certezze

Alto Godimento

Uno dei ricordi più nitidi della mia infanzia è legato a Gianni Boncompagni. È il 1971, ho otto anni, ho gli orecchioni e non sono andato a scuola. È quasi ora di pranzo, ma i miei non sono ancora rientrati a casa. Mia nonna si occupa in un’altra stanza di mio fratello che è ancora piccolo. Io mi chiudo nella mia cameretta con la radio Voxon di mio padre. Vorrei smontarla (la radio o forse anche la cameretta), a quell’età smontavo tutto, pezzo per pezzo senza arrivare a nulla che non fosse la vite primordiale. Ho gli attrezzi e una voglia matta di usarli. Deve essere stato in quel periodo che mi è cresciuta l’insana voglia di decostruire tutto quel che è ordinato, di scardinare insensatamente: che siano transistor, parole o pezzi di vita sarà il caso a stabilirlo.
Eppure prima di svitare (avevo anche un insensato martello, pronto per le occasioni di maggiore resistenza), accendo. E dalla radio escono due voci che mi catturano. Parlano di un esperimento mai provato prima: la radio dell’olfatto. Dicono: “Avvicinate il vostro naso all’altoparlante e annusate… cosa sentite?”. Io ovviamente mi lascio ammaliare, ci mancherebbe, sono sensibilissimo alle droghe logiche, alle sirene della stranezza. E annuso: sento odore di metallo… sento odore del dopobarba di mio padre. E penso che la radio Voxon non sia adatta a questo esperimento. Annuso di nuovo. Ma quelli parlano di rosmarino, di menta…
E io ho il naso inutilmente spalmato sulla Voxon.

Ci ho messo anni per metabolizzare questo ricordo.
Era Alto Gradimento e la panzana della radio dell’olfatto era una briciola dell’immenso bagaglio di scherzi e genialate che i due conduttori, Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, avevano inventato.
A questo ho pensato quando ho appreso della morte di Gianni Boncompagni. A quanto la radio e la tv che lui e Arbore hanno inventato ha condizionato la nostra esistenza.
Alto Gradimento è stata la base di una radio trasversale, fuori dagli schemi e irriverente. Per capirne il peso pensate che il programma radiofonico più ascoltato in Italia oggi è lo Zoo di 105, un versione infinitamente più volgare sboccata e piccola del capolavoro di Arbore e Boncompagni.
Poi il tempo ha diviso le strade dei due geni e anche dei miei gusti.
Sono sempre stato un arboriano convinto: più L’altra domenica (Arbore) e meno Discoring (Boncompagni).
Non ho mai visto una puntata di Non è la Rai, ma solo per motivi anagrafici. Si narra che l’intuizione di Boncompagni fu quella di aver inventato un programma che per immagini e palinsesto intercettava l’orario della pippa degli adolescenti appena rientrati dalla scuola (e chissà i perversi padri…). Però, d’altro canto, ritengo che Il mondo, Ragazzo triste e Tuca Tuca siano canzoni geniali, ognuna col suo carico di innovazione e irriverenza.
Ecco, in soldoni, perché la morte di Boncompagni ci riguarda. Perché riguarda tutti quelli come noi, assetati di musica, oltre i cinquanta, diffidenti nei confronti della tv ma pronti a farsi stregare dalla prima minchiata tecnologica. Combattuti tra la compulsione del nuovo a tutti i costi e la drammatica arrendevolezza con cui Arbore ha ricordato ieri il compagno di mille, incredibili avventure: “Ci siamo divertiti moltissimo e ora non ci divertiamo più”. Ma in fondo va capito: amara può essere la vecchiaia di chi ha avuto una vita dolce.

