Cattivi maestri

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

È penoso e anche un po’ irritante vedere brandito ogni giorno l’articolo 21 della Costituzione come arma di difesa per tesi sempre più impervie. Il professore universitario che accosta con disinvoltura i vaccini al dramma di Auschwitz per ribadire il suo no al green pass si difende sguainando la libertà di pensiero e di parola e però si dimentica di collegarli saldamente tra loro. In un cortocircuito logico finisce per togliere valore al suo ragionamento che vorrebbe prendere il volo ma si schianta sulle reti del cattivo gusto. Incidenti, si dirà. Può capitare e in tal caso basta ammettere l’errore e correggere il tiro. Invece no. Nella foga anti-tutto dove c’è sempre un disegno chiaro solo a loro, gli altri quelli che sanno, e una grande volontà deviata di cui noi poveri imbecilli non ci accorgiamo o peggio siamo complici, il gioco di questo popolo di no-vax in pectore (perché non si dica che sono no-vax ma non gli si chieda nemmeno se sono vaccinati) è sempre al rialzo. Il no al green pass non è ideologico, né scientifico (nonostante molti di loro si mostrino campioni di virologia da tinello): è psicologico, anzi economico, anzi gestionale. Nel caso dei (pochi) professori palermitani che hanno firmato il “manifesto” contro la regolamentazione degli accessi all’ateneo in èra di pandemia si assiste a un orgoglioso moltiplicarsi di competenze utili per discettare operativamente di vaccini e affini: economia, psicologia, e chi più ne ha più ne metta.

Solo che c’è differenza tra mettersi al servizio e mettersi di traverso. Soprattutto quando, come nel caso del professore del tweet su Auschwitz, la stessa puntualizzazione “si trattava di provocazione” la dice lunga sulla lucidità del ragionamento: la provocazione che ha bisogno di puntualizzazione nel migliore dei casi è una gaffe.

E poi il pistolotto sulla libertà. Se proprio non potete risparmiarci le lezioni non richieste sulla libertà, specialmente quella applicata alle opinioni spalmate sui social, fate finta di aver capito che non esiste libertà senza responsabilità. I giovani sono la risorsa più importante che abbiamo. La scuola e l’università sono i luoghi in cui, come cantava Eugenio Finardi, si dovrebbe “insegnare a imparare”. Che lezione è quella che mistifica il concetto di libertà, equiparandolo a “io scrivo e dico quello che voglio”?

In una società sempre più polarizzata, per effetto soprattutto degli algoritmi di Facebook e vari, i giovani vanno salvaguardati dalla tentazione di considerare che il modo migliore per aver la meglio in una discussione sia quello di evitarla. La libertà di parola è troppo importante per finire impigliata nelle tesi sgangherate di quattro anti-vaccinisti più o meno rivelati e inconsapevoli del fatto che la lateralità di pensiero funziona sin quando non si deraglia.
Verrebbe da dire: non si scherza con le provocazioni. Ma qui purtroppo non c’è scherzo. E la provocazione è solo uno schizzo di cattivo gusto.

Giovani vandali, vecchie questioni

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

C’è qualcosa che andrebbe detto senza troppi giri di parole ai quattro ragazzini che hanno imbrattato le colonne del Teatro Massimo di Palermo e che sono stati identificati dai carabinieri. Innanzitutto che la loro bravata è molto stupida e che è giusto che paghino per l’errore commesso. Tutti siamo stati giovani e tutti conosciamo l’ebrezza dell’imprudenza. Ma non c’è sbaglio senza rimedio, almeno tentato, e crescere non significa solo allungare radici e mettere nuovi rami, bensì perdere le foglie e resistere al vento che spettina i pensieri. Ora il rischio per questi ragazzi è che si ecceda in colpevolismo o in senso opposto. Viviamo in un’epoca in cui ti mettono alla gogna per una foto con l’orologio sbagliato ma ti osannano se lo rubi in diretta Facebook. Serve una linea tracciata chiaramente tra reale e non. Qualcuno, ad esempio i loro genitori, potrebbe impegnarsi per spiegare (o far spiegar) loro che il fatto di trascorrere la maggior parte delle nostre vite davanti a uno schermo ci ha tolto la tridimensionalità delle cose: è quella che Hagi Kenaan definisce “estetica dell’appiattimento”. Il pennarello sulla colonna di marmo prezioso è frutto di un declassamento di pudore e prudenza a nuovi filtri di Instagram.   

