certezze

Tema d’amore

Uno degli episodi più curiosi che mi piace ricordare quando parlo di ghostwriting e scrittura creativa è legato a una letterina d’amore. Ne parlavo proprio oggi con un mio caro amico poiché la vicenda riguarda suo figlio. Qualche anno fa il ragazzo aveva comprato un regalo alla sua fidanzata e voleva accoppiarlo a un foglietto che spiegasse le ragioni intime alla base di quella scelta. Solo che lui (sbagliando) non si reputava idoneo a mettere nero su bianco quel che aveva dentro: capita soprattutto agli animi sensibili, che si sentono nudi davanti alla forza del sentimento. In realtà il ragazzo aveva le idee chiarissime su ciò che voleva scrivere, solo che temeva di perdere qualcosa nel passaggio dal cuore alla carta o di non trovare le parole cruciali.
Con un pretesto passò da casa mia e mi sottopose la segretissima questione (ancora oggi sto bene attento a preservare la sua identità, come etica di ghostwriter impone). Io trovai la cosa bellissima per due motivi. Il primo: detesto ricevere regali senza una parola scritta di accompagnamento quindi trovare in un giovane quest’affinità di pensiero mi piacque molto. Secondo: il fatto che un millennial si desse tormento per una cosa così analogica come una lettera d’amore contribuì a dare una mazzata alla mia abominevole diffidenza dei confronti delle nuove generazioni (oggi sono molto più ottimista).
Finì con lui che spiegava cosa voleva dire e io che scrivevo le sue stesse parole, genuine, fresche e cariche dell’inebriante illusione di vivere qualcosa di definitivo. Insomma fui solo una sorta di dattilografo perché spesso scrivere per conto terzi significa fornire l’alibi decisivo: felicità è illudersi di aver saputo chiedere aiuto e non sapere mai che non ce ne era alcun bisogno.

  

Peppino Impastato, il Che Guevara di Sicilia

L’articolo pubblicato su la Repubblica.

Peppino Impastato può essere considerato l’eroe antimafia più trendy. Non si offendano parenti ed estimatori poiché è proprio questo suo essere icona perfetta, simbolo perenne e mai impolverato, una delle ragioni fondamentali della sua popolarità. E la popolarità fa bene al messaggio.
Impastato è nell’immagine collettiva, anche nel senso fisico di fotografia, un Che Guevara di Sicilia. La sua rivoluzione è stata scandita con le parole giuste (“La mafia è una montagna di merda” è di una semplicità geniale) e con i mezzi più moderni che l’epoca gli ha consentito (del resto la radio è stato il primo vero social network). È per questo che la sua rappresentazione iconografica è così agile. Su Facebook ci sono centinaia di gruppi ispirati a lui, dai circoli politici ai cineforum, dalle biblioteche alle gare sportive. Peppino Impastato è un brand antimafia inscalfibile, che raccoglie consensi a ogni latitudine. Ne approfittò qualche anno fa un’azienda di occhiali, la Glassing, che imbastì una pubblicità con la sua immagine (poi ritirata per le polemiche). In Sicilia sono pochi i comuni che non hanno una via, una piazza, un lungomare o un abbaino intitolato a lui. Nel 2009 un sindaco leghista (of course) di Ponteranica in provincia di Bergamo decise di rimuovere dalla biblioteca pubblica la targa che lo ricordava, “per onorare personalità locali”. Sei anni dopo un’altra amministrazione ci ripensò e gli intitolò un centro giovanile, a conferma che spesso non servono cento passi per raggiungere il cuore del problema, ma ne basta uno solo, giusto.
Oggi l’eredità di Peppino Impastato è di valore inestimabile perché coincide con la genuina perfezione della sua icona, che è messaggio e immagine, simbolo e sostanza.
Servono radici forti per usare bene le ali.

  

La rivincita dell’analogico

L’articolo pubblicato su Il Foglio.

