certezze

Carta canta

La cosa più difficile nel raccontare le emozioni di un film o, in questo caso, di una serie tv è rendere compatibili le esigenze di chiarezza, ergo dire senza criptare, con quelle di chi non vuol ancora sapere come va a finire, ergo evitare lo spoiler.
Ci provo.
Ho visto “La casa di carta”, serie spagnola distribuita su Netflix, e l’ho trovata soave e poetica nel suo narrare un meccanismo romanzesco antico come le rapine e i destini dei rapinatori. Perché è vero che nei casi di crimine cinematografico si fa quasi sempre il tifo per i banditi, ma è anche vero che l’iconografia del malvivente obbligato a essere tale da un sistema ingiusto può andar bene per sbarbatelli e negazionisti, non certo per noi vecchie ciabatte dell’avventura di piccolo e grande schermo.
“La casa di carta” è un gioiellino di narrazione, recitazione e regia che scardina il tempo di una rapina e lo dilata a favore di una nostra emozione, una qualunque, solitamente quella più a portata di mano. Così, a seconda delle predisposizioni, si può rimanere ammaliati dallo spirito di rivalsa contro un sistema che strangola i deboli per favorire i ricchi e ritrovarsi a canticchiare “Bella ciao” nell’atto finale dell’epica delinquenziale e/o liberatoria. Oppure ci si può interrogare sugli incroci della vita, sul grande inganno di un Creatore che si diverte a mescolare le carte in una partita in cui alla fine gioca solo lui. Oppure ancora ci si può accoccolare sul cuscino del sentimento e tastarne la consistenza quando le trame d’amore oscurano la ragione e la ragione diventa nulla, come un euro dinanzi a mille milioni, come una vecchia foto inghiottita dal baratro di una nostalgia.
Ecco, “La casa di carta” ha questo pregio. Come tutte le storie perfette, che devono avere il carattere dell’universalità, racconta qualcosa che è spunto, trampolino, idea per lasciarti il tempo di scegliere tra ciò che è e ciò che sarà, tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere.

  

Come non scrivere una lettera d’amore

Scrivere una lettera d’amore è una cosa molto facile da fare male. Laddove fare male significa fare in modo sbagliato, controproducente, autolesionista. Attenzione, questa non è una lezione di scrittura creativa – mi basta vedere cosa c’è in giro tra i presunti insegnanti di presunta scrittura per marcare il mio distacco dalla categoria – bensì un bignamino, frutto di minima esperienza (dello scrivere e, modestamente, dell’amore).
Più che dire come e cosa fare, mi limiterò a ricordarvi come e cosa, a mio modesto parere, non fare.

  • Una lettera d’amore è un fianco scoperto. Ricordatevi sempre che il vostro girovita è prezioso e al tempo stesso ridicolo a seconda degli occhi che lo guardano e delle mani che lo cingono.
  • Il tempo è un fattore fondamentale. Scrivete nel presente, presi dalla foga del momento, ma ricordate che presumibilmente rimarrete, almeno con quello scritto, nel futuro. Fate in modo da imbarcarvi in concetti più universali possibili e state lontano dalle parole “sempre” e “mai”, perché comunque vada vi si ritorceranno contro. Sempre (ops!).
  • Il troppo calore produce effetti simili al troppo freddo, tipo la cotoletta surgelata male che alla fine risulta bruciata dal gelo. Mantenetevi su una temperatura mediterranea di scrittura che dica di voi poco meno di quanto l’impeto detti. Non è distacco e nemmeno prudenza, ma realismo. L’amore più solido è un equilibro innanzitutto termico.
  • Ricordate che chi vi legge ha sempre un motivo per non essere obiettivo, che sia un partner con cui siete in rotta o uno che volete conquistare. Comunque vada, anche nel migliore dei casi, avrete una quota di fraintendimento da dover gestire con accortezza.
  • Non è vero che le parole sono pietre. Sono sabbia. Sabbia che può essere calpestata, che può diventare fragile castello, sulla quale ci si può sdraiare con gioia, con la quale si può misurare il tempo, giocare.
  • Mai chiamate di correità. Tipo: “Me lo diceva anche tal dei tali che eravamo fatti l’uno per l’altra…”; oppure “Ti voglio presentare pinco pallino, che ti piacerà sicuramente…”. Mettete in conto che, in una buona percentuale dei casi, tal dei tali mentiva e pinco pallino vi renderà cornuti.
  • Le cose cambiano. Promettete. Giurate. Impegnatevi. Perché è meraviglioso ed è meraviglioso scriverne, parlarne, pensarci. Ma nella copia privatissima della lettera che avete inviato aggiungete un post scriptum, a futura memoria, tutto per voi: al netto dei sogni conta sempre il risveglio.