Infine pare che i ragazzi in questione non sapessero nulla del Teatro Massimo e di ciò che rappresenta, in generale, un teatro in una comunità (qui c’è un compendio di quel che rappresenta per me,per chi ha tempo da perdere). Per questo c’è un rimedio antico: studiare, imparare. Rendersi conto che il palcoscenico dell’arte non è solo quello racchiuso nei luoghi dove quell’arte si espande, ma è ovunque ci sia curiosità. Ecco, una lezione potrebbe proprio avere a che fare con una verità che dimentichiamo spesso: a volte è solo uscendo di scena che si può capire quale ruolo si è svolto.

Il green pass e l’acqua alla gola

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

C’è qualcosa di allarmante nell’appello firmato dai docenti universitari di Palermo contro il green pass obbligatorio all’ateneo. Ed è qualcosa che ha a che fare col ruolo formativo, cioè con quella sorta di arte che un professore infonde nel suo allievo: il saper imparare nel rispetto degli altri. Il “rispetto” è fondamentale giacché introduce un concetto di reciprocità che gran parte delle enclave culturali estremiste (di ogni tempo e latitudine) hanno calpestato nel nome di un sapere egoistico, univoco.

Insomma fa impressione leggere la disamina strampalata degli effetti scientifici del vaccino anti Covid fatta da un professore di economia. Come se l’università non fosse il luogo della competenza specifica, della sacralità della specializzazione, questi signori brandiscono il concetto di libertà facendone un uso maldestro. Diciamolo chiaramente: non si può esercitare in modo stravagante il diritto al dubbio se si è con l’acqua alla gola. La Sicilia è in una situazione disperata anche per colpa di chi non si è vaccinato. E questo è un fatto incontrovertibile, certificato da chi ne ha titolo: medici ed esperti di virus. Non sociologi, non economisti. A nulla serve il solito refrain che questi signori usano per distinguersi dalla canea dei negazionisti. “Non siamo no vax” è come “ho tanti amici gay”: un modo di travestire da argomentazione colta un’incoerenza di cui, molto probabilmente, non si trova la forza di vergognarsi. Ora è il momento della chiarezza, in vista di nuove probabili tenebre. Accettare il green pass non è segno di sottomissione, ma di civiltà. Il che non vuol dire che si debba abolire il dibattito sul tema, ma che debba parlare solo chi è titolato. I pozzi della ragione sono già a secco, evitiamo gli avvelenatori.

Fallire per vincere

È quasi fine giornata. Il sole del tardo pomeriggio abbandona le Dolomiti di Valdaora come se dovesse chiudere un sipario. I muscoli delle gambe sono ancora tesi per 1.300 metri di dislivello consumati con una progressione che nulla ha di turistico: in fondo ognuno ha la vacanza che si merita. Ogni volta che mi cimento in questi cammini più o meno arditi penso di non avere più il fisico, eppure soffro e godo al tempo stesso. Fin quando il saldo delle good vibration sarà positivo, continuerò. Quando un passo in più sarà il solo modo per evitare di stramazzare al suolo, allora mi ritirerò.

Lo sforzo e la fatica, ora che mi sono ripulito e che sorseggio un buon Merlot nel silenzio di un balcone che dà sul bosco, mi sembrano quasi un premio. Un premio per l’avventura che molti di noi si cuciono addosso. Perché la voglia di scoprire (e di scoprirsi) non ha valori assoluti, ma meravigliosamente relativi. Vi ho raccontato quanto pesi l’identificarsi con altri uomini, altre vite, altri passati. Ci sono esistenze che sono state progettate dal Grande Stratega solo per illuminare le strade altrui: sono il vero dono per chi crede che una vita non sia solo uno spazio vuoto da riempire, ma un’immensa tela bianca su cui dipingere. O fingere di farlo.

In questo pomeriggio che se ne va, nel respiro fresco della montagna, ho accanto un libro di cui vi ho parlato poco tempo fa e che narra la storia più sensazionale che abbia mai conosciuto.

Quella del capitano Ernest Shackleton è l’avventura per antonomasia. E qui, adesso, serve a ricordarmi il valore della determinazione: nello sport, nell’arte, nel tran tran quotidiano, persino nell’ozio serale di una vacanza. Shackleton è una figura poco conosciuta rispetto al valore assoluto della sua impresa eppure, grazie alla narrazione delle sue gesta ad opera di Alfred Lansing, ha cambiato la mia visuale sul mondo dell’avventura. Perché, probabilmente condizionati da un’idea di eroe moderno che vince e convince nella maggioranza dei casi (e se perde, rimanda sempre a una seconda stagione della serie), i nostri modelli corrispondono a un cliché: non c’è avventura senza il risultato.