Per molto tempo il rapporto tra digitale e analogico è stato visto come una contrapposizione: smartphone o telefono a conchiglia, iPad o carta, mp3 o vinile. Bianco o nero, prima o dopo, una logica viziata proprio dalla rigidità del codice binario, cioè da un alfabeto composto da due soli simboli (zero e uno), una logica nemica delle complessità e delle sfumature della vita reale. Partiamo da qui per capire il senso di una controrivoluzione lenta ma costante che sta riportando il mondo nella carreggiata dell’analogico: non si tratta di contrapposizione, ma di equilibrio instabile.
Il 21 aprile scorso si è celebrata in tutto il mondo la decima edizione del Record Store Day, una giornata dedicata ai negozi di dischi e in quell’occasione la Federazione industria musicale italiana ha reso noti i numeri del vinile in Italia: oggi il mercato vale quasi 13 milioni e mezzo di euro, una crescita vertiginosa se pensate che nel 2012 ne valeva poco meno di due. E le prospettive appaiono rosee se è vero che il 23 per cento dei consumatori di musica ha acquistato almeno un disco in vinile nel 2017 e il trend è già salito al 31,8 nel primo trimestre di quest’anno.
Il 33 giri è il simbolo del bene analogico e della sua ingiusta sottovalutazione nel lungo periodo dell’abbaglio ipertecnologico con conseguente strapotere dell’mp3. Basti pensare al mito del file immortale che umiliava il vinile, i suoi fruscii e la sua deteriorabilità. Ebbene, se volete chiarirvi le idee una volta per tutte fate un esperimento. Ripescate qualche vecchio floppy disc, provate a trovare un apparecchio in grado di leggerlo o a farlo funzionare col vostro computer: probabilmente non ci riuscirete. Poi tirate fuori il vecchio ellepì dei Pink Floyd “The dark side of the moon” (da tempo il più venduto dei vinili in Italia), mettetelo sul piatto di un giradischi degli anni ’70, accendete l’amplificatore degli anni ’80 e ascoltatelo con casse del 2000. Vedrete che non ci saranno intoppi. Segue »

  

Elogio della mafietta di Pif

L’articolo di ieri su la Repubblica Palermo.

Prendete uno come Pif. Nel corso dell’anno lo intervistano su tutto. Lui non si nega e galleggia goffamente tra un’inutile provocazione politica e una sacrosanta battaglia civile come un discreto orecchiante delle cose dei nostri giorni. Ma è solo quando lo lasciano razzolare nel suo orticello, cioè quando gli fanno fare i film, che Pif acquista agilità e spicca il volo lontano dalla banalità. La seconda serie de “La mafia uccide solo d’estate” è in tal senso un ottimo spunto per provare a riconsiderare il ruolo degli artisti italiani in quest’era di ecumenismo social in cui per cercare di emergere si accetta la pena di mostrarsi tutti uguali. Perché Pif fa una cosa molto intelligente nella sua narrazione: non si impelaga nel polpettone del giudizio etico. E trattando di mafia, il merito è ancora maggiore.
“La mafia uccide solo d’estate” è una serie scritta bene e raccontata con uomini e mezzi da onesto artigianato. Il Pif artista, ben diverso dal Pif opinionista, mostra di conoscere la lezione di Claudio Magris secondo il quale “gli scrittori e gli artisti non sono un clero laico che amministra spiritualmente l’umanità né capiscono la vita e la politica necessariamente meglio di altri”. La sua storia non ha buoni lindi e cattivi luridi. Ognuno dei personaggi ha qualcosa che teme e di cui temere, l’ironia sul peccato come concetto relativo è molto più vicina alla realtà di qualunque sermoncino finto-buonista. Per questo, nella serie, il tortuoso itinerario delle varie esistenze, tra amore, voglia di evasione, rassegnazione e rivincita, le rende plausibili in una terra abituata a confondere malattie con medicine. L’esigenza di mantenere i contatti con la cronaca – si narra pur sempre di morti ammazzati – è ben conciliata con un distacco dal giudizio morale, poiché la cosa più facile del mondo, quando si parla di mafia, è arringare le folle.
Come già hanno fatto Ficarra e Picone, che però abilmente si sottraggono alle pulsioni dichiaratorie quando sono fuori dal set, Pif usa un sereno trasversalismo per raccontare il male e le sue tentazioni. E lo fa con una risata amara come la vita o con una lacrima dolce come la speranza.

  

Re per un giorno

Io e Giovanni. Amici di infanzia, e non è un luogo comune. Insieme sin dagli anni Settanta, abbiamo suonato molto insieme, e suonare insieme da ragazzini è un tatuaggio nella coscienza. Non è come essere compagni di comitiva, di scuola, condividere pizze e fidanzate (e vabbè…), fumare a metà, darsi rifugio a vicenda quando si fugge da scuola. No, suonare insieme è il legame più intimo dopo quello sessuale o criminale. Nello specifico, non ricorrendo i requisiti per le alternative, quello unico e indimenticabile.
Non vi tedio con le mille storie che l’intersecarsi dell’ascissa dell’amicizia con la coordinata della follia potrebbe rendere inverosimili ai vostri occhi. Dico solo che Giovanni, oggi musicista e chef affermato in Olanda, d’un tratto ha capito che c’era un pezzo della sua città natale che gli mancava. E con sua moglie Linda ha deciso di agire. Da un giorno all’altro si sono presentati al Teatro Massimo per godere di quel pezzo d’arte che non avevano nella collezione. Sia chiaro per i non olandesi, Giovanni Caminita è uno che ha riempito gli stadi in Olanda. Non i teatri, gli stadi. E oggi racconta dalla tv olandese la nostra cucina con l’ironia che fa di un siciliano pensante una persona non qualunque, ovunque la si catapulti.
Insomma Giovanni e Linda hanno acquistato, senza dirmi niente, i biglietti per i Puritani e si sono accomodati nel loro palco. Hanno goduto dell’acustica e della magia di uno spettacolo immortale come l’opera, loro che vengono dalla tv e dalle folle oceaniche dei concerti pop. E si sono meravigliati come bambini, hanno scattato centinaia di foto, hanno gioito dell’arte più classica sapendo che nulla è più moderno di ciò che resiste alle insidie del tempo.
Questa foto ce l’ha scattata Linda nel Palco Reale. Due vecchi amici che suonavano da ragazzini ovunque li chiamassero (nei primi pub come nel vecchio carcere dell’Ucciardone) che si ritrovano nel tempio della musica con scogli e spiagge diverse alle spalle.
Alla fine ci vuole poco per sentirsi re, basta la compagnia giusta.

