certezze

Di crauti, coppe e bettole felici

In altri tempi non mi sarei mai ritrovato a festeggiare per la vittoria calcistica della Germania. Ma nelle ultime settimane qualcosa è cambiato. Innanzitutto c’è stato un campionato mondiale che ha ribaltato molti luoghi comuni sulla fantasia e sulla classe di certi campioni. Poi, soprattutto, ho fatto un viaggio in Baviera. E lì ho scoperto perché la locomotiva tedesca non è solo un’invenzione dei giornali, perché la Merkel ci implorava di toglierci Berlusconi dai piedi, perché la qualità è frutto della furbizia e non solo della mera abnegazione, perché si può offrire eccellenza a prezzi competitivi e perché la dieta mediterranea non è affatto l’elisir di lunga vita se vivi in città sporche e inquinate. È vero, i tedeschi vivono meglio di come mangiano (mai come gli inglesi), ma sono un popolo dritto, fiero e lungimirante. Riescono a farti pagare il biglietto persino per far visita a un quartiere dormitorio – e tu paghi volentieri – e ti trattano da re anche nelle bettole.
La loro leva calcistica viene da decenni di errori e da secoli di crauti, la loro prospettiva e la loro strategia sono però sempre rinnovate e rinnovabili, perennemente in cerca di un nuovo punto focale.
Mentre noi cicaleggiamo, loro pedalano a testa bassa. Mentre noi ci incantiamo dietro al primo pifferaio stonato che promette chissà che, loro cambiano organici, rinnovano vertici, guardano tutto tranne il proprio ombelico.
Ecco perché se vincono il campionato mondiale di calcio non c’è da stupirsi, ma da gioire. Una volta tanto i più forti onorano la legge di natura, che impone loro di vincere e mandare affanculo tutti gli altri.

Isolamento

imageNon so se vi è mai capitato di rimanere bloccati su un’isola a causa del mare mosso. A me è successo molte volte. Lo confesso: è una cosa che mi piace moltissimo. La sensazione di isolamento forzato mista all’inopinato senso di sicurezza che scaturisce dalla solidità dello scoglio sul quale si resta abbarbicati (metafora utile a spiegare che se di isola si tratta, piccola deve essere altrimenti le emozioni si diluiscono troppo) cancellano d’un colpo disagi e paure per il mare che si gonfia a pochi metri dal tuo muso. È come se la scala delle priorità sulla quale ci si arrampica, o si resiste, nel corso della vita si dissolvesse. Cosa conta davvero? Mangiare o nutrirsi? È più importante arrivare in tempo a un appuntamento o perdersi nella contemplazione delle onde? Aspettare non è un ottimo modo per pensare?
L’isolamento forzato è spesso l’unica chance per scoprirsi davvero liberi. L’importante è arrendersi con disperata felicità alle forze della natura.

Lo so, sono discorsi che annoiano

Sono tempi difficili. Almeno per chi campa con poco, onestamente e si sforza di mantenere il timone saldo tra le mani nonostante la tentazione di virare, tornare in porto e mandare tutti a fare in culo.
Lo so, sono discorsi che annoiano. Però fanno bene a chi è riuscito a sviluppare un senso di orgogliosa resistenza.
Da qualunque parte mi volti è tutta una prova di forza. Mia, nostra.
Uno guarda il  proprio conto in banca e conosce ogni virgola, ogni uscita e soprattutto ogni entrata. Non c’è spreco di zeri, solo parsimonia. Qualche sacrificio e molto orgoglio: nonostante tutto non mi limito a galleggiare, ma nuoto con vigore. Sono fortunato.
Poi però uno legge la cronaca e si trova davanti a cifre che lo stordiscono più di una dichiarazione di innocenza di Berlusconi. Milioni di euro in tangenti. Stipendi pagati a chi non ha mai lavorato. Pensioni di quattromila euro al mese derubricate a spiccioli. Doppi e tripli incarichi elargiti come premio fedeltà, tipo i punti della Mucca Carolina. Perle ai porci e porci senza ali.
Lo so, sono discorsi che annoiano. Però fanno bene come un abbraccio d’amore: personalmente sono sempre e comunque per il trionfo delle certezze. Quelle che mancano quando si assiste all’ostentazione di carriere ingiustificate, al premio delle mediocrità, alla sperequazione dei meriti, allo spreco di fiducia.
Il ritegno è spesso un alibi per non dire, non fare. La prudenza mi piace solo nella guida dell’auto e nella gestione degli aperitivi. Per il resto credo che sia giunto il momento di ammettere che tra gli onesti non ci si annovera, ci si conta.