 

  

StraButtanissima speranza

Ci sono vari modi di raccontare la Sicilia. La maggior parte mi innervosisce: l’elogio della panella, il culto del piagnisteo, la gretta ricerca della superiorità inferiore di un popolo che ha sempre festeggiato le sconfitte come vittorie.
Chi fa il mio mestiere sa che c’è un filo invisibile che lega l’eterna celebrazione dell’ultimo Gattopardo (uno qualunque, tanto ne esce sempre uno nuovo) e l’arresto del braccio destro di Matteo Messina Denaro (ne hanno presi e dichiarati una dozzina): la minchiata che soddisfa l’insano desiderio di minchiate.
Non è un segreto, spesso uno racconta solo quel che l’altro vuol sentire. È una sorta di eterno compromesso tra il marketing e il negazionismo che premia il prosciutto sugli occhi.
Però ci sono le eccezioni. Una di queste è la narrazione di Giuseppe Sottile e Pietrangelo Buttafuoco affidata all’energia di Salvo Piparo. “StraButtanissima Sicilia”, di scena al teatro Biondo di Palermo il 28 e il 29 marzo prossimi, è un antidoto contro la rarefazione del pensiero. Si raccontano la politica e i suoi misfatti senza innamorarsi dell’effetto del disvelamento, ma con una sola consapevolezza quasi salvifica: una risata è una speranza che ce l’ha fatta.

  

Salvo, che non va per il Sottile

Io Salvo Sottile lo conosco sin da quando andava al liceo. E, com’era capitato a me molti anni prima, non ne voleva sapere di studiare.
La sua storia è un paradigma della fallacità della corrispondenza sempiterna tra scuola e lavoro. Non mi dilungherò sui miei trascorsi liceali: vi basti sapere che dai gesuiti fui bocciato l’anno in cui feci una regia teatrale dello Pseudolus di Plauto e organizzai una piccola Woodstock di rockettari in erba. Transeat.
Salvuccio veniva d’estate da noi a Tgs – la televisione del Giornale di Sicilia –  quando, invece di andarsene al mare a cazzeggiare con i suoi amici, preferiva spiare la cronaca dietro le telecamere, dietro di noi “anziani” dieci anni più grandi di lui. Era affamato di giornalismo, quasi ci inseguiva pur di stare nei luoghi in cui le cose accadevano. Stava lì zitto a guardare, ascoltare, a vivere un mestiere che ancora non era il suo (era pressoché minorenne…). Qualche volta, per la sua irruenza da assatanato della cronaca,  finiva addirittura dentro l’inquadratura della telecamera e per noi erano cazziate. Il capo, maestro e padrone delle nostre vite Salvo Licata, aveva un’etica del mestiere che non prevedeva sbavature.
Tuttavia Salvuccio era avanti a tutti per forza d’animo e determinazione.
Un esempio per tutti.
Quando il giornale decise di assumermi, siamo alla fine degli anni Ottanta, io ero in vacanza. A sciare naturalmente, da incosciente patentato: per la precisione ero isolato a 3.000 metri di quota sulle Alpi francesi, tra un corso di sci estremo e un barlume di futuro da guida alpina. Un incosciente felice e matto come un cavallo. Ebbene la prima telefonata che annunciava la lieta novella, a casa dei miei genitori, non fu quella del condirettore, ma la sua. Quella di Salvuccio che aveva orecchiato la notizia e che, a modo suo, aveva fatto il primo scoop della sua vita. Qualche giorno dopo, quando mi riconnessi col mondo, nella prima interurbana sull’asse vita selvaggia – civiltà, mia madre mi comunicò emozionata le due notizie: l’assunzione e il primo messaggero.
Così è sempre stato Salvuccio. Uno che va dritto all’obiettivo e non conosce il pudore della distrazione. Uno che, crescendo, ha inventato uno stile. E piaccia no, chi inventa merita.
Tutto questo per dire che Salvo Sottile è sempre stato fedele alla sua passione: ha raccontato in tutte le declinazioni possibili, e non ha mai parlato un linguaggio che non fosse chiaro.
È stato fedele anche come amico a distanza: mi ha sempre chiamato Gerino (in un curioso contrasto con molti amici e colleghi che mi chiamano Gerone) e il diminutivo non ha mai inquinato la sua attenzione nei miei confronti; non si è lasciato abbagliare dai riflettori; ha mantenuto una curiosità intatta verso il micromondo che lo ha generato professionalmente.
Per questo e per molto altro, stasera attendo con ansia il suo programma più coraggioso: Prima dell’alba, su Rai3.
Comunque vada, sono con lui.
Vai Salvuccio.

  