Ebbene Shackleton stravolge tutto giacché fallisce la sua missione sin da subito (attraversare ai primi del Novecento l’Antartide a piedi e con le slitte trainate dai cani) e costruisce la sua fama nel recupero, nella ritirata, nella disperazione di una sconfitta. Sconfitta che trasforma, come in quasi nessun altro caso di mia conoscenza, in una vittoria memorabile: salvare tutti i suoi uomini in un’operazione ancora oggi giudicata praticamente impossibile. Il grande capo, che è insieme grande uomo e grande condottiero, lo fa con la severa intransigenza di un vero leader: se dà un ordine è lui il primo a dare l’esempio; se tradisce un sentimento sa che c’è un dazio da pagare. Non è un duro, è un uomo che sa prendere decisioni come nessun altro, unico nella storia. Insomma è Shackleton.

A questo pensavo mentre il sole tramontava sulle Dolomiti di Valdaora. Al senso delle nostre gioiose missioni, alla solidità dei traguardi conquistati con fatica, all’importanza della determinazione anche quando inciampiamo in un errore.

Oggi come oggi, se potessi essere un altro uomo, vorrei essere lui: l’uomo che fallendo un obiettivo, realizzò un capolavoro.    

Lucarelli e l’isola senza vergogna

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Ci voleva Selvaggia Lucarelli per ricordarci che siamo un popolo che non rispetta i patti con la bellezza, che tende ad azzannare la mano che ci sfama (o se non lo facciamo è perché aspettiamo che arrivi al portafoglio), che sporca con malcelato orgoglio ciò che un orgoglio vero dovrebbe proteggere. Ci voleva una influencer che pesa quanto un’azienda editoriale in termini di diffusione del verbo, con tutte le contraddizioni del caso legate a un’informazione estremamente centripeta e alle sue fisiologiche oscillazioni umorali, per sbatterci in faccia una realtà e un metodo. La realtà è, senza sconti, quella di cui sopra (senza generalizzare, ma senza nemmeno fare i pesci in barile): una Sicilia arraffona, che quando può tende a fottere il turista, una Sicilia di sindaci balbettanti, di aziende pubbliche inefficienti, di coscienza civile paleolitica. Una Sicilia che i giornali raccontano ogni giorno, cercando di schivare la foga populista dei social. Il metodo è tutta una addizione di disattenzioni: il cittadino butta il sacchetto dove presume che qualcuno lo raccoglierà, l’azienda preposta non ha fretta di recuperarlo, i controllori di quell’azienda sanno che così va la vita e non si stressano, gli amministratori si fidano dei controllori che hanno messo lì loro (sennò che ce li mettevano a fare?) e nicchiano. Così il sacchetto prolifera a go-go, altro che variante gamma o delta: e contagia persino lo sguardo di chi lo incrocia a distanza, in una vergogna che è virus senza anticorpo.

Ebbene sì, ci voleva Selvaggia Lucarelli per ricordarci la miseria di una terra millenaria che si ritrova adesso, in questa estate di maschere e mascherine, con la memoria labile di una timeline.   

Francigena for dummies

Non è il Cammino di Santiago, né qualcosa di simile. La Via Francigena è un’altra cosa. Attraversa una diversità orografica più complessa, ma ha un’accoglienza meno curata. È meno affollata (anche se il mio Cammino del Nord è stato perfetto su questo punto ma, si sa, il Cammino del Nord è uno dei più selettivi tra i cammini verso Santiago), ma ha una segnaletica peggiore. È più costosa, ma si mangia infinitamente meglio.

Insomma quest’anno, per via di una combinazione di impegni e di un mood che mi spingeva a diversificare, ho fatto (anzi, sto facendo) un’esperienza sportiva divisa tra alpi occidentali e Dolomiti.
Qui vi dirò di un mini itinerario di otto giorni per quella che chiameremo Via Francigena for dummies: da Aosta a Vercelli, 150 chilometri abbordabili che possono essere un buon banco di prova per cammini più impegnativi, anche in coppia. Dicevo, bastano otto giorni, uno zaino che dovrebbe pesare al massimo il 10 per cento del vostro peso corporeo ma che quasi sempre, ineluttabilmente, si aggira sui dieci chili, e un paio di scarpe scelte con attenzione: io consiglio scarpe da running (tipo Asics Cumulus); non fate porcherie con scarponcini di cuoio alti o peggio ancora con sandali e calze (ne ho visti da paura e sgomento, dio degli alluci assistili!). Scarpe leggere sempre, in estate. E vaselina a tempesta, dappertutto, in ogni piega del vostro corpo, sbizzaritevi, tanto siete in missione per conto del dio dei passi perduti: che è il dio che ci allontana dai sentieri pericolosi e ci guida sulla via per casa, insomma il migliore dio che si possa immaginare.

