certezze

Cari futuri giornalisti…

Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.

Cari ragazzi, futuri giornalisti, ogni volta che incontrerete un direttore che con la scusa dell’imparzialità si rifiuterà di pubblicare notizie, scambiando l’equilibrio con l’equilibrismo, rispondete con questa frase di Gaetano Salvemini. Poi cercatevi un altro giornale o un altro lavoro. Ve lo dice un esperto nel salto multiplo di occupazione.

Trentarighe anche sul web

Siccome un blog solo evidentemente non bastava, me ne hanno affidato un altro. Da oggi su Repubblica Palermo trovate Trentarighe, uno spazio di agili riflessioni che si ricollega (ma senza troppi vincoli) alla omonima rubrica del cartaceo.
Buona lettura.

Uno che non sa nulla neanche del suo cellulare

crocetta-al-telefono

Non è la frase udita o non udita, forse pronunciata dal medico amico, sulla Borsellino che “va fatta fuori come il padre”. Non è il continuo ricorso a temi forti come quello di un’omosessualità ostentata che parrebbe scudo contro mille polemiche e invece è pretesto per sviare, distrarre, abbindolare. Non è nemmeno la coerenza malmessa di uno che promette non per mantenere, ma per farsi mantenere, di uno che non riesce a percorrere un tratto di strada in compagnia, poichè suscita istinti di fuga in chiunque condivida i suoi passi. Non è per tutto questo che Rosario Crocetta, malgovernatore siciliano, deve dimettersi con serena irrimediabilità e non inventarsi (o inventarci) un’autosospensione che sa di codardia istituzionale. Deve andare via perché è un presidente vulnerabile, fragile delle sue incertezze, inattendibile persino quando parla delle cose che dovrebbe conoscere bene: i suoi amici, i conti del suo governo, la ricezione del suo cellulare.

Crocetta ha gestito un sistema di consensi basato sulla sua antimafiosità e sulla sua omosessualità, e lo ha gestito con un’intransigenza irritante: ha cercato di convincerci che ogni attacco nei suoi confronti veniva orchestrato da mafiosi o da omofobi e non lo ha mai sfiorato l’idea che il sesso è un suo chiodo fisso e non nostro (a parte qualche vergognosa cialtronata combinata da giornali degni della spazzatura) e che la mafia teme più chi lavora in silenzio di chi sbraita dalla poltrona.

Che cambi amici, casacca, città, mestiere a questo punto è irrilevante. L’importante è che ci liberi dalla sua dilagante debolezza.

Unesco e rifiuti

Un estratto dall’articolo su la Repubblica di oggi.

Finalmente abbiamo un tesoro in più agli occhi del mondo, ora preoccupiamoci di mostrarlo in un contesto adeguato. Come una tela preziosa ingabbiata in una cornice scadente, l’itinerario arabo-normanno premiato dall’Unesco rischia di finire nel calderone dei grotteschi paradossi siciliani. Mettetevi nei panni di un turista che, attratto da tanta bellezza, atterra a Punta Raisi e si mette in viaggio verso Palermo. La prima cosa che vedrà (…) sarà la trincea di rifiuti che accompagna l’autostrada. Oppure pensate al viaggiatore che arriva da Catania e attraversa l’Isola lungo la sua arteria principale. Un’arteria occlusa da un trombo di cemento incerto. La lunga teoria di curve e manto sconnesso cui sarà costretto, dopo aver abbandonato l’autostrada a Tremonzelli, amplierà di certo l’orizzonte della sua conoscenza (vedrà asini, trattori e trazzere): sicuri che ce ne sarà grato?
Al momento l’unica maniera per aggirare l’imbarazzo di questi scenari è paracadutare i turisti su Palazzo Reale. Ma non ci si può affidare solo ai giochi di fantasia per riscrivere le storie sbilenche di un’Isola che non vive, ma vivacchia. Serve una politica intransigente che non guardi in faccia nessuno per arrivare in modo rapido alla soluzione di problemi cruciali. Una coscienza amministrativa che veda il rinvio come un fallimento. La consapevolezza che essere “patrimonio dell’umanità” non è solo un riconoscimento, ma soprattutto una responsabilità.
Svegliarsi con gli occhi del mondo addosso significa guardare al mondo con occhi diversi. Pensiamoci prima di lasciare un sacchetto di immondizia sul ciglio di una strada.

E vent’anni sembran pochi


Vent’anni possono essere un sorso o un’ubriacata, possono accendere ricordi o spegnere rimpianti, possono prenderti e portarti via o lasciarti sul ciglio di una strada polverosa, quando l’ultimo autobus è passato e non c’è nessuno a darti un passaggio a parte le tue scarpe. Vent’anni possono essere una fetta o una briciola di vita, dipende dalla fame che ti ritrovi.
L’importante è aver trovato con chi condividerli, anche se il tempo ha stempiato le teste e appesantito i passi. Ieri a Ustica abbiamo celebrato i vent’anni di un diving che si chiama Alta Marea e c’eravamo quasi tutti a raccontare la nostra minuscola parte di storia. Questo è il video che racconta vent’anni di galleggiamento tra vacanze (mai troppe) e cazzate (mai poche).

