certezze

Benigni, alla faccia dei maligni

Roberto Benigni i Dieci ComandamentiA me non interessa quanto lo pagano, Roberto Benigni. A me interessa godere di prodotti di qualità, e la qualità costa. Pensate quante porcherie ci siamo dovuti sorbire, nel segno di una Rai che si spaccia per popolare (cioè aperta a tutti-proprio-tutti) e invece è solo scadente. Pensate ai mesi estivi ingrassati di repliche e programmi farlocchi, come se esistesse uno sconto stagionale sul canone. Pensate alla necessità ormai quasi impellente di ricorrere ad abbonamenti alternativi (e salati) pur di vedere qualcosa di vagamente interessante nelle pigre serate di inverno.
Ecco, pensate a tutto questo e maledite quel dio che di comandamenti ne ha fatti soltanto dieci. Venti ce ne volevano, venti!
Almeno avremmo avuto un’intera settimana televisiva come dio comanda.

La Sicilia telegenica e piaciona dei talent

Lorenzo fragolaUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La Sicilia che spopola nei talent show ha davvero qualcosa di siciliano? Dopo la vittoria del catanese Lorenzo Fragola sul palco di “X Factor” la domanda è di stretta attualità e di ampio raggio poiché per arrivare a un barlume di risposta bisogna viaggiare nel tempo e fregarsene dei confini geografici.
Prima di Fragola, nei mesi scorsi abbiamo salutato fenomeni come suor Cristina Scuccia, di Comiso, vincitrice di “The Voice of Italy”, e Deborah Iurato, della vicina Ragusa, trionfatrice nella tredicesima dizione di “Amici”. Senza contare la saccense Clarissa Marchese, miss Italia in carica, che non canta né ha avuto la consacrazione del talent, ma che fa groove nel paradiso catodico di una Sicilia piaciona e telegenica. Segue »

La morte felice

Mango morto

Mango se n’è andato guardando il suo pubblico che lo guardava mentre moriva. La morte più felice, quella di un artista che lascia il palco della vita mentre è ancora – fisicamente – sul palco di un teatro, colpisce come un ossimoro biologico, come un azzardo del destino.
L’unica fortuna che ci viene incontro quando moriamo è probabilmente legata al nostro ultimo sguardo. C’è chi vede l’asfalto, chi la faccia stralunata di un medico, chi il ghigno di un killer, chi le lacrime di coloro che ci sopravvivono, c’è chi chiude gli occhi per non vedere e chi li sgrana per rubare l’ultimo filo di luce. Ma è sempre questione di fortuna.
Mango è uscito di scena tra gli applausi e non importa se erano disperati. Andarsene così, quando si percorre quella impervia strada obbligata che è la vita, è un modo per lasciare lo spartito sempre aperto, per far suonare all’infinito la canzone più bella.
Quand’ero giovane pensavo spesso alla morte, ma sempre quando non avevo nulla da fare: non accadeva mai, ad esempio, che ci pensassi mentre mi arrampicavo su una falesia o mentre correvo in moto. Probabilmente perché la felicità è l’antidoto migliore contro l’overdose di realtà. Oggi alla morte penso pochissimo, mi dà più fastidio l’idea di non saper/poter più fare certe cose, che realizzare l’implacabile avanzamento del countdown.
Si è davvero fortunati quando ci si trova al cospetto della morte senza che ci sia stato il tempo di fare le presentazioni. Ecco perché sono convinto che Mango se ne sia andato felice.