Le tappe (ma sotto troverete uno schema).

Le guide consigliano una prima tappa unica da Aosta a Châtillon di quasi 28 chilometri. Dimenticatevela. È un massacro di salite e arsura, di muscoli e cervelli cotti (d’estate, of course). Dividetela in due, questa benedetta tappa.

Fate Aosta-Nus e vi ricoverate all’hotel Dujany, un due stelle molto ma molto spartano che però ha un vantaggio ineguagliabile (a Nus!): una piscina mooolto fresca che è una gioia per chi arriva da 15 chilometri di salite e arsura, polvere e sudore. Vi mettete ammollo così l’indomani sarete carichi per i restanti 13 chilometri per Châtillon che sono pieni di salite.

Châtillon- Verres è abbastanza dura, se c’è caldo.

A Verres una tappa culinaria è senz’altro Tanpi (dove fanno degli gnocchi rossi e una cacio e pepe notevoli).   

La tappa per Pont Saint Martin è invece facile, ma c’è un’occasione imperdibile: mettere Bard tra le mete preferite. Ci passate un po’ stanchi e sfatti. Ma raggiunto il vostro alloggio, quattro-cinque chilometri più avanti, fate di tutto per tornare per sera (a Pont Saint Martin non c’è un tubo). Noi abbiamo osato alla grande: biciclette, luci frontali e via pedalare, all’andata in salita con quel che ne consegue, al ritorno segno della croce e affidamento al doping di entusiasmo.

A Bard fate due cose, o tre: un aperitivo in un piccolo bar che ha i tavoli quasi a strapiombo sulla stradina del centro storico; una foto sul ponte al tramonto; e una cena (per questa dipende dai gusti e dalla voglia di spendere) scegliendo possibilmente un pinot nero.

La tappa per Ivrea è più lunga e ha una serie di saliscendi da mettere nel conto. A Ivrea, almeno nella nostra esperienza agostana, c’è una strana percezione della temperatura: nei B&B e nei ristoranti (anche in quelli più quotati) è difficile trovare aria condizionata, persino con 35 gradi. Forse fanno incetta di calore per l’inverno. Comunque qui c’è un bel ristorante da visitare, sperando che abbiano migliorato il servizio, per via di una strana sindrome del ferragosto di cui abbiamo già parlato.   

Da Ivrea  a Viverone è una lunga sgroppata ciottolosa che parte da un netto di 20 chilometri, ma a seconda di quale struttura avete scelto per il pernottamento può riservare scomode sorprese. Ad esempio chi scrive è finito un “pizzo di montagna”, ufficialmente vista lago ma in realtà tre chilometri più in su. Letteralmente più su. Per arrivare all’hotel ho dovuto aggiungere alla dotazione del 20 chilometri altri 3 mila metri: che fatti poi in discesa per rientrare nella via, il mattino dopo, fanno sei chilometri in più. Attenzione, come ho più volte ripetuto, la scelta degli alloggi, la loro collocazione geografica, ha una grande importanza perché tappa dopo tappa raggiungerli e recuperare la via del cammino costa decine di chilometri. Quindi occhio, quando scegliete a freddo, magari d’inverno al comodo delle vostre poltrone…

Le ultime due tappe per Santhià e per Vercelli sono chilometri nelle gambe e quasi null’altro. Man mano che si abbandonano le montagne – esattamente come avviene nel Cammino del Nord – gli scenari si appiattiscono e il paesaggio diventa sempre più simmetrico. Dopo le viti, le risaie. Dopo l’acqua scrosciante dei ru, gli antichi canali di irrigazione, il caldo asfissiante della pianura.

Però arrivare è realizzare, chiudere un cerchio.

Soprattutto è importante tener conto per tutto questo cammino viaggerete sulla strada per le Gallie degli antichi romani: vi emozionerete ad attraversare ponti di duemila anni, o a calpestare le pietre segnate dai carri e dalle ambizioni di popoli che vivevano sotto un’altra luce e che temevano altre ombre.

