certezze

Critiche al buio. Della ragione

Della serie non finire mai di stupirsi. Per la prima volta Google sbarca a Palermo con un’installazione, anzi una serie di installazioni sulla realtà virtuale e su altre meravigliose diavolerie (guardate questo video, ad esempio). È un’operazione che celebra il Teatro Massimo, Palermo e le sue bellezze. Le celebra su scala planetaria grazie al Google Arts & Culture e al suo Grand Tour. Fatevi un giro per capire di cosa si tratta.
Al Teatro con gli amici di Google ci lavoriamo da un anno e mezzo e siamo arrivati alla vigilia dell’inaugurazione, da domani 20 ottobre a domenica 22 la mostra sarà aperta al pubblico (addirittura sabato sino alle 24).
È un progetto in cui esserci è motivo di orgoglio. È un progetto che non costa un solo centesimo al contribuente. È un progetto da cui Palermo e i palermitani hanno tutto da guadagnare perché è una vetrina che parla di noi, del nostro passato con linguaggi nuovi. Ed è un progetto a ingresso gratuito.
Secondo voi come l’hanno accolto alcuni palermitani senza ancora sapere nemmeno di cosa si tratta? Cercando di demolirlo. Sì proprio così.
Non potendo dir nulla sui contenuti, hanno giudicato la prima cosa che avevano a tiro di minchiata: il portone dal quale si accede alla mostra. Poiché, come in tutte le manifestazioni mondiali di Google, l’ingresso deve essere brandizzato, riconoscibile come le più elementari regole del marketing impongono (basta aver studiato qualcosa in più rispetto al manuale di istruzioni dello smartphone), qualcuno ha cominciato a criticare anche con toni violenti il colore dei pannelli, lo stile della grafica, addirittura la location. Come se non fosse un onore per un Teatro definito “il più innovativo di Italia” ospitare un’installazione del genere.
Lo ripeterò sino allo sfinimento, il diritto di critica è come la democrazia: esercitarlo da ignoranti può essere pericolosissimo. Il ragionamento “io giudico ciò che vedo” abbozzato da questi maître à penser  della condivisione forzata è la sconfitta di ogni progettualità. Ma loro non lo sanno. Giudicare quel che si vede senza analizzare, informarsi, contestualizzare, magari ragionarci su, è la tomba di ogni buona intenzione. Io so cosa c’è dietro questo buio da tastiera unta di odio, perché ho vissuto e non sono di ferro: c’è approssimazione, c’è invidia (per qualcosa che finalmente funziona), ci sono inconfessabili fallimenti personali e c’è la rabbia peggiore, quella contro il nuovo, la ricchezza della diversità, la tridimensionalità di un’opinione.
Chiudi qui, ma forse ci torno.
Vi aspetto in Teatro.

  

Più nuche che volti

Nella mia vita ho dato (il giusto, credo) e ricevuto (abbastanza). Mi è capitato, in alcuni momenti cruciali per via della mia fortunata follia, di trovarmi accanto persone pronte a darmi una dritta, una mano, un po’ di corda. Ed è accaduto che io abbia aiutato, assistito, sorretto (lo so, non è una bella immagine della mia brutta persona).
C’è un però.
Lo giuro su questo blog: non mi sono mai dimenticato di chi mi è stato vicino. Mai. Nonostante il tempo che passa, le cose che cambiano, i coglioni che girano, non ho mai perso di vista il codice sorgente di un’amicizia, di un rapporto di lavoro proficuo, di una mano tesa.
Invece – e siamo al però – mi è capitato troppe volte di trovarmi a situazioni in cui i cardini erano improvvisamente scardinati e il motivo iniziale veniva stravolto. Chessò, ti ho preso con me a lavorare quando eri in mezzo alla strada e te lo dimentichi non appena entri nella stanza del megadirettore; ti ho dato l’occasione di fare qualcosa che va oltre il tuo giardinetto vista nulla e ti viene la puzza al naso quando qualcuno ti porta una pianta finta per adornare il suddetto giardinetto; sei stato cooptato in un progetto che mai avresti sognato e appena cambi letto sogni un progetto migliore in cui ci sono più coltelli che fratelli.
Quando c’era il mio amico Francesco (che in queste occasioni mi manca sempre e molto di più) avevamo un mantra: la bontà non paga.
Sbagliavamo. Ma almeno eravamo vivi in due.
La vita è fatta di volti, ma soprattutto di nuche. Il segreto è non cercare mai gli occhi.

