certezze

Storia di Filippo, morto prima di Facebook

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Filippo era un riassunto di varie perfezioni. Era bello, era colto, era furbo, era affettuoso, era divertente, era altruista. E aveva il più ironico senso del tragico che abbia mai conosciuto. La sua storia l’ho sempre avuta dentro, ma chissà perché non l’ho mai raccontata. È vero, a Filippo ho dedicato un libro, ma la sua storia è rimasta nella mia memoria e in quella di chi lo ha conosciuto e lo ha amato. Come la mia amica Manuela che l’altro giorno ha postato una sua foto su Facebook. Ed è proprio grazie a quell’immagine che mi è venuto in mente ciò che mi era passato di mente: la storia di Filippo è rimasta di pochi perché lui se n’è andato troppo presto, in una notte di febbraio nel 1994, quando ancora gli unici social network erano i telefoni di casa e i citofoni.
Allora ve la racconto, questa storia. Mettetevi comodi.
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La vita da lassù è bellissima

coeIn Numero undici di Jonathan Coe c’è un bellissimo riferimento a uno dei miei sport preferiti, quand’ero piccolo. L’arrampicata sugli alberi. In ogni capitolo della mia infanzia, e poi dell’adolescenza, c’è sempre stato un albero su cui zompare, dal quale sognare, su cui inventarsi una casa (la casa sull’albero è un sogno poi diventato realtà molto dopo, esattamente sei anni fa), dal quale tirare pigne agli amici di sotto, sul quale nascondersi o fuggire.
Nel primo giardino dei miei ricordi c’era un pino molto facile da scalare. Il tronco si divideva quasi subito in una V ed era semplice mettersi a cavalcioni. Poi salendo il gioco si faceva duro. Il traguardo era quello di arrivare a mettere la testa fuori dalla chioma, obiettivo quasi impossibile da raggiungere dato che i rami, man mano che si andava su, diventavano sempre più sottili e fragili. Ma nella testa di un bambino non c’è la fisica, né la coscienza del pericolo. C’è solo la voglia di salire, di vincere: quasi una metafora della vita che ci (a)spetta. Io da lassù ho immaginato le mie passioni, su quei rami ho mangiato tonnellate di biscotti e letto libri (i Gialli per ragazzi, Jules Verne, Emilio Salgari, I ragazzi della via Pàl). Ho aspettato gli amici che non arrivavano perché preferivano giocare con altri e altrove, e me ne sono fatto una ragione. Perché avevo il mio albero. E il mio albero non mi tradiva mai, neanche quando mi macchiava di resina o mi graffiava le mani.
Una delle cose seccanti dell’età che avanza è che non si trovano più alberi da scalare. Su cui essere libero di fantasticare chi vorrai diventare in questa o in un’altra vita rischiando gioiosamente di romperti l’osso del collo.

Come Ken Follett

Ken FollettSono in vacanza e leggo Ken Follett, i pochi libri che non ho letto di Ken Follett. Ebbene sì, cedo senza ritegno al fascino del re della narrativa di consumo, una sorta di McDonald’s della letteratura. E so anche perché. Perché ogni tanto è bello immergersi in storie al limite del plausibile dove ragazzini pilotano aerei nei cieli della Seconda Guerra Mondiale, dove gli innamoramenti si raccontano in sette righe e un tramonto in cento. Tutti, più o meno segretamente, sogniamo una nuova caratteristica da mettere in coda a quelle inanellate da Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane: la facilità. Ecco, tutto è facile nelle storie di Ken Follett, anche la difficoltà. Ed è questo che le rende pericolosamente irresistibili.

Musica per le vacanze (con sorpresa)

imageQuest’anno per le vacanze mi sono concesso un rito al quale mi ero sottratto da troppo tempo: preparare una compilation musicale ad hoc. Come gli animali che si curano da soli col cibo, ci ho messo dentro quello che mi serve per riparare i miei neuroni stressati. Ho iniziato coi Doobie Brothers, perché non c’è viaggio spensierato senza Listen To The Music. Poi mi sono portato appresso i Talking Heads perché Road To Nowhere mi fa essere sempre dove vorrei anche se sbaglio strada. Ho ripescato Mike Stern perché Chromazone e Jigsaw per un appassionato di chitarra sono la forma di droga legale più simile alla cocaina e pur dando dipendenza non hanno gravi effetti collaterali. E ancora Reflex, Level 42 e Wang Chung perché volendo o no siamo tutti figli (o nipoti) di un “video singasong”. Ho ammesso alla mia corte musicale persino Adam Levine, solo perché la sua Lost Stars piace a mia moglie e io la ascolto turandomi le orecchie, tanto dura poco. Una Let It Be in caso di tramonto solitario, pochi Toto, Allman Brothers e Matt Bianco a mo’ di macedonia perché a me piace ogni forma di contaminazione, anche al limite dell’inascoltabile: pensate a una successione di Jessica, More Than I Can Bear e Waiting For Your Love e dimenticate un filo logico. Infine ci ho piazzato con le pinze gli Imagination da ascoltare a tutto volume di nascosto. Perché io e solo io so da dove provengo.

