Più narrazioni, meno commemorazioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Se non ci fossero di mezzo una tragedia infinita e una ferita al cuore dell’Italia, quella delle stragi del 1992 sembrerebbe una storia scritta apposta per essere raccontata. Del resto con l’infinita serie di colpi di scena, con una galleria di personaggi dalla doppiezza cinematografica, col drammatico succedersi di speranze e delusioni, di dubbi e certezze, la solidità del plot sarebbe assicurata. Ma ovviamente una cosa è la realtà, un’altra la finzione. Ed è un bene che la linea di demarcazione sia netta, chiara, giacché è proprio nello stridere di emozioni contrastanti che il teatro produce i suoi frutti: il palcoscenico è il luogo dove queste emozioni convergono, si moltiplicano o si annullano, emergono o si inabissano. È il tempio della libertà, ideale per narrare di libertà che non ci sono (più). Ma è anche una culla dell’emozione dove la fonte di ispirazione meno romanzesca può lasciare spazio al dolore sordo, quello senza più lacrime, al tremendo senso di ingiustizia che viene fuori da ogni singola domanda di verità che non trova risposta.

Siamo abituati alle commemorazioni, tragicamente abituati. Per troppo tempo la cultura, alle nostre latitudini, si è impigrita proponendo scorciatoie anche nobili, ma pur sempre scorciatoie. Siamo un popolo che vive di consuetudini, che tende a navigare a favore di corrente. C’è voluto un  lungo lockdown per realizzare che quella per la cultura è l’abitudine più facile da perdere poiché in questo Paese la cultura è considerata una sorta di bene accessorio, una cosa in più, se resta spazio e tempo… In tal modo in un periodo complesso come questo è più facile disabituarsi: perché non c’è nulla di più fragile di un’abitudine che non ha intenzione di sopravvivere a se stessa.

Ecco perché servono più narrazioni che commemorazioni. Perché si può essere ricchi e forti, amati, temuti e potenti, ma senza qualcuno che ti racconta una storia si è semplicemente nudi. Il “c’era una volta” non è solo l’inizio di qualcosa, ma è soprattutto una finestra aperta sul mondo migliore che riscatta la pochezza di quello in cui ci siamo ritrovati a vivere. Forse quello della fantasia è l’unico posto in cui siamo davvero ciò che meritiamo di essere.

Se la convergenza astrale di questi tempi bui continuerà a incrociarsi con l’orgoglio strabico di chi ritiene che contro la criminalità più o meno organizzata servano solo operazioni di polizia, resteremo senza il cibo per la nostra immaginazione. E questo digiuno, credetemi, non si placa con succedanei, giacché la cultura è fatta di materia prima che non ha surrogati. C’è o non c’è. Non è un asparago che, se non lo trovi fresco, puoi sempre reperirlo tra i surgelati.

Negli anni scorsi con Salvo Palazzolo abbiamo scritto due opere-inchiesta per il Teatro Massimo di Palermo, “Le parole rubate” e “I traditori”, nelle quali abbiamo cercato di indagare tra i misteri delle stragi Falcone e Borsellino. Era un tentativo di imbastire un’indagine sul palcoscenico del teatro d’opera più grande di Italia che partiva da un presupposto: nel luogo dell’arte, cioè nel tempio in cui si celebra il primato della fantasia, si può trovare la libertà che serve per provare a evadere dalle prigioni delle versioni preconfezionate.
Era la nostra ricerca della verità. La verità del dubbio.
Ecco il punto. Quando il teatro entra in una dimensione da maneggiare con cura, dove finisce il recinto della cronaca e dove si apre il cancello della fantasia? 
Probabilmente la risposta sta nella domanda stessa: l’eterna celebrazione del dubbio può essere un modo per evitare di impantanarsi nel fango delle contraddizioni delle versioni ufficiali puntualmente derubricate a coincidenze. Coincidenze che – lo abbiamo imparato soprattutto per le inchieste sulla strage di via D’Amelio – non sono altre che menzogne scritte in anticipo.

Se il teatro, come si dice, è la zona franca della vita, forse lì sarà finalmente possibile ricominciare, rimediare, rinascere. E commemorare finalmente guardando al futuro.