  

Escher, la felicità dell’impossibile

“Coloro che tentano di raggiungere l’assurdo, otterranno l’impossibile”.
M. C. Escher

Io vado pazzo per Maurits Cornelis Escher, il famoso grafico e incisore olandese che ha scardinato le porte della logica per farne un giardino proibito di paradossi, di costruzioni impossibili, di prospettive che negano l’esistenza della tridimensionalità.
Stamattina, in un raptus di “assurdo/impossibile” (vedi citazione sopra), ho fatto il pieno alla mia vecchia auto, ho fatto tutti gli scongiuri possibili, dato che il mezzo è davvero mezzo e io avevo un’insana voglia di tornare a casa intero, e fatto una corsa a Catania per vedere questa splendida mostra. Quattro ore di auto, tra andata e ritorno, per un’ora di godimento.
Sapete che vi dico? Ne è valsa la pena.
Tornato a casa ho accarezzato il catalogo gentilmente regalatomi dalla curatrice e ho iniziato a sfogliarlo come si fa con un libro prezioso. Vi sarà chiaro che, inspiegabilmente, ho una perversa attrazione per le acrobazie prospettiche (e via con le metafore…) di Escher: potrei stare ore a guardare la sua Relatività, potrei perdermi nella famosissima Metamorphosis considerata il suo capolavoro (una sorta di Guernica senza rivoluzione, ma con un’intelligenza rivoluzionaria da brivido), o rimbambirmi davanti alla Galleria di stampe che il maestro non potè completare perché non riusciva a chiuderla graficamente e/o logicamente nella sua parte centrale (il completamento fu effettuato, postumo, a opera di due matematici nel 2003). Alla fine mi sono consolato con una Mano con sfera riflettente che ho adottato come screensaver dello smartphone, e con la felice consapevolezza di una scelta: da dieci anni ogni notte, prima di addormentarmi, do un’occhiata all’immagine che sta accanto al mio letto: Giorno e notte. Di Maurits Cornelis Escher, naturalmente.
Evidentemente non è un caso.

  

Il felice diritto di essere tristi

Stamattina alla radio ho parlato di tristezza. Ed è finita, come era giusto, con grandi sorrisi. C’è il podcast e se avete tempo e voglia lo potete scaricare qui. Ora però mi piace mettere nero su bianco un paio di pensieri che magari non susciteranno risate ma, mi auguro, semplici pensieri fecondi.
Sono, siamo invecchiati con un pregiudizio: la tristezza è disdicevole, va bannata perché è indice di debolezza.
Com’è tal dei tali?
Bah, un tipo triste.
Che è uno scambio frequente e plausibile quando si parla di sconosciuti. Ma quando questo genere di emozione si infiltra nelle pareti delle nostre vite, e non per tragedie né per eventi luttuosi in genere, è lecito darle una dignità.
In generale non sono mai stato uno triste. Ho sempre detestato le persone che detestano la tristezza: pensate alla politica e ai grandi messaggi di ottimismo che tengono a contrapporre chi ostenta un entusiasmo (magari beota) a chi si abbandona a una perplessità realisticamente tristarella.
Ascolto molta musica, da sempre. E appartengo alla larga schiera di quelli ai quali la musica ha salvato la vita, più di una volta: del resto come pensavate che fossimo sopravvissuti agli anni Settanta?
Conosco molto bene l’assioma secondo il quale quando sei felice ti piace la musica, ma quando sei triste ti interessi dei testi. Eppure lo confesso: sono un triste improvvisato e impresentabile, e dei testi spesso non me ne frega niente.
Se ci pensate bene, quest’emozione è un cortocircuito di memoria e di attualità, è un quadratino della carta millimetrata di un’esistenza. C’è, ma si potrebbe ignorare. Non si misura per estensione, ma per gradi di mancanza. Come sappiamo un millimetro in meno spesso cambia le sorti di un chilometro.
Ecco perché la tristezza – e non la malinconia che come diceva Victor Hugo è “la gioia di sentirsi tristi”, e che quindi è un gol a porta vuota per chi ha una confidenza con le emozioni di un grado appena superiore a un Matteo Salvini – è un’occasione. Vera e determinante. Per guardarsi dentro senza l’ansia di dover fare ordine. Per marcare la differenza dai robot che si muovono con sicurezza sia nella luce che nel buio. Per ricominciare o per guardarsi dal farlo.
La tristezza è il più meraviglioso dei diritti. Te lo prendi da solo e nessuno te lo può negare.

  

Fumare controvento e altri riti inutili

“Dio ama i poveri…”
“È per questo che ne ha fatti tanti”.