Duran Duran, trent’anni dopo

Duran_duran_ticket_palermo_italiaL’articolo pubblicato ieri su Repubblica.

Chissà quanti dei quattromila e passa spettatori che stasera assisteranno al concerto dei Duran Duran a Taormina era allo stadio comunale di Palermo, quella sera di fine maggio del 1987 quando Simon e compagni infiammarono i cuori di trentamila spettatori. Perché solo chi c’era allora può tracciare, un po’ per gioco e un po’ no, una linea ideale che unisce quegli anni con questi. E magari scoprire che le cose non sono andate come ci aspettavamo. Segue »

Ti sei pulito le scarpe?

runner scarpe sporcheA casa mia si sviluppano due linee di pensiero: quella della terra e quella dell’acqua. Io corro, mia moglie nuota. Io macino chilometri nella speranza di smaltire qualche chilo dovuto ad aperitivi e gioie della tavola, lei divora vasche con una silhouette che farebbe invidia a una modella. Ma la passione per lo sport, che entrambi abbiamo coltivato da sempre anche quando eravamo due puntini distanti in attesa che il tratto di penna del Maestro Destino ci unisse, detta una sua graduatoria dei diritti che non è uguale per entrambi. Insomma, casa mia è un buco nero della democrazia dei trotterellisti da mezza maratona, un odioso esempio di discriminazione dell’affanno compulsivo. Roba da sessione straordinaria del Tribunale dei diritti dell’uomo (preferibilmente in scarpe da tennis).
Se lei va a nuotare, va a nuotare e basta.
Se io vado a correre, c’è ontologicamente qualcosa di più importante da fare prima. Sempre. Mica esiste solo la corsa e basta.

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Il giornalismo più bello del mondo

New-Yorker

Questo avviene al termine di un meticolosissimo lavoro di revisione e correzione che dura settimane e che coinvolge almeno l’autore, l’editor, i fact checker, un avvocato, uno o due copy editor, uno o due rilettori che verificano la fedeltà delle modifiche e una serie di correttori di bozze che rileggono l’articolo a vari stadi della lavorazione.

Su Internazionale si racconta con involontaria crudeltà (rivolta a noi giornalisti italiani) la produzione di un articolo al New Yorker. Produzione, come si fa con un vero manufatto di pregio: con tanto di sforzo di ideazione, manualità, rifinitura e controllo di qualità. Mentre i giornali italiani sono impegnati in una strenua rincorsa di quella innovazione che hanno colpevolmente ignorato per qualche decennio credendo nell’immortalità della carta, il “giornale più bello del mondo” imbastito al 38° piano del One World Trade Center con vista su Manhattan, si preoccupa con cura maniacale del più antico dei requisiti della buona informazione: la correttezza delle informazioni.
Mi disse una volta la direttrice di un noto newsmagazine italiano: “Io non mi incazzo se siamo imprecisi sull’avviso di garanzia a un Dell’Utri di questi, mi incazzo se sbagliamo il nome del liceo che frequentava”. Ironia della sorte il giornale che dirigeva, lo scorso anno, ha preso uno dei granchi più clamorosi (e pericolosi) della nostra storia recente.

