C’è una metafora che uso spesso, con me stesso e raramente con gli altri giacché io mi parlo molto soprattutto quando sono sereno, per indicare la cura che si dovrebbe mettere nel fare le cose. Che siano lavoro, svago, occasione o routine. È la metafora della pasta frolla. Io, da modesto appassionato di cucina, la mia la faccio così:

280 grammi di farina 00
170 grammi di burro
135 grammi di zucchero
3 tuorli
1 uovo intero
Scorza di limone grattugiata

È una ricetta che ho perfezionato nel tempo, più di vent’anni, togliendo e mettendo, preferendo una pasta friabile a una più solida, cedendo al gusto di un prodotto languidamente cedevole rispetto all’austerità di uno lievitato. E qui siamo al primo accenno di metafora: le cose si fanno col tempo e si modificano nel tempo; non c’è mai un solo modo per farle.
Poi il cuore del ragionamento.
La pasta frolla è facile da far male, come le cose che si fanno tanto per farle. Ci vuole la scienza della pasticceria, dove i grammi contano, e ci vuole l’ispirazione del momento, dove il tocco soffuso di un pensiero cambia un destino.
La pasta frolla, quella che mi piace, quella che faccio io, quella non industriale, quella non cementificata in teglie di alluminio, è scomoda. Se la tratti male ti si ritorce contro, se la assecondi non sarà mai accondiscendente. Ma alla fine, solo alla fine, ti darà la gioia del risultato.
La vita in fondo è una crostata. E provatemi il contrario.