Elogio dell’ex amico

Ho più ex amici che amici. Probabilmente, anzi certamente per colpa mia. Da questa constatazione – più ex amici per colpa mia – deriva un ragionamento che vi sottopongo.
Tolti di mezzo i motivi di pura invadenza fisica – atti contundenti, passi falsi di cui rimane traccia nel vivere di ogni giorno, azioni qualificabili come reato – c’è una congerie di fattori per così dire ideologici che può causare la fine di un’amicizia. Nella mia esperienza so che quest’ultimi sono spesso quelli che incidono le ferite più gravi e durature.
Paradossalmente l’amico che vi ha offeso, denudato a forza è il primo che sarete disposti a perdonare. Perché il suo misfatto rimane legato a un’epoca, a una frequentazione, a un contesto ben identificato. In poche parole è ben ancorato alla scena del delitto.
Quello che invece vi ha tradito con piccoli colpi di lametta diluiti nel tempo, con la parolina sussurrata dietro le vostre spalle, senza la teatralità (se vogliamo) coraggiosa dell’azione irruenta, merita invece un disprezzo centellinato e infinito.
È l’ex amico perfetto.
Quello a cui dare la colpa quando si buca la ruota sotto la pioggia, quando la crostata appena fatta si è schiantata per terra, quando il mondo vi è crollato addosso schivando l’unica persona che doveva travolgere (cioè lui), quando la vostra uscita di sicurezza si è rivelata una porta che dava su un muro, quando non avendo con chi prendervela sareste disposti a pagare con la cessione del quinto un punching ball umano.
L’ex amico perfetto è al tempo stesso fonte di ispirazione e termine di paragone talmente orrendo da far brillare il piombo come oro. Un catalizzatore di miracoli a sua insaputa, insomma.
C’è un solo sentimento che accende e talvolta riscatta come l’amore. Ed è il suo opposto. L’ex amico vigliacchetto e strisciante è una manna dal cielo quando non si è né santi né ipocriti.
È uno al quale, alla fine, dovrete rendere merito.

  

La (s)fortuna non esiste

Tempo fa scartabellando tra i miei pensieri e le mie ossessioni d’ispirazione uno psicologo mi spiegò che nella mia scrittura aveva un ruolo fondamentale il senso del tradimento: analizzavamo in prevalenza libri e racconti, ma estendemmo la riflessione anche ad altri scritti. La cosa non mi ha mai sorpreso poiché trattando noir e comunque roba cruenta, il tradimento è un ingrediente semplice da incontrare e maneggiare: basti pensare all’omicidio che è il prodotto ultimo di una filiera di tradimenti. Ma a livello personale, cioè tolto di mezzo l’ingombro professionale e puramente creativo, quest’analisi psicologica mi ha fuorviato per anni. Nel senso che ho usato il senso del tradimento un po’ come strumento, un po’ come alibi.
In realtà le cose stanno in modo molto diverso, basta guardarle in modo più universale. Che poi è il segreto di una felice narrazione giacché a nessuno interessano i cazzi nostri finché non siamo così abili da renderli un concetto valido per tutti: nel mondo ci sono molte persone pronte a raccontare la loro vita e altrettante pronte a fottersene.
Il tradimento esiste, ma la sfortuna (come la fortuna) non esiste.
I due elementi sono collegati da un filo invisibile di coerenza. Basta accettare il principio fondante di un liberalismo delle relazioni: noi siamo colpevoli dei nostri fallimenti.
In base a questa considerazione capite perché la (s)fortuna ha poco gioco.
Ammettere che qualunque cosa di sgradevole ci capiti è comunque colpa nostra è complicato, lo so. Però è più accettabile se il corollario è adeguato. Ad esempio va equiparato a livello di comandamento il diritto di non perdono. Della serie: io ti libero da ogni responsabilità se l’andazzo delle cose ti ha portato a farmi del male (accettabile e nei limiti della legge), ma mi libero dalla grottesco obbligo cristiano di porgere l’altra guancia et similia. Poi il sistema va purificato da ogni sorgente mefitica di buonismo: se accettiamo che comunque la nostra responsabilità è scontata, siamo tenuti a tenere a distanza con la canna chi ci vuole imporre sentimenti di ottimismo prestampato.
Insomma, come capite è un tema di sempiterno dibattito. L’importante è, a mio modesto parere, non aver timore o ritegno di parlarne.
Non a caso l’aspetto più fastidioso del tradimento non è l’atto in sé – e ne dico nel senso più ampio possibile, dal sentimento al lavoro, dalla politica ai valori personali – ma l’ipocrisia che alimenta la sua giustificazione. Quando c’è un “sì, però” la porta è aperta verso un giustificazionismo o peggio verso un revisionismo che nulla ha a che fare con la nobiltà dei sentimenti di cui persino l’atto più abietto – quello di infliggere ad altri quello che non vorremmo mai fosse inflitto a noi – fa parte.

  

Perché la munnizza non c’entra un cazzo con la cultura

“La candidatura è sostenuta da un progetto originale, di elevato valore culturale, di grande respiro umanitario, fortemente e generosamente orientato all’inclusione alla formazione permanente, alla creazione di capacità e di cittadinanza, senza trascurare la valorizzazione del patrimonio e delle produzioni artistiche contemporanee”.