  

Carta canta

La cosa più difficile nel raccontare le emozioni di un film o, in questo caso, di una serie tv è rendere compatibili le esigenze di chiarezza, ergo dire senza criptare, con quelle di chi non vuol ancora sapere come va a finire, ergo evitare lo spoiler.
Ci provo.
Ho visto “La casa di carta”, serie spagnola distribuita su Netflix, e l’ho trovata soave e poetica nel suo narrare un meccanismo romanzesco antico come le rapine e i destini dei rapinatori. Perché è vero che nei casi di crimine cinematografico si fa quasi sempre il tifo per i banditi, ma è anche vero che l’iconografia del malvivente obbligato a essere tale da un sistema ingiusto può andar bene per sbarbatelli e negazionisti, non certo per noi vecchie ciabatte dell’avventura di piccolo e grande schermo.
“La casa di carta” è un gioiellino di narrazione, recitazione e regia che scardina il tempo di una rapina e lo dilata a favore di una nostra emozione, una qualunque, solitamente quella più a portata di mano. Così, a seconda delle predisposizioni, si può rimanere ammaliati dallo spirito di rivalsa contro un sistema che strangola i deboli per favorire i ricchi e ritrovarsi a canticchiare “Bella ciao” nell’atto finale dell’epica delinquenziale e/o liberatoria. Oppure ci si può interrogare sugli incroci della vita, sul grande inganno di un Creatore che si diverte a mescolare le carte in una partita in cui alla fine gioca solo lui. Oppure ancora ci si può accoccolare sul cuscino del sentimento e tastarne la consistenza quando le trame d’amore oscurano la ragione e la ragione diventa nulla, come un euro dinanzi a mille milioni, come una vecchia foto inghiottita dal baratro di una nostalgia.
Ecco, “La casa di carta” ha questo pregio. Come tutte le storie perfette, che devono avere il carattere dell’universalità, racconta qualcosa che è spunto, trampolino, idea per lasciarti il tempo di scegliere tra ciò che è e ciò che sarà, tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere.

  

Come non scrivere una lettera d’amore

Scrivere una lettera d’amore è una cosa molto facile da fare male. Laddove fare male significa fare in modo sbagliato, controproducente, autolesionista. Attenzione, questa non è una lezione di scrittura creativa – mi basta vedere cosa c’è in giro tra i presunti insegnanti di presunta scrittura per marcare il mio distacco dalla categoria – bensì un bignamino, frutto di minima esperienza (dello scrivere e, modestamente, dell’amore).
Più che dire come e cosa fare, mi limiterò a ricordarvi come e cosa, a mio modesto parere, non fare.