  

Bassotti e pistolotti

C’è quest’associazione animalista che si chiama Aidaa che invita Stefania Petyx a lasciare a casa il bassotto quando è in giro per motivi di lavoro. Ed è un’associazione che già in passato ha tentato di dividere Stefania dal suo amato cane che, a sentire il suo presidente dell’Aidaa Lorenzo Croce, rischierebbe di finire stressato a causa delle riprese televisive.
L’altro giorno Stefania è stata aggredita a Palermo da alcuni delinquenti mentre stava realizzando un servizio per Striscia. E l’Aidaa non ha perso occasione per intonare la sua litania: il cane va preservato, salvato, tirato fuori dal rito orgiastico della tv. Manco che la Petyx lo avesse usato come scudo o, viste le dimensioni, come grimaldello.
A questo tipo di animalismo e in questo frangente in cui il ridicolo ha già fatto irruzione – lo dico con la banale presunzione di chi gli animali manco li mangia – si può rispondere in due modi. Primo modo: chi conosce Stefania sa che, comunque e dovunque, il bassotto se la passa meglio di lei. Insomma quello non è il suo cane, ma il suo padrone. Secondo modo: la sensazione è che quest’Aida, come altre conventicole di bacchettatori in finto cachemire tipo Moige, debbano emanare comunicati per testimoniare la propria esistenza in vita. E nel dichiarare a pieni polmoni non manca l’aria ai denti.

  

La banca di Casaleggio e il denaro della rabbia

Leggendo “Supernova”, l’atto di accusa di Nicola Biondo e Marco Canestrari al sistema del Movimento 5 Stelle, ci sono passi su cui ci si deve fermare a riflettere. L’obiezione più comune è: gli autori sono ex grillini, vissuti all’interno dell’establishment, e hanno il dente avvelenato. La mia osservazione è: stiamo ai fatti, se i due autori riferiscono cose false c’è un solo modo per smentirli, e non sta nella piattaforma Rousseau ma in un’aula di giustizia.
Intanto c’è un passaggio del libro che merita una citazione, su quale servirebbe un dibattito franco e senza limiti di tempo.

(…)La tecnologia non è neutra: soprattutto i social network sono progettati per suscitare e raccogliere le reazioni spontanee e istintive degli utenti, non quelle più ragionate. E ogni reazione ne alimenta altre, ogni provocazione suscita indignazione più facilmente che ispirare fiducia e positività. È un mercato in cui la “banca centrale”, governata da Davide (Casaleggio, ndr) attraverso le sue società, associazioni, prodotti editoriali più o meno chiaramente collegati a Grillo, stampa (…) il denaro della frustrazione e della rabbia per raccogliere i frutti elettorali attraverso lo sportello del consenso che è il Movimento 5 Stelle.

  