La citazione è tratta da “L’elenco telefonico di Atlantide” di Tullio Avoledo, un gran bel libro che lessi nel momento in cui mi parve un gran bel libro.
E il tema è proprio questo.
Noi non siamo solo quello che leggiamo (semicit.), ma siamo anche quando lo leggiamo. Nello specifico io non sono un bulimico della lettura, anzi. Uso la lettura, purtroppo, in modo opposto e contrario rispetto ad altro, al cibo ad esempio.
Se sono felice mangio meno e leggo di più. E viceversa. Questo per dire che per quanto riguarda i libri esiste uno scacchiere temporale relativo per ciascuno di noi. Che non segue cronologie legate all’età anagrafica ma piuttosto la luce dei nostri occhi, il taglio delle ombre di un’epoca.
Ci sono libri che potevate leggere sono in quel momento preciso, quando avevate un sabato sera inutilmente libero, tutto per voi, quando eravate padroni del mondo e invece vi sentivate poveri affittuari di un angolo di weekend. E ci sono libri che avete letto quando credevate di essere ispirati, quando per sfogliare un paio di pagine cercavate uno spazio nell’agenda, quando vi aspettavate di distillare da quelle parole un insegnamento determinante.
Credo poco all’ispirazione della lettura, per me quella vale solo per la scrittura. Credo piuttosto in un magico accordo che è anche un minimo elisir di lunga vita: leggere e/o scrivere è un punto che ha precise coordinate di luogo e di tempo.
Il libro che mi ha cambiato la vita lo lessi in un’appassionante missione sciistica, in cui il mio primo pensiero era portare le ossa sane a casa ogni sera. Ero concentrato in una personale impresa sportiva eppure quel libro, che pure era un saggio quindi mica un romanzone ruffiano, mi deconcentrava a tal punto da rimettermi in armonia col mondo. Era il tassello nel legno tenero di una maturità abbozzata, insospettabilmente solido.
Altri libri – non scrivo i titoli perché è il concetto generale che voglio rappresentare – mi hanno arricchito, mi sono rimasti dentro, mi hanno divertito o sconvolto perché le loro pagine erano scalini sui quali inerpicarsi in quel momento.
Ricordo a memoria incipit di romanzi non memorabili, ho dimenticato le trame di pietre miliari della letteratura. Ci sono narrazioni nelle quali mi sono immerso solo perché chi me le leggeva – sono stato un feticista della lettura ad alta voce – era una determinata persona e non un’altra.
Leggere e/o scrivere è un vizio. E come ogni vizio risente dei riti. C’è chi adora fumare controvento, io quando fumavo non accendevo mai una sigaretta se l’aria non era immobile. Un vizio che ha le sue controindicazioni: se non hai il  quando giusto magari ti ritrovi intossicato di parole inutili che possono essere più dannose del catrame nei polmoni.
Insomma di ogni libro che ho letto magari non ricordo il titolo, la trama, però ricordo quando l’ho letto. È un puzzle di sensazioni che si ricompone a ogni passo di memoria. Un atto che dà comunque ristoro perché quel che le anime semplici chiamano soddisfazione, gli altri chiamano consolazione.

  

Perché Rigopiano è una tragedia da film

Raccontare imprese, tragedie, vittorie, sconfitte, scommesse, scandali non è un delitto. È un mestiere che ha varie sfaccettature: lo si può fare con un occhio al qui e adesso su una pagina di giornale, lo si può fare con la lente di ingrandimento per un’inchiesta o un approfondimento, oppure lo si può fare costruendo una storia più o meno liberamente ispirata alla realtà in un romanzo o in una fiction. Funziona così da sempre, da quando è stata inventata la narrazione, cioè la vita.
La levata di scudi contro la fiction di Pietro Valsecchi sulla tragedia di Rigopiano è quindi figlia di un tempo di indignazione prêt-à-porter e anche di un certo pecoronismo in cui non è importante fermarsi a pensare ma seguire il flusso, dichiarare senza esitazione prima che qualcuno arrivi prima. Il disastro dell’albergo sommerso e devastato dalla valanga sul Gran Sasso è innegabilmente una storia incredibile da raccontare, da indagare, da decostruire e rimontare. Perché la cronaca non è colpa di chi la racconta, perché l’anima dei narratori ha il lasciapassare dell’Arte che, come tutti sanno, non si cura dell’etica. E per fortuna!
Se avete tempo leggetevi questo vecchio articolo di Claudio Magris sul mestiere degli scrittori.
Quindi non lasciatevi prendere dalla compulsione di critica e prima di dare un giudizio su questa vicenda pensate ai drammi del nostro tempo che hanno ispirato romanzi, film, serie tv. Li avete letti, visti e vi sono piaciuti o meno. Ma non vi siete sentiti sporchi. Magari perché eravate in era pre-social oppure perché nessuno aveva avuto il tempo e la voglia di piantare il seme del pressapochismo che genera la pianta della superficialità.
Rigopiano è una grande tragedia italiana. Ma può essere anche un gran film o un romanzo ben scritto. Basta giudicare a cose fatte. Recensire le intenzioni è un atto estremo di egoismo. E di ignoranza.

