L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Dopo la tragedia di Palermo con una bambina di dieci anni morta per un tragico (e stupido) gioco su Tik Tok bisogna, a tutti i costi, resistere alla generalizzazione. Quella di dare tutta la colpa ai social network e alle generazioni che vi sono immerse. E occorre innanzitutto contestualizzare. Tik Tok altro non è che un gioco e come molti giochi può essere pericoloso. È stato costruito scientificamente in modo da dare dipendenza, come tutti i social, col meccanismo perverso dell’autogratificazione. A tutti noi fa piacere riscuotere conferme e ottenere soddisfazioni: e ciò è normale. Meno normale è aspettarsi una gratificazione ogni dieci secondi: la droga del refresh ruba il nostro tempo e lo consuma in un’innaturale attesa del like che verrà. Lo scollamento sociale che ne deriva è tutto lì, in quel desiderio che vuole essere appagato istantaneamente. Non conta cosa fai per ottenerlo, conta solo fare qualunque cosa per essere premiato. Le tentazioni maligne, le cattive amicizie, le strade malfamate sono sempre esistite. Solo che prima erano fughe da casa, oggi sono fughe dalla realtà. E però, va ricordato che viviamo in tempi assai strani, in cui le distanze fisiche si allungano come le ombre della solitudine e che proprio grazie ai social stiamo colmando qualche lacuna sociale. Il contesto pesa, nel bene e nel male. Se persino le parole possono essere oggetti contundenti, figuriamoci i serbatoi online di parole, di immagini, di emozioni artefatte… E allora spieghiamo le regole d’uso e soprattutto combattiamo la solitudine imposta da questi giochi che ci illudono di vivere circondati da amici e invece scavano fossati tra chi siamo e chi ci illudiamo di essere.