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Il miracolo di Francesco

Francesco Foresta funeraliHo visto ex nemici che piangevano insieme. Ho abbracciato persone che per anni avevo tenuto a distanza con la canna. Ho guardato negli occhi uomini che sino a ieri avrei azzannato, e invece li ho stretti a me come se si trattasse di vecchi amici.
E’ il miracolo di Francesco Foresta che da morto ha voluto attorno a sé, dettando istruzioni ben precise, un circo di gioia, e dando vita a una sorta di fiera campionaria dei valori: ognuno col suo, ben in mostra. C’eravamo davvero tutti a villa Filippina, in una giornata inutilmente luminosa. Bianchi e neri (e non per il colore della pelle), alti e bassi (e non per la statura), ricchi e poveri (e non quelli della brunetta), vittime ed esecutori materiali (e l’arma era perlopiù la penna).
Ho incontrato gente che non vedevo e non volevo vedere da anni e mi sono commosso nell’incrociare le mie mani con le loro, nel sorprendermi felice di essere lì in quella compagnia inusitata. Ci siamo detti cose bellissime e folli, inventandoci un’amicizia che non c’è mai stata e che invece serpeggiava tra i rovi di una vita bastarda. Ci siamo rivolti un sorriso dopo anni di denti stretti. Non abbiamo perso tempo a chiederci scusa, ci siamo ringraziati a vicenda per esserci, per esercitarci nel ricordo di quel che ci eravamo persi. Per parlare di Francesco.
Mai vista tanta energia positiva e tanta consonanza tra sconosciuti, in un funerale. Anzi mai vista e basta. Il fatto che sia debba passare attraverso la strettoia di una immensa mancanza, del buio della morte, per imbattersi in una serie così ricca di sorprese è la conferma del carisma di Francesco: stratega sino alla fine e oltre, direttore dall’alto, anzi dall’altissimo, inventore di feeling, bravo a far tutto anche quando non faceva niente. Un gran seminatore di fiducia.

  

Chi non salta comunista è

Quando nel 2001 Forza Italia si prese la Sicilia – ci pensavo ieri guardando la mia scheda elettorale – io ero ancora al Giornale di Sicilia. E fu proprio in quell’anno che iniziò il mio lento divorzio, prima sentimentale poi materiale, dal quotidiano di Palermo.
Con lo strapotere del Centrodestra – Cuffaro alla Regione e Cammarata al Comune – l’Isola si consolidò come vero terreno di conquista e il giornale divenne l’organo ufficiale di una parte politica che non faceva mistero di certe sue propensioni per la pacchianeria: famoso il coro “chi non salta comunista è” sulle macerie del 61 a zero.
Nei miei vent’anni al giornale ho sempre tenuto un’agenda aggiornata: se mi chiedete che accadeva e cosa facevo quel dato giorno di quel dato anno, io sfoglio e rispondo.
È così che dai miei appunti viene fuori un episodio datato 26 novembre 2001. Diego Cammarata è stato appena incoronato sindaco di Palermo (con 56 per cento dei voti) dopo aver stracciato il candidato dell’Ulivo Francesco Crescimanno (che si ferma al 23). Nella consueta riunione telefonica al Gds, il condirettore Giovanni Pepi gela tutti chiedendo conto e ragione in modo molto veemente di un articoletto di taglio basso, 20 righe scarse, in cui si dà voce al dissenso di Orlando. Pepi vuole conto e ragione di quelle maledettissime righe, manco fosse un fondo in prima.
La responsabilità se la prende Francesco Foresta, che tutto è fuorché amico di Orlando. Ne viene fuori un durissimo scontro verbale (sempre per telefono) che lascia il segno su Francesco e che minerà alla base i rapporti tra alcuni di noi (in realtà io e lui) e il condirettore. È il primo atto di un inarrestabile cambiamento della linea del giornale, completamente sdraiata sulle posizioni del Centrodestra.
In via Lincoln la vita per noi cambia, diventa impossibile: strigliate quotidiane per una tacca, cazziate per foto piazzate in pagina senza che siano state scelte tra quelle scattate dal condirettore stesso, un controllo ossessivo su ogni riga di politica o di giudiziaria (perché spesso le due cose convivono), il morboso richiamo a un fantoccio di informazione che vorrebbe essere equilibrata, ma è solo e scarsamente equilibrista.
E poi il commissariamento con la nomina di altri tre vice-capiredattori “di fiducia” che limitano in modo plateale il nostro ruolo: guardiani nelle grazie della direzione. Quando nel febbraio del 2007 mi accorgo di non essere più in grado di cambiare una breve senza chiedere il permesso, mi alzo e me ne vado per non tornare mai più. Con me, ovviamente, c’è Francesco che dà le dimissioni il mio stesso giorno, un anno più tardi.
Oggi molte cose sono cambiate: Francesco non si è potuto godere a lungo l’amata libertà, Pepi non è più condirettore del Gds, il giornale sta cercando di riprendere quota con altre ali e altre idee, il Centrodestra non comanda più.
Questo pensavo ieri guardando la mia scheda elettorale.