Migliori, otto anni dopo

imageL’altro giorno, parlando in un seminario dell’ordine dei giornalisti, raccontavo come il web non possa essere ignorato da chi fa questo mestiere. I nuovi linguaggi, le nuove tecnologie, i nuovi supporti sono determinanti per chi scrive, racconta, testimonia.
Immaginare un lavoro come il mio senza il web è come pedalare con ruote quadrate: si può fare, al limite, ma lo sforzo è inutile.
Mentre parlavo pensavo a questo blog, che in questi giorni compie otto anni. E pensavo a quanta vita è passata da quando scrissi il primo, incerto, post.
Se è vero che noi siamo quel che siamo stati, è anche vero che essere soddisfatti di ciò che si fa non vuol dire aver inanellato nel tempo una soddisfazione dopo l’altra. In queste pagine, che ogni tanto mi capita di sfogliare, c’è però il meglio del web, nel senso che c’è il lato migliore di quello che il web sa offrire in senso generico. C’è la voglia di condivisione, c’è quel pizzico di autoreferenzialità che aggiunge pepe alle discussioni, c’è la voglia di imparare, c’è l’incazzatura populista e c’è la risata grassa, c’è molto di noi e c’è poco di chi non ci interessa, c’è la certezza e c’è l’illusione, c’è la scelta sbagliata e c’è l’umana vendetta, c’è il perdono e c’è il cazzeggio. C’è soprattutto la curiosità.
Mi sono chiesto più volte come sarebbe stata la mia vita se in quella pigra domenica di otto anni fa non avessi smanettato su blogspot per dar vita a questo blog. E mi sono risposto puntualmente: peggiore. Non sto qui a spiegare il perché, anche se è intuibile dalle prime righe di questo post. Aggiungo solo che per cercare di essere migliori bisogna frequentare persone migliori e in tal senso non immaginate quanto, queste pagine mi abbiano aiutato.
Quindi, ancora una volta, grazie, grazie, grazie.

Parola D’Angelo

La canzone napoletana di allora parlava di malavita e di pistole. Anticipava “Gomorra” di quarant’anni.

Nino D’Angelo su Il Fatto quotidiano spiega con semplici parole sue, l’evoluzione di molte complesse parole nostre.

Bene, anzi Benassai

Paride BenassaiHo visto uno spettacolo bello e popular, divertente e garbato. E’ un monologo di Paride Benassai (“Sale e pepe”, sino a 23 novembre all’Agricantus di Palermo) che prende la cucina come spunto per raccontare le cose della vita. E’ un’ora e passa di risate, spesso amare, che scorre veloce come quel lampo che si impadronisce del corpo dell’attore, di Benassai, quando salta, vibra, oscilla al ritmo di una lingua veloce e saettante. “Sale e pepe” non è uno spettacolo di cabaret, ma la prova di forza di un artista che sa di meritare più di quanto riscuota e che, al contempo, non si lascia condizionare dalla grandezza del palco o dal censo del pubblico.
Tra una fiaba sui problemi domiciliari dei “babbaluci” e la reinterpretazione dell’Ultima cena di Leonardo, tra vecchi osti più creduloni che ubriachi e miracoli domestici di un Cristo che fa l’idraulico, l’attore regala uno spaccato di Palermo, mai ingenuo, mai ripetitivo. E soprattutto ci racconta una città finalmente nuda nelle sue piccolezze, senza i soliti compiacimenti che ci impongono un modello tanto naif quanto noioso.
Quindi Benassai non è solo un cognome, ma un giudizio.

