteva non piacere, perché certe sue performances erano davvero urenti. Ma non importava: a nessuno piace la consecutio temporum, ma tutti sanno a che serve. E Prince serviva. A sognare una pioggia viola senza chiedersi nulla sul colore pernicioso. A chiedersi quando le colombe piangono. A implorare un bacio come un’ossessione violenta.
Non so quanti vi racconteranno della vita spericolata del genio di Minneapolis, non immagino quanti saranno i link con la sua fama di simbolo (bi)sessuale, né mi interessano i dettagli di una morte misteriosa come la sua vita privata.
So soltanto che Prince l’ho inseguito per il mondo, che l’ho raggiunto con mia moglie (anche lei pazza di lui, inspiegabilmente per età e formazione) in un remoto bosco della Danimarca: e lì l’ho trovato meravigliosamente snob (non eseguì neanche uno dei suoi cavalli di battaglia). Che l’ho apprezzato anche per le sue trovate più commerciali (perché lo stile non è acqua).
Che mi mancherà come il caffè la mattina, quando hai gli occhi ancora chiusi e ti rifugi in una certezza antica, un riff in la maggiore, una frase nota in una bocca impastata, una voce amabilmente stridula, la chitarra che urla, buongiorno mondo ma che cazzo di buongiorno ti meriti se è sempre lo stesso mondo di merda? Buongiorno lo stesso. E buonanotte Prince Roger Nelson, un nome paradossalmente lungo per uno che a un certo punto ha scelto di far passare l’apocalisse sul suo stesso elemento anagrafico, con un’ambiguità ostentata come la maschera di Pulcinella.
Buonanotte all’uomo che rinnegò se stesso per darsi una libertà maggiore, quella di superare i confini di una popolarità che rischiava di omologarlo anziché esaltarlo.
Buonanotte al macho di un metro e cinquantotto centimetri, sul quale nessuno ha mai avuto il coraggio di ironizzare.
Buonanotte e vaffanculo, maledizione
Chi ci darà il risveglio domani?

Viaggio a New York – aperitivo a Manhattan

fototopDopo la corsa, la bici. No, la nostra non è una vacanza estrema né ci stiamo preparando per il triathlon, solo che è interessante visitare una città con mezzi meno convenzionali. Se siete a Manhattan, affittate una bici a Battery Park e risalite l’Hudson lungo la ciclabile. Godrete di una vista unica: da un lato i grattacieli di Manhattan, dall’altro il fiume e in lontananza il profilo della città che vi osserva dalla sponda opposta. Poi risalita l’isola potete addentrarvi, come abbiamo fatto noi, in Central Park (di cui parlerò approfonditamente un’altra volta) e poi a Broadway: in città state molto attenti al traffico pesante che è un problema delle strade newyorkesi.
Importante: quando affittate le bici, se scegliete quelle del bike-sharing (opzione interessante perché non vi obbliga a tornare indietro per restituirle), tenete conto che il servizio prevede che ogni mezz’ora ci si fermi a una rastrelliera, altrimenti bisogna pagare una penale che a seconda del ritardo può diventare pesante.
A Chelsea un bel posto in cui prendere un aperitivo è The standard highline, un bar con vista panoramica e buona musica: andateci al tramonto e non pensate al conto. Per cena abbiamo provato il Buddakan, un ristorante di cucina fusion che sembra il set di un film di Stanley Kubrick. Nella penombra rischiarata dalle candele, mangerete bene a patto che non abbiate troppa fame e che siate disposti ad alzare la voce per chiacchierare (la musica è un po’ più di un sottofondo). Anche qui è bene non pensare al conto.
Per una serata alternativa potete scegliere di prendere un mezzo pubblico e andare al Barlays Center, per assistere a una partita di basket. Noi abbiamo visto i Brooklyn Nets contro i Toronto Raptors e più che l’incontro – l’NBA è sempre una garanzia di spettacolo per chi ama lo sport – ci ha colpiti il contorno, i riempitivi di tempo, lo spettacolo nello spettacolo. Ballerine scatenate, bambini acrobati, telecamere, effetti speciali. Insomma un incredibile e americanissimo evento a metà tra il super show e la festa paesana.

La vera educazione? Quella per il sentimento

umberto galimberti

In una bella intervista di Antonella Filippi, pubblicata oggi sul Giornale di Sicilia, il filosofo Umberto Galimberti traccia un percorso chiaro e sintetico del ruolo che i professori dovrebbero avere con i “nuovi giovani”, nativi digitali dalle idee confuse.

Esorterei i professori a usare meno il computer. A che serve? Gli studenti, nativi digitali, ne sanno più di chi dovrebbe insegnare loro l’informatica. Ai ragazzi internet fornisce, dopo anni di guerra al nozionismo, un’infinità di informazioni slegate tra loro, ma non regala senso critico, connessione dei dati e, quindi, conoscenza.
I maestri hanno il compito di sviluppare il senso critico e mettere in connessione i dati. Questi ragazzi bisogna educarli al sentimento per evitare l’analfabetismo emotivo: la base emotiva è fondamentale per distinguere tra bene e male, tra cosa è grave e cosa non lo è. E bisogna farli parlare in classe. Il linguaggio si è impoverito. Si stima che un ginnasiale, nel 1976, conoscesse 1600 parole, oggi non più di 500. Numeri che si legano alla diminuzione del pensiero, perché non si può pensare al di là delle parole che conosciamo. E la scuola è il luogo dove riattivare il pensiero.

E spiega una differenza di non poco conto tra intelligenza convergente e intelligenza divergente.

Una intelligenza convergente, che comporta il cercare la soluzione di un problema a partire da come il problema è stato impostato; invece l’intelligenza importante, quella cha fa andare avanti la storia, è divergente, e consiste nel risolvere il problema cambiando la sua stessa impostazione, capovolgendolo. Come, per esempio, ha fatto Copernico. In informatica devi trovare la soluzione secondo il programma informatico, altre possibilità non sono previste. Un metodo che svilisce l’intelligenza, trasformandola in esecutiva e non sviluppandone la parte creativa.