È un’esperienza che può preparare o disilludere, stimolare o intimorire. Dipende dal passo con cui si incomincia, e non solo in senso fisico.

Camminare, in fondo, è la più azzeccata metafora della vita: non importa tanto andare avanti, ma guardarsi intorno. E possibilmente gioire.

Aosta – Nus 15 km

Nus – Châtillon 14 km

Châtillon – Verres 19 km

Verres – Pont Saint Martin 15 km

Pont Saint Martin – Ivrea 22 km

Ivrea – Viverone 21 km

Viverone – Santhià 17 km

Santhià – Vercelli 27 km

Mezzo servizio, prezzo intero

È un fastidioso inconveniente che mi è capitato soltanto, almeno sinora, in Italia. Quest’anno con maggiore frequenza. Viaggi a Ferragosto – non perché lo hai scelto, ma solo perché le ferie che ti sono consentite quelle sono – e ti imbatti in strutture turistiche che siccome è ferragosto lavorano a mezzo servizio. Con un non insignificante dettaglio: tu paghi il prezzo pieno. Da una settimana mi sto imbattendo in ristoranti, hotel, B&B, bar che in questi giorni riducono drasticamente le prestazioni, ma al contempo lasciano immutato il prezzo. Il che è quantomeno sleale. Mi è capitato di cenare in un ristorante stellato e di trovare un servizio imbarazzante. Tipo: ti portano il primo e ti lasciano senza posate. O tipo: chiedo alla cameriera a che temperatura me lo servono il vino rosso che ho ordinato e lei risponde “mah non saprei, il rosso non si beve freddo…”. O tipo: sparecchiano sgomitando davanti al tuo naso e lanciando le posate causano schizzi di salsa ad alzo zero.
Mi è capitato di soggiornare in un B&B che non costa poco e di non trovare nessuno ad accogliermi perché i proprietari erano in ferie e con loro tutta l’assistenza che serve. Morale: la prima colazione ce l’ha servita un barista volontario con tre fette biscottate a testa! 
O un resort vista lago, bello e raffinato, che decide di azzerare la colazione per un paio di giorni perché… è agosto. Con tutti i clienti dentro. E ti rimanda a un bar che sta due chilometri più sotto: sì, sotto è la parola giusta dato che la struttura sta su una collina e tu sei a piedi con uno zaino di dieci chili piantato sulle spalle.

Insomma, una piccola galleria di orrori evitabili, di sciatterie urticanti. Perché ci sono cose piccole che, a seconda del contesto, urtano più di cose più pesanti. Sono gli errori evitabili, gli strafalcioni superflui, e soprattutto i piccoli gesti sgraziati che ti fanno sentire sottovalutato, stupido senza esserlo (almeno in questo caso).
Se un ristoratore o un albergatore vuole farsi due giorni di ferie, che chiuda. Oppure lo dica chiaramente: lascio aperto perché sono tempi difficili e i soldi servono, però magari vi faccio uno sconto perché il servizio è dimezzato o non al livello della struttura.

Sarebbe un gesto di maturità e soprattutto di rispetto verso il turista che paga. Paga sempre a prezzo pieno.   

Te la do io la privacy

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

La buona notizia è che l’esordio del green pass a Palermo è andato abbastanza liscio. A conferma che mostrare un QR code non è la fine del mondo se il sistema telematico che deve leggerlo funziona: e pare che la app del ministero almeno stavolta non si sia impallata. La cattiva notizia è che in alcuni c’è ancora una resistenza simil-ideologica a mostrare il documento di identità che è indispensabile per incrociare i dati sulla persona. È un fenomeno ben radicato nelle misteriose lande di alcuni difensori della privacy, alfieri della tutela dei dati personali che la mattina nascondono la carta di identità come se ci fosse la rivelazione di un quarto segreto di Fatima, e la sera postano sui social la foto che li ritrae nudi sul divano del salotto buono.

In un mondo in cui la verità e la falsità palese sono del tutto ininfluenti in termini, ad esempio, di successo politico, la tentazione è quella di tirare il freno a mano del treno della storia. Il green pass in una terra come quella di Sicilia che non ha mai primeggiato per rispetto delle regole è l’occasione per dimostrare di aver imparato la più dura delle lezioni sociali che questa pandemia ci ha imposto: e cioè l’ineluttabile importanza della limitazione di alcune libertà personali e di nuovi modelli di controllo. Il fatto che sempre più persone rifiutano i fatti perché essi minacciano l’identità che si sono costruite intorno alla loro visione del mondo, non deve distrarci dall’unico vero esempio di democrazia che il rispetto delle regole – anche al ristorante, al bar o in palestra – ci propone: tutto sarebbe perduto senza la partecipazione della gente comune. Ecco perché il green pass è un lasciapassare per la civiltà in un’Isola che necessariamente deve essere migliore.