Uno stralcio della motivazione della nomina di Palermo a Capitale italiana della cultura per il 2018 basterebbe da solo a spegnere il chiacchiericcio insulso di chi parla di munnizza, traffico, trame, favoritismi e quotazioni immotivate. Insomma leggere prima di scrivere.
Progetto. Inclusione. Respiro umanitario. Queste sono le parole chiave. Che hanno portato la commissione a scegliere all’unanimità Palermo, come ha spiegato oggi Franceschini: roba che ci dovrebbe essere da festeggiare tutti insieme. E invece…
Progetto. Inclusione. Respiro umanitario. Non c’entra nulla tutto il resto. Come sa chi conosce il mondo senza occhieggiarlo da Facebook, la cultura è anche (e soprattutto) negli angoli del mondo, nelle lande controverse, nei luoghi del contrasto, nelle città delle contraddizioni. Qualunque occhio che sfugge alla banalità e che non risponde a perversi pregiudizi politici può ammirare il miracolo di un fiore che sboccia tra i rifiuti.
Sono un cassettista compulsivo, ritaglio e conservo, leggo e archivio, quindi ricordo che una decina d’anni fa Orhan Pamuk sul “Corriere della sera” scrisse sulla politicizzazione dell’arte: “La letteratura non è giudizio morale bensì identificazione con un personaggio, col suo modo di essere (generoso o malvagio), con la sua fede, la sua passione, la sua violenza o il suo delirio. La letteratura non giudica né dà voti di condotta alla vita, che scorre al di là o al di qua del bene e del male; se rappresenta una rosa, sa — come diceva un gesuita e grande poeta mistico tedesco del Seicento, Angelus Silesius — che la rosa non ha perché e fiorisce perché fiorisce. Mettersi al servizio di una causa distrugge la bellezza della letteratura”.
Questa citazione ci ricorda che l’arte e gli artisti hanno un “cuore freddo” che scalda i nostri cuori e che nulla ha a che fare con l’ambiente. Scrive Claudio Magris (e non io): “Molti fra i più grandi scrittori del Novecento sono stati fascisti, nazisti, comunisti adoratori di Stalin; continuiamo ad amarli, a capire il tortuoso e spesso doloroso itinerario che li ha portati a identificarsi con la malattia scambiandola per una medicina e a imparare da essi pure una profonda umanità che la loro aberrazione ideologica non è riuscita a soffocare, ma di politica essi capivano certo meno di milioni di loro sconosciuti contemporanei”. Perdonatemi lo slancio letterario, ma serve per capire il necessario e ontologico distacco tra arte e cronaca.
Palermo Capitale della cultura non è un luogo in cui dibattere della liceità del titolo giacché questo è stato assegnato da chi ha certamente più voce in capitolo di noi miseri commentatori, a meno che non si decida che l’ultimo troll di Facebook ha diritto di voto su ciò che manco conosce. In tutte le altre città che si sono fregiate del titolo non c’è mai stata polemica, forse perché la base culturale è tale da riconoscere i limiti di una discussione decente.
Ecco perché in tema di stupidità sono e sempre sarò un antidemocratico: la munnizza e le altre piaghe di Palermo non c’entrano un cazzo con la cultura che Palermo, a dispetto di molti, celebrerà quest’anno. E siccome voglio festeggiare, non tollererò che nessuno mi guasti la festa. Tutto qui.

  

Gli incappucciati del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Sino a qualche anno fa il dilemma del web era: nickname o nome e cognome? Cioè libertà di opinione senza i laccioli delle questioni anagrafiche (il valore di un commento prescinde da chi lo esprime) oppure certificazione blindata dell’autore (un commento senza maschera vale di più)?
Non si era ancora scatenata la pandemia delle fake news e la rivista statunitense The Atlantic s’interrogava sull’alchimia giusta per “far emergere i contenuti di valore isolando il rumore di fondo” ed evitare di cadere nel tranello secondo il quale i commenti anonimi sono scadenti mentre quelli firmati sono un surrogato dei versetti della bibbia. Era il 2011 e il sito del New York Times metteva in campo i cosiddetti trusted commenters, cioè “commentatori affidabili” che avevano licenza di dire la loro senza passare dalle forche caudine della moderazione.
Oggi le cose sono cambiate, come se fossero passati vent’anni. L’antica maldicenza, che aveva già trovato megafono nei blog, ha invaso intere lande di internet come una malapianta che accerchia e soffoca. Mentre lo sfogo del frustrato ha perso il volto del suo autore nel cammino senza pietà verso la gogna mediatica.
Benvenuti nell’èra degli incappucciati del web. Segue »

  