  

Nella spirale delle minchiate

C’è un elemento di grande equivocità che annebbia il dibattito online, soprattutto in questi tempi di confusione organizzata. Tutto ruota intorno al concetto di libertà.
Libertà di dissenso, libertà di critica, libertà di espressione in generale.
Cerco di essere chiaro con due esempi.
Se io dico la mia su un tema, non riscuoto consensi e magari vengo sommerso dalle critiche, non devo incazzarmi, anche se la tentazione è forte. Il dibattito consiste nella stereofonia delle opinioni: canale destro, canale sinistro.
Se invece io affermo deliberatamente cose non vere, se mi inerpico su tesi oggettivamente improponibili, se affermo il falso è ovvio che la critica nei miei confronti sarà secca, feroce. Potrò incazzarmi sì, ma dovrò farmene una ragione.
Ecco che la linea di confine tra libertà di opinione e libertà di sparare minchiate appare netta. Il debunking come arma di disarmo può essere d’aiuto, ma ci sono due categorie nei confronti delle quali ogni antidoto è inutile: gli ignoranti orgogliosi di esserlo e gli imbroglioni. I primi posso essere schivati con relativa facilità, i secondi vanno disinnescati perché spesso hanno una carica di aggressività che deriva da una certa propensione per la violazione della legge.
Gran parte del tempo perduto su social e dintorni è colpa di costoro. Se provate a criticare uno che scrive che la terra è quadrata solo perché nel suo curriculum vitae ha la voce “responsabile vendite degli angoli, acerrimo nemico delle circonferenze”, non avrete mai possibilità di vittoria perché il suo mondo, angusto, è quello con gli spigoli. Non per nulla i grandi esperti mondiali di debunking stanno alzando bandiera bianca, perché nella debolezza della stoltezza c’è un tremendo punto di forza. La sordità alla voce della ragione.

  

Elogio di Fabrizio Carrera

Su Fabrizio Carrera, giornalista e molto altro (laddove il molto altro è più di quanto molti altri potrebbero immaginare), potrei scrivere un trattato. La cerchia di amici comuni o meglio dei correi di un giornalismo appassionato e divertente (quindi ontologicamente passato) avrebbe da aggiungere tante di quelle postille da formare un’enciclopedia a parte.
Qui mi limito a riferire che oggi ho assistito al Best in Sicily 2017, decima edizione del premio all’eccellenza dell’enogastronomia e dell’eccellenza siciliana: che in fondo è anche una sorta di the best of Carrera. Ho visto un Teatro Massimo stracolmo, soprattutto di giovani, dove si parlava di economia, di turismo, di cultura del cibo. Ho visto luci sul futuro e orizzonti di speranza. Ho visto un tripudio di buone intenzioni e soprattutto il frutto di tanta fatica. E ho visto lui. Fabrizio Carrera. Il matto col quale io e gli altri correi abbiamo condiviso notti insonni al giornale in attesa dell’intervista impossibile (un esercizio di giornalismo acrobatico in cui Fabrizio si lanciava all’inseguimento di un personaggio inafferrabile, impegnando uno spazio in pagina, e riusciva nell’intento solo quando le rotative stavano per entrare in azione). Perché Fabrizio Carrera vive di asticelle che non temono vertigini, di traguardi che non devono essere tagliati, ma inventati.
Matto è matto. Perché progetta e non pianifica. Inventa e consegna al destino. Pensa e non si cura delle conseguenze del pensiero. Lo chiami al telefono e magari non ti risponde per mesi, ma quando ti risponde ti risarcisce dei mesi passati.
Perché non vive di riflesso e ti fa invidia la sua meravigliosa imperfezione. Non si ferma mai, questa è la sua forza.
Insomma, è bravo e per dirglielo devi metterti a scrivere con la speranza che un giorno ti legga.