I negazionisti della cronaca

C’è una categorie di persone che io chiamo “negazionisti della cronaca”. Vivono perlopiù di e nei social e sono i disinformati per eccellenza. Cioè non sanno nulla di nulla, anzi peggio non sanno nulla di nulla di ciò che in realtà dovrebbe essere di loro interesse. Prendete chessò un buddista “negazionista della cronaca”: dovrebbe sapere tutto, per vocazione e quasi per elezione, sulla prossima visita del Dalai Lama a Palermo: tutti i giornali e tutti i siti e soprattutto i social ne hanno parlato qualche mese fa, e infatti i biglietti sono andati venduti in un fiat. Ma il “negazionista della cronaca” deve fare il suo mestiere, specialmente quando si trova nella condizione a lui più congeniale, quella dello spaventato del presepe. Siccome vive sulla luna credendo di vivere sulla terra e parla della terra come uno che non è mai stato sulla luna – un disadattato insomma – non ha ovviamente trovato posto nel luogo in cui il Dalai Lama parlerà. E allora? Anziché ritrarsi in buon ordine, magari maledicendosi in tibetano, sguaina la sua arma migliore: la teoria del complotto.
Chissà perché non ce lo vogliono dire… chissà cosa c’è dietro… ci vogliono fregare!
Il “negazionista della cronaca” si sopravvaluta per sopravvivere. Cerca disperatamente una congiura internazionale per spiegarsi il fatto che, riconglionito com’è, ha chiuso casa con le chiavi dentro: la lobby delle serrature è notoriamente seconda solo a quella degli Illuminati.
Tornando all’esempio del Dalai Lama, guai a spiegargli che era già stato tutto annunciato per tempo e che lui è semplicemente arrivato in ritardo. Mai! Anziché ritirarsi in buon ordine il “negazionista della cronaca” attuerà la lotta dura senza paura sino al sanguinamento dei polpastrelli: diffondete, vergogna, diffondete, buuu, ladri, mascalzoni e adoratori del Male! Nella storia di questo prototipo di elettore ideale dell’anno 2020 (voglio essere ottimista e darmi un minimo di preavviso) non c’è un precedente di ravvedimento, mai un’ammissione intima tipo “ho fatto/detto una minchiata”. E questo è devastante per il resto della popolazione mondiale, ormai quasi minoritaria, che si informa e agisce di conseguenza.
Anni fa un mio ex amico, peraltro non incolto e non (ancora) social addicted, aveva la fissazione di doversi incazzare ogni anno perché – per un giorno – la maratona gli impediva di andare a farsi il giro della parrocchia in auto, col gomito fuori dal finestrino tipo abbordatore da discoteca del sabato sera. E l’argomento era sempre lo stesso: i giornali non hanno detto niente, sorvolando su fatto che lui non leggeva mai i giornali. Insomma, un antesignano.

 

  

Più spade che troni (metafore incluse)

In questi anni avevo evitato quasi scientificamente “Il trono di spade” perché, pur essendo un appassionato di serie tv, ero e resto diffidente nei confronti del fantasy e perché sapevo che si trattava di una saga con molti (troppi?) effetti speciali anche sotto le lenzuola. Insomma, a pelle non mi attirava.
Poi i miei amici Mauro e Tiziana mi hanno regalato il primo libro di George R. R. Martin (che risale al 1996) e soprattutto ci hanno messo l’insistenza giusta: l’ho iniziato a sfogliare dopo un anno e passa, figuratevi quanto si sono dovuti sfiancare.
Dopo una cinquantina di pagine (non meno, altrimenti mollerete la presa) sono entrato nell’ingranaggio. “Il trono” affascina perché è un’inaudita galleria di personaggi inauditi. Utilizza quel codice di plausibilità con lo spettatore/lettore secondo il quale tutto, davvero tutto, può accadere: che ti muoia il protagonista che avevi appena designato, che il cattivo diventi simpatico, che la crudeltà ti affascini, che il gioco anzi il game (dal titolo originale A Game of Trones) si riveli un appassionante videogame, che un nano (vero) si riveli un gigante e che un gigante (vero) si faccia addomesticare come un piccoletto, che le femmine siano femmine senza tener conto dei gradi di parentela (con quel che, incestuosamente, ne consegue) e che i maschi siano maschi a dispetto delle dimensioni del loro arnese sessuale. Con la dovuta allegoria e i giusti distinguo, “Il trono”  è una serie che per libertà di colpi di scena mi ricorda il “24” dell’intramontabile Jack Bauer. Solo che qui siamo in un tempo senza tempo e mentre Jack Bauer è un eroe asessuato tutto pistole e colpi segreti di karate (mi ha detto mio cugino che conosce un colpo segreto che se te lo dà dopo tre giorni muori… cit.), l’eroe medio de “Il trono” – ce ne sono una decina, dato che è un’opera corale – usa la spada come l’attributo sessuale e, soprattutto, viceversa.
Ecco perché sono diventato un adepto della serie televisiva in questione. Perché adoro gli incastri, le storie come le scale a chiocciola in cui giri giri e sei sempre nello stesso luogo, solo un po’ più in alto. Cambia la prospettiva e cambia tutto: come insegna la vita e il suo sconosciuto elisir di longevità.