Natale, istruzioni per la sopravvivenza

Il Natale ce l’ho nel sangue. Mi è sempre piaciuto per una serie di motivi che partono dai cazzi miei e arrivano all’influenza dei fattori cosmici sul riscaldamento globale. Quest’anno lo sento ancor di più, in modo quasi esasperato, perché richiama il senso di mancanza nei confronti di tutto ciò che è esteriormente Natale. E siccome il Natale, come si sa, è esasperazione dei sentimenti (superfelici i felici, supertristi i tristi, superimpegnati gli impegnati, superpoveri i poveri e così via), un festa libera dagli orpelli mi appare come un’occasione preziosa per farmi un esame di quel sangue in cui il Natale è sempre albergato come un globulo color Santa Klaus.
Il 2017 è stato un anno difficile per me, e per gran parte dell’universo mondo che mi sta a tiro. In questi casi il Natale, che è l’anticamera di quella festa di plexiglass e lustrini che è Capodanno, è catalizzatore di pensieri dal parto complesso. Nel senso che ci metti dodici mesi a metterli insieme e anche quando vengono fuori non sei certo della loro congruità.
Ho un albero minimal, che Spelacchio guarderebbe come se fosse ET. Cucinerò poco, ma di certo non mangerò altrettanto. Sono arrivato a completare la minima lista dei regali all’ultimo minuto, senza manco un appunto, io che sono un “appuntista” compulsivo. Invece della solita letterina a Babbo Natale che scrivo qui o sui giornali sin dal paleolitico, ho inanellato un elenco di cose che devo fare prima di invecchiare definitivamente su un pizzino appeso nella mia bacheca. Ho buttato tutti gli estratti conto e ho salvato tutte le lettere d’amore (cit). Ho preferito una provvisorietà feconda alla fallace sicurezza del definitivo-che-definitivo-non-è. Me ne sono fregato del giudizio perché, come si dice, più si giudica meno si ama. Ma al contempo amare senza giudizio è un lusso che pochi si posso concedere, e io purtroppo non sono tra quelli: e so’ cazzi! Ho cercato di mettere un freno ai miei pochi vizi, coltivando con cura quelli meno offensivi. Mi sono arreso all’età che avanza, però ho avuto il coraggio di confrontarmi, ed è stato un bel momento. Ho mollato le discussioni inutili che prima sarebbero state utilissimo appiglio per la mia titanica vis polemica e, cosa fondamentale, mi sono sorpreso a trovare la calma in situazioni da esplosione atomica. Ho ascoltato moltissima musica, sempre di più, usandola come anfetamina o morfina, a seconda dei casi. Non ho ripreso a fumare (e siamo quasi a nove anni). Ho apprezzato molto il combinato endorfine-psicologia, sport-introspezione assistita perché non si è mai certi quando si hanno certezze e per scardinare il tutto ci vogliono sudore e lacrime. Mi sono fatto criticare, a mani alzate, per quello che ho detto e fatto, ma dopo ho goduto nel criticare gli altri per quello che avevano capito.
Mi sono inchinato dinanzi al verbo di Moliére “abbiate pure cento belle qualità, la gente vi guarderà sempre dal lato più brutto” e quando mi sono incazzato gliel’ho mostrato davvero, il lato più brutto. Poi però ho chiesto scusa e ho giurato sul Manuale delle Giovani Marmotte che non lo avrei fatto più.
In fondo mi è andata bene anche quando mi è andata di merda. Ma non mi lamento: nulla accade per caso, mai. E ciò vale per le cause e per gli effetti, per le azioni e per le reazioni, per i peccati e per il perdono.
È il Natale della sopravvivenza – umanitaria, sociale, politica, condominiale – e una volta tanto accontentarsi è il modo più giusto per festeggiare.
Siate vivi dentro e fuori. Per la felicità c’è tempo e magari è il tempo stesso che ci è concesso l’occasione per festeggiare.
Auguri a tutti.

  

Undici anni, stiamo insieme

Undici anni. Cazzo, undici anni è un ragazzino che va in prima media, è la durata del ciclo solare, è la condanna in primo grado a Francantonio Genovese per lo scandalo sulla Formazione professionale in Sicilia, è il numero della missione Apollo che portò il primo uomo sulla Luna,  è il tempo che ci separa dall’ultima coppa del mondo di calcio vinta dalla nostra nazionale e dalla morte di Piergiorgio Welby, è il nome della giovane protagonista di Stranger Things, è il punteggio con cui il vecchio Totocalcio ci faceva mangiare le mani e il Totip invece godere così così, è l’età in cui scoprii il Super8, è il numero dei cornuti.
Ed è l’età di questo blog.
Undici anni fa. Lavoro, domicili, sentimenti, prospettive, musica, amicizie. Un cataclisma entusiasmante di passioni, delusioni, rivincite. Comunque un inanellarsi di elementi di stupore spesso estremo. Negli altri anniversari, su queste pagine, ho parlato di voi, della pattuglia inscalfibile di lettori, delle notizie che ci avevano affascinato, dei mood nei quali eravamo incappati. Stavolta c’è un contesto molto più invadente al quale dare spazio.
Il mondo è cambiato nel modo più complicato possibile, cioè nei microcosmi delle piccole cose. Un esempio per tutti sintonizzato su queste frequenze: prima si commentava nel blog, cioè nel luogo dello spunto, della notizia, oggi si commenta altrove, sui social, cioè nel luogo del riverbero, una agorà che usurpa contenuti non suoi e che declina ogni responsabilità rispetto ai contenuti tutti suoi.
Il tema della post verità ha aperto una nuova fase della mia vita professionale: da quando esiste questo blog ho cambiato lavoro almeno quattro volte, sempre con gioiosa fatica e con le mie sole forze. Oggi la vera soddisfazione arriva dalle università che mi chiamano a raccontare quel che ho appreso in questo lungo e periglioso cammino, dalla libertà con cui posso scrivere concedendomi il beneficio del dubbio, dall’orgogliosa insoddisfazione di aver scelto di guadagnare meno di chi mi ha preceduto e dal malcelato orgoglio di aver raggiunto risultati che i miei predecessori si sognano. Lo scrivo con presunzione perché ognuno a casa sua può mettere i piedi sul tavolino quando, alla sera, è giunto il momento di un rilassato bilancio. E nessuno può recensire le sue gambe stanche.
Perché questo è il mio blog e ho la concessione di suonarmela e di cantarmela: è inebriante quando qualcuno mi incontra e mi dice “ti leggo sempre” e io ringrazio sempre con la stessa frase, “Questo è il vero premio, il Signore te lo paga”. E giù benedizioni laiche che solitamente si traducono in aperitivo pagato. È accaduto sino a ieri con una persona sconosciuta, giuro.
Undici anni sono una vita e il giro di boa di una vita: oltre 3.600 post sono poco meno di un post al giorno, festivi e cazzi miei compresi. Converrete che è un dato che merita se non rispetto, almeno compassione.
Sorvolo su questo 2017 che se ne sta andando, un anno orribile per il sottoscritto, e guardo al futuro quando anche questo formato, con ogni probabilità, dovrà cambiare. I giornali poveri di idee e l’aggressività degli haters impongono mutazioni genetiche che non mi spaventano. Uno degli elementi che più mi inorgoglisce è la crescita esponenziale dei miei detrattori: quest’anno la magistratura penale ha condannato in sede definitiva un mio diffamatore con sentenza destinata a essere una pietra miliare nell’era delle fake news. Ciò vuol dire che vale ancora la pena di grattare la ruggine delle verità di comodo e di disarcionare gli improvvisati di un mestiere che al giorno d’oggi, purtroppo,  è fatto più di nostalgia che di illuminazioni.
Insomma in un clima da sopravvissuti vi dico grazie e una volta tanto vi chiedo di restare vigili.
Stiamo insieme che fuori fa freddo.