  

Eravamo quattro amici al Gds

Giornale-di-sicilia-

Uno dei pregi dell’età che avanza è che la memoria comincia a somministrarti ogni giorno, a tradimento, qualche storia passata che, per similitudine o contrappasso, ha un aggancio col presente. Ed è sempre un misto di nostalgia e di orgoglio, nostalgia per quel che è stato, orgoglio per quel che sei stato. Comunque una sensazione piacevole, costruttiva perché ti spinge a guardare avanti con rinnovato vigore.
Ieri, ad esempio, parlando con un caro collega mi è venuta in mente non una storia precisa, ma una concatenazione di flash che sono il film di un lungo momento umano e professionale.
Siamo intorno alla metà degli anni Novanta, al Giornale di Sicilia di Palermo. Siamo in quattro – io, Francesco Foresta, Armando Vaccarella e Giovanni Rizzuto – e siamo (diventati) il motore del giornale. Siamo molto diversi tra noi, viviamo assieme fisicamente una decina di ore al giorno, a volte di più. Io sono quello più rissoso, Giovanni è il più trasversale (infatti è con lui che mi scontro sempre), Armando è il più spassoso e il sommo maestro di affettuoso cinismo, Francesco è la mente politica del gruppo poiché, strategicamente, è già dove gli altri devono ancora arrivare. I flash che mi vengono in mente riproducono quattro situazioni diverse e distanti che – se volete – potete leggere come un unico film.

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Siamo morti, ma parliamo d’altro

imageCi sono due modi per affrontare la morte. Il migliore, e più difficile, è ovviamente quello che fa ricorso all’ironia. L’altro è quello, umanissimo, che ha a che fare con la paura e la disperazione. Negli ultimi tempi ho avuto occasione di constatare che, nei momenti più drammatici dell’esistenza, è comunque l’intelligenza vivida a fare la differenza. Due esempi di seguito, uno vicino, l’altro lontano: il mio amico Francesco Foresta che ha avuto pochi mesi di tempo per passare da una vita di progetti a una vita in scadenza, e tale Heather McManamy che, devastata da un cancro, ha scritto una bellissima lettera agli amici da leggere dopo la sua morte.
Sono due scritti istruttivi da consultare (non ho detto leggere) quando crediamo, io per primo, che tutti i fulmini del cielo siano sulla nostra testa e non ci rendiamo conto che, certe volte, per schivare un fulmine basta scansarsi.

Grazie a tutti, ora scappo perché c’è da lavorare.

Ho una notizia buona e una cattiva: la cattiva, sono morta.

  

A margine

francesco e gery

Se fosse ancora con noi, Francesco Foresta racconterebbe di quella volta in cui il buon Armando Vaccarella finse al telefono di essere la segretaria di De Mita pur di riuscire a parlare con Sergio Mattarella.
Ma siccome non ci sono più né Francesco né Armanduccio, la storia la chiudo nello scrigno dei miei ricordi felici e non ve la racconto. Così non rischio di ridere sino alle lacrime e di dover far finta di continuare a ridere per giustificare gli occhi lucidi.