  

Il felice riposo del piccolo guerriero

Nel riposo del guerriero, di ogni guerriero, c’è qualcosa di infinitamente grande e qualcosa di infinitamente piccolo. Ci sono i litri di adrenalina e le infusioni muscolari di acido lattico, ma ci sono anche l’affollarsi dei pensieri e le concrezioni fastidiose della responsabilità. C’è quello che si doveva fare e quello che non si voleva fare, quello che si è fatto e quello di cui ci se n’è fregato. C’è il dovere e quasi mai il piacere, c’è la battaglia per un domani e viceversa come se il domani fosse sempre frutto di un combattimento e mai di un’elargizione divina.
Solo una cosa non c’è.
La distinzione di età.
Il guerriero è guerriero senza arma anagrafica. Si batte allo stesso modo e mostra la stessa protervia quando deve uscire dalla pugna come quando deve uscire dal ventre della madre. In fondo siamo tutti ciò che siamo stati, sin dal primo respiro. Solo che non abbiamo il coraggio di confessarcelo perché crediamo che l’età ci renda più credibili, fondamentalmente ai nostri occhi miopi.
Il guerriero di questa foto è il figlio del mio amico Giuseppe, ma potrebbe essere il figlio di tutti voi. E un bimbo di tre anni che assapora il riposo con la severa maturità che solo i guerrieri sanno di avere. Infinitamente grande è la responsabilità a cui questi cuccioli di uomo sono chiamati sin dai primi passi in un mondo che è stato costruito a loro misura, non in quanto bimbi, ma in quanto consumatori. Infinitamente piccola è la scintilla che accende un piccolo motore in crescita per imporgli la più antica delle arti di saggezza, quella del riposo.
Senza indulgere nella retorica spiccia io, che padre non sono, credo che dovremo insegnare ai nostri piccoli a prendere fiato, a non considerare la pausa come un non-lavoro, ma come un premio. Quando siamo soli con il nostro fiatone, con il ritmo che si riconcilia con la nostra esistenza, con la fortissima debolezza di guardare il cielo non per disperazione ma per ispirazione, probabilmente siamo in quella condizione in cui l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo coincidono in noi stessi, sdraiati sull’acqua. Senza nulla intorno che sia più importante di un pensiero che non ha a che fare con l’ufficio, con l’asilo, con la palestra, con il poker tra amici, con le bollette, con la tata, con l’ernia iatale o col pannolino che pesa, col coniuge che ti tradisce o col compagno di banco che ti ha fottuto la merendina.
È il riposo del guerriero e tutto ciò che conta in realtà non conta.

  