  

Le cazzate sono una cosa seria

Torno su un tema che ho affrontato sinteticamente su Facebook qualche giorno fa perché l’argomento mi piace e mi sta anche a cuore. Dovrebbe interessare tutti dato che l’errore è patrimonio comune dell’umanità. Quindi dinanzi a una tale, eterna (Adamo, la mela e tutti i casini conseguenti) diffusione, l’unica certezza è quella sull’errore più grave: quello di non saper sbagliare da soli.
Senza gli errori non esisterebbero il progresso, la scienza, le arti. Chi ci avrebbe messo Dante nei suoi gironi? Quale teoria avrebbe confutato Copernico? Perché mai Agatha Christie avrebbe dovuto far ammazzare Ratchett/Cassetti nel suo memorabile Assassinio sull’Orient Espress? E via discorrendo, divertitevi a trovare un solo libro, un solo film che non abbia l’errore come protagonista.
Diceva Gianni Rodari: “Gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio, la torre di Pisa”. E usava un ottimismo surreale perché in realtà la prima reazione della vittima dell’errore non è certo l’ammirato stupore, ma l’incazzatura con quel che ne consegue.
Personalmente sono un professionista dello sbaglio – ci scrissi su una storia che non ho mai avuto il coraggio di pubblicare – e so che certa compulsività nel premere il tasto errato mi proviene dal mio unico e inseparabile compagno di avventure, il DOC. Per questo ho imparato, anzi sto ancora imparando a sbagliare meglio. Perché, come ripeto sempre ai miei amici, le cazzate sono una cosa seria e come tale richiedono attenzione. Il tasso di noia o quello di divertimento che viene fuori dagli errori dipende esclusivamente dalle intenzioni. Più l’errore è pianificato minore rischia di essere l’inconfessabile vantaggio dello spasso per chi lo commette. Più è breve, istantaneo, più godrà del sospiro della leggerezza calviniana. Più è grave, maggiore è l’importanza della lezione ma anche la pena da scontare.
Insomma l’errore è vita e morte, è buio e arte, può profumare di lenzuola fresche ma anche puzzare di merda. Come nella matematica non sono i numeri l’essenza della scienza ma la loro relazione, così nell’infinito campo degli errori non sono gli sbagli stessi la misura del tutto, ma le loro conseguenze. Lo stesso errore spostato due centimetri più in là diventa un’altra cosa.
Ecco perché, secondo me, bisogna disperatamente cercare di saper sbagliare da soli. Perché c’è un handicap e c’è un vantaggio: non avrai nessuno su cui scaricare la colpa, ma non ti sorprenderai la mattina dopo a guardarti allo specchio quando, lavati faccia e denti, dovrai metterti al lavoro per crescere.

  

In difesa delle parole (e di noi drogati di parole)