Signorə e signorə

La compagnia aerea Lufthansa e le sue consociate hanno deciso di abolire il saluto ai passeggeri “Signori e signore, benvenuti a bordo” perché ritenuto troppo poco neutrale rispetto ai generi. Pare che adesso ci si trincererà dietro un generico “Benvenuti a bordo”. Pur di andare appresso a questa ondata di decisioni gender inspired stiamo rasentando il senso del ridicolo per buttarci a capofitto nell’annullamento della buona creanza. Togliamo parole, concetti, frammenti di parole, frammenti di concetti per paura di essere parziali in un mondo in cui parole e concetti invece sono fondamentali. In questa sorta di impacciata filosofia della sottrazione arriviamo a usare l’asterisco alla fine di un aggettivo per non offendere nessuno, come se una lettera “a” al posto di una lettera “o” oppure di chissà quale altra vocale sia l’artificio perfetto per raddrizzare la nostra nave dell’etica pericolosamente inclinata. Da tempo Michela Murgia ha lanciato una crociata per un nuovo linguaggio inclusivo facendo ricorso allo schwa “ə”. Che mi potrebbe star bene se la rivoluzione di una nuova scrittura/lettura non rischiasse di rendere ancora più difficile la scrittura/lettura, allontanando le quattro menti accese che sono rimaste a leggerci.

Non credo che eliminare il “signore e signori” possa dare un minimo di aiuto a una causa che non è lessicale, ma culturale. Servono più signore e più signori nel vero senso della parola – e chi se ne frega del genere – per portare avanti una rivoluzione di tolleranza, di conoscenza, di curiosità. Non è il maschile o il femminile a determinare una qualità, ma l’essenza di ciò che pensiamo, la forza di ciò in cui crediamo. Il gender inspired rischia di essere un autogol su tutti i fronti dato che stravolge la forma e se ne fotte della sostanza. È uno specchietto per le allodole a uso social. Un pannicello tiepido per rivoluzioni da bagno di servizio. Un espediente che abbassa il dibattito al livello dei barbari che si vuol combattere.

Perché, a dispetto delle vocali e di impronunciabili surrogati (“ə”), c’è un limite al di sotto del quale non bisogna mai scendere, anche strategicamente. Linguaggi inclusivi posticci e rimedi dell’ultima ora a parte,c’è una fetta di mondo che crede ancora che il rispetto non sia una questione ortografica.
Signori si nasce.

P.S.
Signori con la “i”. E nessuno si senta offeso (tranne quelli che scrivono “Signorə”)

Cose europee

Cose che resteranno di questi Campionati europei 2020/2021.

Il trionfo di una squadra senza prime donne. Probabilmente segno dei tempi, in cui la condivisione più utile è quella che passa dalle coscienze e non soltanto dai polpastrelli.

La vacuità di un progetto di nazione salviniana costruito sui luoghi comuni. L’Italia che vince è meridionale, settentrionale, immigrata, chissà ariana, che aiuta gli altri a casa loro ma che non dimentica il campanile.

La gentile discrezione colta di Chiesa, che segna in italiano e parla una lingua straniera con un garbo a noi sconosciuto.

La freddezza di Donnarumma che para il rigore decisivo e si rialza come se avesse finito un esercizio in allenamento.

La genialità di chi ha cambiato “It’s coming home” in “It’s coming Rome”.

L’ubiquità di Tom Cruise, dappertutto in diretta in mondovisione ovunque ci fosse una palla/pallina da seguire.

Il rimedio della Rai per sostituire i telecronisti bloccati dal Covid: potere al non-pensiero, e non aggiungo altro altrimenti dobbiamo aprire un dibattito antipatico.

Mario Draghi che dice: “Lo sport è un ascensore sociale”. Che non significa escludere altre discipline o arti, ma cominciare a mettere dei punti fermi in un Paese che vive di sabbie mobili sociali.

La sportività degli spagnoli, latini non per caso.

L’antisportività e il razzismo di alcuni inglesi, ex barbari non per caso.