  

Di figlio in padre

imageUn paio di settimane fa, Francesco Foresta mi confidò di aver trovato il giornalista a cui affidare Live Sicilia. “Vediamo se indovini chi è”, mi sfidò col suo sguardo furbetto. Io che sino a quel momento non sapevo niente di tutta la vicenda, trovai improvvisamente una sola certezza. E dissi subito: “Peppino”. Lui sorrise quasi orgoglioso di me: “Giusto”, sussurrò.
Nel passaggio di consegne tra Francesco e Giuseppe Sottile ci sarebbe tutta una vita da raccontare, anzi due. Perché, come spiega Francesco nell’editoriale di oggi, le loro vicende professionali sono talmente intense da rappresentare importanti capitoli del giornalismo degli ultimi decenni. Perché il mestiere e l’indole, nel loro caso, si fondono per creare cronisti che vivono come scrivono, che pensano come raccontano, che amano e odiano allo stesso identico modo con la penna e col cuore.
Di figlio in padre, quest’eredità che sale controcorrente dà finalmente un lieto fine intermedio in una storia di sofferenza. La forza di Francesco, pur piegato dalla malattia, offre a Peppino un’occasione unica per un maestro: ritrovare l’allievo e aiutarlo incondizionatamente.
“Pensiamo un titolo”, disse Francesco riprendendo una consuetudine che per vent’anni ci aveva visti fianco a fianco a imbastire prime pagine, a inventare nuovi modi di raccontare la cronaca, a leggere e correggere, a scrivere e riscrivere.  Lui alla tastiera e io a passeggiargli intorno. Lui calmo e io frenetico. Sempre così.
Alla fine il migliore era il suo. Sempre così.

Buon anno, pupetto. Auguri Peppino.

  

Il rapinatore e il suo sosia

tali e quali

L’autore di una rapina a Palermo (nella foto a sinistra) è pericolosamente simile al direttore di Live Sicilia, Francesco Foresta. E per fortuna che il giornalista, sul quale pesa l’aggravante di essere mio amico, aveva un alibi di ferro

  

Notizie a sentimento

Foto di Paolo Beccari

Rientro da una settimana di vacanza al mare e ho qualche spunto da sottoporvi: ne parleremo nei prossimi giorni.
Intanto, leggiucchiando senza troppo impegno giornali e siti web, mi ha colpito questa lettera aperta di Fabio Lannino nella quale si fotografa una situazione che a prima vista sembrerebbe banale.
Si chiede Lannino: perché un giornale decide di non dare notizia di un evento importante per la città? Basta l’avversione che quel giornale ha per la persona che sta dietro l’evento per privare i cittadini di un’informazione?
Tanto per essere chiari, il giornale in questione è il Giornale di Sicilia, gli eventi dei quali si è taciuto sono lo spettacolo di Marco Travaglio e il concerto di Mario Venuti (ma sono solo due esempi recenti), la persona che non è gradita al quotidiano è Francesco Foresta col suo gruppo editoriale, lo scenario di questi eventi è villa Filippina (gestita da Foresta con la direzione artistica di Lannino).
Qui non c’è da giudicare l’opportunità giornalistica di dedicare più o meno spazio a uno spettacolo, ma di prendere atto che un quotidiano decide deliberatamente di non dare un’informazione ai suoi lettori.
Se io compro il Giornale di Sicilia, pretendo di essere informato su quel che accade in città: e non me ne frega niente se al suo condirettore fa simpatia quel tale e antipatia quell’altro. Io non pago per le sensazioni e i sentimenti di Giovanni Pepi (il condirettore di cui sopra), pago per l’obiettività di un foglio di carta che deve dirmi quel che è accaduto e quel che accade nelle mie lande.
Travaglio e Venuti sono cronaca, come lo è qualunque altro evento che può colorare le notti vuote di una città in agonia.
Un giornale è un prodotto, come una scamorza: ha un prezzo, un valore, deve offrire garanzie. Se vi rifilano un formaggio che fa male il suo lavoro di formaggio voi protestate col salumiere.
Per questo la lettera di Lannino è importante. Perché ci dice che in certe aziende editoriali il rispetto per il lettore è un argomento sconosciuto.
Insomma, io che compro quel giornale voglio sapere perché non mi è stato detto che c’erano Travaglio e Venuti in città. Perché mi è stata rifilata una scamorza ammuffita.
Tutto qui.

P.S.
La foto di Paolo Beccari c’entra solo con la prima riga del post. Ma anche di questo parleremo con calma.