Governo ladro, anche se non piove

Non piove governo ladroUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Doveva essere diluvio e invece fu profluvio. Niente acqua, ma risatine e qualche polemica. La tempesta annunciata su Palermo, con conseguenti allarme rosso, fifa nera e notte in bianco, alla fine non ha prodotto solo una vacanza forzata degli studenti, ma ha messo in evidenza il singolare dilemma culturale tra catastrofisti insoddisfatti e ottimisti delusi: categorie sideralmente lontane ma accomunate qui da un broncio sociale, pubblico e ostentato. I primi, armati di cellulari e telecamere, erano pronti a calare su Mondello per riprendere i consueti geyser di acqua di fogna in viale Venere o le onde melmose che insidiano l’hotel Palace, non dal lato mare ma da quella che dovrebbe essere terraferma. Invece sono rimasti a becco asciutto, incazzati come solo un catastrofista in crisi di astinenza da disastro può essere. Gli altri, gli ottimisti, sognavano una congerie di interventi spettacolari che finalmente avrebbe mostrato al mondo una Palermo che nelle emergenze non affonda, ma anzi reagisce e domina: tutto era nelle mani del Coc, che non è un colpo di tosse, ma il Centro operativo comunale, un trust di cervelli riunito attorno al comandante della polizia municipale (…). E anche agli ottimisti si è spento il sorriso: non una rivincita da celebrare, non una pagina Facebook da imbastire (tipo: “La primavera di Palermo se ne infischia dell’autunno”).
Alla fine il cielo ha beffato tutti tranne quei poveri disillusi che, parafrasando Galbraith, si erano trincerati per tempo dietro la certezza che ormai l’unica funzione delle previsioni meteorologiche è quella di far apparire rispettabile l’astrologia. Gli altri nell’umana necessità di trovare un colpevole – perché un falso allarme è comunque un delitto contro le aspettative – hanno convenuto amichevolmente di identificarlo nel governo, ladro comunque. Che piova o no.

Feticismi

The Dark side of the moon autografato da alan parsons

Una delle piccole gioie della vita. Accarezzare, grazie al mio amico Fabio, la copertina di The dark side of the moon (vinile) autografata da Alan Parsons e resistere all’impulso di rubarla.

Luci a San Siro

paolo dybala

Stasera vedendo Milan-Palermo ho ripensato a una partita di quattro anni fa, solo che allora vincemmo in casa (e io ero fuori casa).

Riservato a chi odia perdere tempo

time

Odio perdere tempo. E’ un sentimento, questo dell’irritazione crescente per il tempo sprecato, che è venuto fuori soprattutto negli ultimi anni. Probabilmente perché intorno ai cinquanta inizia un conto alla rovescia e allora si guarda alle cose con più attenzione.
Ho imparato che la perdita di tempo è sempre in agguato e non ha nulla a che fare con l’ozio, che invece è un modo affascinante di usare il tempo senza agguantarlo. E soprattutto mi sono accorto che è un nemico dai mille travestimenti.

Eccone qualcuno.

Una cena con cibo scadente: meglio un panino e una birra, e tempo in più per un’altra birra…

Una partita di calcio noiosa: meglio un libro.

Un libro noioso: meglio una partita di calcio noiosa.

La ramanzina di un capo che non stimate: e lì l’antidoto si chiama incoscienza.

La ricerca spasmodica del consenso: nell’inutile attesa di un applauso i minuti possono pesare quanto ore, mesi, anni…

Svegliarsi presto la mattina se siete di malumore: senza l’oro in bocca, il mattino rischia di esporre altri orifizi meno interessanti.

Andare a letto presto se siete di buonumore: il sonno è una perdita di tempo quando si ha voglia di fare altro.

Cercare di riparare qualcosa che si è rotto per la seconda volta: in certi casi il bricolage è una pericolosa forma di onanismo.

Una lite coniugale quando non evolve verso la separazione definitiva: tanto inutile quanto nociva.

Un programma di Maria De Filippi: uno qualsiasi.

Gabriella e Marco

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Marco l’ho conosciuto a causa di questo blog, Gabriella l’ho conosciuta a causa di Marco. Marco scia bene, Gabriella impara bene. Marco parla e ascolta, Gabriella ascolta e parla. Marco conosce la Fede, Gabriella si fida di Marco. Marco (come me) è impaziente, Gabriella è paziente. Marco progetta, Gabriella sorride. Marco sorride, Gabriella è felice.
E insomma, ditemi se due così non potevano non diventare marito e moglie.
Auguri di cuore.

