certezze

Palermo senza Biagio Conte

Biagio ConteUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Dei palermitani ha detto: “Hanno il difetto di attendere che i problemi si risolvano da soli”. E per lui, severo e impetuoso come un vento che sveglia e rinvigorisce, l’accidia non è solo uno dei vizi capitali, ma un mostro da combattere.
Di Palermo e delle sue istituzioni ha scritto di sentirsi deluso dopo essere stato lasciato solo “da Regione e Comune”. Poi ha preso la via dell’esilio non senza aver chiesto ai suoi collaboratori di resistere fin quando possibile, manco fossero al fronte.
Uno così dovrebbe essere guardato con distacco nella città della diffidenza, tenuto a distanza con la canna in quanto rompiscatole autoproclamatosi laico in missione per conto di Dio. E invece Palermo si fida di lui, di Biagio Conte, anima (linda) e corpo (malandato) di un centro di accoglienza come mai se ne erano visti in Sicilia. Segue »

La vignetta dell’anno

Obama privacy

Vista qui.

Sorprese di Engadina

Giuseppe Milici e Francesco Buzzurro non li avevo mai ascoltati insieme. L’occasione me l’ha data un bel festival in Svizzera, Engadina Classica, organizzato da Oscar Gulia con Giusi Groppuso. Ora, a parte il link familiare dato che Giusi è mia cognata, devo dire a voce alta che questa manifestazione mi ha dato una gioia immensa: provate a coniugare musica di altissima qualità, cibo raffinato e paesaggi da sogno e poi mi dite. E soprattutto ascoltate Milici e Buzzurro in questa rielaborazione del “Caruso” di Dalla (registrazione amatoriale ma non rubata, eh). Artisti di cui andare fieri. E magari da inseguire in giro per il mondo.

Vietato leggere

Questo post è dedicato a tutti gli scrittori che sono alle prese con la campagna promozionale del loro prodotto. E inizia col ricordo di un’esperienza personale.
Qualche anno fa un editore organizzò un incontro pubblico per pubblicizzare un mio libro, anzi un libro di cui ero coautore, e pensò bene di invitare un’attrice per farne leggere alcuni passi. La signora in questione si presentò vestita come se dovesse andare alla prima della Scala, ma non mi impressionò più di tanto: per un principio elementare di compensazione serviva qualcuno o qualcosa che compensasse il mio concetto estremo di sobrietà distratta nell’abbigliamento (che confina pericolosamente con la trasandatezza). Quando l’attrice cominciò a leggere, io mi guardai intorno alla ricerca di conferme tra gli astanti. Leggeva realmente qualcosa che avevo scritto io? Davvero i miei personaggi parlavano in quel modo? Aveva per caso sbagliato libro?
No, lei aveva semplicemente deciso di interpretare le mie pagine, cambiando aggettivi, spostando intere frasi a favore di actio, leggendo ciò che io non mi sarei sognato di scrivere.
Fu allora che capii un principio fondamentale della vita: alla presentazione di un libro, di un qualunque libro, il libro stesso non va mai letto in pubblico.
La lettura è un gesto intimo, anche il miglior interprete non garantirà la fedeltà allo scritto perché tutte quelle righe, che costano fatica e struggimento a chi le compone, sono state pensate, scritte e riscritte decine o centinaia di volte solo per il lettore titolare, non per una comparsa che sfrega quelle pagine con le dita impregnate di fard.
E, a parte la mia disavventura che – lo capisco – rappresenta un caso estremo, c’è un vero fondamentale motivo per non leggere passi di libri alle presentazioni: la noia mortale.
Lo spettatore che è lì esclusivamente per farti un piacere perché magari è un amico o un parente, ha già il latte alle ginocchia perché non solo è costretto ad acquistare un libro che non leggerà mai, piegandosi a una sorta di estorsione affettiva, ma deve persino sentirselo raccontare. Lo spettatore che invece è davvero attratto dalla tua opera si fa due palle così quando qualcuno gli toglie il piacere di scoprire da solo come va la storia, magari rivelandogli il finale.
Quindi presentiamoli pure, i nostri libri. Ma parliamo d’altro, del tempo, del motivo per cui non siamo andati al cinema più spesso invece di star lì a pestare sui tasti, del mondo che ci siamo negati pretendendo di inventarne uno tutto per noi, dell’Amazzonia che muore e della nostra presunzione che purtroppo vive.