Il maratoneta della dichiarazione

Il governatore Rosario Crocetta, medaglia d’oro olimpica nella maratona dichiaratoria con e senza microfono, oggi ha emesso (o srotolato) un comunicato stampa di 4.958 battute, cioè di oltre 80 righe (se mai quel virgolettato dovesse essere pubblicato integralmente su un giornale). Perché di un unico, infinito, impietoso virgolettato si tratta: senza un rigo che non sia sfogo personale, persino in dialetto, minaccia, arringa rabbiosa. Tenete conto che pezzi di questa misura, fatta eccezione per il fondo domenicale di Scalfari su Repubblica, ormai non ne esistono quasi più. Ma non è questo l’aspetto più interessante dell’editto crocettiano.
Ciò che affascina è il concetto di crociata, il gettarsi lancia in resta contro chiunque osi mettere in dubbio che il migliore rimedio ai mali dell’umanità (siciliana e non) è quello che ha inventato lui. Quale? Quello che ha in serbo ma che non rivela per paura che gli freghino l’iniziativa. Crocetta è così: ha sempre qualcosa che vorrebbe dire ma che non può dire. E per non sbagliare dice e dice ancora, in un verboso riempitivo nel sotto vuoto spinto delle intenzioni.
Se promette e non mantiene, è colpa della promessa che si è lasciata corrompere da chissà chi. Se sbraca, è colpa del mondo che è troppo piccolo per lui. Se tutti lo abbandonano, è colpa del Padreterno che è stato parco nel distribuire il coraggio.
Il silenzio è d’oro e lui ha fatto voto di povertà.

“Sui social legioni di imbecilli”

Uberto Eco su internet e social network.

E che devo andare a rubare?

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

E che devo andare a rubare? La frase ricorre come un riflesso condizionato, un automatismo linguistico, sulla bocca di chi non ha un lavoro e se ne inventa uno illegale; tipo il posteggiatore abusivo che ha scritto l’altro giorno a Repubblica. E non solo. A ogni sommossa violenta di precari, a ogni rivolta con cassonetti bruciati, non appena qualcuno osa prospettare un minimo di rispetto delle regole, appare questo spettro: e che ce ne dobbiamo andare a rubare? Come se la società, composta per la maggior parte da persone che non delinquono, dovesse essere loro grata per la scelta che li ha portati a compiere un reato minore del furto. Siamo davanti a un sistema fondato su un antico ricatto sociale che ha generato nel tempo un’affascinante illusione: la legalità ha mille sfumature, quindi la legge si può rispettare molto, poco, pochissimo, secondo le esigenze di giornata. Ecco che il furto s’impone come punto di discrimine, tipo la tacca rossa dell’indicatore di livello del carburante: se si finisce in riserva vi si può ricorrere, nell’attesa che la sorte o chissà chi elargisca un pieno.(…)
È l’atavica distorsione del concetto di libero arbitrio che consente al minacciante di far passare come universalmente accettabile una scelta che è invece universalmente stupida e/o sbagliata. Memorandum: farsi giustizia con un’ingiustizia è una scorciatoia per la tragedia.

Bis

mani matrimonio
Poi rileggi un post di cinque anni fa e ci trovi qualcosa… qualcosa che ti accende una domanda: con una donna così, un matrimonio solo può bastare?
No.
E allora che fai?
Te la risposi.
Fatto.

Fusillo di scambio

fusilliNella pratica immor(t)ale del voto di scambio, resistono i pacchi di pasta. Ne scrivo qui.

Ciao, sono Gery e suono negli AC/DC

Angus Young AD/DCQuante ne ho cantate. E quante ne ho suonate. Nella mia adolescenza felice e rockettara, ma anche nell’età adulta sotto la doccia, per strada, ai fornelli, durante l’ennesimo allenamento per una mezza maratona, sono stato mille e mille volte Angus Young. Mi sono contorto davanti allo specchio, magari in mutande, mentre la radio sparava “You Shock Me All Night Long”. Ho artigliato l’aria mentre galoppavo verso Mondello con l’assolo di “Back In Black” negli auricolari fingendo di avere una Gibson, anzi la sua Gibson, tra le mani. Ho sognato di saltare come lui su quel palco di musica infuocata mentre sorseggiavo una birra in un bar qualunque. Ho acceso la mia folla immaginaria, e riscosso il delirio che mi spettava, con il riff di “TNT” mentre ero in coda alla Coop. Ne ho fatte di tutti i colori nel nome della mia rock band preferita. E ora che lo confesso mi sento meglio, come l’alcolista davanti ai suoi compagni di disintossicazione: ciao a tutti, sono Gery e sono il vero chitarrista degli AC/DC, solo che non ci crede nessuno, manco io.
Li ho ascoltati per una vita, spesso di nascosto (ce lo vedete il direttore della Comunicazione di un importante teatro lirico a stordirsi di hard rock?), talvolta in estrema solitudine (certa musica non si ascolta se non ad altissimo volume e non è facile trovare qualcuno che apprezzi), ma sempre con una devozione da nerd abbacinato davanti al disvelamento del segretissimo algoritmo di Google. Sabato scorso, grazie a un regalo di mia moglie, li ho potuti vedere dal vivo allo Stade de France di Parigi. Due ore di spettacolo inaudito. E non me ne frega niente se Angus ha passato la sessantina e veste ancora come trent’anni fa, se suo fratello Malcom si è dovuto ritirare a causa della demenza senile e ha dovuto lasciare la chitarra al nipote, se la musica è sempre quella e la macchina del concerto è praticamente costruita sui pilastri degli anni Settanta e Ottanta. Finalmente ho suonato con gli AC/DC, davanti a cinquantamila persone che credevano di essere lui, Angus. E che invece erano me.