Un passo in più, nel vuoto

Sulla fragilità degli scrittori e sul senso della vita o della morte. Raul Montanari ha scritto questo piccolo capolavoro. Che merita di esser tirato fuori dall’evanescenza dei social.

Ieri mattina ho saputo che Stefano Di Marino si è ucciso. Come molti altri scrittori, ha scelto di gettarsi nel vuoto.Per chi non lo conoscesse: era un prodigioso artigiano della narrativa di genere, autore di duecento romanzi; uno di quegli scrittori che negli USA degli anni ’30 si chiamavano pulp, ma da noi la parola ha un altro significato.Non eravamo amici, quindi vi verranno risparmiati ricordi tediosi o foto di noi due teneramente abbracciati e cose simili, che peraltro tendo a non postare nemmeno quando a morire è un amico. Ci eravamo incontrati tre o quattro volte e c’era fra noi molta considerazione e simpatia, tutto qui.Eppure la sua morte mi ha colpito moltissimo. Nessuno è più ingenuo di chi crede che l’esercizio della scrittura generi conoscenza della vita, quindi saggezza. È il contrario: il punto d’arrivo di questa esplorazione dell’umano è spesso la desolazione, lo spettacolo malinconico delle nostre azioni ripetitive, delle nostre piccinerie senza fine, del muro che corre accanto a noi e oltre il quale non vediamo nulla. Lo scrittore non è una persona corazzata contro la vita: se è davvero uno scrittore, è la creatura più indifesa che esista. Uno degli autori amati da Di Marino, Edgar Allan Poe, ha detto che la vertigine non è la paura dell’abisso ma l’attrazione per l’abisso; prima di lui, Platone aveva detto che lo scrittore è una creatura lieve, una creatura alata. Lo scrittore, quando è tale e non un ottuso contatore di copie vendute, è così vicino all’abisso che a volte fa quel passo in più e spicca il volo, per scoprire se le sue ali sono reali o immaginarie come il resto del mondo che ha abitato fino a quel momento. Perfino più immaginario di quelli che lui ha inventato per ospitare i suoi personaggi e le sue storie.

Il desiderio di Ragazza X

Qualche anno fa l’attore porno James Deen ha girato un film con una ragazza che era una sua fan. La chiamava Ragazza X. Non era una novità. Spesso Deen – che in passato è stato accusato, ma poi prosciolto, per stupro – si è concesso alle sue ammiratrici. Metteva su una specie di contest sul suo sito e chi vinceva…
In realtà i video di questo genere hanno poco a che fare con il sesso poiché si tratta di filmati in cui prevalentemente si parla, si filmano le titubanze e comunque se sesso ci sarà, sarà solo un dettaglio. Perché il clou della discussione è “voglio fare sesso con te, ma non voglio mostrarlo al mondo”. Di questo argomento ha scritto qualche mese fa la scrittrice Katherine Angel sul Guardian analizzando il “presunto desiderio di una donna che, anche se si manifesta una sola volta, per un solo uomo, la rende vulnerabile. Come se il suo desiderio non la rendesse più degna di protezione”.
È un tema, generale, e applicabile a tutto il ventaglio di scelte della nostra socialità.
Desiderare è scoprire il fianco?
Auspicare significa necessariamente schierarsi?
Volere è per forza scegliere?
Pensate alle infinite declinazioni di questo argomento. Magari applicandolo al (falso) dilemma sui vaccini: mostrarsi perplessi è già un atto di imperio?
Non ho una risposta perché se è vero che domandare è lecito, spesso è anche vero che rispondere non è cortesia, ma sfogo, liberazione. Viviamo tempi complicati in cui è pericolosissimo desiderare senza filtro, in cui persino la fantasia deve stare attenta al suo genere femminile (e chi lo ha detto che non ci sia un fantasio? E chi ha scritto le regole di questa discriminazione che parte dalle vocali e finisce chissà dove?). Dobbiamo di nuovo imparare a desiderare, senza farci condizionare dal giudizio. E contemporaneamente dobbiamo stabilire un direzione coerente degli auspici, coerente con la storia, con il giudizio, con la buona creanza.

Non è sparandola grossa che si va sulla luna. O che si corona un sogno erotico.