In caso di disgrazia (editoriale)

libri brutti

Ultimamente mi sono passati tra le mani diversi (troppi) libri brutti. Ogni volta che accade è un problema che riguarda la mia coscienza. Infatti da un lato mi annoio a leggere qualcosa che non mi piace, e in certi casi la noia sfocia in un nervosismo pericoloso, dall’altro cerco di andare avanti più che posso prima di cestinare il volume poiché, da buon parsimonioso, mi scoccia un po’ che i soldi spesi per l’acquisto dell’insulso romanzo vadano sprecati.
E qui entra in campo la coscienza: se l’autore è un esordiente o un giovane tendo a essere più clemente, cioè non butto subito, ma tento una resistenza notturna (tipo quando non ho sonno e mi serve qualcosa che mi stordisca); se invece si tratta di un veterano o peggio di un bestsellerista, mi accanisco quasi fisicamente sul libro, lo stropiccio, lo lancio contro il muro simulando davanti a mia moglie una caccia alla zanzara.
In generale però, in caso di libri brutti, sarei per la famosa teoria andreottiana secondo la quale, dato che la coscienza è come la camicia, il miglior modo di non sporcarla è non usarla. Ma è facile a dirsi…
Spero che voi siate più cattivi di me. Tolleranza zero contro i crimini editoriali.

Liotta continua

il bene che mi voglioPer volersi bene davvero bisogna sapersi volere bene. Probabilmente solo chi ha scarpinato per le vie impervie della vita senza mai temere di aver paura, sa come si fa. Perché volersi bene è un traguardo, il compimento di un percorso che non si misura in anni, ma in fatti. E i fatti si raccontano, si analizzano, ma certe volte si schivano, si arginano: è una questione di lucidità.
Eliana Liotta è una giornalista che di cose ne ha viste, dalla tv alla carta stampata, dalla radio al web, e non ha mai chiesto un passaggio: no, quei chilometri di fatti li ha percorsi sulle sue gambe, tutti.
Pur essendo ancora giovane, ha maturato un’esperienza da maratoneta della notizia: è stata cronista, redattrice, direttore (con tutti i gradi intermedi in cui si diluiscono certe burocrazie redazionali) sempre con la stessa passione; una poltrona per lei è solo un oggetto fisico su cui riposare il corpo mentre la mente gira, e non è il simbolo di niente.
E’ mamma e moglie e pianista e vulcano di idee e ispiratrice di una combriccola di amici che gestisce, lei e nessun altro, come un clan di intelligenze affascinanti e bizzarre.
Non è infallibile, lo sa e ne fa un punto di forza.
Insomma è l’unica persona che conosco ad avere tutti i titoli per raccontare come si distingue “l’armonia dal rumore di fondo nella cura di sé”. Lo fa adesso su un blog di Io donna, che si chiama Il bene che mi voglio. Perché da due giorni Eliana è blogger pure lei e tra un po’, come è prevedibile, ci seminerà tutti quanti.

Palermo senza Biagio Conte

Biagio ConteUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Dei palermitani ha detto: “Hanno il difetto di attendere che i problemi si risolvano da soli”. E per lui, severo e impetuoso come un vento che sveglia e rinvigorisce, l’accidia non è solo uno dei vizi capitali, ma un mostro da combattere.
Di Palermo e delle sue istituzioni ha scritto di sentirsi deluso dopo essere stato lasciato solo “da Regione e Comune”. Poi ha preso la via dell’esilio non senza aver chiesto ai suoi collaboratori di resistere fin quando possibile, manco fossero al fronte.
Uno così dovrebbe essere guardato con distacco nella città della diffidenza, tenuto a distanza con la canna in quanto rompiscatole autoproclamatosi laico in missione per conto di Dio. E invece Palermo si fida di lui, di Biagio Conte, anima (linda) e corpo (malandato) di un centro di accoglienza come mai se ne erano visti in Sicilia. Segue »

La vignetta dell’anno

Obama privacy

Vista qui.