C’è un buco nel secchio

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C’è un gran chiacchiericcio sulle secchiate di acqua fredda per beneficenza promessa. Come ogni moda – perché di moda ormai si tratta – il fenomeno attira l’attenzione di complottisti, esibizionisti, e nemici della contentezza. I primi intravedono in quei gesti bagnati lo spettro di una trama internazionale che attraverso il secchio si propaga sino alle radici del nostro sistema politico, innescando una letale reazione a catena che porterà nell’ordine: a) alla dittatura di Renzi; b) all’estinzione del M5S; c) alla vita eterna di Razzi.
I secondi, gli esibizionisti, pur di veder elencato il loro video tra quelli di vip e star bagnati, si farebbero gavettoni di piscio rancido, tanto la puzza sui social network non si sente.
I nemici della contentezza infine decretano il fallimento aprioristico di ogni minima intenzione: che sia secchiata o semplice donazione asciutta, l’importante è lamentarsi, rimpiangere un tempo in cui le cose andavano diversamente (e loro si lamentavano lo stesso), maledire ciò che è nuovo, invecchiare di rughe imbronciate.
Difficile trovare qualcuno che prenda la cosa per quella che è, una minchiata passeggera a fin di bene.

Leggere con moderazione

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Oggi i lettori renziani di Repubblica rischiano l’overdose.

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L’arte di trasformare i rifiuti in stipendi

RIFIUTI PALERMOUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Voi non ci crederete, ma a Palermo l’immondizia non esiste. Quella che vedete lungo le strade, nei parchi urbani, ai piedi dei monumenti non è spazzatura, ma un simbolo di ricchezza, un simulacro di opulenza. Non si spiegherebbe altrimenti la passione con cui molti palermitani si dedicano all’accumulo pubblico di questa risorsa: si sporca perché qualcuno raccolga, in un circuito virtuoso in cui la mano che getta la cartaccia per terra sta in realtà garantendo il posto di lavoro di chi dovrà raccoglierla. In questo quadro di perfetta cooperazione sociale che vede il cumulo di sacchetti puzzolenti come luogo di congiunzione tra domanda e offerta, non c’è da stupirsi se il servizio che deve garantire la gestione dei rifiuti a Palermo ha un costo elevato. Anzi il più elevato d’Italia, 207 euro pro capite contro 158 della media nazionale. Qui si lavora di fino, mica si scherza.
Ve l’immaginate una città finalmente pulita? Migliaia di ramazze orfane, la crisi di astinenza da emergenza ambientale (il fumo del cassonetto dà dipendenza come quello di tabacco e però costa meno), il crollo dell’ideologia madre dell’Amia (“grazie ai rifiuti si mangia benissimo, specialmente all’estero”).
No, la nuova bolletta che i palermitani dovranno pagare per lo smaltimento dell’immondizia non è affatto salata se si considera anche l’attenzione con la quale la Rap si deve occupare della cosiddetta differenziata: il cittadino che deve tenersi in casa per una settimana carte, cartacce, cartoni, plastica, metalli, tipo soggetto affetto da sindrome di accumulo compulsivo, non si distacca così facilmente dalle sue cose. E lì interviene l’operatore ecologico all’avanguardia, un po’ psicologo e un po’ amicone, che quelle cose gliele lascia lì, davanti all’uscio, così fetidamente rassicuranti.
(…)
Da Cartesio ai giorni nostri, una nuova certezza indubitabile si fa largo tra la preziosità del maleodorante e il valore del provvisorio. Lì dove un tempo si inorridiva, oggi si gioisce. Vomito ergo sum

 

Se il web fa arrossire la Sicilia

Oasi delle pergoleUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Certe vergogne siciliane hanno un problema di datazione: prima dell’avvento del web; dopo il web ma prima dei droni (detta anche Era di Mezzo); dopo i droni. La questione non è di poco conto e per capirne la reale portata serve qualche esempio.
Siamo in territorio di Realmonte, che per praticità di narrazione scegliamo come Comune ideale per raccontare di scempi ecologici e di tempi di reazione. Segue »