Non c’entra Nanni Moretti, ma piuttosto Rudyard Kipling che giudicava le parole come la più potente droga usata dall’uomo.
Io sono sempre stato un drogato in tal senso. E come ogni drogato sono stato piagato dalla sostanza stupefacente e dai suoi effetti collaterali.
Ho sempre combattuto contro il famoso detto siciliano secondo il quale “la migliore parola è quella che non si dice” e, non certo solo per mestiere, di parole ne impastate davvero tante. Tutte scritte. Perché quelle scritte sono le più preziose: e non c’entra il ragionieristico scripta manent, ma la differenza che passa tra un castello di sabbia esposto all’onda insidiosa e un frangiflutti solido che l’onda la respinge.
Sin da bambino quando dovevo usare parole importanti, che erano soprattutto quelle della felicità o della rabbia (nel mezzo c’è una landa di tiepidezza poco interessante per un adolescente non ancora lobotomizzato dai cellulari), io scrivevo. A mia madre soprattutto, per felice consolazione o rabbiosa contrapposizione. Ma scrivevo anche usando altre parole, quelle della musica ad esempio. O della cinematografia con la mia cinepresa super8. Se dovevo manifestare interesse per qualcosa o per qualcuno, l’ultima cose che mi veniva in mente era quella di farlo a voce.
Ricordo la mia prima dichiarazione d’amore. Non avevo nulla su cui o per scrivere, ero un adolescente timido, pieno di capelli e di complessi: dissi alla ragazzina che pendeva dalle mie labbra, “per quella cosa va bene”. Il riferimento era al tam tam della comitiva che mi riferiva che la tipa era inopinatamente cotta di me.
Una frana insomma.
Da allora imparai a girare sempre armato di attrezzi che avrebbero potuto fissare su un supporto le parole che servivano. Coltellini con cui incidere (vergogna!), pennarelli con cui imbrattare (vergognissima!), penne con cui marchiare un tovagliolino, un sottobicchiere, una cartina di sigaretta, una banconota, registratori a nastro su cui fissare diari di viaggio (quante cassette Basf ho in cantina!). Sino a oggi quando tutto è più semplice e poco eccitante tra smartphone e computer, ma va bene lo stesso.
Mi è capitato ogni tanto di trovarmi a corto di parole, ma è accaduto sempre quando ero a corto di penne, computer, carta. E purtroppo avevo qualche colpa tremenda da espiare. Forse è un meccanismo di induzione o più semplicemente è una forma di nevrosi (l’ennesima).
La parola per quelli della mia stessa congrega è come la sigaretta (solo che dalla sigaretta ci si può separare): non c’è mai occasione per farne a meno. Sei allegro? Scrivi. Sei triste? Scrivi. Sei solo? Scrivi. Sei in compagnia? Scrivi. Ami? Scrivi. Odi? Scrivi.
Quando a una coppia di cari amici, tanti anni fa, è nata una figlia, la prima cosa che ho fatto non è stato mandare i fiori, ma scrivere una lettera. Non a loro, alla nascitura.
Quando ho rotto sodalizi o ne inaugurato di nuovi c’è sempre stato un foglio (più o meno digitale) a sancire la solennità del momento.
Quando è stato il tempo del matrimonio o del funerale, non sono riuscito a pronunciare nulla, ma mi sono chiuso nel mio studio a scrivere forsennatamente. Ed è tutto ancora lì, per fortuna. A testimonianza che le parole non sono parole e basta – e chi lo dice è incolto o in malafede – ma sono sublimazione di fatti. Come la spremuta di un frutto che resta e nutre, mentre il frutto esausto si butta subito.
La parola è la migliore intenzione nella sua forma più ingenua, quindi meno corruttibile. Quella del sogno che si avvera o dell’incubo che si può sconfiggere.
Altro che diamante, una parola è per sempre.
Nel bene e nel male.

  

Strane cose, buone cose

Ho divorato anche la seconda stagione di Stranger Things. E, pur scontando un affievolimento dell’effetto sorpresa (è il destino delle seconde volte, dal sesso alle conquiste sportive, dall’arte ai vizi), l’ho trovata magistrale nella scrittura e nella realizzazione. Matt e Ross Duffer hanno confezionato un prodotto di altissima qualità partendo da ingredienti semplici: mostri, fantascienza, bambini, favola. Ecco, il segreto di Stranger Things (1 e 2) sta nell’abilità degli autori a tenerti incollato dinanzi a eventi che, nella loro sostanza e senza il “condimento” del genio di chi regge le redini della storia, strapperebbero sbadigli al primo quarto d’ora. È come se a un certo punto non te ne fregasse niente (tranquilli, niente spoiler) di come sia nato tutto e di come andrà a finire, e dovessi solo soddisfare il tuo bisogno di restare con quei personaggi, quasi tutti bambini, quasi tutti bravissimi. Così, tanto per non interrompere un incubo che è dolce come un sogno, tanto è finzione manifesta con incantevoli mostri grotteschi e scenari che sembrano fumetti della Marvel.
Merito della scrittura, dicevamo, ma anche del cast, non a caso Stranger Things ha vinto lo “Screen Actors Guild Award 2017” per il miglior cast in una serie drammatica: la credibilità di un attore bambino si misura non sulla sua capacità di recitazione, ma su quella di saper rimanere bambino in un gioco da grandi.