Frammenti di antimafia

frammenti di antimafia

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ogni volta che si lancia un allarme sull’antimafia divisa, si sbreccia il muro di contenimento della verità. Perché l’antimafia, come libero e spesso impalpabile esercito di anime schierate contro un nemico comune, unita non è mai stata (…). Lo scontro di questi giorni sul caso di Santi Palazzolo, il pasticciere che dopo aver denunciato un’estorsione rischia di perdere lo stand all’aeroporto Falcone Borsellino, ci spiega invece che quello dell’antimafia non è un problema di cocci, ma di collante, dato che manca un elemento guida. Se il Pd palermitano mette sotto tutela Palazzolo per difenderlo non dalle grinfie del malaffare ma dalla posizione di Leoluca Orlando, che alla fine invoca regole uguali per tutti, è segno che qualcosa non funziona. Se si arriva a tirare per la giacca il presidente della Repubblica per cercare di arrivare a una proroga contrattuale per Palazzolo, vuol dire che non sono più chiari i confini del dibattito. Si procede in ordine sparso, ognuno con la sua cordata, in una confusione di ruoli e di obiettivi sui quali svetta il rinnovo del Cda della Gesap. Perché, ricordiamolo, qui nello specifico non si sta parlando di lotta alle cosche, ma di interpretazioni di leggi e codici. Forse invece di chiamare in causa la memoria di Falcone e Borsellino, sarebbe stato meglio telefonare a un bravo avvocato.

Prevedere il futuro? Un gioco da ragazzi

In sette anni Milano-Italia dovrà presentarsi puntuale, ben vestita, preparata e, soprattutto, ancora in vita. La città-Paese dovrà tradurre promesse in gesti di governo. Si dovrà riuscire nell’impresa di evitare che gli appalti finiscano in un’aula di giustizia. Ci vorranno più braccia che tasche. Si dovranno celebrare intelligenze e genialità più che amicizie e consociativismi.
La metropoli-nazione ridisegnata potrà godere della Luce Universale se i suoi cittadini-compatrioti si riconosceranno ancora in essa. E se verrà confutata quell’italica e becera teoria secondo la quale tutte le buone occasioni sono state inventate per essere sprecate.

Scrissi così su questo blog il primo aprile del 2008, quando Milano si aggiudicò l’Expo. I timori miei, anzi nostri, erano più che fondati: non occorreva esibirsi in vaticini, ma semplicemente non mostrarsi ciechi. Oggi sappiamo com’è andata e soprattutto abbiamo la certezza che in Italia quando si parla di appalti e fondi pubblici prevedere il futuro è un gioco da ragazzi.

Campare di musica

Il fatto è che mentre la musica non è mai stata così redditizia per gli artisti di grande successo, quella che si è andata riducendo – com’è successo anche in altri campi – è la fascia intermedia di musicisti che un tempo riuscivano a guadagnarsi da vivere anche senza mai arrivare ai vertici delle classifiche. Non diventavano straricchi, ma tiravano avanti e godevano di una certa stabilità. In sostanza, si è ridotta la classe media: quella con carriere durature e case discografiche disposte a finanziare anche gli album non destinati a vendere milioni di copie. Quello che ci resta, oggi, è una specie di “tutto o niente”, per cui o scali le vette più alte o langui miseramente in basso.

Tracey Thorn spiega, al di là dei luoghi comuni, come cambia il mondo della musica.

Quando suonavamo

stratocaster

La mia prefazione al libro “Il ritorno dei favolosi Lucky Losers” di Fabio Casano (ed. Qanat).

Negli anni Ottanta a Palermo c’era una cittadella sotterranea della musica. Era un grande garage in via del Granatiere, un posto che poteva essere lugubre come un budello di cemento che scendeva per tre piani sotto il livello della strada e che invece era felicemente incasinato. Decine di box ospitavano band di varie perizie ed estrazioni: c’era il rock metallico di un gruppetto di adolescenti che avevano più brufoli che borchie e lo ska di un trio di indecisi che amavano il reggae ma non lo sapevano suonare; c’era la nostra fusion in bilico tra Frank Zappa e le Cozze e la samba di un tale che entrava e usciva dalla galera perché non era ancora stata stabilita (o inventata) la modica quantità. Segue »