  

Al cospetto di sua maestà

C’è un luogo a cui penso sempre. E se dico sempre vuol dire che ci penso quando sono triste, quando sono felice, quando sono annoiato, quando sono incasinato, quando sono solo e quando sono in compagnia. Ci penso anche in altre mille situazioni, ma la faccio breve altrimenti il preambolo si aggancia alla palpebra e la tira giù.
Questo luogo è un posto scomodo, quasi ostile, a oltre tremila metri di quota, dove fa sempre freddissimo (stamattina – e c’era il sole – eravamo a meno diciannove). Si ammira da Cime de Caron, in Francia, sulla vetta delle 3 Vallées, il più grande comprensorio sciistico del mondo. Per arrivarci dall’Italia devi masticare centinaia di chilometri di strada e soprattutto affrontare gli ultimi trentacinque, quelli della strada impervia che da Moûtiers parte coraggiosamente all’assalto di montagne meravigliosamente impervie. È un rito al quale mi sottopongo felicemente da 33 anni.
Il luogo a cui penso sempre è questo, cioè quello che vedete dietro di noi. Perché per una volta il vero soggetto sta nello sfondo e visto da Cime de Caron, col freddo che puntualmente ti taglia la faccia, è bellissimo nella sua immutabilità. Lo si ammira, lo si scolpisce nella mente e si tira avanti di memoria per un altro anno.
Signore e signori, sua maestà il Monte Bianco.

  

Scio ergo sum

valdisere

Su Repubblica racconto brevemente la storia di Piano Battaglia e dei ragazzini che sognarono di diventare sciatori in Sicilia, che è un po’ come aspirare a diventare sommelier nel Sahara. Era la generazione dei Bica, dei D’amico, dei Galletti, degli Speciale, per far giustizia della cronaca. Era anche la mia generazione. 
Qui vi propongo la mia visione più personale.

Negli anni Settanta per noi sciatori in erba (in erba nel vero senso della parola, tenuto conto delle condizioni delle piste della Mufara) Piano Battaglia era evasione e invasione. Evasione dalle famiglie che ci consentivano, spesso incoscientemente, di partire da soli. Invasione dell’Ostello della Gioventù dove si dormiva in cuccette a tre livelli e ci si sfiniva di cioccolata e pigiama party.

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In cammino da dieci anni

in cammino

Oggi questo blog compie 10 anni. E già questo basterebbe per dire: miii! Nell’era dell’ultravelocità, della compressione temporale, dell’istantaneità di Snapchat, dell’invecchiamento subitaneo dei concetti, un blog che dura da 3.650 giorni, con 3.480 post pubblicati e 18.630 commenti, va in qualche modo celebrato (che sia il mio o quello di qualcun altro).
E allora partiamo con la parte più semplice, quella che compone la short version di questo pezzo.
Come siamo cambiati?
Politicamente siamo avanzati di pochi passi, quello che serve per poter tornare indietro senza fatica non appena se ne presenta l’occasione.
Tecnologicamente siamo extraterrestri rispetto a dieci anni fa, basti pensare alla rivoluzione degli smartphone che ha influenzato i nostri costumi.
Sul fronte del web lo tsunami dei social ha cambiato l’orografia dei luoghi digitali. Un esempio per tutti, tra quelli che mi riguardano direttamente in questa occasione: il trasferimento dei commenti dal blog a Facebook, cioè dal luogo primigenio dell’idea, a quello in cui l’idea è semplicemente messa in vetrina. Ci ho messo del tempo per adattarmi a questo circolo innaturale dell’opinione: io scrivo sul blog, posto il link sul social, la gente dal link del social va a leggere il blog, quindi torna indietro, e poi va di nuovo in avanti, al social, dove commenta qualcosa che lì non c’è, perché il testo originale è nel blog. In principio credevo di trovarmi di fronte a una sorta di schizofrenia, poi però ci ho fatto l’abitudine: del resto anche il cilicio col tempo diventa meno straziante.
C’è stato un momento, lo scorso anno, in cui ho avuto la tentazione di mollare. Gli impegni personali, l’invadenza dei social network, la mancanza di grandi stimoli di cronaca mi avevano fiaccato. Ma proprio mentre stavo per vergare la mia letterina di addio mi è capitato di rileggere alcune di queste pagine e di rivivere l’emozione di un tempo, quando scrivevo qui per missione, per vendetta, per esigenza vitale. All’improvviso mi sono imbattuto in un commento di una persona che poi, proprio grazie al blog, è diventata amica: mi faceva il complimento più bello.