  

Caro lettore hai ragione

Il ritaglio di giornale è saltato fuori dal nulla, quasi che chiedesse un po’ di considerazione dopo 25 anni di oblio. Mi ha fatto tornare in mente una vecchia storia.
È il 15 settembre del 1992, è notte. Fumo l’ennesima sigaretta di una giornata di lavoro. Sono caposervizio delle Cronache Sicilia al Giornale di Sicilia. Di fronte a me è seduto Fabrizio Carrera, l’uomo delle interviste impossibili come lo chiamiamo tra amici e colleghi (che in quel periodo sono la stessa cosa), uno di cui un giorno vi racconterò alcune storie incredibili.
Come sempre, quando la redazione si svuota, cazzeggiamo pregustando l’ulteriore cazzeggio di una cena notturna e ci prendiamo il tempo per spigolare sulle cose della giornata. Abbiamo meno di trent’anni e come si dice facciamo il lavoro più bello del mondo. Viene fuori la prima pagina del Manifesto che brilla per un buco. Non c’è la notizia del giorno. Fabrizio sa come farmi partire l’embolo dell’indignazione: “Ma lo capisci? Questi non hanno l’agguato a Germanà in prima”.
Il commissario Rino Germanà, collaboratore di Borsellino, due giorni prima era sfuggito a un agguato di mafia a Mazara. Seppur ferito aveva risposto al fuoco e aveva messo in fuga i killer di Cosa nostra tra i quali c’era Leoluca Bagarella. Una storia con risvolti romanzeschi in un ambito di non secondaria importanza: si svolgeva in una Sicilia che aveva appena perso Falcone e Borsellino.
Ci incazziamo. Rimandiamo la cena di un’altra ora e scriviamo una lettera “da lettori”  al Manifesto. Diciamo che quella scelta non ci è piaciuta e che ci ha lasciato l’amara sensazione che solo la morte, nelle nostre lande, meriti la prima pagina. Insomma Rino Germanà è stato relegato a quattro colonne in cronaca solo perché è sopravvissuto.
Passano due settimane, il 30 settembre la svolta. Il manifesto pubblica a tutta pagina la nostra lettera. Il titolo è “Caro lettore hai ragione”. Di seguito una replica del vicedirettore Pierluigi Sullo ammette la colpa, ma poi si imbarca in un’argomentazione a dir poco fragile: “Il fatto che per riflesso condizionato il commissario reagisce da Rambo non ci è simpatico (sentimento ignobile, in questo caso, ma da confessare così, almeno, ci si capisce)”. Apriti cielo. Proteste dei sindacati di polizia, interrogazioni parlamentari e l’indomani paginate di giornali, come quella del Corriere della Sera che vedete sopra.
Questo, e altro di prezioso che però poco conta per voi, mi ha ricordato questo ritaglio. Con una morale che reputo sempiterna: il miglior modo di fare il giornalista è mettersi ogni giorno nei panni del lettore.

P.S.

Per scrivere un pezzo sul nostro giornale su tutta questa storia abbiamo dovuto implorare e attendere tre giorni.

  

Annamaria

“Dietro ogni uomo di successo, ci sono una moglie fiera e una suocera sorpresa”.
Harry Truman

Se mai avessi avuto successo avrei avuto una moglie fiera e una suocera divertitissima. Perché Annamaria, mia suocera, era così: interessata, avida di storie, curiosa. Quindi divertente e divertita.
Mai stata una suocera suocera. Nel senso che mai nel corso dei naufragi della mia vita – almeno quelli che lei ha vissuto di ruolo, per gli altri la sua vividezza mentale le dava il tormento perché non sopportava che ci fossero cose di me di cui non si potesse discutere davanti a una tavola imbandita – si è mostrata col ditino alzato pronta a difendere tesi precostituite.
Annamaria era elegante e solitaria. Ma di un’eleganza d’animo ancor prima che esteriore, sebbene anche nella vecchiaia curasse attentamente il suo aspetto guardandosi bene dall’inciampare in quegli anacronismi estetici che fanno di tante vecchie grotteschi fenomeni da baraccone. Annamaria, a dispetto dell’età, non era vecchia. E mai lo sarebbe stata, nemmeno a 150 anni.
Era di un solitario maniacale: coltivava la sua indipendenza centellinando le sue sortite e camuffando da discrezione una sua innata pigrizia. Usciva poco perché le scocciava separarsi dal suo mondo fatto di romanzi, vissuti e letti. Perché Annamaria era, oltre a una divoratrice di storie (e lì riuscivo a convincerla a venire a cena da noi, massimo tre persone, buon vino che aveva scoperto in tarda età e pane fatto in casa) anche una gran raccontatrice.
Aveva i cassetti pieni di sogni e gli armadi privi di scheletri. Insomma sapeva bene dove stivare i sentimenti. Per questo mi piaceva. Perché leggeva più di me; perché riusciva a essere trasversale nella sua visione ottocentesca della vita; perché era una donna buona nonostante esercitasse senza esitazioni la facoltà del non perdono; perché non sapeva cucinare ma era una buona forchetta; perché era femmina nel gestire i segreti come rospi non sputati.
Ebbe una vita con risvolti incredibili e me ne narrò un bel pezzo. Negli anni ho preso un bel po’ di appunti per un libro o per una sceneggiatura e vi assicuro che ho in mano una storia bella, umana, divertente e malinconica. Come lei.
Solo che adesso non mi va più di raccontarla.
Fai buon viaggio Annamaria, in un’altra vita t’insegnerò a fare il pane in casa. E tu mi insegnerai a condividerlo con le persone che davvero valgono.