La colpa di voler vivere a colori

Era l’8 settembre 1988, me lo ricordo come se fosse ieri. Il giornale per cui lavoravo mi inviò a Torino per seguire la tappa italiana di Human Rights Now!, il tour mondiale in cui suonavano artisti come Sting, Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Tracy Chapman organizzato per celebrare il quarantesimo anniversario della costituzione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Scrivevo di musica allora e, come ripeto spesso, mi meravigliavo che mi pagassero pure. Ero in uno di quegli stati di grazia che capitano al massimo due volte nella vita, almeno da sobri, quando il mix tra gioventù, spruzzi di accettabile perdizione e passione (per il lavoro, per la vita, per i punti di domanda) non produceva altro che un incosciente entusiasmo.
Quindi ero a Torino, seduto a sfumacchiare, accanto al mio amico Valerio Pietrantoni, con i grandi del giornalismo musicale di allora: Mario Luzzato Fegiz, Kay Rush e diversi altri.
C’era la musica – otto ore di musica – c’era la macchina da scrivere e c’era il fax con cui inviare il pezzo per la prima edizione, da ribattere in nottata.
Ricordo ogni secondo di quella giornata perché mentre tutto accadeva io prendevo appunti non per il giornale, ma per me.
Era uno di quei momenti in cui sapevo di vivere “uno di quei momenti”.
E la cosa che più mi rimase impressa non furono le schitarrate di Springsteen con la sua E Street Band, non fu il salvataggio di Claudio Baglioni da parte di Peter Gabriel che, vedendolo fischiato, lo raggiunse sul palco a sorpresa intonando con lui Ninna nanna nanna ninna, non furono il carisma di Youssou N’dour né la carica ritmica di Sting.
No.
A colpirmi veramente fu un’opera di Mordillo esposta fuori dallo stadio. Quella che vedete in questa pagina, ispirata all’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani, quella sulla libertà di opinione e di espressione. Non l’ho mai dimenticata, quell’opera. Ieri l’ho ritrovata sul web e sono felice. E l’ho rivista attualissima, anche se risale agli anni Settanta.
Potrebbe essere un programma politico, oppure un articolo di legge, un’intenzione o un ammonimento, un comandamento o un diktat: in un mondo grigio non è una colpa voler vivere a colori.

  

Grazie di tutto, Paolo

  

Chi non salta comunista è

Quando nel 2001 Forza Italia si prese la Sicilia – ci pensavo ieri guardando la mia scheda elettorale – io ero ancora al Giornale di Sicilia. E fu proprio in quell’anno che iniziò il mio lento divorzio, prima sentimentale poi materiale, dal quotidiano di Palermo.
Con lo strapotere del Centrodestra – Cuffaro alla Regione e Cammarata al Comune – l’Isola si consolidò come vero terreno di conquista e il giornale divenne l’organo ufficiale di una parte politica che non faceva mistero di certe sue propensioni per la pacchianeria: famoso il coro “chi non salta comunista è” sulle macerie del 61 a zero.
Nei miei vent’anni al giornale ho sempre tenuto un’agenda aggiornata: se mi chiedete che accadeva e cosa facevo quel dato giorno di quel dato anno, io sfoglio e rispondo.
È così che dai miei appunti viene fuori un episodio datato 26 novembre 2001. Diego Cammarata è stato appena incoronato sindaco di Palermo (con 56 per cento dei voti) dopo aver stracciato il candidato dell’Ulivo Francesco Crescimanno (che si ferma al 23). Nella consueta riunione telefonica al Gds, il condirettore Giovanni Pepi gela tutti chiedendo conto e ragione in modo molto veemente di un articoletto di taglio basso, 20 righe scarse, in cui si dà voce al dissenso di Orlando. Pepi vuole conto e ragione di quelle maledettissime righe, manco fosse un fondo in prima.
La responsabilità se la prende Francesco Foresta, che tutto è fuorché amico di Orlando. Ne viene fuori un durissimo scontro verbale (sempre per telefono) che lascia il segno su Francesco e che minerà alla base i rapporti tra alcuni di noi (in realtà io e lui) e il condirettore. È il primo atto di un inarrestabile cambiamento della linea del giornale, completamente sdraiata sulle posizioni del Centrodestra.
In via Lincoln la vita per noi cambia, diventa impossibile: strigliate quotidiane per una tacca, cazziate per foto piazzate in pagina senza che siano state scelte tra quelle scattate dal condirettore stesso, un controllo ossessivo su ogni riga di politica o di giudiziaria (perché spesso le due cose convivono), il morboso richiamo a un fantoccio di informazione che vorrebbe essere equilibrata, ma è solo e scarsamente equilibrista.
E poi il commissariamento con la nomina di altri tre vice-capiredattori “di fiducia” che limitano in modo plateale il nostro ruolo: guardiani nelle grazie della direzione. Quando nel febbraio del 2007 mi accorgo di non essere più in grado di cambiare una breve senza chiedere il permesso, mi alzo e me ne vado per non tornare mai più. Con me, ovviamente, c’è Francesco che dà le dimissioni il mio stesso giorno, un anno più tardi.
Oggi molte cose sono cambiate: Francesco non si è potuto godere a lungo l’amata libertà, Pepi non è più condirettore del Gds, il giornale sta cercando di riprendere quota con altre ali e altre idee, il Centrodestra non comanda più.
Questo pensavo ieri guardando la mia scheda elettorale.