uomo-libero

Ecco che cosa cerchiamo noi che viviamo di parole scritte. Cerchiamo altre parole scritte che ci sostengano, perché noi non siamo cemento, ma mattoni. E i mattoni da soli non servono a niente se non c’è qualcosa che li tenga su, impilati e solidi.
Questo penso al traguardo di questi dieci anni. E per questo vi ringrazio. Per essere stati cemento, tutti voi.

 Fine della short version.

 

Per chi ha ancora voglia e pazienza di leggere c’è poi il capitolo personale.

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A futura memoria (politica)

 

dimissioni renziAd averceli primi ministri che si dimettono così, con classe e stile moderno. A meno che non preferiate i fuggitivi o i poltronisti.

  

Esposizione gandhiana (anche se ti dicono troia)

boldrini offese

C’è un gran dibattito, neanche tanto colto e/o entusiasmante, sul post di Laura Boldrini che, nella giornata contro la violenza sulle donne, ha pubblicato un sunto delle offese che riceve quotidianamente sulla sua pagina Facebook. Il punto della riflessione collettiva, e parlare di riflessione quando si tratta di social significa essere irrimediabilmente ottimisti, è che la Boldrini ha pubblicato nomi e cognomi in barba a un presunto diritto alla privacy dei lestofanti che la bersagliano di schifezze. Chiamatela gogna, chiamatela vendetta, chiamatela giustizia: io sono d’accordo per la pubblicazione integrale dei nomi. Per cinque motivi.

  1. Se la Boldrini avesse cancellato i nomi, i soliti troll la avrebbero accusata di non dire le cose esattamente come stanno. Sì, proprio così.
  2. Fermare le violenze sui social è molto difficile. Una delle strategie di minor insuccesso è quella del braccio di ferro, che consiste nel far prevalere la propria forza di ragione con muscolarità.
  3. I profili Facebook a noi visibili sono pubblici e per giunta si tratta di persone che stanno scrivendo su una pagina pubblica.
  4. Nell’era dell’inciviltà globale dobbiamo finirla di toccarcela con la pinzetta. Se tu mi offendi o mi calunni o cerchi di danneggiarmi con messaggi falsi o violenti, io ti appendo in bacheca. Così tutti vedranno il tuo bel faccione e magari qualcuno che ti conosce imparerà a evitarti quando ti incontra per strada o ti darà semplicemente dello scemo.
  5. Bisogna sfatare questo pseudo-mito della violenza sulla privacy non tanto per quanto scritto nel punto 3, ma perché trattandosi di legittima difesa la pubblicazione dei nomi non è essa stessa violenza, ma reazione nonviolenta. Esposizione gandhiana.
  