Addio al nostro alfabeto musicale

Prince morto

Ci si abitua alle assenze, non ci si abitua mai alle voragini. Perché un’assenza è metafisica, una voragine è fisica. Quella di Prince è una voragine per noi affamati di rock, per noi ex giovani sopravvissuti agli anni Settanta, per noi mediocri strimpellatori in cerca di un genio da imitare.
Prince era in grado di sconvolgere tutto l’universo musicale conosciuto. Toglieva eco ed effetti laddove una teoria di delay copriva le nefandezze di un cattivo esecutore, cambiava nome quando il suo era troppo famoso, riempiva di note il vuoto di mille esistenze che, come la sua, venivano dal nulla senza aspirare ad altro che non fosse poco più del nulla.
Ci ho pensato per qualche ora, come se dovessi elaborare un lutto personale. Ed effettivamente non di lutto personale si tratta, ma generazionale. Nell’epoca in cui una generazione ha perso pilastri come David Bowie, Maurice White e (per l’Italia) Pino Daniele, c’è poco da sperare: quando un artista passa dalle cronache alla storia è il momento di fermarsi e respirare. Come quando arrivi a cinquemila metri di altitudine e guardi quel che c’è sopra pensando a quel che hai sotto: null’altro da fare, solo tesaurizzare l’esperienza, che sia ossigeno, musica o nostalgia compressa non importa. Devi respirare e basta.
Respiro.
Ok.
Prince era l’alfabeto di chi aveva due orecchie collegate a un centro del desiderio. Poteva non piacere, perché certe sue performances erano davvero urenti. Ma non importava: a nessuno piace la consecutio temporum, ma tutti sanno a che serve. E Prince serviva. A sognare una pioggia viola senza chiedersi nulla sul colore pernicioso. A chiedersi quando le colombe piangono. A implorare un bacio come un’ossessione violenta.
Non so quanti vi racconteranno della vita spericolata del genio di Minneapolis, non immagino quanti saranno i link con la sua fama di simbolo (bi)sessuale, né mi interessano i dettagli di una morte misteriosa come la sua vita privata.
So soltanto che Prince l’ho inseguito per il mondo, che l’ho raggiunto con mia moglie (anche lei pazza di lui, inspiegabilmente per età e formazione) in un remoto bosco della Danimarca: e lì l’ho trovato meravigliosamente snob (non eseguì neanche uno dei suoi cavalli di battaglia). Che l’ho apprezzato anche per le sue trovate più commerciali (perché lo stile non è acqua).
Che mi mancherà come il caffè la mattina, quando hai gli occhi ancora chiusi e ti rifugi in una certezza antica, un riff in la maggiore, una frase nota in una bocca impastata, una voce amabilmente stridula, la chitarra che urla, buongiorno mondo ma che cazzo di buongiorno ti meriti se è sempre lo stesso mondo di merda? Buongiorno lo stesso. E buonanotte Prince Roger Nelson, un nome paradossalmente lungo per uno che a un certo punto ha scelto di far passare l’apocalisse sul suo stesso elemento anagrafico, con un’ambiguità ostentata come la maschera di Pulcinella.
Buonanotte all’uomo che rinnegò se stesso per darsi una libertà maggiore, quella di superare i confini di una popolarità che rischiava di omologarlo anziché esaltarlo.
Buonanotte al macho di un metro e cinquantotto centimetri, sul quale nessuno ha mai avuto il coraggio di ironizzare.
Buonanotte e vaffanculo, maledizione
Chi ci darà il risveglio domani?

Viaggio a New York – aperitivo a Manhattan

fototopDopo la corsa, la bici. No, la nostra non è una vacanza estrema né ci stiamo preparando per il triathlon, solo che è interessante visitare una città con mezzi meno convenzionali. Se siete a Manhattan, affittate una bici a Battery Park e risalite l’Hudson lungo la ciclabile. Godrete di una vista unica: da un lato i grattacieli di Manhattan, dall’altro il fiume e in lontananza il profilo della città che vi osserva dalla sponda opposta. Poi risalita l’isola potete addentrarvi, come abbiamo fatto noi, in Central Park (di cui parlerò approfonditamente un’altra volta) e poi a Broadway: in città state molto attenti al traffico pesante che è un problema delle strade newyorkesi.
Importante: quando affittate le bici, se scegliete quelle del bike-sharing (opzione interessante perché non vi obbliga a tornare indietro per restituirle), tenete conto che il servizio prevede che ogni mezz’ora ci si fermi a una rastrelliera, altrimenti bisogna pagare una penale che a seconda del ritardo può diventare pesante.
A Chelsea un bel posto in cui prendere un aperitivo è The standard highline, un bar con vista panoramica e buona musica: andateci al tramonto e non pensate al conto. Per cena abbiamo provato il Buddakan, un ristorante di cucina fusion che sembra il set di un film di Stanley Kubrick. Nella penombra rischiarata dalle candele, mangerete bene a patto che non abbiate troppa fame e che siate disposti ad alzare la voce per chiacchierare (la musica è un po’ più di un sottofondo). Anche qui è bene non pensare al conto.
Per una serata alternativa potete scegliere di prendere un mezzo pubblico e andare al Barlays Center, per assistere a una partita di basket. Noi abbiamo visto i Brooklyn Nets contro i Toronto Raptors e più che l’incontro – l’NBA è sempre una garanzia di spettacolo per chi ama lo sport – ci ha colpiti il contorno, i riempitivi di tempo, lo spettacolo nello spettacolo. Ballerine scatenate, bambini acrobati, telecamere, effetti speciali. Insomma un incredibile e americanissimo evento a metà tra il super show e la festa paesana.

