In Italia nel mondo della cultura e dello spettacolo c’è una cosa di cui tutti parlano e su cui pochi si interrogano fattivamente. Ed è il sistema di sopravvivenza da opporre alla dittatura della pandemia. Su queste pagine e altrove ho già detto la mia in proposito. Ma ora è venuto il momento che vi racconti, per mia minima esperienza, cosa vedo o sbircio dal mio abbaino tecnico.

Partiamo da una similitudine non peregrina. Se in Italia si fosse investito nell’istruzione come sarebbe stato giusto fare, e come è stato fatto altrove in Europa e nel mondo, oggi il dibattito sulla riapertura delle scuole sarebbe ben diverso, per contenuti e per toni. Vale la pena di ricordare che l’Italia è ultima in Europa per spesa nell’istruzione in rapporto alla spesa pubblica: il che già spiega la considerazione che i vari governi – tutti, di destra, sinistra, cretinocratici e pseudo-illuminati – hanno per l’istruzione.

Fine della parentesi, che servirebbe comunque anche se parlassimo di qualunque altra cosa, perché un Paese che mortifica l’istruzione è un Paese che non è degno di aver una parola in più rispetto alla bocciofila “Amici dello zio” di Vattelapesca.

Il problema dei problemi in questo momento di chiusura forzata è sempre il rapporto con lo streaming e col web, inutile girarci intorno. Se state leggendo questo post sapete che chi scrive è fonte coinvolta quindi non aspettatevi un approccio problematico alla questione: secondo me, lo streaming fatto con tutti i crismi e usato con buona creanza (e fantasia) è la salvezza. Punto. Il problema è l’effetto che provoca in un ambiente che sino all’altroieri ha vissuto in un’oasi ovattata, tra velluti e belletti, tra miti e privilegi. È chiaro che io parlo in modo molto generico perché vivendo in un grande teatro d’opera so bene che, anche ai tempi d’oro, la vita non era rose e fiori per tutti: il binomio sudore-lavoro vale per chiunque metta impegno e buona volontà, nei teatri come nelle fabbriche.

E allora procediamo per massimi sistemi, ma senza nasconderci dietro il mignolino  alzato.

Le esigenze televisive che costringono le masse artistiche a sobbarcarsi un lavoro nuovo – non più pesante, non meno importante, semplicemente “nuovo” – comportano necessariamente un cambiamento nel rapporto con il pubblico (e del pubblico in particolare parleremo tra breve) e soprattutto la caduta di alcune certezze. Innanzitutto serve una maggiore flessibilità. Se prima per spostare la sedia di un professore d’orchestra ci voleva una decisione che investiva una catena di comando di almeno una mezza dozzina di persone (senza mettere nel conto ovviamente gli artisti coinvolti), oggi se un leggio impalla una telecamera si deve provvedere e basta, senza bizantinismi o timori di lesa maestà. E non è un procedimento automatico, eh. Oggi non è più prevalente il modus, non pesa più la consuetudine di qualcosa che è com’è perché è e basta, ma la legge di un prodotto che deve essere competitivo, quanto più perfetto possibile, e in linea con la tradizione (che non va mai messa da parte, neanche nei momenti in cui si è tentati di scegliere una scorciatoia “salvavita”).

E poi c’è il nuovo pubblico. Ripeto nuovo pubblico. Che è la vera novità di una vera politica culturale al passo coi tempi disperati in cui viviamo. Per decenni – e mi tengo stretto con l’approssimazione – l’unico pubblico che davvero importava a chi imbastiva programmi artistici di ogni genere e grado era quello televisivo, un pubblico passivo ma determinante grazie a quel meccanismo perverso che si chiama Auditel. Oggi per la cultura dell’anno 2021 il pubblico è la cosa più preziosa che possa esistere perché esso stesso, e finalmente, decreta la certificazione dell’esistenza in vita dei teatri. È il pubblico di Netflix che può essere lo stesso di quello del Teatro Massimo di Palermo o di qualunque altro teatro. Non è più un pubblico (tiepidamente) abituato, o (piacevolmente) in ostaggio, o in qualche modo garantito da una consuetudine. No, è un pubblico totalmente da conquistare. È il nuovo pubblico che proviene da altri lidi culturali, che conosce il mezzo ma non ha idea del contenuto (concetto cruciale, consentitemi), che soprattutto se ne frega delle antiche prospettive. Sbuffa se non capisce, ti sbeffeggia se cerchi di prenderlo ruffianamente per il verso buono, ti molla se non riesci a trattenerlo. Tutto in un attimo, in un clic. Non c’è niente da fare, non c’è via d’uscita. Si è in ballo e si balla: è l’emergenza, bellezza.

È questo il nostro nuovo padrone. Il pubblico liquido che nulla sapeva dell’opera e che adesso si incanta davanti a due ore di concerto come rapito da una sensazione inebriante e sconosciuta. Il pubblico del web che ci tiene a farti sapere che c’è, esiste, da ogni continente, e che ha il gusto di mandare la foto che lo ritrae davanti al computer mentre assiste in diretta a uno spettacolo che si volge a sette fusi orari di distanza. Il pubblico che ti regala complimenti gratis e che sceglie di accompagnarli a una donazione volontaria per sostenere un teatro che magari non visiterà mai  per motivi geografici o perché chissà, ha i cazzi suoi. Un pubblico intransigente che non conosce la netiquette dei circoli damascati e fischia forte, fortissimo, se lo spettacolo non gli piace ma che chiede spiegazioni per iscritto e magari uno gliele dà e si instaura un nuovo rapporto, inaudito tra scena e platea.

Un nuovo pubblico che c’è e del quale la vecchia cultura non può fare a meno e che adesso non può ignorare. Finalmente (dico io).