  

Prima dell’inizio

Prima dell’inizio c’è qualcosa che va detto. Perché prima che l’orchestra cominci a suonare, che le luci si accendano, che il palcoscenico si animi c’è un pensiero anarchico e irrefrenabile che ti prende.
Hai lavorato un anno per qualcosa che si consuma in poco tempo. Hai scoperto che il dolore ha una potenza immensa se non lo racconti, ma lasci che venga fuori da solo nella sua nuda forza educativa. Col dolore si cresce, se si resiste.
Imbastendo un’opera sul dolore e sulle sue ignote cause, col mio compagno di viaggio Salvo Palazzolo (che non finirò mai di ringraziare per la pazienza, perché ce ne vuole per stare accanto a un prepotente come me) ci siamo immersi in quelle acque gelide di ingiustizia che hanno inghiottito questo Paese per anni. Abbiamo guardato in faccia, spesso non riuscendo a mantenere lo sguardo, chi da quell’ingiustizia è stato annientato: negli affetti e nella dignità. Le stragi di Capaci e di via d’Amelio sono un buco nero nella democrazia di questo Paese, e noi abbiamo cercato di spiegare perché.
Ma ci sarà tempo per le considerazioni generali su questo tema. Qui voglio solo dare sfogo a quel pensiero, prima dell’inizio.
Per chi campa di scrittura da anni e anni, arrivare sul palcoscenico di un teatro come il Teatro Massimo è motivo di commosso orgoglio. Più volte in questi giorni mi sono ritrovato con gli occhi lucidi mentre la storia de “Le parole rubate” riempiva l’aria della Sala Grande. Perché siamo così noi che inseguiamo tutta la vita il rigo perfetto, la firma in testa, il concetto universale: ci vestiamo di parole senza accorgerci che senza quelle non saremmo semplicemente nudi, ma orfani.
Quindi, comunque vada oggi, grazie a chi ci ha dato fiducia (Francesco Giambrone), a chi ci ha dato la follia che serviva (Oscar Pizzo), a chi ha acceso la magia del teatro (Giorgio Barberio Corsetti, Ugo Bentivegna, Lorenzo Bruno, Igor Lorenzetti), a chi ci ha prestato corpo e voce (Ennio Fantastichini), a chi ci ha dato la musica (Marco Betta, Yoichi Sugiyama), a chi ci ha dato le immagini giuste (Franco Lannino).
A parte questo, prima dell’inizio c’è solo un pensiero per quei morti a cui sono state rubate le parole. Una preghiera muta.

  

A proposito di diPalermo che ha chiuso

 

Once upon a time.

  

Il fascino pericoloso del viaggio nel tempo

Sono sempre stato affascinato (molto) dalla fantasia del viaggio nel tempo. Da sempre film, romanzi, serie tv, esperienze musicali che si muovono arditamente sull’asse passato-presente-futuro sono gocce di miele per la mia fame logica da orso. Mi attira la genialità polemica di “Ritorno al futuro” – avrò visto la trilogia una dozzina di volte -, mi incanta la semplicità di “22/11/63” del maestro Stephen King, frequento con piacere i primi episodi della serie tv “L’esercito delle 12 scimmie” – dopo aver adorato il film di Terry Gilliam – e in generale subisco un’attrazione patologica per un filone narrativo che risale alla fine dell’Ottocento, grazie all’opera di Herbert George Wells. Questo signore ebbe un’idea: inventarsi narrativamente per la prima volta un mezzo meccanico per viaggiare attraverso le epoche. Il signor Wells aveva anche un certo ardire nel descrivere le sensazioni del protagonista del suo romanzo principe che, ovviamente, si intitola “La macchina del tempo”. A costui fa dire:

Suppongo che il suicida mentre appoggia alla tempia la canna della pistola provi per ciò che succederà l’attimo seguente, quello che in quel momento provai io: un sentimento di curiosità.