Quest’uomo

agostino-vincenzo

Quest’uomo si chiama Vincenzo Agostino, molti lo conoscono per via di una storia che non sarà mai abbastanza conosciuta. A quest’uomo, il 5 agosto 1989, hanno ucciso sotto gli occhi il figlio Antonino e la nuora Ida Castelluccio: erano sposini e lei era incinta da cinque mesi. Antonino era un agente di polizia e, tra le altre cose, stava indagando sul fallito attentato a Giovanni Falcone, all’Addaura. Ma non è dei misteri che ruotano attorno alla morte del giovane poliziotto e di sua moglie che voglio parlare.
Io voglio dire di quest’uomo, di Vincenzo Agostino. Che ha sopportato la peggiore tortura alla quale un essere umano può essere sottoposto, il sopravvivere a un figlio. Che ha lottato dal basso contro silenzi e depistaggi altissimi. Che ha visto la sua barba allungarsi per una protesta che probabilmente non conoscerà mai fine: ma quando la verità è un miraggio cosa volete che sia tutto il resto?
E allora quest’uomo è uno dei pochi simboli che riconosco, poiché a me i simboli sanno in genere di espediente farlocco (specie negli ultimi tempi) per inventarsi una scorciatoia in ragionamenti complessi. Quest’uomo è il simbolo di un dolore eterno, di una sconfitta, soprattutto oggi, dopo che la Procura di Palermo si è arresa nella ricerca dei responsabili del duplice omicidio di suo figlio e sua nuora.
E però mentre siamo tutti confratelli di hashtag quando c’è da sposare una moda lacrimevole (una strage in giro si trova sempre), magari non sappiamo nulla della peggiore tortura che si è consumata dietro casa nostra. Del dramma prolungato di un padre, quello di vivere senza più un perché. Di un uomo. Quest’uomo.

  

Per quanto tempo è per sempre?

insiemeCome i lettori più affezionati (nonché pazienti) sanno, sono affascinato dallo scorrere del tempo. I maligni dicono ossessionato, ma va bene così. Diciamo che sono particolarmente attento al divenire e alle tappe del cambiamento. Da un lato mi piace che le cose cambino, dall’altro mi fa incazzare che cambino senza chiedere permesso.
A questo penso in questi giorni, in prossimità sempre più cruciale di vari eventi personali (compleanni, ricorrenze affettive, dieci anni di questo blog, eccetera). E ci penso cercando di darmi una regola, un minimo manuale interiore che mi tenga lontano dal trappolone della nostalgia del cinquantenne ex capellone, ex atleta, ex rockettaro, ex giovane insomma.
Probabilmente rimarrò prigioniero di una logica costruita ad hoc, come un abito sartoriale che inguaina e non nasconde, oppure chissà mi scoprirò piacevolmente ingenuo a coltivare nuove speranze, perché le speranze vanno curate come piante delicate, salvo dimenticarsi che con qualunque cosa le nutriate, vanno per i fatti loro (tipo la vite americana che mi regalò mia madre per il balcone e che sparava i suoi tralci in tutte le direzioni tranne che sul balcone stesso). Di certo starò attento a festeggiare il festeggiabile poiché non c’è mai un motivo per non brindare a una sopravvivenza. Che sia di una cosa o di una persona poco importa, sono per le torte di non compleanno e per quel genio di Lewis Carroll che fa chiedere ad Alice “per quanto tempo è per sempre?” e che fa rispondere il Bianconiglio “a volte, solo un secondo”.

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L’importanza dei giornali locali

In termini di effetti concreti, quello che conta veramente (a parte il compito, essenziale in una democrazia, di diffondere le informazioni) è spingere i lettori all’azione. Ed è più probabile che questo succeda se si lavora per un giornale locale piuttosto che nazionale.
Le iniziative dei giornali locali spesso riescono a salvare scuole che rischiano di essere chiuse, a migliorare i servizi sanitari, a proteggere siti d’interesse storico, e così via. Un giornale o una radio locale possono spronare il loro pubblico all’azione perché coprono un’area sufficientemente piccola da permettere alle persone che vogliono impegnarsi di incontrarsi e fare qualcosa.
Nessun quotidiano nazionale può fare una cosa del genere.
Se ci si sposta da un giornale locale a uno nazionale, forse si guadagna di più e ci si occupa di temi di interesse più generale, ma si perde la possibilità di cambiare le cose.

David Randall, senior editor dell’Indipendent on Sunday di Londra, spiega in parole semplici come i giornali locali possono davvero spingere per cambiare le cose. Il problema è quando i giornali locali si mettono in testa di giocare in grande, mirando alla luna anziché controllare l’acqua del secchio.