Shackleton, l’eroe

Sono venuto a contatto, per motivi irrilevanti ai fini di questa riflessione, con la vera storia del capitano Ernest Henry Shackleton, ben narrata in questo libro. Nell’agosto 1914 ventotto uomini su un robusto vascello norvegese partono per una missione senza precedenti: attraversare l’Antartide a piedi. L’Endurance, così si chiama l’imbarcazione, è costruita con il legno più resistente al mondo. Eppure finisce intrappolata nei ghiacci del mare di Weddell colando a picco. Quegli uomini devono trovare forze e strumenti per resistere a mesi e mesi sulla banchisa, nel gelo e nella solitudine. Prima di abbandonare la nave, Shackleton la fa svuotare di ogni cosa che possa essere utile alla sopravvivenza. E raccomanda di portare anche un paio di strumenti musicali – una chitarra, un banjo – che i marinai vorrebbero abbandonare giudicandoli superflui. Passano i mesi e il capitano riesce a raggiungere con tutto l’equipaggio appiedato e stremato l’isola di Elephant, che ovviamente è deserta. Lì decide di giocare il tutto per tutto e insieme a cinque uomini fidati si lancia attraverso le 650 miglia nautiche del canale di Drake a bordo di una scialuppa di sette metri. Sette metri di legno contro onde di 40 metri. Ce la fanno, con un cronometro, un sestante, una bussola e alcune carte: raggiungono un’isola di balenieri, prendono un’imbarcazione più solida e ripartono per l’isola di Elephant per andare a salvare i compagni. Ma non ce la faranno al primo tentativo e comunque l’impresa che li porterà di nuovo a riabbracciarsi sarà complessa e incredibile: una vera celebrazione dell’eroismo allo stato puro. Il 30 agosto 1916 Shackleton raggiunge e mette in salvo tutti i suoi uomini. E inizia un complicato e sorprendente viaggio di ritorno, che è anch’esso un’avventura.

Il gruppo è di nuovo unito, come due anni prima. E con loro ci sono quella chitarra e quel banjo dai quali l’equipaggio, per ordine del capitano, non si è mai allontanato. Le note di quegli strumenti li hanno aiutati come se fossero cibo. La solitudine e lo spettro della morte incombente sono state combattute con l’arte più preziosa, quella che viene dal cuore, e che non conosce altro scopo se non quello di arricchire la vita. Anche sul pack a 45 gradi sotto zero, anche con una fame assassina, anche quando la disperazione diventa padrona del gioco.

Vale per Shackleton, uno dei più grandi di tutti i tempi, vale per i suoi uomini e vale per noi tutti. Non c’è mai un motivo per non suonare o per non concedersi alla gioia della musica. Neanche se aveste risposto a un’inserzione come questa: “Cercansi uomini per una spedizione pericolosa. Bassa paga, freddo pungente, lunghi mesi nella più completa oscurità, pericolo costante, nessuna garanzia di ritorno. Onori e riconoscimenti in caso di successo”. Era l’annuncio su “The Times” per reclutare l’equipaggio dell’Endurance, la nave che doveva essere inaffondabile e che invece, andando a picco, incoronò un eroe indimenticabile.     

Al centro è peggio

L’altro giorno su Facebook ho accennato a una questione che mi sta a cuore, la presunta superiorità del centro, come posizione politica equidistante e come oggetto di elogi non appena qualcuno delle periferie (di destra o di sinistra) fa qualche minchiata. 

C’è un concetto che mi insegue da molto tempo. E qui vi propongo la short version: poi magari la questione la approfondisco altrove, dove il tasso di concentrazione richiesta va oltre le sette righe.
L’idea che tutte le opinioni, i punti di vista, le posizioni (anche fisiche) siano deviazioni impazzite rispetto all’imparzialità del centro.
Il centro.
Lo si elogia spesso, soprattutto in Italia, quando ci si deve contrapporre agli estremismi di vecchi e nuovi banditi. E lo si usa per indorare la pillola di chi non sceglierebbe mai un estremo: il centrodestra appare meno estremo della destra, il centrosinistra meno oltranzista della sinistra.
Invece c’è un errore di fondo in tutto questo ragionamento: pensare che destra e sinistra siano estremiste in modo simmetrico.
Non è vero.
Ma per questo ci vorrà la long version.

Ed eccoci qui per la versione estesa, ma non troppo.