La vera educazione? Quella per il sentimento

umberto galimberti

In una bella intervista di Antonella Filippi, pubblicata oggi sul Giornale di Sicilia, il filosofo Umberto Galimberti traccia un percorso chiaro e sintetico del ruolo che i professori dovrebbero avere con i “nuovi giovani”, nativi digitali dalle idee confuse.

Esorterei i professori a usare meno il computer. A che serve? Gli studenti, nativi digitali, ne sanno più di chi dovrebbe insegnare loro l’informatica. Ai ragazzi internet fornisce, dopo anni di guerra al nozionismo, un’infinità di informazioni slegate tra loro, ma non regala senso critico, connessione dei dati e, quindi, conoscenza.
I maestri hanno il compito di sviluppare il senso critico e mettere in connessione i dati. Questi ragazzi bisogna educarli al sentimento per evitare l’analfabetismo emotivo: la base emotiva è fondamentale per distinguere tra bene e male, tra cosa è grave e cosa non lo è. E bisogna farli parlare in classe. Il linguaggio si è impoverito. Si stima che un ginnasiale, nel 1976, conoscesse 1600 parole, oggi non più di 500. Numeri che si legano alla diminuzione del pensiero, perché non si può pensare al di là delle parole che conosciamo. E la scuola è il luogo dove riattivare il pensiero.

E spiega una differenza di non poco conto tra intelligenza convergente e intelligenza divergente.

Una intelligenza convergente, che comporta il cercare la soluzione di un problema a partire da come il problema è stato impostato; invece l’intelligenza importante, quella cha fa andare avanti la storia, è divergente, e consiste nel risolvere il problema cambiando la sua stessa impostazione, capovolgendolo. Come, per esempio, ha fatto Copernico. In informatica devi trovare la soluzione secondo il programma informatico, altre possibilità non sono previste. Un metodo che svilisce l’intelligenza, trasformandola in esecutiva e non sviluppandone la parte creativa.

Studia matematica, ma comprati un violino

C’è una canzone di Eugenio Finardi, datata 1977, che è il vero manifesto della buona scuola, quella degli studenti motivati, delle inclinazioni assecondate, dell’apertura mentale. Io la conosco a memoria perché in quegli anni ero un liceale complicato e irrequieto. La ascoltai sino a inciderla nell’anima.
E oggi, pur da adulto complicato e irrequieto, la mia anima ringrazia.

 

Tema: il mio papà

il mio papàIl mio papà ha ottant’anni e ha più energie di me.
Il mio papà è oncologo ma non è un talebano del salutismo. Il suo motto è: non si può vivere da malati per morire sani.
Il mio papà voleva un altro futuro lavorativo per me, ma poi ha capito che era inutile insistere. La rassegnazione a volte è una virtù.
Il mio papà non è stato immune da errori e mi ha insegnato che quando si sbaglia, la retromarcia non è obbligatoria, si può anche scartare di lato e accelerare.
Il mio papà, quando inventarono i telefonini, la prima cosa che faceva la mattina era telefonarmi, in qualunque parte del mondo mi trovassi.
Il mio papà mi chiama ancora “Gigetto”, non ho mai capito perché.
Il mio papà è una buona forchetta perché sa mangiare (anche grazie a mia madre che sa cucinare): pochissima carne, chili di pasta, pesce e verdure. È un monumento vivente alla dieta mediterranea.
Il mio papà adora il Negroni, soprattutto quello che gli preparo io.
Il mio papà ha “l’invadenza affettiva”, una cosa per la quale lui può piombare a casa mia all’alba senza essere invitato e senza preavviso: per scatenarla basta la sensazione che io possa non stare benissimo.
Il mio papà è un grande viaggiatore, e non solo fisicamente. Legge molto, legge sempre.
Il mio papà è tecnologico: col suo iPad nuovo (il primo ha deciso che era un modello troppo vecchio e l’ha dato a mia madre) legge due quotidiani al giorno, inserti compresi, scrive a mezzo mondo anche se il mezzo mondo non se ne accorge e raccoglie spunti per viaggi e ricette di cucina.
Il mio papà si chiama Giuseppe, come il più celebre dei papà. Ma a me degli altri papà non mi interessa perché il mio è il più forte del mondo.

Auguri papà.