  

Più nuche che volti

Nella mia vita ho dato (il giusto, credo) e ricevuto (abbastanza). Mi è capitato, in alcuni momenti cruciali per via della mia fortunata follia, di trovarmi accanto persone pronte a darmi una dritta, una mano, un po’ di corda. Ed è accaduto che io abbia aiutato, assistito, sorretto (lo so, non è una bella immagine della mia brutta persona).
C’è un però.
Lo giuro su questo blog: non mi sono mai dimenticato di chi mi è stato vicino. Mai. Nonostante il tempo che passa, le cose che cambiano, i coglioni che girano, non ho mai perso di vista il codice sorgente di un’amicizia, di un rapporto di lavoro proficuo, di una mano tesa.
Invece – e siamo al però – mi è capitato troppe volte di trovarmi a situazioni in cui i cardini erano improvvisamente scardinati e il motivo iniziale veniva stravolto. Chessò, ti ho preso con me a lavorare quando eri in mezzo alla strada e te lo dimentichi non appena entri nella stanza del megadirettore; ti ho dato l’occasione di fare qualcosa che va oltre il tuo giardinetto vista nulla e ti viene la puzza al naso quando qualcuno ti porta una pianta finta per adornare il suddetto giardinetto; sei stato cooptato in un progetto che mai avresti sognato e appena cambi letto sogni un progetto migliore in cui ci sono più coltelli che fratelli.
Quando c’era il mio amico Francesco (che in queste occasioni mi manca sempre e molto di più) avevamo un mantra: la bontà non paga.
Sbagliavamo. Ma almeno eravamo vivi in due.
La vita è fatta di volti, ma soprattutto di nuche. Il segreto è non cercare mai gli occhi.

  

Nove anni possibilmente per non perdersi

blog

Nove anni sono passati. Da quando pastrocchiai le prime quattro parole su questo blog sono passati nove anni. Allora non ci credevo troppo, pensavo a un riempitivo della vita, una specie di abbaino in cui rifugiarsi quando si vuol far finta di pensare ad altro. Invece quelle quattro parole cambiarono tutto.
In questi nove anni, da qui sono passati pensieri di ogni forgia, autori di ogni pedigree, è passata vita (molta) e miracoli (pochi) di molti di noi. Anche la morte ha avuto la sua fetta, perché è inevitabile guardare un fiume che scorre e non pensare a ciò che passa e che non c’è più.
Inutile dirvi quanto sia cambiata la mia esistenza. Chi ha avuto la pazienza di seguirmi ha avuto qualche assaggio della rivoluzione che mi ha investito da quel 10 dicembre 2006. Segue »

  

Buon compleanno, Pupetto

francesco e geryCi ho pensato su per una giornata. Ho deciso allo scadere del tempo. Oggi, caro Francesco, avresti compiuto 50 anni. Se non ti fossi eclissato in un felice viaggio con la tua Donata – Parigi, le Maldive e altri posti meravigliosi per i quali ti davo puntualmente del “tascio” – saremmo stati insieme a mangiare, bere e ridere, anzi sghignazzare come sempre. Avremmo rievocato le scorribande di una vita da deposti Peter Pan, ci saremmo accoccolati nel presente sotto lo sguardo amorevole e sornione delle nostre mogli, mi avresti proposto l’ennesimo progetto geniale nel quale tuffarci e mi sarei lasciato tentare con la mia solita nevrastenica inconcludenza. Avresti aperto una bottiglia di vino e avrei fatto finta di non accorgermi che era il mio preferito. Mi avresti parlato con la franchezza riservata a un vero amico e non avrei avuto dubbi manco su una delle tue parole, contagiose come il tuo sorriso. Non mi avresti ricordato che c’eri quando gli altri non c’erano, quando avevo bisogno di un disgraziato che mi rispondesse al telefono alle due del mattino e non ti avrei ringraziato per avermi elargito una risata quando a tutto pensavo fuorché a ridere. Non mi sarei sognato di abbracciarti per una frase che mi dicesti quando inaugurasti la sede della tua grande impresa editoriale, indicando una stanza e una scrivania vuote.
Non ti piacevano le smancerie ed è giusto così.
Ci ho pensato una giornata per evitare di inciampare nel banale album dei ricordi, nell’autocitazionismo di chi per commemorare chi non c’è più tende a parlare di se stesso. Se sono caduto in questi errori – e ne ho la ragionevole certezza – ti prego di scusarmi, Francesco caro. Io volevo solo dirti che mi manchi ogni giorno, a ogni virgola della cronaca. E che se oggi sono arrivato a tempo scaduto non è per dimenticanza, ma per prudenza. Volevo scegliere le parole giuste, ma so di aver fallito perché il senso di vuoto non si può recensire, si può solo subire.
Comunque sia buon compleanno, Pupetto.