  • Una lettera d’amore è un fianco scoperto. Ricordatevi sempre che il vostro girovita è prezioso e al tempo stesso ridicolo a seconda degli occhi che lo guardano e delle mani che lo cingono.
  • Il tempo è un fattore fondamentale. Scrivete nel presente, presi dalla foga del momento, ma ricordate che presumibilmente rimarrete, almeno con quello scritto, nel futuro. Fate in modo da imbarcarvi in concetti più universali possibili e state lontano dalle parole “sempre” e “mai”, perché comunque vada vi si ritorceranno contro. Sempre (ops!).
  • Il troppo calore produce effetti simili al troppo freddo, tipo la cotoletta surgelata male che alla fine risulta bruciata dal gelo. Mantenetevi su una temperatura mediterranea di scrittura che dica di voi poco meno di quanto l’impeto detti. Non è distacco e nemmeno prudenza, ma realismo. L’amore più solido è un equilibro innanzitutto termico.
  • Ricordate che chi vi legge ha sempre un motivo per non essere obiettivo, che sia un partner con cui siete in rotta o uno che volete conquistare. Comunque vada, anche nel migliore dei casi, avrete una quota di fraintendimento da dover gestire con accortezza.
  • Non è vero che le parole sono pietre. Sono sabbia. Sabbia che può essere calpestata, che può diventare fragile castello, sulla quale ci si può sdraiare con gioia, con la quale si può misurare il tempo, giocare.
  • Mai chiamate di correità. Tipo: “Me lo diceva anche tal dei tali che eravamo fatti l’uno per l’altra…”; oppure “Ti voglio presentare pinco pallino, che ti piacerà sicuramente…”. Mettete in conto che, in una buona percentuale dei casi, tal dei tali mentiva e pinco pallino vi renderà cornuti.
  • Le cose cambiano. Promettete. Giurate. Impegnatevi. Perché è meraviglioso ed è meraviglioso scriverne, parlarne, pensarci. Ma nella copia privatissima della lettera che avete inviato aggiungete un post scriptum, a futura memoria, tutto per voi: al netto dei sogni conta sempre il risveglio.

 

  

StraButtanissima speranza

Ci sono vari modi di raccontare la Sicilia. La maggior parte mi innervosisce: l’elogio della panella, il culto del piagnisteo, la gretta ricerca della superiorità inferiore di un popolo che ha sempre festeggiato le sconfitte come vittorie.
Chi fa il mio mestiere sa che c’è un filo invisibile che lega l’eterna celebrazione dell’ultimo Gattopardo (uno qualunque, tanto ne esce sempre uno nuovo) e l’arresto del braccio destro di Matteo Messina Denaro (ne hanno presi e dichiarati una dozzina): la minchiata che soddisfa l’insano desiderio di minchiate.
Non è un segreto, spesso uno racconta solo quel che l’altro vuol sentire. È una sorta di eterno compromesso tra il marketing e il negazionismo che premia il prosciutto sugli occhi.
Però ci sono le eccezioni. Una di queste è la narrazione di Giuseppe Sottile e Pietrangelo Buttafuoco affidata all’energia di Salvo Piparo. “StraButtanissima Sicilia”, di scena al teatro Biondo di Palermo il 28 e il 29 marzo prossimi, è un antidoto contro la rarefazione del pensiero. Si raccontano la politica e i suoi misfatti senza innamorarsi dell’effetto del disvelamento, ma con una sola consapevolezza quasi salvifica: una risata è una speranza che ce l’ha fatta.

  

Salvo, che non va per il Sottile

Io Salvo Sottile lo conosco sin da quando andava al liceo. E, com’era capitato a me molti anni prima, non ne voleva sapere di studiare.
La sua storia è un paradigma della fallacità della corrispondenza sempiterna tra scuola e lavoro. Non mi dilungherò sui miei trascorsi liceali: vi basti sapere che dai gesuiti fui bocciato l’anno in cui feci una regia teatrale dello Pseudolus di Plauto e organizzai una piccola Woodstock di rockettari in erba. Transeat.
Salvuccio veniva d’estate da noi a Tgs – la televisione del Giornale di Sicilia –  quando, invece di andarsene al mare a cazzeggiare con i suoi amici, preferiva spiare la cronaca dietro le telecamere, dietro di noi “anziani” dieci anni più grandi di lui. Era affamato di giornalismo, quasi ci inseguiva pur di stare nei luoghi in cui le cose accadevano. Stava lì zitto a guardare, ascoltare, a vivere un mestiere che ancora non era il suo (era pressoché minorenne…). Qualche volta, per la sua irruenza da assatanato della cronaca,  finiva addirittura dentro l’inquadratura della telecamera e per noi erano cazziate. Il capo, maestro e padrone delle nostre vite Salvo Licata, aveva un’etica del mestiere che non prevedeva sbavature.
Tuttavia Salvuccio era avanti a tutti per forza d’animo e determinazione.
Un esempio per tutti.
Quando il giornale decise di assumermi, siamo alla fine degli anni Ottanta, io ero in vacanza. A sciare naturalmente, da incosciente patentato: per la precisione ero isolato a 3.000 metri di quota sulle Alpi francesi, tra un corso di sci estremo e un barlume di futuro da guida alpina. Un incosciente felice e matto come un cavallo. Ebbene la prima telefonata che annunciava la lieta novella, a casa dei miei genitori, non fu quella del condirettore, ma la sua. Quella di Salvuccio che aveva orecchiato la notizia e che, a modo suo, aveva fatto il primo scoop della sua vita. Qualche giorno dopo, quando mi riconnessi col mondo, nella prima interurbana sull’asse vita selvaggia – civiltà, mia madre mi comunicò emozionata le due notizie: l’assunzione e il primo messaggero.
Così è sempre stato Salvuccio. Uno che va dritto all’obiettivo e non conosce il pudore della distrazione. Uno che, crescendo, ha inventato uno stile. E piaccia no, chi inventa merita.
Tutto questo per dire che Salvo Sottile è sempre stato fedele alla sua passione: ha raccontato in tutte le declinazioni possibili, e non ha mai parlato un linguaggio che non fosse chiaro.
È stato fedele anche come amico a distanza: mi ha sempre chiamato Gerino (in un curioso contrasto con molti amici e colleghi che mi chiamano Gerone) e il diminutivo non ha mai inquinato la sua attenzione nei miei confronti; non si è lasciato abbagliare dai riflettori; ha mantenuto una curiosità intatta verso il micromondo che lo ha generato professionalmente.
Per questo e per molto altro, stasera attendo con ansia il suo programma più coraggioso: Prima dell’alba, su Rai3.
Comunque vada, sono con lui.
Vai Salvuccio.