E qui siamo a uno dei due elementi chiave della fascinazione: la curiosità. Direte voi: la curiosità è alla base di ogni desiderio, di ogni spunto vitale, di ogni passo avanti. Vero: ma avete mai pensato a un reverse logico? La curiosità come molla per indagare la fine sazia di un desiderio, per muoversi nelle sabbie mobili dell’insoddisfazione, per guidare il paradossale cammino verso il passato. La macchina del tempo sana gli opposti e addirittura li unisce, come nessun altro arnese, in un’unica linea retta.
E siamo al secondo elemento chiave: quello del conforto avventuroso. Un sistema aperto alla riparazione, anzi alla cancellazione dell’evento di frattura, è doppiamente affascinante. Perché è un paracadute e perché è un rompicapo. Il concetto del paracadute è semplice e non va spiegato. Per capire il peso del rompicapo nella fascinazione basti pensare al butterfly effect, cioè all’idea che piccole variazioni nelle condizioni iniziali possono produrre immense modifiche a lungo termine. Concetto spiegato semplicemente da Alan Turing nel 1950:

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.

Fatta eccezione per la Time Machine di Apple, uno dei pacchi tecnologici più clamorosi degli ultimi cinquant’anni, che sia farfalla o DeLorean, che sia “Sliding Doors” o teoria del caos, la teoria del destino modificabile è come l’elisir di lunga vita: auspicabile, ma pericolosissima. Per quante volte si possa ripetere una scena, per quanti finali si possano riscrivere, per quanti errori fatali (fatali?) si possano cancellare, resta l’atroce domanda del diavolo tentatore Lord Henry Wotton a Dorian Gray:

Ora, ovunque andiate, voi incantate il mondo. Sarà sempre come oggi?

No. Ed è atrocemente giusto che sia così.

  

Alto Godimento

Uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia è legato a Gianni Boncompagni. È il 1971, ho otto anni, ho gli orecchioni e non sono andato a scuola. È quasi ora di pranzo, ma i miei non sono ancora rientrati a casa. Mia nonna si occupa in un’altra stanza di mio fratello che è ancora piccolo. Io mi chiudo nella mia cameretta con la radio Voxon di mio padre. Vorrei smontarla (la radio o forse anche la cameretta), a quell’età smontavo tutto, pezzo per pezzo senza arrivare a nulla che non fosse la vite primordiale. Ho gli attrezzi e una voglia matta di usarli. Deve essere stato in quel periodo che mi è cresciuta l’insana voglia di decostruire tutto quel che è ordinato, di scardinare insensatamente: che siano transistor, parole o pezzi di vita sarà il caso a stabilirlo.
Eppure prima di svitare (avevo anche un insensato martello, pronto per le occasioni di maggiore resistenza), accendo. E dalla radio escono due voci che mi catturano. Parlano di un esperimento mai provato prima: la radio dell’olfatto. Dicono: “Avvicinate il vostro naso all’altoparlante e annusate… cosa sentite?”. Io ovviamente mi lascio ammaliare, ci mancherebbe, sono sensibilissimo alle droghe logiche, alle sirene della stranezza. E annuso: sento odore di metallo… sento odore del dopobarba di mio padre. E penso che la radio Voxon non sia adatta a questo esperimento. Annuso di nuovo. Ma quelli parlano di rosmarino, di menta…
E io ho il naso inutilmente spalmato sulla Voxon.