Anno 1982: Italia campione del mondo, per merito mio

Marco Tardelli, Italia Germania 1982

Non era nemmeno una tentazione. E’ stato un gesto spontaneo: ho preso il telecomando e clic. La partita era iniziata da dieci minuti, nonostante si fosse svolta trentadue anni fa. Non ho nemmeno dovuto far finta di sorprendermi quando quel disgraziato di Cabrini ha sbagliato il rigore: mi sono incazzato e basta. Ho invidiato l’aplomb di Nando Martellini che non aveva l’invadenza presuntuosa di Canessa e ho imprecato per ogni fallo su Oriali.
Italia-Germania, finale dei Mondiali, anno 1982.
L’ho rivista l’altra sera su La7, come qualche migliaio di italiani. E come tutti – ne sono certo – mi sono ritrovato con la stessa pulsione agonistica di allora, in un cortocircuito temporale che non mi ha né stupito né allarmato (l’età avanza per tutti).
Quando il rito si è consumato per intero, cioè allo storico “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!”, mi è stato chiaro il sortilegio di cui tutti noi eravamo stati vittime. La partita era un catalizzatore di energie positive, un mezzo di trasporto verso un non-luogo in cui non solo eravamo giovani ma persino eterni. E non è il normale meccanismo dei ricordi, che magari danno nostalgia o provocano rimpianti, no: è una garanzia di felicità perenne.
In quella partita i morti – da Scirea a Bearzot a Pertini – saranno vivi finche ne resterà memoria catodica e la nostra ordinarietà di sopravvissuti sarà nascosta dalla vittoria epica.
Io me lo ricordo bene.
Non è stata la testa di Paolo Rossi a mettere il pallone dentro la porta dell’odiato Schumacher, ma la mia.
Non è stato di Tardelli l’urlo simbolo di un’Italia indomabile, ma il mio.
Non è stato il gol di Altobelli a far scattare in piedi l’incontenibile presidente Pertini (“Non ci prendono più!”), ma il mio.
Così è stato. Così sarà per sempre.

Ecco perché il M5S è indispensabile

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Sulla home page del sito del Movimento 5 stelle di Palermo campeggia una frase di Buckminster Fuller: “Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”. Tutto si può contestare ai grillini, tranne di non aver fatta propria questa massima.
La sconfitta elettorale suggerisce, anzi impone, al Movimento di cambiare modello, perché la realtà si è appena rifatta il look restituendo con gli interessi quei “vaffa” che aveva assorbito in anni di appassionate contestazioni. Che sia la strada del dialogo all’Ars o quella di una degrillizzazione dell’enclave siciliana, con toni meno aspri e maggior esercizio di relativismo politico in ossequio al fatto che siamo sempre nella terra di Pirandello, poco importa in questo momento. Ciò che è giusto analizzare è il motivo per cui il Movimento – che piaccia o no – è ormai fondamentale per questa terra.

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Masterchef a casa mia

Cucina

Dani all’annuale workshop (francese) di cucina della nostra amica Mara

Quando, diversi anni fa, mia moglie che non era ancora mia moglie si avvicinò ai fornelli nella cucina di una casa che non era ancora la nostra casa, chiese se nell’acqua delle uova che aveva messo a bollire ci andava il sale oppure no.
Oggi lei cucina tre pietanze in contemporanea, sforna dolci complicati, si documenta, studia, va a consulto da mia madre cuoca di indiscussa fama familiare, adora il turismo enogastronomico e, soprattutto, quando ci sono io ai fornelli mi ronza intorno col ditino teso. E’, insomma, la dimostrazione che una passione quando ti prende, fa miracoli.
Non è sempre così, ovviamente.
Ci sono passioni che se ti saltano addosso, ti azzoppano. Esempio personale: giochi di palla. Quando sono con i miei amici, mi piace prendere a calci un Super Santos, ma finisce sempre che il gioco si interrompe per colpa mia perché ho mandato il pallone a mare, su un albero, dietro una cancellata o comunque in un posto che è drammaticamente lontano dal terreno di gioco. Perché a calcio sono scarso, tutto qui (lo stesso discorso vale per pallavolo, basket, eccetera).
Tornando alla passione di mia moglie per i fornelli, credo che il segreto dei suoi progressi sia tutto nella sapiente miscela tra amore e spirito di competizione, due forze che teoricamente dovrebbero essere vettorialmente opposte. In realtà, chi ama compete con maggior passione se l’obiettivo è vincere una gara in cui l’avversario è un suo alleato: in una famiglia, se si cucina in due, si mangia meglio.
Niente a che vedere col calcio. Lì il mio spirito di competizione si miscela con un altro sentimento: l’odio dei miei amici che per colpa mia non riescono a concludere mai una partita.
Quindi cucino benino, ma dribblo malissimo. Inutile dirvi che mia moglie ha un controllo di palla migliore del mio. Ora che ci penso: dovrò mica sospettare di qualche amico?

Ed è così che tutti sudati abbiam saputo di quel fattaccio

Prima che Giorgio Faletti diventasse uno scrittore sopravvalutato, era un artista di una certa sensibilità. La sua “Signor tenente” mi sembra un buon modo per onorare la memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, uccisi esattamente ventidue anni fa.