  

Elogio dell’ex amico

Ho più ex amici che amici. Probabilmente, anzi certamente per colpa mia. Da questa constatazione – più ex amici per colpa mia – deriva un ragionamento che vi sottopongo.
Tolti di mezzo i motivi di pura invadenza fisica – atti contundenti, passi falsi di cui rimane traccia nel vivere di ogni giorno, azioni qualificabili come reato – c’è una congerie di fattori per così dire ideologici che può causare la fine di un’amicizia. Nella mia esperienza so che quest’ultimi sono spesso quelli che incidono le ferite più gravi e durature.
Paradossalmente l’amico che vi ha offeso, denudato a forza è il primo che sarete disposti a perdonare. Perché il suo misfatto rimane legato a un’epoca, a una frequentazione, a un contesto ben identificato. In poche parole è ben ancorato alla scena del delitto.
Quello che invece vi ha tradito con piccoli colpi di lametta diluiti nel tempo, con la parolina sussurrata dietro le vostre spalle, senza la teatralità (se vogliamo) coraggiosa dell’azione irruenta, merita invece un disprezzo centellinato e infinito.
È l’ex amico perfetto.
Quello a cui dare la colpa quando si buca la ruota sotto la pioggia, quando la crostata appena fatta si è schiantata per terra, quando il mondo vi è crollato addosso schivando l’unica persona che doveva travolgere (cioè lui), quando la vostra uscita di sicurezza si è rivelata una porta che dava su un muro, quando non avendo con chi prendervela sareste disposti a pagare con la cessione del quinto un punching ball umano.
L’ex amico perfetto è al tempo stesso fonte di ispirazione e termine di paragone talmente orrendo da far brillare il piombo come oro. Un catalizzatore di miracoli a sua insaputa, insomma.
C’è un solo sentimento che accende e talvolta riscatta come l’amore. Ed è il suo opposto. L’ex amico vigliacchetto e strisciante è una manna dal cielo quando non si è né santi né ipocriti.
È uno al quale, alla fine, dovrete rendere merito.

  

La (s)fortuna non esiste

Tempo fa scartabellando tra i miei pensieri e le mie ossessioni d’ispirazione uno psicologo mi spiegò che nella mia scrittura aveva un ruolo fondamentale il senso del tradimento: analizzavamo in prevalenza libri e racconti, ma estendemmo la riflessione anche ad altri scritti. La cosa non mi ha mai sorpreso poiché trattando noir e comunque roba cruenta, il tradimento è un ingrediente semplice da incontrare e maneggiare: basti pensare all’omicidio che è il prodotto ultimo di una filiera di tradimenti. Ma a livello personale, cioè tolto di mezzo l’ingombro professionale e puramente creativo, quest’analisi psicologica mi ha fuorviato per anni. Nel senso che ho usato il senso del tradimento un po’ come strumento, un po’ come alibi.
In realtà le cose stanno in modo molto diverso, basta guardarle in modo più universale. Che poi è il segreto di una felice narrazione giacché a nessuno interessano i cazzi nostri finché non siamo così abili da renderli un concetto valido per tutti: nel mondo ci sono molte persone pronte a raccontare la loro vita e altrettante pronte a fottersene.
Il tradimento esiste, ma la sfortuna (come la fortuna) non esiste.
I due elementi sono collegati da un filo invisibile di coerenza. Basta accettare il principio fondante di un liberalismo delle relazioni: noi siamo colpevoli dei nostri fallimenti.
In base a questa considerazione capite perché la (s)fortuna ha poco gioco.
Ammettere che qualunque cosa di sgradevole ci capiti è comunque colpa nostra è complicato, lo so. Però è più accettabile se il corollario è adeguato. Ad esempio va equiparato a livello di comandamento il diritto di non perdono. Della serie: io ti libero da ogni responsabilità se l’andazzo delle cose ti ha portato a farmi del male (accettabile e nei limiti della legge), ma mi libero dal grottesco obbligo cristiano di porgere l’altra guancia et similia. Poi il sistema va purificato da ogni sorgente mefitica di buonismo: se accettiamo che comunque la nostra responsabilità è scontata, siamo tenuti a tenere a distanza con la canna chi ci vuole imporre sentimenti di ottimismo prestampato.
Insomma, come capite è un tema di sempiterno dibattito. L’importante è, a mio modesto parere, non aver timore o ritegno di parlarne.
Non a caso l’aspetto più fastidioso del tradimento non è l’atto in sé – e ne dico nel senso più ampio possibile, dal sentimento al lavoro, dalla politica ai valori personali – ma l’ipocrisia che alimenta la sua giustificazione. Quando c’è un “sì, però” la porta è aperta verso un giustificazionismo o peggio verso un revisionismo che nulla ha a che fare con la nobiltà dei sentimenti di cui persino l’atto più abietto – quello di infliggere ad altri quello che non vorremmo mai fosse inflitto a noi – fa parte.