Il concetto che sta alla base di questi ragionamenti è che le opinioni di parte siano di per se stesse meno attendibili delle altre. E allora chiediamoci: delle altre, quali? E soprattutto di parte, in che senso?

Per molti decenni la polarizzazione politica ha giocato a contrapporre idee giuste a idee sbagliate e ha trovato nel centro il rifugio del cosiddetto campo neutro, come quando da ragazzini si andava a fare una partita all’oratorio per sanare le rissose divergenze tra squadre di quartiere. L’oratorio era il campo neutro, soprattutto il mio dove c’era pure un prete intransigente e manesco (un salesiano che ci accoglieva dicendo: “Il primo che alza le mani se la dovrà vedere con me”).

In realtà non esistono opinioni di parte, esistono opinioni che si possono condividere o no: facile a dirsi, difficilissimo da spiegare a un politico contemporaneo, uno scelto a caso in un catalogo che va da Salvini a Renzi, da Crimi a Meloni.
E in questo corto-circuito logico rientra un vizio che ha insanguinato le strade della nostra logica: le persone stentano a (ri)conoscere ciò che non viene abbracciato nella loro visione del mondo. Il che significa che tendono a sottovalutare pericoli reali  (tipo, il figlio bianco della mia vicina non può molestare mia figlia) e a sopravvalutare situazioni in cui la minaccia sono sempre “loro” e mai “noi” (tipo, il figlio nero della mia vicina potrebbe essere un problema per mia figlia).

Nessuno o pochi hanno il coraggio di confessarselo, ma il succo di questo ragionamento, che è politico, civile, sociale, culturale, è la difesa ossessiva dello status quo.
La sopravvalutazione del centro compie, di rimbalzo, un’altra ingiustizia: che destra e sinistra siano simmetricamente distanti da esso. Come se, nei secoli, le voci della sinistra abbiano raccontato o svelato storie minimamente comparabili alle fandonie della destra, come se gli ideali della sinistra possano avere un degno contraltare in quelli della destra, come se i crimini con fondamento ideologico commessi dal comunismo (che tutto era tranne che qualcosa di affine alla sinistra che conosciamo) fossero comparabili con le ripetute e attualissime violazioni dei diritti umani perpetrati dalla destra.

Il pregiudizio centrista è un pregiudizio di carattere istituzionale e, diciamolo, stupido. Nella storia il centro ha pesato come destra e sinistra nel preservare le disuguaglianze e anzi, specialmente in Italia, ha salvaguardato trame e segreti che da quegli estremi provenivano.

Se una verità cerchiamo davvero sul centro, è che il centro è di parte. Anzi è di una parte che non ha parte. Il peggio del peggio per cercare un alibi politico, insomma.    

Consigli non richiesti

Da qualche tempo, tipo da mesi o forse da qualche anno non saprei, sono preda di una imbarazzante tendenza: quella di dare pareri non richiesti (PNR). Spesso si tratta di consigli, e qui siamo in un ecumenico altruismo che probabilmente ha a che fare con l’età che avanza, ma altre volte si tratta di opinioni senza alcun apparente vantaggio per chi li elargisce e per chi li riceve. L’aspetto più rasserenante di questa tendenza, che potremmo inquadrare in una vera sindrome, è che i social non c’entrano. Anzi, la pulsione dei PNR è tanto più forte quanto più lontano è il loro riverbero pubblico. Si va dalle questioni professionali ai consigli di cucina, dalle chiacchiere da portineria (ora che ho finalmente un portiere non abbaiante è bellissimo riscoprire quelle dieci-dodici parole dopo il “buongiorno” e il “buonasera”) a dilemmi da supermercato (i prodotti senza marchio ufficiale sono davvero competitivi?).Più prosaicamente i PNR sono una forma di riscatto che molti di noi pagano alla sorte che li ha risparmiati da mille meritatissimi incidenti di percorso. Quando siamo stati consapevolmente distratti, quando ci siamo chiusi a riccio in un abbaino privilegiato, quando abbiamo dato all’altro il ruolo di argine e invece era specchio, quando abbiamo alzato le spalle come se fossero un muro, quando abbiamo pensato che a tutti poteva succedere ma non certo a noi, quando ci siamo fidati del peggiore dei traditori, quando abbiamo tradito il più indifeso degli innocenti, quando il nostro conto coincideva perfettamente col nostro tornaconto, quando eravamo cattivi con gusto e dolci con disgusto… Ecco, in tutte queste occasioni credevamo che i PRN fossero uno sbraco o, nel migliore dei casi, un inutile ghirigoro nel temino di una vita vergata a mano. Invece ve lo dico in un orecchio, in quel prezioso orecchio virtuale che in questi tempi di braindown rende universali concetti complicati da diluire in una lingua comune come quella dei social: esprimere un’opinione argomentata quando ci avete pensato su a lungo e quando l’interlocutore ha un peso nella scala del vostro interesse, è un bellissimo spunto per un esercizio di autostima. Come un bilanciere per i bicipiti o come un sentiero di montagna per le vostre scarpe da trekking nuove.Se ci fossero stati più PNR negli ultimi trent’anni ci saremmo trovati con molti meno CNR. Casini non richiesti.