D’amore e d’accordo

chitarra

Settore fatti miei. Ho riallacciato i rapporti con un’amica, una cara amica, che non frequentavo da troppo tempo. Ci eravamo lasciati senza preavviso, da un giorno all’altro la nostra confidenza era scemata sino a ignorarci completamente: lei da una parte, io dall’altra. Succede.
Io pensavo spesso a lei. Del viceversa non so. Di certo per oltre vent’anni – ebbene sì, di questo si tratta – non c’era musica che non mi ricordasse lei, non c’era tramonto che non mi facesse avvertire una mancanza profonda. Toccarla. Accarezzarla.
Niente e nessuno poteva ripianare questa voragine emotiva.
Solo lei poteva sopperire a lei.
E così, per farla breve, ho ceduto al destino dei sensi. Armato di un innato senso di incompiutezza e non nascondendo la mia ansia di prestazione (il miglior modo di diluire le proprie debolezze è ostentarle, magari facendo finta in pubblico di prendersene gioco), mi sono riavvicinato a lei.
E finalmente, dopo ore, giorni, notti, pensieri, incubi, ripensamenti, delusioni, smarrimenti, inusitate euforie, illusioni, l’ho riavuta tra le mie braccia.
Mia, tutta e solo mia.
Il problema è stato pizzicare le corde giuste.
Al momento andiamo d’amore e d’accordo. Un nuovo inizio con la mia chitarra. Ma si sa, all’inizio tutto è più bello, persino la fine.

La dolcezza della Crusca

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Conoscete tutti la storia del giorno sull’aggettivo petaloso (se non la conoscete la trovate qua). A parte l’intelligenza di una maestra illuminata, a parte la sincera bellezza della vicenda di un bimbo che si inventa una parola, trovo quasi commovente la dolcezza della risposta da parte della redazione dell’Accademia della Crusca. Le parole comprensibili, legate da un fiocco di semplicità – perché a un bambino si parla così e in nessun altro modo – sono un raggio di sole nel buio di questa nostra lingua devastata da neologismi tecnologici, da sempre più invadenti pulsioni bimbominchiesche, dalla cultura degli emoticons. L’Accademia della Crusca ci dà insomma una lezione su come si gestisce il bene più prezioso che non è la parola, ma la curiosità.

 

Fabio che suona e che ci lascia di stucco

Fabio Aguglia con Pino Daniele

Fabio Aguglia con Pino Daniele (grazie a Mario Caminita)

Fabio era un dj, anzi come si diceva allora un disc jockey. Era anche un batterista. Era anche un bravo ragazzo, timido ed educato. Con lui giocavamo a fare la radio, a fare i musicisti, a fare gli artisti insomma. Lui lo era effettivamente, io no.
Un ricordo su tutti. Estate 1981, organizzammo una specie di Woodstock all’Addaura: piazzammo qualche asse di legno abusiva sugli scogli, chiedemmo la luce a un generoso signore che aveva la casa sul mare (il mitico dottore Vitello, il pediatra più paziente del mondo, ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta) e portammo gli strumenti. Alle 17 di un rovente giorno di luglio attaccammo a suonare e non finimmo finché non fu buio. Fu il concerto della mia vita. E di quella di Fabio, al quale spettava un momento di assolo con la batteria. Ma lui aveva un problema: era esile di corporatura. Durante le prove invernali avevamo constatato che l’assolo lo sfiancava a tal punto che l’esibizione si concludeva sempre non nel momento stabilito, ma quando lui perdeva le bacchette. Le mollava proprio, le energie lo abbandonavano all’improvviso, quindi noi imparammo a tarare il nostro arrangiamento su quel preciso momento: quando Fabio mollava le bacchette.
Quel giorno di Woodstock casareccia però non andò così. Fabio resse l’assolo e anzi lo prolungò per un tempo inusitato. Le bacchette rimasero salde nelle sue mani e fu un’apoteosi. Ho qualche foto in cantina di quei momenti, ma non so se ho voglia di andare a vedere. Preferisco dire a memoria. Fabio ha una canottiera bianca, come se dovesse esibire il fisico. Noi siamo intorno a lui che sembra un gigante dietro quella batteria inchiodata alle assi grazie al martello che ci ha prestato il famoso dottore Vitello. Lui picchia e picchia sulle pelli, si prende gli applausi del suo momento. E ride di una felicità che è sorpresa, per lui, per noi.
Questo è il mio ricordo di Fabio Aguglia, il gigante più esile che abbia mai conosciuto, che oggi suona da qualche parte, in una Woodstock tutta sua, in riva al mare delle anime buone, timide ed educate.
Tanti auguri Fabiofa, occhio al blues col riff in si.