  

Perché la munnizza non c’entra un cazzo con la cultura

“La candidatura è sostenuta da un progetto originale, di elevato valore culturale, di grande respiro umanitario, fortemente e generosamente orientato all’inclusione alla formazione permanente, alla creazione di capacità e di cittadinanza, senza trascurare la valorizzazione del patrimonio e delle produzioni artistiche contemporanee”.

Uno stralcio della motivazione della nomina di Palermo a Capitale italiana della cultura per il 2018 basterebbe da solo a spegnere il chiacchiericcio insulso di chi parla di munnizza, traffico, trame, favoritismi e quotazioni immotivate. Insomma leggere prima di scrivere.
Progetto. Inclusione. Respiro umanitario. Queste sono le parole chiave. Che hanno portato la commissione a scegliere all’unanimità Palermo, come ha spiegato oggi Franceschini: roba che ci dovrebbe essere da festeggiare tutti insieme. E invece…
Progetto. Inclusione. Respiro umanitario. Non c’entra nulla tutto il resto. Come sa chi conosce il mondo senza occhieggiarlo da Facebook, la cultura è anche (e soprattutto) negli angoli del mondo, nelle lande controverse, nei luoghi del contrasto, nelle città delle contraddizioni. Qualunque occhio che sfugge alla banalità e che non risponde a perversi pregiudizi politici può ammirare il miracolo di un fiore che sboccia tra i rifiuti.
Sono un cassettista compulsivo, ritaglio e conservo, leggo e archivio, quindi ricordo che una decina d’anni fa Orhan Pamuk sul “Corriere della sera” scrisse sulla politicizzazione dell’arte: “La letteratura non è giudizio morale bensì identificazione con un personaggio, col suo modo di essere (generoso o malvagio), con la sua fede, la sua passione, la sua violenza o il suo delirio. La letteratura non giudica né dà voti di condotta alla vita, che scorre al di là o al di qua del bene e del male; se rappresenta una rosa, sa — come diceva un gesuita e grande poeta mistico tedesco del Seicento, Angelus Silesius — che la rosa non ha perché e fiorisce perché fiorisce. Mettersi al servizio di una causa distrugge la bellezza della letteratura”.
Questa citazione ci ricorda che l’arte e gli artisti hanno un “cuore freddo” che scalda i nostri cuori e che nulla ha a che fare con l’ambiente. Scrive Claudio Magris (e non io): “Molti fra i più grandi scrittori del Novecento sono stati fascisti, nazisti, comunisti adoratori di Stalin; continuiamo ad amarli, a capire il tortuoso e spesso doloroso itinerario che li ha portati a identificarsi con la malattia scambiandola per una medicina e a imparare da essi pure una profonda umanità che la loro aberrazione ideologica non è riuscita a soffocare, ma di politica essi capivano certo meno di milioni di loro sconosciuti contemporanei”. Perdonatemi lo slancio letterario, ma serve per capire il necessario e ontologico distacco tra arte e cronaca.
Palermo Capitale della cultura non è un luogo in cui dibattere della liceità del titolo giacché questo è stato assegnato da chi ha certamente più voce in capitolo di noi miseri commentatori, a meno che non si decida che l’ultimo troll di Facebook ha diritto di voto su ciò che manco conosce. In tutte le altre città che si sono fregiate del titolo non c’è mai stata polemica, forse perché la base culturale è tale da riconoscere i limiti di una discussione decente.
Ecco perché in tema di stupidità sono e sempre sarò un antidemocratico: la munnizza e le altre piaghe di Palermo non c’entrano un cazzo con la cultura che Palermo, a dispetto di molti, celebrerà quest’anno. E siccome voglio festeggiare, non tollererò che nessuno mi guasti la festa. Tutto qui.

