L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Mettetela come volete, ma oggi come oggi la tassa sui rifiuti a Palermo tutto è tranne che una tassa per un servizio. Con l’azienda al collasso, la raccolta differenziata a singhiozzo e le strade che di certo non brillano, il pagamento della Tari suona sempre più come una beffa che anticipa il danno, come un piccolo monumento domestico alla sfiducia. Quello dell’immondizia è il problema dei problemi, e al confronto il traffico è roba da vetusta ironia cinematografica. Perché al di là dei numeri da pallottoliere dei mezzi in funzione e del sempiterno scaricabarile tra Comune e Regione, c’è una causa di una banalità disarmante alla base di tutto: la Rap è una macchina scassata e non dobbiamo mai dimenticare che anche il miglior pilota finisce in panne quando il motore lo manda a quel paese. Ingenuamente in tutti questi anni abbiamo visto sfilare amministratori di ogni casacca sperando che ogni volta fosse quella buona. Ci siamo persino rimbecilliti dinanzi al concetto del “fedelissimo”: ora arriva tal dei tali, che è un fedelissimo del sindaco, come se il risultato dipendesse da un vincolo di lealtà tra due persone. Invece no, i rifiuti e il mondo di interessi che gira intorno allo smaltimento non hanno nulla a che fare col sentimento. Sono un delicatissimo mix tra business e civiltà, sicurezza e decoro, legalità e lungimiranza. Ecco perché ormai, dopo anni di fallimenti, di inchieste, di trincee, di walzer di poltrone, di fetore e delusioni, il pagamento della Tari è un atto di fede. Una fede che comincia dove la ragione finisce, ma che poco si fonda sulla volontà di chi crede: insomma più Kierkegaard che Sant’Agostino, tanto per stemperare nei massimi sistemi le minime questioni di sacchetto e cassonetto.