Ci ho messo anni per metabolizzare questo ricordo.
Era Alto Gradimento e la panzana della radio dell’olfatto era una briciola dell’immenso bagaglio di scherzi e genialate che i due conduttori, Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, avevano inventato.
A questo ho pensato quando ho appreso della morte di Gianni Boncompagni. A quanto la radio e la tv che lui e Arbore hanno inventato ha condizionato la nostra esistenza.
Alto Gradimento è stata la base di una radio trasversale, fuori dagli schemi e irriverente. Per capirne il peso pensate che il programma radiofonico più ascoltato in Italia oggi è lo Zoo di 105, un versione infinitamente più volgare sboccata e piccola del capolavoro di Arbore e Boncompagni.
Poi il tempo ha diviso le strade dei due geni e anche dei miei gusti.
Sono sempre stato un arboriano convinto: più L’altra domenica (Arbore) e meno Discoring (Boncompagni).
Non ho mai visto una puntata di Non è la Rai, ma solo per motivi anagrafici. Si narra che l’intuizione di Boncompagni fu quella di aver inventato un programma che per immagini e palinsesto intercettava l’orario della pippa degli adolescenti appena rientrati dalla scuola (e chissà i perversi padri…). Però, d’altro canto, ritengo che Il mondo, Ragazzo triste e Tuca Tuca siano canzoni geniali, ognuna col suo carico di innovazione e irriverenza.
Ecco, in soldoni, perché la morte di Boncompagni ci riguarda. Perché riguarda tutti quelli come noi, assetati di musica, oltre i cinquanta, diffidenti nei confronti della tv ma pronti a farsi stregare dalla prima minchiata tecnologica. Combattuti tra la compulsione del nuovo a tutti i costi e la drammatica arrendevolezza con cui Arbore ha ricordato ieri il compagno di mille, incredibili avventure: “Ci siamo divertiti moltissimo e ora non ci divertiamo più”. Ma in fondo va capito: amara può essere la vecchiaia di chi ha avuto una vita dolce.

  

Escher, la felicità dell’impossibile

“Coloro che tentano di raggiungere l’assurdo, otterranno l’impossibile”.
M. C. Escher

Io vado pazzo per Maurits Cornelis Escher, il famoso grafico e incisore olandese che ha scardinato le porte della logica per farne un giardino proibito di paradossi, di costruzioni impossibili, di prospettive che negano l’esistenza della tridimensionalità.
Stamattina, in un raptus di “assurdo/impossibile” (vedi citazione sopra), ho fatto il pieno alla mia vecchia auto, ho fatto tutti gli scongiuri possibili, dato che il mezzo è davvero mezzo e io avevo un’insana voglia di tornare a casa intero, e fatto una corsa a Catania per vedere questa splendida mostra. Quattro ore di auto, tra andata e ritorno, per un’ora di godimento.
Sapete che vi dico? Ne è valsa la pena.
Tornato a casa ho accarezzato il catalogo gentilmente regalatomi dalla curatrice e ho iniziato a sfogliarlo come si fa con un libro prezioso. Vi sarà chiaro che, inspiegabilmente, ho una perversa attrazione per le acrobazie prospettiche (e via con le metafore…) di Escher: potrei stare ore a guardare la sua Relatività, potrei perdermi nella famosissima Metamorphosis considerata il suo capolavoro (una sorta di Guernica senza rivoluzione, ma con un’intelligenza rivoluzionaria da brivido), o rimbambirmi davanti alla Galleria di stampe che il maestro non potè completare perché non riusciva a chiuderla graficamente e/o logicamente nella sua parte centrale (il completamento fu effettuato, postumo, a opera di due matematici nel 2003). Alla fine mi sono consolato con una Mano con sfera riflettente che ho adottato come screensaver dello smartphone, e con la felice consapevolezza di una scelta: da dieci anni ogni notte, prima di addormentarmi, do un’occhiata all’immagine che sta accanto al mio letto: Giorno e notte. Di Maurits Cornelis Escher, naturalmente.
Evidentemente non è un caso.