  

Gli incappucciati del web

L’articolo pubblicato ieri sul Foglio.

Sino a qualche anno fa il dilemma del web era: nickname o nome e cognome? Cioè libertà di opinione senza i laccioli delle questioni anagrafiche (il valore di un commento prescinde da chi lo esprime) oppure certificazione blindata dell’autore (un commento senza maschera vale di più)?
Non si era ancora scatenata la pandemia delle fake news e la rivista statunitense The Atlantic s’interrogava sull’alchimia giusta per “far emergere i contenuti di valore isolando il rumore di fondo” ed evitare di cadere nel tranello secondo il quale i commenti anonimi sono scadenti mentre quelli firmati sono un surrogato dei versetti della bibbia. Era il 2011 e il sito del New York Times metteva in campo i cosiddetti trusted commenters, cioè “commentatori affidabili” che avevano licenza di dire la loro senza passare dalle forche caudine della moderazione.
Oggi le cose sono cambiate, come se fossero passati vent’anni. L’antica maldicenza, che aveva già trovato megafono nei blog, ha invaso intere lande di internet come una malapianta che accerchia e soffoca. Mentre lo sfogo del frustrato ha perso il volto del suo autore nel cammino senza pietà verso la gogna mediatica.
Benvenuti nell’èra degli incappucciati del web. Segue »

  

Natale, istruzioni per la sopravvivenza

Il Natale ce l’ho nel sangue. Mi è sempre piaciuto per una serie di motivi che partono dai cazzi miei e arrivano all’influenza dei fattori cosmici sul riscaldamento globale. Quest’anno lo sento ancor di più, in modo quasi esasperato, perché richiama il senso di mancanza nei confronti di tutto ciò che è esteriormente Natale. E siccome il Natale, come si sa, è esasperazione dei sentimenti (superfelici i felici, supertristi i tristi, superimpegnati gli impegnati, superpoveri i poveri e così via), un festa libera dagli orpelli mi appare come un’occasione preziosa per farmi un esame di quel sangue in cui il Natale è sempre albergato come un globulo color Santa Klaus.
Il 2017 è stato un anno difficile per me, e per gran parte dell’universo mondo che mi sta a tiro. In questi casi il Natale, che è l’anticamera di quella festa di plexiglass e lustrini che è Capodanno, è catalizzatore di pensieri dal parto complesso. Nel senso che ci metti dodici mesi a metterli insieme e anche quando vengono fuori non sei certo della loro congruità.
Ho un albero minimal, che Spelacchio guarderebbe come se fosse ET. Cucinerò poco, ma di certo non mangerò altrettanto. Sono arrivato a completare la minima lista dei regali all’ultimo minuto, senza manco un appunto, io che sono un “appuntista” compulsivo. Invece della solita letterina a Babbo Natale che scrivo qui o sui giornali sin dal paleolitico, ho inanellato un elenco di cose che devo fare prima di invecchiare definitivamente su un pizzino appeso nella mia bacheca. Ho buttato tutti gli estratti conto e ho salvato tutte le lettere d’amore (cit). Ho preferito una provvisorietà feconda alla fallace sicurezza del definitivo-che-definitivo-non-è. Me ne sono fregato del giudizio perché, come si dice, più si giudica meno si ama. Ma al contempo amare senza giudizio è un lusso che pochi si posso concedere, e io purtroppo non sono tra quelli: e so’ cazzi! Ho cercato di mettere un freno ai miei pochi vizi, coltivando con cura quelli meno offensivi. Mi sono arreso all’età che avanza, però ho avuto il coraggio di confrontarmi, ed è stato un bel momento. Ho mollato le discussioni inutili che prima sarebbero state utilissimo appiglio per la mia titanica vis polemica e, cosa fondamentale, mi sono sorpreso a trovare la calma in situazioni da esplosione atomica. Ho ascoltato moltissima musica, sempre di più, usandola come anfetamina o morfina, a seconda dei casi. Non ho ripreso a fumare (e siamo quasi a nove anni). Ho apprezzato molto il combinato endorfine-psicologia, sport-introspezione assistita perché non si è mai certi quando si hanno certezze e per scardinare il tutto ci vogliono sudore e lacrime. Mi sono fatto criticare, a mani alzate, per quello che ho detto e fatto, ma dopo ho goduto nel criticare gli altri per quello che avevano capito.
Mi sono inchinato dinanzi al verbo di Moliére “abbiate pure cento belle qualità, la gente vi guarderà sempre dal lato più brutto” e quando mi sono incazzato gliel’ho mostrato davvero, il lato più brutto. Poi però ho chiesto scusa e ho giurato sul Manuale delle Giovani Marmotte che non lo avrei fatto più.
In fondo mi è andata bene anche quando mi è andata di merda. Ma non mi lamento: nulla accade per caso, mai. E ciò vale per le cause e per gli effetti, per le azioni e per le reazioni, per i peccati e per il perdono.
È il Natale della sopravvivenza – umanitaria, sociale, politica, condominiale – e una volta tanto accontentarsi è il modo più giusto per festeggiare.
Siate vivi dentro e fuori. Per la felicità c’è tempo e magari è il tempo stesso che ci è concesso l’occasione per festeggiare.
Auguri a tutti.