Il nostro caro Massimo

Massimo Caminita

Massimo Caminita era un musicista che a noi ragazzini, strimpellatori e invadenti, ci faceva sognare. E poi era un amico, fratello di cari amici, figlio di una mamma che ci aveva adottati in blocco, noi, gli amici dei suoi figli. Quando se n’è andato, ci abbiamo messo un bel po’ di tempo per abituarci alla sua assenza, e molti non ci sono riusciti neanche dopo anni.
Non la voglio fare lunga perché certe cose mancano solo a chi le conosce, come le sigarette o un buon bicchiere di vino.
Però una cosa la voglio dire.
Senza Massimo, il nostro mondo ha perso un po’ di musica e un po’ di buonumore.
Buon compleanno, caro.

La vera infelicità dei finti felici

finta felicità

Si riconoscono perché sono dappertutto nel web, occupando ogni bacheca, salendo su ogni strapuntino dei social, aggrappandosi all’ultimo messaggio di posta elettronica. Sono i primi della mattina e gli ultimi della notte, danno il buongiorno e la buonananna in monologhi monosillabici spesso comprensibili solo a loro.
Tu magari non conosci nessuno di loro personalmente, ma leggendoli capisci subito qual è il loro tormento, ti rendi conto della prigione invisibile dentro la quale perdono il loro tempo. Sprizzano allegria quando non c’è niente da ridere e ballonzolano scribacchiando soddisfatti quando chiunque altro al posto loro si prenderebbe un paio di goccine e andrebbe a farsi un pisolino.
La loro sintassi è piena di parole forzatamente allungate, tipo bellooooo, gronda di emoticons senza alibi e ostenta un’ipertrofia di punti esclamativi. E poi è la quantità che li tradisce. Queste persone sono sempre oltre misura. Scrivono o chattano o postano a raffica tradendo un distacco grottesco dalla vita reale. Se si trovano in difficoltà non chiedono aiuto, ma si vantano della propria forzata indipendenza. Se si trovano in situazioni potenzialmente idilliache fingono di essere beati, e si capisce che preferirebbero essere infelici ma in compagnia.
La solitudine è il loro vero nemico, ma non è il loro vero problema.
Sono i finti felici, sono tutti quelli che si trovano nel posto sbagliato o giusto senza la persona giusta, tutti quelli che non ammettono di essere scontenti e simulano soddisfazione, tutti quelli che fanno finta di ricominciare e invece per debolezza non hanno ancora avuto il coraggio di mettere una pietra sopra. I finti felici, poveri loro, ci raccontano quel che si raccontano: una storia sbagliata, dal finale truccato.
Solo che noi tutti – felici o infelici, ma veri – abbiamo pietà di loro. Loro non hanno nemmeno pietà di se stessi.

Serie tv, tutto quel tempo trascorso sul divano

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Quanto tempo si passa davanti alla tv per gustarsi una serie di successo? La Nielsen ha fatto il calcolo. In pratica solo per 24 e Lost qui a casa Palazzotto siamo rimasti imprigionati per dieci giorni.

Lavori in corso

In questi giorni nel blog si svolgono lavori di ristrutturazione. Noterete qualche scaffale impolverato e qualche soprammobile fuori posto. Abbiate pazienza, tutto sarà sistemato quanto prima. Grazie a Giuseppe Giglio.

Ancora un po’ di cose mie

Gery e la sua Fender Stratocaster

Avevo una Fender Stratocaster rossa nei primi degli anni Ottanta. Suonava in modo tagliente con un amplificatore Fender, anche se preferivo “riscaldarla” un po’ con le valvole del Marshall. E’ stata la mia prima chitarra importante, regalo dei miei per il diploma di maturità classica. La lucidavo ogni giorno, anche se avevo ceduto alla insana tentazione di attaccarci un adesivo dei Van Halen (non si può dire che fossi un tipo raffinato!), la sera la riponevo nella sua custodia sotto il mio letto. Passavo gran parte del mio tempo libero a sognare di essere degno di lei, come un aspirante amante che ha una donna troppo bella per sentirsene all’altezza. In fondo non la suonavo, la strimpellavo. Ma quando la sera con gli amici ci ritrovavamo nello scantinato che era la nostra sala prove, la imbracciavo mi sentivo un musicista vero. Perché ci sono momenti nella vita in cui l’abito fa un po’ il monaco: basta avere un pizzico di fantasia e molta vita davanti.
Ecco, se dovessi prendere un oggetto della mia giovinezza e dire “questo mi rappresenta, questo ero io”, non citerei la Vespa, né un disco di vinile, il diario Vitt, le Adidas SL72, le krapfen dell’Antico Chiosco, il costume Speedo a striscie (!) o i capelli lunghi (!!!). Prenderei la mia Fender rossa (tutto questo perché mi sono accorto che proprio oggi la Stratocaster fa sessant’anni).

Scusate l’anticipo

BmuKBVvIIAAdoOr

Il mio Palermo è in serie A con cinque giornate di anticipo. Viva!

Blu

san vito lo capo

Oggi San Vito lo Capo era così.

Dai papà, giochiamo a distruggere la terra

La fortuna di avere un papà che lavora alla Dreamworks.