I nostri errori

Una delle correnti più forti della vita è quella che ci porta lontano dalle cose e dalle persone per come le abbiamo costruite, o conosciute (apprezzarle o detestarle è un dettaglio di poco conto, come spiegherò tra poco). Il cambiamento è il motore di quella corrente, come l’elica di un transatlantico che rimescola, trascina, abbandona, trita, trasforma.
Uno degli errori più frequenti in cui ci imbattiamo è quello di addossare agli altri la responsabilità delle mutate condizioni, insomma il fulgore degli “altri tempi” è sempre merito nostro e colpa di chi è rimasto al palo.

Rassegniamoci, non è così.

Perché l’errore di prospettiva – di questo si tratta – dipende sempre da dove piazziamo la nostra telecamera virtuale. Se guardiamo una persona con occhi che stanno, diciamo, a livello 1 (e non è una scala di valutazione) è assai probabile che quando ci sposteremo o saremo spostati a livello 3 quella persona risulterà assai differente. Così è per qualsiasi esperienza, bella o brutta che sia (stata).
La mia prima maratona l’ho corsa a perdifiato senza mai fermarmi con due pacchetti di sigarette al giorno in corpo: ma avevo la telecamera piazzata a livello 30, i miei anni di allora. Oggi vado molto più piano e osservo il mondo da un livello diverso, però i chilometri che – a Dio piacendo – percorrerò quest’estate a piedi saranno la lente che frapporrò tra la mia telecamera e il mondo che mi circonda. E serviranno ad annullare l’errore di prospettiva di cui sopra.

Certo, minchiate ne facciamo. Non è che nel segno dell’armonia dobbiamo dimenticare gli errori commessi o le trappole in cui siamo caduti. Però l’importante è non abboccare all’amo degli “altri tempi” e coltivare serenamente i nostri dubbi e le nostre incertezze.
I nostri errori migliori sono quelli che ci hanno colti vivi. Che ci hanno consentito di correggere il tiro, di chiudere porte, di tuffarci in mare aperto, di imparare a fidarci, di sperimentare nuove alchimie.
C’è sempre tempo per spostare la telecamera, trovare una nuova inquadratura e vivere sereni. Fregandosene della corrente, avversa o favorevole che sia: tanto cambia sempre.

La storia di una cicatrice

Ho molte cicatrici, cicatrici fisiche intendo. Per quelle metaforiche ho trovato un rimedio infallibile: le cancello cercando di diventare migliore di chi me le ha provocate. Ma non è di questo che voglio parlarvi.
Voglio parlarvi di cicatrici vere. Anzi di una cicatrice in particolare.
È sul mio braccio sinistro, dove in realtà ne ho due, belle grandi. Quella in questione è sulla parte interna del braccio, vicino al gomito ed è a forma di elle. Risale al settembre 1970 e ha una storia che mi è venuta in mente ieri.

Dunque, settembre 1970. Ho sette anni e un’indomabile irrequietudine.