Ecco perché Nibali è un perfetto non-siciliano

Vincenzo Nibali
Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La buona sorte tende a livellare le differenze. Nelle vittorie ci si stringe, ci si accomuna in una felice finzione che ci fa tutti uguali. Vincenzo Nibali è uno di noi, uno come noi, verrebbe da dire festeggiando i suoi successi. Ma da siciliani è bene pensarci e ripensarci su, prima di lanciarsi in simili trionfalismi. Perché a pensarci e ripensarci su, Nibali, lo “squalo dello stretto”, è nei valori, nella forza e nella determinazione, un meraviglioso non-siciliano. Segue »

Di crauti, coppe e bettole felici

In altri tempi non mi sarei mai ritrovato a festeggiare per la vittoria calcistica della Germania. Ma nelle ultime settimane qualcosa è cambiato. Innanzitutto c’è stato un campionato mondiale che ha ribaltato molti luoghi comuni sulla fantasia e sulla classe di certi campioni. Poi, soprattutto, ho fatto un viaggio in Baviera. E lì ho scoperto perché la locomotiva tedesca non è solo un’invenzione dei giornali, perché la Merkel ci implorava di toglierci Berlusconi dai piedi, perché la qualità è frutto della furbizia e non solo della mera abnegazione, perché si può offrire eccellenza a prezzi competitivi e perché la dieta mediterranea non è affatto l’elisir di lunga vita se vivi in città sporche e inquinate. È vero, i tedeschi vivono meglio di come mangiano (mai come gli inglesi), ma sono un popolo dritto, fiero e lungimirante. Riescono a farti pagare il biglietto persino per far visita a un quartiere dormitorio – e tu paghi volentieri – e ti trattano da re anche nelle bettole.
La loro leva calcistica viene da decenni di errori e da secoli di crauti, la loro prospettiva e la loro strategia sono però sempre rinnovate e rinnovabili, perennemente in cerca di un nuovo punto focale.
Mentre noi cicaleggiamo, loro pedalano a testa bassa. Mentre noi ci incantiamo dietro al primo pifferaio stonato che promette chissà che, loro cambiano organici, rinnovano vertici, guardano tutto tranne il proprio ombelico.
Ecco perché se vincono il campionato mondiale di calcio non c’è da stupirsi, ma da gioire. Una volta tanto i più forti onorano la legge di natura, che impone loro di vincere e mandare affanculo tutti gli altri.

Isolamento

imageNon so se vi è mai capitato di rimanere bloccati su un’isola a causa del mare mosso. A me è successo molte volte. Lo confesso: è una cosa che mi piace moltissimo. La sensazione di isolamento forzato mista all’inopinato senso di sicurezza che scaturisce dalla solidità dello scoglio sul quale si resta abbarbicati (metafora utile a spiegare che se di isola si tratta, piccola deve essere altrimenti le emozioni si diluiscono troppo) cancellano d’un colpo disagi e paure per il mare che si gonfia a pochi metri dal tuo muso. È come se la scala delle priorità sulla quale ci si arrampica, o si resiste, nel corso della vita si dissolvesse. Cosa conta davvero? Mangiare o nutrirsi? È più importante arrivare in tempo a un appuntamento o perdersi nella contemplazione delle onde? Aspettare non è un ottimo modo per pensare?
L’isolamento forzato è spesso l’unica chance per scoprirsi davvero liberi. L’importante è arrendersi con disperata felicità alle forze della natura.