  

Undici anni, stiamo insieme

Undici anni. Cazzo, undici anni è un ragazzino che va in prima media, è la durata del ciclo solare, è la condanna in primo grado a Francantonio Genovese per lo scandalo sulla Formazione professionale in Sicilia, è il numero della missione Apollo che portò il primo uomo sulla Luna,  è il tempo che ci separa dall’ultima coppa del mondo di calcio vinta dalla nostra nazionale e dalla morte di Piergiorgio Welby, è il nome della giovane protagonista di Stranger Things, è il punteggio con cui il vecchio Totocalcio ci faceva mangiare le mani e il Totip invece godere così così, è l’età in cui scoprii il Super8, è il numero dei cornuti.
Ed è l’età di questo blog.
Undici anni fa. Lavoro, domicili, sentimenti, prospettive, musica, amicizie. Un cataclisma entusiasmante di passioni, delusioni, rivincite. Comunque un inanellarsi di elementi di stupore spesso estremo. Negli altri anniversari, su queste pagine, ho parlato di voi, della pattuglia inscalfibile di lettori, delle notizie che ci avevano affascinato, dei mood nei quali eravamo incappati. Stavolta c’è un contesto molto più invadente al quale dare spazio.
Il mondo è cambiato nel modo più complicato possibile, cioè nei microcosmi delle piccole cose. Un esempio per tutti sintonizzato su queste frequenze: prima si commentava nel blog, cioè nel luogo dello spunto, della notizia, oggi si commenta altrove, sui social, cioè nel luogo del riverbero, una agorà che usurpa contenuti non suoi e che declina ogni responsabilità rispetto ai contenuti tutti suoi.
Il tema della post verità ha aperto una nuova fase della mia vita professionale: da quando esiste questo blog ho cambiato lavoro almeno quattro volte, sempre con gioiosa fatica e con le mie sole forze. Oggi la vera soddisfazione arriva dalle università che mi chiamano a raccontare quel che ho appreso in questo lungo e periglioso cammino, dalla libertà con cui posso scrivere concedendomi il beneficio del dubbio, dall’orgogliosa insoddisfazione di aver scelto di guadagnare meno di chi mi ha preceduto e dal malcelato orgoglio di aver raggiunto risultati che i miei predecessori si sognano. Lo scrivo con presunzione perché ognuno a casa sua può mettere i piedi sul tavolino quando, alla sera, è giunto il momento di un rilassato bilancio. E nessuno può recensire le sue gambe stanche.
Perché questo è il mio blog e ho la concessione di suonarmela e di cantarmela: è inebriante quando qualcuno mi incontra e mi dice “ti leggo sempre” e io ringrazio sempre con la stessa frase, “Questo è il vero premio, il Signore te lo paga”. E giù benedizioni laiche che solitamente si traducono in aperitivo pagato. È accaduto sino a ieri con una persona sconosciuta, giuro.
Undici anni sono una vita e il giro di boa di una vita: oltre 3.600 post sono poco meno di un post al giorno, festivi e cazzi miei compresi. Converrete che è un dato che merita se non rispetto, almeno compassione.
Sorvolo su questo 2017 che se ne sta andando, un anno orribile per il sottoscritto, e guardo al futuro quando anche questo formato, con ogni probabilità, dovrà cambiare. I giornali poveri di idee e l’aggressività degli haters impongono mutazioni genetiche che non mi spaventano. Uno degli elementi che più mi inorgoglisce è la crescita esponenziale dei miei detrattori: quest’anno la magistratura penale ha condannato in sede definitiva un mio diffamatore con sentenza destinata a essere una pietra miliare nell’era delle fake news. Ciò vuol dire che vale ancora la pena di grattare la ruggine delle verità di comodo e di disarcionare gli improvvisati di un mestiere che al giorno d’oggi, purtroppo,  è fatto più di nostalgia che di illuminazioni.
Insomma in un clima da sopravvissuti vi dico grazie e una volta tanto vi chiedo di restare vigili.
Stiamo insieme che fuori fa freddo.