Siamo nella casa che i miei genitori prendono in affitto per l’estate all’Addaura. Dopo pranzo i miei decidono di andare allo stadio per vedere la partita di calcio del Palermo. Mio fratello ha meno di tre anni e lo affidano a qualcuno, tipo una delle mie zie. A me fanno un discorsetto da grande: “Sei in grado di stare tranquillo a giocare in giardino senza combinare disastri? Se passano i tuoi amici puoi giocare con loro, l’importante è che tu non esca da casa. Chiaro?”.
Chiaro?
Ovviamente, due minuti dopo che i miei hanno lasciato casa io schizzo in strada (la villetta è in una strada isolata, con pochissime auto) alla ricerca dei miei amici per organizzare qualcosa di epocale.

Solo.
Senza i miei genitori.
Per almeno un paio d’ore.
Ma quando mi ricapita?

Li becco tutti all’angolo della seconda stradella. La strada principale, una salita vertiginosa che dal mare si inerpica verso la montagna, ha tre traverse delle quali non ho mai ricordato i nomi. Le chiamiamo la prima, la seconda e la terza stradella e sono la metafora di un livello di emancipazione: la prima è per i bambini, la seconda per i bambini che non si sentono bambini, la terza per i ragazzini. Noi ci vediamo alla seconda, appunto.
Lì trovo Salvo e suo fratello Johnny, Ignazio e suo fratello Giuseppe. Il gruppo promette bene.
Decidiamo di andare a giocare nell’ampia porzione di terra che dà proprio sulla seconda stradella, sulla quale si sta costruendo una villa. In pratica è un cantiere che ancora non è un cantiere: hanno cominciato a scavare per fare le fondamenta.
Come giochiamo?
Alla guerra, naturalmente.
Regola fondamentale. Ci si tirano solo zolle di terra, niente pietre. Chiaro?
Chiaro?
Le zolle di terra annoiano, si sa. Quindi uno del gruppo – che per intervenuta prescrizione qui resta anonimo – decreta l’upgrade del gioco e mette mano alle pietre. L’ebbrezza di questa svolta adrenalinica – con sassi che fischiano sopra le nostre teste e risate che risuonano nella calura del pomeriggio settembrino – dura poco. Fin quando per schivare uno di quei proiettili mi butto per terra, dietro una collinetta di terra, finendo col braccio sul filo spinato.
Ricordo ancora lo strappo: ecco perché la forma di elle.
Nel braccio di un bambino quella è una ferita enorme. I miei amici sono nel panico. Io ho la testa che mi gira, ma solo perché immagino che appena i miei torneranno dalla partita mi faranno un culo così. Gli amici mi lasciano a casa e fuggono via probabilmente a cercarsi un alibi, razionalizzo adesso.
Trascorro un’ora e mezza a cercare di tamponare la ferita con una tonnellata di garze imbevute di un liquido color Coca Cola che macchia e brucia (e anche qui, guardando i miei vestiti sporchi di disinfettante, sangue e terra penso al rientro dei miei… sei in grado di non combinare disastri?).

Quando i miei genitori tornano a casa vorrei simulare un mancamento, inventare un rapimento da parte di forze aliene, dare la colpa a quel monello che ha trasformato le zolle in pietre. Ma invece sono esausto e piango. Piango come il bambino, nonostante la seconda stradella.
Mio padre mi abbraccia. Mi abbraccia come un padre.
Mia madre va in cucina: la mamma è la mamma, e deve nutrire il suo cucciolo in difficoltà innanzitutto (alla faccia delle cazzate del new femminismo).
Io piango ancora di più. Perché adesso il braccio mi fa davvero male. Perché sono un cristo di pietà. Perché i miei non mi hanno punito. E ho pure perso al gioco della guerra.

Sono passati 51 anni da quel giorno.

I miei amici sono cresciuti – che è un modo elegante di dire che sono ancora ben in vita. Uno fa il fotografo lì al Nord, uno è un genio dei computer, uno ha una fiorente industria, un altro amministra banche e aeroporti.
Mia madre cucina ancora per me, soprattutto per il mio cuore, dato che il corpo è ben sistemato.
Mio padre non c’è più, e ho sognato ieri quel suo abbraccio: ho aperto gli occhi e avevo la cicatrice davanti ai miei occhi, seminascosta dal cuscino.
Ecco perché vi ho raccontato questa storia.

Se le cicatrici sono occasioni, vale la pena di soffrire una volta tanto.