Lo so, sono discorsi che annoiano

Sono tempi difficili. Almeno per chi campa con poco, onestamente e si sforza di mantenere il timone saldo tra le mani nonostante la tentazione di virare, tornare in porto e mandare tutti a fare in culo.
Lo so, sono discorsi che annoiano. Però fanno bene a chi è riuscito a sviluppare un senso di orgogliosa resistenza.
Da qualunque parte mi volti è tutta una prova di forza. Mia, nostra.
Uno guarda il  proprio conto in banca e conosce ogni virgola, ogni uscita e soprattutto ogni entrata. Non c’è spreco di zeri, solo parsimonia. Qualche sacrificio e molto orgoglio: nonostante tutto non mi limito a galleggiare, ma nuoto con vigore. Sono fortunato.
Poi però uno legge la cronaca e si trova davanti a cifre che lo stordiscono più di una dichiarazione di innocenza di Berlusconi. Milioni di euro in tangenti. Stipendi pagati a chi non ha mai lavorato. Pensioni di quattromila euro al mese derubricate a spiccioli. Doppi e tripli incarichi elargiti come premio fedeltà, tipo i punti della Mucca Carolina. Perle ai porci e porci senza ali.
Lo so, sono discorsi che annoiano. Però fanno bene come un abbraccio d’amore: personalmente sono sempre e comunque per il trionfo delle certezze. Quelle che mancano quando si assiste all’ostentazione di carriere ingiustificate, al premio delle mediocrità, alla sperequazione dei meriti, allo spreco di fiducia.
Il ritegno è spesso un alibi per non dire, non fare. La prudenza mi piace solo nella guida dell’auto e nella gestione degli aperitivi. Per il resto credo che sia giunto il momento di ammettere che tra gli onesti non ci si annovera, ci si conta.

Anno 1982: Italia campione del mondo, per merito mio

Marco Tardelli, Italia Germania 1982

Non era nemmeno una tentazione. E’ stato un gesto spontaneo: ho preso il telecomando e clic. La partita era iniziata da dieci minuti, nonostante si fosse svolta trentadue anni fa. Non ho nemmeno dovuto far finta di sorprendermi quando quel disgraziato di Cabrini ha sbagliato il rigore: mi sono incazzato e basta. Ho invidiato l’aplomb di Nando Martellini che non aveva l’invadenza presuntuosa di Canessa e ho imprecato per ogni fallo su Oriali.
Italia-Germania, finale dei Mondiali, anno 1982.
L’ho rivista l’altra sera su La7, come qualche migliaio di italiani. E come tutti – ne sono certo – mi sono ritrovato con la stessa pulsione agonistica di allora, in un cortocircuito temporale che non mi ha né stupito né allarmato (l’età avanza per tutti).
Quando il rito si è consumato per intero, cioè allo storico “campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!”, mi è stato chiaro il sortilegio di cui tutti noi eravamo stati vittime. La partita era un catalizzatore di energie positive, un mezzo di trasporto verso un non-luogo in cui non solo eravamo giovani ma persino eterni. E non è il normale meccanismo dei ricordi, che magari danno nostalgia o provocano rimpianti, no: è una garanzia di felicità perenne.
In quella partita i morti – da Scirea a Bearzot a Pertini – saranno vivi finche ne resterà memoria catodica e la nostra ordinarietà di sopravvissuti sarà nascosta dalla vittoria epica.
Io me lo ricordo bene.
Non è stata la testa di Paolo Rossi a mettere il pallone dentro la porta dell’odiato Schumacher, ma la mia.
Non è stato di Tardelli l’urlo simbolo di un’Italia indomabile, ma il mio.
Non è stato il gol di Altobelli a far scattare in piedi l’incontenibile presidente Pertini (“Non ci prendono più!”), ma il mio.
Così è stato. Così sarà per sempre.

Ecco perché il M5S è indispensabile

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Sulla home page del sito del Movimento 5 stelle di Palermo campeggia una frase di Buckminster Fuller: “Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”. Tutto si può contestare ai grillini, tranne di non aver fatta propria questa massima.
La sconfitta elettorale suggerisce, anzi impone, al Movimento di cambiare modello, perché la realtà si è appena rifatta il look restituendo con gli interessi quei “vaffa” che aveva assorbito in anni di appassionate contestazioni. Che sia la strada del dialogo all’Ars o quella di una degrillizzazione dell’enclave siciliana, con toni meno aspri e maggior esercizio di relativismo politico in ossequio al fatto che siamo sempre nella terra di Pirandello, poco importa in questo momento. Ciò che è giusto analizzare è il motivo per cui il Movimento – che piaccia o no – è ormai fondamentale per questa terra.

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