Errori, che palle

Ora che siamo pronti a ricominciare dovremmo, secondo me, ricordarci alcune cose prima di mandare affanculo tutti gli insegnamenti che questa brutta storia del Covid ci ha lasciato.
1) Non è vero che si stava meglio quando si stava peggio: quando si sta peggio ci vuole poco a sentirsi meglio e non c’è vergogna a spogliarsi delle solite, trite, visioni nostalgiche del mondo e delle sue inezie.
2) Se qualcuno ci ha aiutato – noi o la nostra famiglia o la nostra azienda – va ringraziato e premiato anche dopo che la sua opera è finita. Siamo sempre prodighi di affettuosità e riconoscenza posticce quando siamo con le pezze al culo, la vera prova è esserlo quando ci siamo liberati di problemi e fardelli (su questo ho una casistica pubblica e privata impressionante).
3) La gratitudine è il miglior modo di svegliarsi la mattina. Caffè, cornetto, gratitudine… (questa è appendice del punto 2, ci tenevo a sottolineare e ribadire, non mi sono rincoglionito tranquilli).
4) La storia di pensare positivo va bene per i seminaristi e per Jovanotti. Noi comuni mortali pensiamo molto negativo ed è giusto farlo, per darsi una propulsione: l’importante è farlo in modo propositivo, per evitare brutti ceffi o strade sbagliate, magari. Pensar male non è affatto peccato e farlo con buon senso accende i sensi.
5) Una colonna sonora adeguata salva la vita. In solitudine come in compagnia. L’importante è non lasciarsela imporre, ma sceglierla ogni giorno ascoltando i suggerimenti e brandendo sempre quel minimo di indipendenza che ti consentirà, l’indomani, di goderti un eventuale errore tuo e solo tuo. Condividere gli errori è una palla mortale.

In fuga dai rompiscatole

È un problema di percezione. Ma anche di sostanza. Ci pensavo l’altro giorno quando un amico mi ha invitato a fare quattro passi (a debita distanza) per parlarmi della sua ipertrofia prostatica benigna. Ma ci avevo riflettuto anche prima quando, una mattina, il mio portinaio, persona di estrema gentilezza e premurosità quindi gran professionista (perché cosa si chiede di più a un portinaio se non di essere gentile e premuroso?), mi aveva trattenuto per due chiacchiere sul tempo “così, tanto per scambiare qualche parola di presenza tra esseri umani”.

Abbiamo smarrito il senso di cosa è realmente interessante.

Il deterioramento delle nostre competenze sociali ha raffreddato il nostro spirito critico o, peggio, lo ha drogato. Siamo irascibili per cazzate e attratti irresistibilmente dal superfluo. Mi è capitato di trascorrere ore per scegliere online una crema al tartufo bianco con cui condire le uova strapazzate. Ore.

E poi il lavoro. A molti star lontano dall’ufficio piace e sognano magari di non tornarci più. Ad altri invece l’ufficio manca come evasione, come diversivo dal tran tran cucina-stanza da letto-soggiorno. Personalmente questo è l’aspetto che meno mi pesa. Sono doppiamente fortunato poiché lavoro a casa o da casa (dipende dai punti di vista) dal 2007, da quando questa pratica si chiamava telelavoro ed era una scommessa senza reti di protezione: quindi sin dal primo lockdown ho immodestamente sfoggiato l’esperienza acquisita per mostrare agilità nelle cose da sbrigare online. E sono fortunato anche perché le mie competenze professionali sono – per convergenza astrale – molto richieste in questi periodi bui (e faccio in modo di condividere questi vantaggi con chi magari è in posizione di difficoltà).

In questa oscillazione di consapevolezza tra ciò che è realmente interessante e ciò che non lo è, c’è però un incontestabile punto di forza. Ci siamo liberati di molte rotture di scatole universalmente riconosciute: recite scolastiche, matrimoni, battesimi, assalti di questuanti, colazioni di lavoro e via indugiando. Il telefono e il computer hanno un pregio, si possono spegnere, possono essere messi KO da un’assenza di campo o da un crollo della linea, certi rompicoglioni di presenza invece avrebbero resistito persino al Napalm.

Ecco, forse in questo modo abbiamo salvato, e magari tesaurizzato, un po’ del nostro tempo.